IL GRANDE AVVOCATO DEL POPOLO SICILIANO.

GIOVANNI ODOACRE GUARINO AMELLA

(1872-1949)

SIMBOLO M33

Un decennio dopo. Riproponiamo un estratto del contributo di Mario Di Mauro al “Comitato scientifico per le celebrazioni del 60° dello Statuto” presieduto dal prof. Francesco Renda – promosso dalla presidenza dell’A.R.S. 2006/7).

Un ciclo storico si chiude, quello dell’Autonomia vigilata (da Roma e Washington). Un giro a vuoto lungo 70 anni. E’ tempo di Assemblea Costituente del Popolo Siciliano. Ma non c’è il “popolo siciliano”!.

E resta la Lezione del Grande Avvocato del Popolo Siciliano. Che merita di essere conosciuta. Fu un Grande Avvocato del Popolo Siciliano. Ci vorrebbe un Guarino Amella, oggi. Ma la Sicilia italiana, protettorato coloniale di Bruxelles, Tana della Bestia amerikana, riserva indiana della Massomafie tosco-padane, la SiciliAfrica rapinata dai grandi gruppi dell’imperialismo europeo, la fabbrica di figli in rottamazione…

Ecco, questa “Sicilia” non può produrre un altro Guarino Amella. E comunque se lo mangerebbe vivo. Oggi ci godiamo la neomorta “Commissione Riforma Statuto dell’A.R.S.”: è la sintesi del nulla che produce il niente, proiezione di forze mentali alienate, incarnate in deputati che sintetizzano il vuoto culturale della Sicilia italiana, della sua borghesia coloniale, del suo modernariato kitsch. Un tableau vivant tragicomico che solo pochi eletti ci possiamo godere. Godiamocelo.

U Sicilianu Novu camina addhitta, verso la Cima dell’Etna. Primum vivere.

@TERRAELIBERAZIONE.

 guarino amella

La Lezione di Guarino Amella, Grande Avvocato del Popolo Siciliano, sul campo di battaglia costituente dello Statuto della “Sicilia italiana” (1944-45)

 di MARIO DI MAURO

Fondatore di “Terra e LiberAzione” (membro  del Comitato scientifico per le celebrazioni del 60° dello Statuto presieduto dal prof. Francesco Renda – promosso dalla presidenza dell’A.R.S. 2006/7).

Che lo Statuto Siciliano del 1946 valga meno di un qualunque vecchio “Trattato di Pace” tra il Governo americano e gli Indiani delle Riserve, è chiaro da decenni. Dal 1957, per la precisione: il golpe bianco che ne disattiva l’Alta Corte, consegnando l’Ente regionale alla tutela coloniale del Commissario dello Stato: Autonomia vigilata e commissariata: specialissima!. Modello Dom TOM della Grandeur francese in versione SiciliAfrica.

Ma che questo “Trattato di Pace”, vilipeso e maldigerito quasi quanto la “Pace di Versailles”; questo “Patto Costituzionale” -mai seriamente “normato” né tantomeno applicato-… sia, formalmente, ancora in vigore, mi pare pacifico. Anzi, in tutta la sua vicenda, l’unica cosa “pacifica” è la sua vigenza giuridico-formale. Un convitato di pietra, un fantasma protettivo, un incubo di Verità Storica, un provvidenziale incidente di percorso nella distruzione finale della Nazione Siciliana…Fate voi.

Cominciamo un viaggio: la mente giuridica positiva, quella vera, dello Statuto, è una sola. Ha un nome e un cognome. Anzi, ne ha due+due, non si mai!. Odoacre Giovanni Guarino Amella.

Nacque a Sant’Angelo Muxaro nel 1872 in una famiglia di contadini poveri, potè studiare a Palermo e conseguire la laurea in giurisprudenza nella simpatia generosa del barone Francesco Lombardo di Canicattì.

Da ragazzo si fa notare per la pubblicazione di articoli polemici verso gli ambienti conservatori della sua Girgenti che uscivano su giornali da lui stesso fondati e animati: “Il Moscone” ” La Fiaccola “, “Il Chiodo”, “Il Risveglio”, ” La Zanzara “.

Intorno al 1891 è impegnato, come migliaia di giovani siciliani, nei Fasci dei Lavoratori, il movimento per i diritti civili che venne schiacciato nel sangue dal governo di Roma, dopo essere stato isolato dagli stessi “socialisti italiani”. Il giovane Amella, per sfuggire all’arresto, si diede alla latitanza.

