Questo “tweet n°9” è dedicato alla figura luminosa di Moqtada al Sadr, Capo
politico-spirituale degli Sciti irakeni.


Un bel libro può contenere anche delle sciocchezze, dei giudizi distorti, spesso epifenomeni della decadenza sociale, fisica, morale, del suo autore, del suo “mondo”. “Il Gattopardo” di Tomasi di Lampedusa è uno di questi libri. Scritto dal principe nel 1955, due anni prima di morire, ma ambientato nei decenni che iniziano con l’annessione coloniale della Sicilia al Piemonte orchestrata dalla massoneria inglese. La Citazione, sulla quale è bene riflettere, è celebre, virale, quanto falso è il suo contenuto storico: “Sono venticinque secoli almeno che portiamo sulle spalle il peso di magnifiche civiltà eterogenee, tutte venute da fuori già complete e perfezionate, nessuna germogliata da noi stessi…”.
La nostra Sicilia in verità ha una Storia propria, frutto anche di molteplici apporti. Solo i lunghi secoli che la vedono granaio e galera di schiavi di Roma (e poi della Chiesa di Milano e Ravenna), i brevi decenni angioini, chiusi dal Vespro che spazzò via la grande coalizione papista che umiliava il popolo siciliano consolidando l’indipendenza dell’Isola nella relazione strategica con l’Aragona, e i decenni più duri della dittatura inquisitoriale ibero-cattolica, sono definibili “dominazione”. Poi c’è il “presente”, ne riparleremo. Per il resto si tratta di sviluppi per innesto, a volte perfino provvidenziali: e tutti, chi più chi meno, si sono sicilianizzati. Altro che 12 “dominazioni”, e perchè no anche 35, come è stato pubblicizzato in una iniziativa sponsorizzata dall’assessorato all’Identità…Siciliana? Magari inventando una “dominazione barocca” al pari di quella Sveva, mai esistita, tantopiù chè Federico II, il quale pose in Sicilia il Cuore del Mondo, era il figlio della sicilianissima Regina Costanza e considerò sempre la Sicilia come sua patria-matria. E quando si pose il problema terrificante della sua successione il “Parlamento” dei maggiorenti siciliani si contrappose frontalmente alle mire degli Hoenstaufen mettendo sul trono il primo discendente di Ruggero e di Costanza che trovarono per strada: Tancredi. Rischiando la guerra con Arrigo II e con mezzo mondo…
“Scusi, dov’è piazza Federico di… Svezia?”, mi chiese una tizia a Catania. Se ci ammucciano perfino colui che fu Re del Mondo, se la manifesta volontà di un “Parlamento” che elegge liberamente un Re successore non vale niente, se, non avendo null’altro da obiettare se ne escono con frasi del tipo “si, però il Parlamento era dominato dai baroni” come se, per dirne una, l’Unione Europea fosse stata decisa dal voto dei popoli (e sono passati 7 secoli!)…E così via, da un secolo e mezzo.
In verità era emersa -fin dal tempo dell’Emirato e consolidatasi nel Regnum siculo-normanno e poi nel Vespro del 1282 e nella sua Communitas- una coscienza nazionale siciliana, una concezione moderna di “Bonu Statu e Libbirtà”. Sotto la dominazione franco-papista di Carlo d’Angiò “di nulla erano più padroni i Siciliani a casa loro, neppure del pane” e l’arbitrio del fisco, e le confische “per lesa maestà” e l’abuso colonialista del suolo e dei costumi di Trinakria, trovavano in questo Re non un politico freno ma addirittura un incoraggiamento “perchè bisognava ridurre alla miseria i popoli, per impedire che potessero alzare la testa” (L.Natoli, Storia di Sicilia). Il “Ribbellamentu” del Popolo Siciliano -come si chiamò all’inizio- ne fu una legittima conseguenza.
Il Vespro fu rivoluzione siciliana, guerra euro-mediterranea, evento fondamentale della Storia di “lunga durata”. La chiave politica della vittoria vespertina è Messina. Questa città è stata per secoli, almeno fino alla Battaglia di Lepanto, epicentro e punto di fuga della prospettiva storica mondiale. Lo fu certamente nei mesi dell’Assedio posto dal blocco continentale papista, conclusosi con la vittoria della Communitas Siciliae, la confederazione dei Comuni dell’Isola, grazie soprattutto all’eroismo delle donne messinesi e all’abilità diplomatica dei “capi della rivolta” che attraverso la Regina Costanza, siciliana al trono d’Aragona, riescono a spostare a proprio favore la bilancia di potenze mediterranea, e, dopo averli cacciati, anche a respingere la controffensiva imponente di francesi, guelfi italiani e forze papaline coalizzati. Certo che con tutte queste Costanza, tantikkia ci si confonde!.
