di Mario Di Mauro

Ripubblichiamo uno scritto del fondatore di Terra e LiberAzione datato 8 marzo 2003. Il testo è estratto dall’Archivio dell’Istituto ed è reso più che mai attuale dalle nuove trivellazioni autorizzate da Crocetta.
Sono stato per molto tempo fuori d’Italia: in America, in Persia… Ora in Sicilia, a Gela. -Petrolio? -Petrolio…-E allora mi dica in confidenza: c’è o non c’è a Gela petrolio? – domandò il professore abbassando la voce ad un sussurro. -Ma certo che c’è -Perché, vede, corre voce che sia, come dire?, tutta una montatura: che petrolio ce n’è tanto poco che il gioco non vale la candela. -Ma è pazzesco! – disse l’ingegnere.
-…Che uno, a trentotto anni, non conosce la Sicilia: ebbene, non lo faccio apposta, ma mi viene una certa rabbia… Perché poi (si capisce che parlo in generale), senza conoscere, senza sapere, dall’alto del loro bum o, come si chiama, del loro miracolo economico, insomma, tagliano e arrostono questa povera Sicilia come piace e pare a loro… E io allora dico: bum un corno, questo bum voi lo fate sulla nostra pelle, voi ci state friggendo con lo stesso olio nostro…
-E’ stato separatista – disse la signora a spiegare la passione del marito. -Indipendentista – corresse il professore – e lo sono ancora.
– Ora avete il petrolio – disse l’ingegnere, a consolarlo.
– Il petrolio?… Mi creda: se lo succhiano – disse il professore – se lo succhiano… Si ricorda il Musco nel San Giovanni di Martoglio? Teneva una lampada ad olio:”vieni qualche divotu, o qualche divota, con farso inganno, e s’asciuga l’ogghiu d’a lampa…”. E cosí finisce col petrolio: una canna lunga da Milano a Gela, e se lo succhiano… I devoti, si capisce, quelli che per la Sicilia si preoccupano, si accorano…
(L. Sciascia, Il mare colore del vino)

Estate 2003. Gela è sempre là, consapevole che tutto v’è fatto accadere in funzione di “cose più grandi”, ristrutturazioni globali e pacchetti azionari che si spostano nella notte facendo cambiare padrone a questa o a quella “ciminiera”. Gela è là, che aspetta il gasdotto libico, l’uscita dalla chimica degli attuali padroni del vapore…Gela è là, col suo Sindaco nuovo di zecca, “alternativo”, che ha ingaggiato Klaus Davi per rilanciare l’immagine della città: di Saro Crocetta abbiamo curiosità, ma noi a certe cose non crediamo. Modificare lo sguardo sulla Realtà, a volte, è operazione necessaria, soprattutto dove la Bellezza è stata violentata, stuprata, come a Gela: ma il rischio è quello di elaborare una cosmetica del neocolonialismo, che nasconde la Realtà, offende la Verità, produce una idea distorta di Bellezza. Gela è sempre là…i suoi mali sono la metafora di mezzo secolo di Storia siciliana: Gela è una ferita nel cuore antico del Mediterraneo, altro che maquillage, occorrono interventi di chirurgia sociale che al momento stanno del tutto nel cervello di…Giove. Nella sua “eccezionalità” Gela è un ordinario caso di sviluppo neocoloniale… Dimenticare Gela, dichiararla perduta a qualunque idea di Bellezza, è il più grande atto d’Amore che possiamo compiere per una città che ogni Siciliano deve portare con sé, nella Coscienza civile.
Marzo 2002. Per dire che si furrìa ammàtula, che si gira a vuoto, e che la strada intrapresa è vicolo cieco, la lingua siciliana ha coniato una espressione che ha, come sempre, il pregio della sintesi colorita: ammuttari u fumu cca stanga, spingere il fumo con una sbarra, come pestare l’acqua nel mortaio. Se poi il fumo è quello del petrolchimico gelese -che da 40 anni fa strage di vita nell’impunità fatta regime neocoloniale- a prendere corpo, più che una perdita di tempo, è una tragedia infinita, proprio nella città in cui l’inventore della Tragedia, Eschilo, riposa, pressocchè ignorato, da 25 secoli. Ci sono voluti vent’anni di “inchieste autogestite” e di denunce promosse da piccoli uomini coraggiosi -eroi solitari in una massa che gli eroi ama seppellirli vivi nel suo silenzio-, vent’anni di “verità gridate dai tetti”, come insegnava San Paolo, per far apporre dei sigilli cautelativi al fine di spingere la proprietà a mettere in sicurezza gli impianti (ci sono, giacenti tra Roma e Palermo dal 1994, anche 150 miliardi pubblici, di noi tutti, per finanziare almeno una parte di questi interventi privati… comunque poca cosa).