In quell’esperienza matura -nell’avversione al conservatorismo parassitario interno e, non di meno, al centralismo neocoloniale italiano- una impostazione solidaristica incentrata sullo sviluppo in Sicilia del cooperativismo e della media impresa produttiva, che lo portò ad attaccare il latifondo parassitario in nome della sua amministrazione cooperativistica sulla base di una riarticolazione democratica ma non demagogica degli assetti proprietari. Cosiccome non esitò a impugnare la logica autonomista contro la calata dei gruppi elettrici padani sostenuti dallo Stato e organizzati nella Società Generale Elettrica in Sicilia, divenendo portavoce di una rete di imprese siciliane che operavano già -malgrado tutto- nel settore. Chissà cosa direbbe oggi delle bollette “siciliane” dell’Enel, le “più alte d’Europa”!.

Giovanni Guarino Amella, nel primo Novecento, sempre eletto nella sua Girgenti, fu anche parlamentare per tre legislature nelle file della “Democrazia del Lavoro”, nel 1924 divenne Segretario dell’Aventino, che tentò di trasformare in un Fronte politico di combattimento contro l’avanzata del Fascismo. Si racconta che cacciò fuori da una riunione -con una pistola in pugno- il braccio destro di Mussolini, Farinacci.

Com’è noto, all’Aventino, prevalse la tesi codarda dei vari Amendola. Visse da Antifascista pragmatico, nel Ventennio. E sempre attivo, forte di spirito e protetto da un indiscusso prestigio personale.

Fu tra i pochi a riuscire a criticare apertamente l’operato “fascistissimo” di Cesare Mori, il “prefetto di ferro”, inviato dal Duce nell’Isola a reprimere ogni resistenza comunitaria in nome della “lotta alla mafia”.

“Quelle notti di San Bartolomeo -scriveva- in cui per arrestare un pugno di malviventi si travolgevano nell’abisso interi paesi”. Si legga al proposito il bel libro del Duggan sulla “Sicilia durante il Fascismo”, dal quale Leonardo Sciascia trasse spunto per lanciare l’indimenticata e malcompresa invettiva contro i “professionisti dell’antimafia”. Già nel 1928 gli arrestati, i confinati, i diffidati…erano decine di migliaia. Una azione colonialista in piena regola.

Maturava in questa Resistenza pratica, operaia e operosa, di matrice autonomista e produttivista – una sorta di socialismo corporativo a pianificazione democratica – l’esigenza di elaborare uno strumento giuridico che permettesse lo sviluppo endogeno delle forze produttive, la liberazione delle energie siciliane: l’Autonomia giuridica dell’Isola. Quell’Autonomia, fiume carsico secolare della drammatica vicenda siciliana, che “puntava soprattutto a spezzare l’impalcatura fiscale e doganale che teneva l’isola in condizioni di inferiorità economica, malgrado la bilancia commerciale attiva dei suoi traffici”.

Caduto quel Regime ventennale che completò, nella “nazionalizzazione delle masse”, l’azione imperialista e sanguinaria avviata col cosiddetto “Risorgimento”, quel Fascismo figlio del Nord e profondamente odiato dai Siciliani…il Grande Avvocato del Popolo Siciliano, nominato Sindaco di Canicattì dall’Amgot -ma come, non erano tutti “maffiosi”?- si distinse per aver giustamente violato la legge sull’ammasso coatto del grano che affamava la sua gente. Denunciato dalle autorità militari “liberatrici” viene ancora una volta protetto dalla sollevazione della sua gente.

Nella stessa estate del 1943 promuove, con Andrea Finocchiaro Aprile e Attilio Castrogiovanni, il primo nucleo del movimento per l’Indipendenza –(al quale aderiscono sopratutto esponenti dell’antifascismo liberale, azionista, socialista e comunista, altro che i i dongesualdi e ripuddhuti, pidocchi rifatti, dell’agraria reazionaria; i parassiti dei “Gattopardi”, che almeno furono Grandi!)- sebbene mantenendo un rapporto dialettico ed una marcata autonomia d’azione. Era un realista, vedeva lontano: oltre i Sogni.

Impegnò ben presto il suo prestigio e la sua intelligenza nella battaglia per l’Autonomia Siciliana. Nel progetto di Statuto siciliano che presentò al Congresso Regionale del Partito Democratico del Lavoro, tenutosi a Catania nell’aprile 1945, e poi, come contributo, alla Consulta regionale, Guarino Amella sostenne le ragioni politiche e giuridiche di una Autonomia più vicina al Federalismo, anche nell’organizzazione interna dell’amministrazione incentrata sui liberi consorzi tra Comuni previa abolizione di Province e Prefetture (Art.15, tuttora vigente…si fa per dire!).

Il suo sguardo era rivolto, criticamente, alla lezione della Costituzione Siciliana del 1848, quella che recita, all’Articolo 2: “La Sicilia sarà sempre Stato indipendente” e all’Articolo 3: “La Sovranità risiede nell’universalità dei Cittadini Siciliani”. Ma anche, non v’è dubbio, alla democrazia sociale e autonomista catalana schiacciata dalla tenaglia stalinista e anarco-ministerialista prima e dalla dittatura fascista del Generale Franco poi. Una tragedia immane del Novecento europeo che vide soccombere uno straordinario movimento di liberazione degli operai, dei minatori e dei contadini sotto i colpi della più trasversale coalizione controrivoluzionaria che si fosse mai vista: stalinisti, fascisti, democratici, papisti…pronti a scannarsi tra di loro, ma non prima di aver scannato i minatori delle Asturie, i contadini dell’Andalusia, gli operai della Catalogna, la gente dei Paesi Baschi…per risolversi in una versione tardiva e reazionaria di Stato assolutista.