Il Vespro del 1282, per la storiografia più raffinata, rappresenta la vittoria postuma dei Siqilly, i Siciliani islamici e nonsolo, raccolti infine proprio nella dar al-Hidjra, la roccaforte, di Corleone, che fu il detonatore della rivoluzione siciliana, quanto Palermo ne orientò la sacrosanta violenza sociale. I Siqilly, dai quali discende la maggioranza dei Siciliani di oggi, vennero piegati dall’irruzione di poche centinaia di cavalieri normanni -che “giunsero a piedi” (H.Bresc)- quando la crisi politica dell’Emirato siciliano era già in atto per fattori interni di cui la fitna, la guerra civile strisciante, fu solo un sintomo. Ma non furono vinti culturalmente, piuttosto il contrario, almeno fino alla compiuta ripartizione delle terre in forma di latifondo feudale che distrusse poi di fatto un “paesaggio da sogno” ch’era stato costruito sull’idea-forza islamica di Giardino-Paradiso: “ci riferiamo soprattutto alla mutazione di cui l’albero fu la prima vittima” (H.Bresc). Il Vespro del 1282 è l’atto di nascita d’ una Nazione, di una koinè etnoculturale, sulle cui insegne gialle e rosse v’era scritto: “BONU STATU E LIBBIRTA’!”. Come sostiene il Bresc, malgrado l’affermazione del Popolo Siciliano come nazione, a partire dall’insurrezione del Vespro e nel corso del secolo di conflitti che ne scaturirono, avesse esaurito le forze dell’Isola in una lotta troppo lunga contro nemici troppo potenti. Agli inizi del Quattrocento, la Sicilia, non trova un altro Artale Alagona, Gran Condottiero indipendentista, e finisce “calamitata” dalla Castiglia e “inspagnolata”, soccombendo non tanto ad un nemico potente quanto ad una combinazione di forze, ad una bilancia di potenze, ad un corso degli eventi definiti dall’installarsi dell’imperialismo ispanico al centro del Mediterraneo, come coronamento della “Reconquista”. Quando il Mediterraneo occidentale diventa un lago spagnolo, compiute le pulizie etniche contro musulmani ed ebrei, è come se si fosse consumata una prova generale per la “scoperta” e il saccheggio del Nuevo Mundo, atto di fondazione della “modernità”. Ma la Cultura sviluppata nel Giardino siciliano, già mille anni fa, divenne, nel Tempo, fiume carsico…
Quante Tracce vitali se ne potrebbero rinvenire perfino oggi! Intorno al 1160 un Anonimo Siciliano, di cultura arabo-skallyana, tradusse l’Almagesto di Tolomeo dal greco in latino, definendo l’astrologia come somma Arte dei Grandi Antichi e Specchio dei Moderni. L’astronomia araba, di matrice caldeo-iranico-zoroastriana, da Palermo a Chartres, penetrava nelle biblioteche cristiane dischiudendo la visione di interi Mondi. Di ritorno dalla Sicilia Adelardo di Bath, intellettuale di corte del re
Enrico I d’Inghilterra, traduce le Tavole di al-Khuwarizmi e introduce in quell’ambiente le teorie di Abu Mashar sulla nascita, l’ascesa, la decadenza e il crollo delle religioni e degli imperi. In questo contesto popolarizza anche un’astrolettura dei monoteismi mediterranei. Se i musulmani santificano il venerdi (Venere), gli ebrei il sabato (Saturno) e i cristiani la domenica (Sole)…
La Corte palermitana custodiva il cuore di zolfo rosso della cultura mondiale e Federico II, il figlio di Costanza, Splendor Mundi incarnato nella Storia mediterranea, si rivelò anche il più grande editore di tutti i tempi. Le Questioni che pose a Michele Scoto (astrologo, m.1235) produssero il Liber introductorius alle Scienze del Cielo, dove Dio si manifesta nell’alchimìa della Creazione e Tutto, dal paesaggio terrestre ai pianeti, può svelare il senso segreto delle Cose. Lo stesso ordine di “Questioni siciliane” che Federico rivolse a Ibn Sabin, maestro sufi di al Andalùs, filosofo musulmano grazie al quale abbiamo compreso l’identificazione di Hermes con l’Idris citato nel Sacro Corano (XIX,57; XXI, 85) e con l’Enoch del Genesi. La dialettica unificante del simbolismo sufico è Via, reale e non psichica,  di una inedita Scienza della Riconnessione dell’Umanità al suo Giardino destinale, tra Terra e Cielo.
La Siqillya, nei suoi ribàt, nelle sue madrase, nelle sue corti, ne custodì per secoli un cuore di zolfo rosso. Poi “dov’era il fuoco si rovesciò il mare” (S.D’Arrigo, I fatti della fera).

Mario Di Mauro-Fondatore di “Terra e Liberazione”

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