Ma a chi, negli anni, sollevava la questione ambientale, quando gli andava bene gli mandavano contro il “sindacalista organico” di turno con la litanìa: “ma tu non hai cultura industriale!”. Così come, è chiaro, non pare avere “cultura industriale” manco l’OMS, l’Organizzazione Mondiale della Sanità che ha classificato il polo gelese tra i più pericolosi del Pianeta.
Sono una dozzina le raffinerie in Italia, quasi la metà stanno in Sicilia, una a Gela (settima città italiana per l’export!). Gli stabilimenti gelesi, dai quali passano ogni anno circa 5 milioni di tonnellate di petrolio “made in Sicily”, sono gli unici, tra tutti, ad usare il pet-coke, il carbone di scarto, come combustibile per alimentare la stessa raffineria dove si producono benzine, gasolio, gas, asfalti e, appunto, il coke…riciclato in violazione della legge Ronchi, come momento di una organica “filosofia gestionale contraria alle norme sullo smaltimento dei rifiuti e maggiormente attenta al profitto a discapito della salubrità ambientale”, come scrive -a vent’anni dalle prime denunce- la Procura gelese nel decreto di sequestro preventivo eseguito nei confronti dell’Agip Petroli Sapa di Gela.
Enrico Mattei si vantava spesso “di aver violato per ottomila volte leggi, decreti, ordinanze, perchè l’Agip potesse svolgere i propri lavori senza rispetto per i suoli e per i centri abitati”; lo riferisce il suo biografo, Nico Perrone (“Enrico Mattei”, il Mulino 2001).
Lo stesso Mattei che nel 1949, in un incontro di dirigenti democristiani, inneggiava alla “difesa degli interessi della collettività contro gli interessi capitalistici” ponendo le basi di quella micidiale mistificazione che fu il capitalismo di stato in salsa italica, santificato dal PCI, mentre lo stesso Mattei, tra un taxi e l’altro, cooptava il partito di Togliatti nella strategia ENI di espansione in Medio Oriente, nella quale una efficace concorrenza alle Sette Sorelle veniva abilmente ammantata di “antimperialismo” e “anticolonialismo” alla moda. Se Gela è rimasta imbottigliata in un vicolo cieco, costretta ad ammuttari l’aria cca stanga, è anche perchè in questi decenni più che una moderna “cultura industriale” è mancata clamorosamente una vera“cultura sindacale”, coniugata con un autentico senso dell’Identità e del rispetto di sè.
Intanto “il coke costa meno e se inquina e ammazza non importa, tanto sti terroni ci sono abituati…”, questo, nei fatti, pensano i vertici della multinazionale italiana. Ed hanno “ragione”: “questi terroni tengono tutti famiglia” e stucchevole è lo spettacolino offerto da quanti hanno cercato di maritare le chiacchiere e di ammuttare altro fumo cca stanga, farfugliando di sviluppo ecosostenibile… confondendo le cose e trasformando, ancora di più, operai e cittadinanza in massa di manovra dei vertici di una multinazionale per la quale esiste una sola legge: quella del profitto. Peggio della mafia.