Giovanni Guarino Amella, come detto, aveva aderito al primo nucleo del movimento indipendentista, già nell’estate del 1943. Nella galleria “ufficiale” dei Padri dell’Autonomia appare di tutto: in verità andrebbe epurata per bene. E prima o poi lo faremo.

Giovanni Guarino Amella fu un padre vero dello Statuto siciliano e poi Presidente della Commissione paritetica Stato Italiano-Regione Siciliana.

L’Autonomismo amelliano -che si inserì nel varco aperto dalla battaglia eroica degli Indipendentisti- nulla ebbe a ché spartire col “riparazionismo” dei vari La Loggia , che si risolse, forse malgrado il suo maggiore propugnatore, in quel politicantismo sicilianoide, piagnone e parassitario, che aprì le porte, in uscita, a milioni di emigranti siciliani, e in entrata al saccheggio italoimperialista e poi multinazionale dell’Isola. Fino ai velENI che, dal Sessanta, seppellirono l’Autonomia conquistata in un mare mefitico di mercurio e di corruzione morale, per non dire altro: Crocetta incluso.

Nel progetto amelliano di Autonomia la competenza legislativa esclusiva della Regione configurava un quasi-Stato (art. 25), ed appariva limitata soltanto dalle materie riservate alla esclusiva competenza del governo dello Stato centrale. Cosiccome non è difficile scorgere il contributo amelliano nell’impostazione di quell’illustre sconosciuto che è l’Art.41 dello Statuto (41 senza Bis!), la cui applicazione organica permetterebbe alla Nazione Siciliana di battere legalmente una sua moneta sociale, come notò inorridito Luigi Einaudi.

Rileva il Gangi: “L’influsso dello Statuto catalano è evidente”. Per dirne una: nel progetto amelliano “le fonti della finanza regionale sono costituite mediante l’avocazione da parte della Regione “del diritto di imporre e di riscuotere imposte, tasse e contributi, sulla ricchezza, sulla produzione, sulle attività personali e commerciali, sulle importazioni e sulle esportazioni…” (art. 31), mentre la Regione in quanto persona giuridica contribuirà al finanziamento di “quei lavori, servizi, funzioni e attività che sono di competenza dello Stato e che si riversano a vantaggio della Regione e comunque riguardano anche la Regione “, mediante una Commissione Superiore di Finanza; nominata pariteticamente da Stato e Regione, essa stabilirà il contributo da versarsi dalla Regione allo Stato”.

Quella del nostro Grande Avvocato era autentica Logica dell’Autonomia intesa come strumento di autogoverno responsabile e virtuoso, non ascaro, parassitario e sprecone. L’Autonomia autorevole perchè fondata sulla promozione del Lavoro produttivo, anch’esso strumento di autogoverno responsabile e virtuoso. Sono le cose che disse fino alla fine. Morì a Palermo, nel 1949.

Nel suo ultimo scritto al momento a me noto intravedo quasi un monito a futura memoria, che propongo volentieri: “La costituzionalità intrinseca dello Statuto deriva, prima ancora che dalla sua recezione nella legge costituzionale 26 febbraio 1948, n.2, dal fatto che essa fu espressione di un equilibrio faticosamente raggiunto a seguito di turbamenti, lotte, sacrifici. Nessuna clausola di tale accordo transattivo è modificabile senza il consenso delle parti (Stato e Regione Siciliana), perché tutte furono sottoscritte come essenziali e tutte sono reciprocamente collegate mediante nessi indissolubili…Le norme in esso contenute erano espressione dell’accordo raggiunto e non potevano essere alterate o integrate che, o col mutuo consenso…” (Guarino Amella, Per l’Autonomia regionale della Sicilia, Tipografia del Giornale L’Ora, Palermo).

Quelli che stiamo vivendo sono anni cruciali. Giovanni Guarino Amella non ci avrebbe dormito la notte. Qui dormono anche di giorno. Anche quando celebrano l’Autonomia (che non c’è) e lo Statuto, la cui vicenda merita di essere conosciuta e compresa seriamente. Lo Statuto speciale della “Sicilia italiana”, concesso in fretta e in malafede per sedare la rivolta indipendentista, è un atto d’accusa che solo il nuovo indipendentismo può formulare con serietà. Per andare oltre.

@2006-2007. Palermo. Mario Di Mauro-Fondatore di “TerraeLiberAzione”.

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