GIU’ LE MANI DA NICOLA ZITARA! SICILIA INDIPENDENTE! MONETA SOCIALE!  INTERNAZIONALIZZAZIONE ATTIVA E PACIFISTA!
 
 
Mio padre, Nicola Zitara, una grande anima. E’ dovuto morire perché ci si ricordasse di lui. La presentazione a Roccella del volume “L’invenzione del Mezzogiorno”, i riconoscimenti postumi e quella “puttanata” dell’unità che in realtà divide
 
di Lidia Zitara, 12/08/2011 00:00
 
Lidia Zitara, collaboratrice di Scirocco, è la figlia del meridionalista Nicola Zitara, scomparso nell’ottobre del 2010. Alcuni giorni fa si è tenuta a Roccella la presentazione del volume “L’invenzione del Mezzogiorno. Una storia finanziaria”, pubblicato pochi mesi dopo la morte. Lidia Zitara ha preso spunto dal dibattito sviluppatosi in questa occasione per alcune riflessioni “di pancia” su suo padre, il meridionalismo e i riconoscimenti postumi.
 
Mahatma, così Pino Aprile ha definito mio padre, una “grande anima”. Un’anima così grande da riuscire a vedere là dove nessuno riesce, e che per condanna, a cui nessuno crede. Borges definì questi mahatma una “sparsa dinastia di solitari”. Solitari perché sono soli, ma consapevoli di non essere “I” soli.
Mio padre sapeva di passare alla storia, ma forse sperava, con un lecito desiderio di gloria che tutti nutriamo, di farlo da vivo. E’ dovuto invece morire perché la gente si ricordasse di lui. Per un periodo ostracizzato e malvisto da amministrazioni comunali sidernesi su cui ora si fanno bavosi panegirici, per altri messo da parte come folle e visionario, o come revanchista e veterotestamentario, è stato poi “ripescato” dal fondo del cassetto, insignito di premi, lodato dai giornali. Ha fondato un piccolo nucleo di seguaci, che si è poi trasformato nell’Associazione “Due Sicilie Nicola Zitara” di Gioiosa Jonica, “un gruppo di nicchia, se vogliamo elitario”, ha così detto Pino Aprile, e da quel momento è stato quasi iconizzato a profeta del meridionalismo.
Qualche giorno prima della presentazione mi è capitato di captare un frammento di discorso di un signore che gridava: “Ah, quando campava chigliu Zitara!”. Mio padre ha sempre voluto stare con la gente, la sua gente, la sua Siderno. Non si è mai arroccato in posizioni di egocentrismo o egotismo culturale, come molta parte della nostra “élite” intellettuale.
La serata di venerdì scorso, tenuta a Roccella nell’assoluta indifferenza dell’amministrazione di Siderno (la sua Siderno?), da noi sollecitata, doveva essere la presentazione del suo ultimo libro, L’invenzione del Mezzogiorno. Una storia finanziaria edito da Jaca Book, che spesso ha pubblicato i libri di mio padre. Il titolo originariamente era “L’unità truffaldina” che noi-famiglia immaginiamo avrebbe avuto più presa sul pubblico, ma i giochi erano fatti anche prima che mio padre mettesse la sua firma sul contratto. Gli sciacalli si erano già presentati a morto non ancora morto.
Che cosa si è detto poi venerdì sul libro di mio padre? Quasi nulla.
Il libro parla di un accidenti della storia economica italiana chiamata “corso forzoso”. Mio padre impiegò anni ed anni a scriverlo, a raccogliere i dati, i libri, le informazioni che gli servivano. Spediva regolarmente amici e parenti nelle biblioteche più fornite per avere copie di libri introvabili, una volta ricordo acquistammo un volume dall’Argentina. In quegli anni ha messo insieme i tasselli del mosaico, le tessere del puzzle, e con i dati raccolti ha potuto dimostrare inequivocabilmente – e ci terrei che qualcuno provasse a dire il contrario – che il corso forzoso imposto dal Piemonte ha di fatto mandato in rovina l’economia del Sud, che all’epoca del Regno delle Due Sicilie era florida e avanzata, tanto che Napoli era la terza potenza mondiale. La prima cattedra di economia politica fu istituita proprio a Napoli sotto il regno Borbonico.
 

Pino Aprile
 
Il Regno Duosiciliano non utilizzava la cartamoneta, ma occasionalmente emetteva delle fedi di credito che valevano il cambio in monete d’oro o d’argento per l’importo nominale. Se c’era scritto mille, erano mille. Il Piemonte invece utilizzava la cartamoneta e aveva una minima riserva aurea, di uno a tre (esisteva quindi una sola moneta d’oro per tre dichiarate).
Dopo l’unità d’Italia fu imposto alle banche del Sud di non convertire le fedi di credito e le banconote in oro, determinando di fatto la fine dei commerci e l’impoverimento che tutti conosciamo.
Ma questo, durante la serata, chi lo ha detto? Mia madre ed appena Enzo Romeo, il cui discorso amichevole ed affettuoso mi ha commossa in maniera imprevista.
Pino Aprile, vera star della serata, ha in fondo ribadito sostanzialmente il concetto che l’unificazione dell’Italia fu fatta male (“una vera puttanata”, testuali parole) e che noi abbiamo perso una guerra di cui non sapevamo neanche l’esistenza. Ma la formula delle sue conferenze è quella, oltre non si va.
Ci aspettavamo di più, mi aspettavo di più. E non parlo in termini di pubblico, poiché alle mie spalle credo ci fossero più di duecento persone, ma in termini di contenuti.
Una certa cautela voluta o casuale, lascio decidere al lettore, ha fatto sì che le posizioni decisamente separatiste di mio padre fossero dichiarate solo a fine serata da Franco Zavaglia, amico e segretario dell’Associazione “Due Sicilie Nicola Zitara”. Franco s’è alzato e senza esitare ha detto a tutti ciò che a molti disturba: che mio padre vedeva una soluzione dei problemi del Sud solo ed esclusivamente al di fuori dell’Italia e dell’Europa.
L’unità d’Italia è sì una puttanata: è stato unendola che la si è divisa.
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