Cosa fanno visto che a mettere con le spalle al muro la multinazionale italiana è una legge italiana (la benemerita Ronchi)? Si impone l’adeguamento degli impianti e la rinuncia al coke? No, qui ci si mobilita per cambiare la Legge, in modo che quello che ieri era vietato domani sarà autorizzato e vuoi vedere che, con un buon “marketing”, riusciranno pure a dimostrare che le esalazioni del coke fan bene alla salute? Perchè non venderle in buatta? Certo, qualche problema di concorrenza, con quel nome, “coke”, ci sarebbe…
Nella petrolchimica lo scenario è da sempre globale…Anche stavolta ciò che accade a Gela, accade nel Mondo. E accade sulle macerie di Kabul, in piena oil rush caucasica, a poche settimane -salvo probabilissimi imprevisti- dall’ingresso della Sabic saudita nella proprietà della petrolchimica “siciliana”, e sullo sfondo di un passaggio storico inedito che vedrà l’ENI uscire, in pochi anni, dalla chimica (tra polveroni mediatici anti-binladen e un po razzistoidi ai quali solo i fessi prestano attenzione, l’Eni cede ai sauditi, per 3.500 miliardi, con “Polimeri Europa”, il core business della chimica italiana: aromatici, fenolo, cumene, olefine, dimetilcarbonato, stirenici, elastomeri). L’intera “Polimeri Europa” -nata nel 1995 da una joint-venture con l’Union Carbide, quella della strage di Bhopal, è valutata oggi 1,55 miliardi di euro dalla banca Jp Morgan per conto dei sauditi- è passata in questi mesi da 1500 a 6500 dipendenti, con una operazione di mobilità interna che alleggerisce quasi della metà le maestranze dell’Enichem in Italia.
Altre cifre rispetto agli anni settanta, quando nella sola Gela gli occupati nel Polo erano 4.200 nel diretto e altrettanti nell’indotto. Oggi l’unico indotto in espansione è quello rappresentato dalle cliniche oncologiche e affini (dopo mille denunce, perfino l’O.M.S. parla di abnorme incidenza dei tumori nelle città siciliane della chimica, nonchè del 7 per cento di bambini nati deformi… Anche se Cuffaro dice: “l’inquinamento a Gela non esiste!”). Certi rischi, ci si dice in questi giorni, sono connaturati con l’industria stessa…Ma è poi vero? Con l’industria o con i profitti? Certo, oggi le due cose coincidono. Ma la chimica industriale non è solo inquinamento e i suoi prodotti non sono tutti superflui. Ancora una volta il marcio non è nelle “forze produttive”, ma nei “rapporti capitalistici di produzione”, con l’aggravante tipica di tutte le “questioni neocoloniali”.  E non si tratta solo di Pet Coke, bensì di tutto un “modello” che va dall’uso delle acque, al monitoraggio dell’aria, alla messa in sicurezza degli impianti… Perfino per la costruzione del famoso Snox -per l’abbattimento parziale dei veleni nell’aria- c’è voluto un Dpr, nel 1988, che lo imponesse e dieci anni di attesa prima di vederlo in funzione! Ha 40 anni che le multinazionali in Sicilia fanno quello che minchia gli pare: e si sono accattati tutti quelli che si dovevano accattare. Roba da “corte marziale”, altro che Procura gelese!.
La Sicilia è all’asta, ed ormai è tutto uno spot sui “vantaggi competitivi” dell’isola, mentre la politica regionale si risolve in pessimo “marketing territoriale” e, a ben vedere, anche la “rivolta gelese” di questi giorni verrà letta in questi termini: venghino siori, venghino! Ecco, la “rivolta dei terroni”: in cui non si riesce a distinguere il diritto al lavoro e alla salute, dagli interessi della multinazionale di turno, che ha dominato e corrotto Gela, mentre la città cresceva in modo distorto, priva di identità autentica, e il tessuto sociale produceva, con oggettività sistemica, quelle combriccole affaristiche e mafiose, che hanno solo completato l’opera. Con un eufemismo, a suo tempo, qualcuno ha parlato di “industrializzazione senza sviluppo”; in verità il “modello gelese” può essere studiato scientificamente solo come un classico caso di “sviluppo neocoloniale”, finendola, anche qui, di ammuttari u fumu cca stanga.
Il 18 gennaio 2002 il sindaco di Gela, Franco Gallo, gettava la spugna, e pare mediti di lasciare la città. A metà febbraiola Procura, facendo seguito a diverse denunce, mette i sigilli a tre impianti (il PM ne aveva chiesti 8, il Gip ne ha autorizzati 3). Scoppia la “rivolta dei terroni” -sostenuta da tutti i partiti parlamentari-. Si invoca, infine, l’intercessione del governatore Cuffaro presso Berlusconi, perchè anche questa legge venga “rimodulata ad hoc”, sperando poi che Bruxelles non si metta di traverso.
Ci manca solo la processione appresso a san Rocco (ma non sarebbe da “cultura industriale”!), mentre la città si è autoassediata, quasi posta in quarantena, come afflitta dalla peste nera, incompresa (e forse è anche vero), dolente. Non c’è nulla di più demoralizzante del vittimismo delle vittime, del senso di sconfitta inevitabile, comunque vada a finire, che risale dal fondo… Eppure, la sera del 7 marzo, tutti cantano vittoria e i giornali possono titolare: “Gela respira!” (in tempi di “guerre umanitarie” e di inversione diabolica del linguaggio si può dire di tutto e di più: anche che Gela, finalmente , respira). Grazie alla “lotta dei lavoratori” -ma guarda un po, tutti “operaisti” diventarono!- da oggi non solo a Gela, ma in tutta Italia sarà possibile fare ciò che prima era possibile solo nella colonia siciliana: la Sicilia laboratorio di larghe intese colpisce ancora!?. Ecco, si è toccato il fondo: neanche nella disperata Nigeria una multinazionale si può permettere di fare quello che stanno facendo a Gela e nel modo in cui lo stanno facendo. E la logica è la stessa che, dai tempi di Cefis, punta solo a massimizzare i profitti considerando la sicurezza degli impianti “un dogma da distruggere” (cito da un documento di programmazione della Montedison per il triennio 1978-1980). In questi ultimi decenni di saccheggio neocoloniale del territorio siciliano sono riusciti anche a far scomparire nel nulla (?!) qualcosa come 150 milioni di tonnellate di rifiuti nocivi della petrolchimica: e non ci si venga a dire che è colpa della mafia, perchè quella, semmai, è solo una lurida “società di servizi”, nonchè il più comodo alibi spettacolare della dominazione neocoloniale sulla Sicilia. Così come l’intero ammontare del pizzo che le cosche impongono a qualunque saracinesca che abbia sopra una insegna commerciale non supera neanche il dieci per cento di quanto il sistema Italia estorce al (sotto)sistema Sicilia attraverso la fiscalizzazione truffaldina del petrolio e derivati “made in Sicily”: se una cosa del genere accadesse in Baviera o in Lombardia, li prenderebbero a calci nel sedere. Qui, invece, i calci ce li diamo da soli e, al più, partoriamo rivendicazioni da riserva indiana del tipo “benzina a mille lire” (forse non si è compreso neanche che questo scippo annuale ammonta, per dare una idea, a una cifra sufficiente a comprarsi la Fiat in 5 anni o, investendo su qualche buona idea, a uscire del tutto dal sottosviluppo pilotato, in 10 anni!).
Ciò che accade a Gela, accade in Sicilia. Ed ecco, nella sua evidenza, la tragedia nella tragedia, l’immagine di un intero Popolo privo di classi dirigenti autentiche e di cultura civile: dimenticare Gela?.
La vicenda gelese conferma la specificità neocoloniale della dominazione imperiale sulla Sicilia, che si desume dalle forme di esercizio del potere pubblico, ma anche dalla propensione all’automutilazione che caratterizza la realtà siciliana contemporanea. Il “Caso Gela” sarebbe da sciopero generale del Popolo Siciliano contro la petrolchimica neocoloniale (che, ricordiamolo, è anche una idrovora che ha succhiato per decenni il 50 per cento dell’acqua siciliana, un fiume grande quanto il Simeto in piena, giorno e notte: altro che crisi idrica!). Ma il Popolo Siciliano, in quanto soggetto, non esiste: non ha idee e forza mentale, partiti e sindacati, grandi giornali, tv e quantaltro faccia, normalmente, di una massa umana un Popolo. E’ il circolo chiuso della miseria che alimenta la Palude del P.U.C., il “partito unico del colonialismo”; e non se ne esce con le sentenze di un tribunale, nè con gli “eroi solitari” (abbiamo già dato), quanto con l’emergere di una nuova soggettività culturale dal seno del Popolo Siciliano, le cui pratiche politiche siano autenticamente fondate sull’Amore per questa Terra e su un autonomo progetto di Liberazione delle sue energie migliori. In questa prospettiva, almeno per testimoniarne il valore, agisce l’Associazione “Terra e LiberAzione”. Per non essere anche noi vittime passive di una malanova in cui puoi solo emigrare, aderire al P.U.C. o ammuttari u fumu cca stanga, consolandoti che “l’arte è troppo più debole del Fato” al quale “neanche Zeus potrà mai sfuggire” (Eschilo,Prometeo incatenato). Per resistere, dunque, col cervello e coi sensi attenti e svegli.

Mauro Di Mauro, dall’Archivio dell’Istituto Terra e LiberAzione, 8 marzo 2002.

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