Repubblica Siciliana di Lampaduza

di Fabrizio Grasso

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Domenico Modugno a inizio carriera si fingeva siciliano, “perché credeteci è accaduto” che c’era un tempo in cui conveniva essere siciliano e d’altronde quell’uomo in frac reso memorabile è un altro siciliano, vero stavolta, il principe Raimondo Lanza di Trabia che inventò tra le altre cose il calcio mercato. Modugno amò la Sicilia e perse la capa per le cale di Lampedusa che lo custodirono negli ultimi tempi della sua esistenza. Dell’isoletta famigerata per gli sbarchi degli immigrati disse che era la “piscina di Dio” e ispirato cantò “ti hanno inventato il mare” per celebrare la primitiva bellezza della terra che divenne famosa negli anni ottanta del secolo scorso perché Gheddafi lanciò dei missili difettosi che avrebbero dovuto colpirla e che da allora è nella lista delle spiagge più belle del mondo. Davanti alla Rabbit Island è rimasta la casa di Modugno, monumento alla potenza dell’insularità che richiama a sé l’anima degli artisti. Lampaduza oggi è confine e porta d’Europa, lembo d’aria marina solcato dal capitalismo bifronte che porta disperati sui barconi e turisti su aeroplani e yacht. I lampedusani immobili e immutabili, monumenti viventi della possibilità di una esistenza lenta e umana, convivono con queste orde bianche e nere (e da un paio d’anni anche gialle, perché l’Asia ha scoperto questo paradiso da pochissimo) e con simpatici e cordiali randagi che circolano liberi, in cerca di cibo e coccole, senza aver bisogno di aver firmato nessun trattato. Cane randagio e civile che in qualsiasi altra parte di mondo, sarebbe oppresso dalla bontà di chi ama i cani chiusi nei canili. Ecco i lampedusani che si specchiano nei cani e non è ingiuria la mia, ma complimento. Vogliono essere liberi i Lampedusani che non si capacitano di far parte di uno Stato e di un’Europa che gli fa pagare cara la benzina, la pasta, la frutta, la sanità, la pubblica istruzione e tutto il resto, senza dargli nulla in cambio. Il privilegio di vivere in paradiso vuole dire pagare le tasse all’inferno? Seimila anime che in inverno resistono grazie alla pesca, al commercio e ai piccoli traffici che gli autoctoni generano tra loro. Lampedusa che non ha e non ha mai avuto una libreria mi dice lo scrittore che su Via Roma vende i suoi romanzi e io dapprima penso che è una vergogna (perché ho gli scaffali e la testa piena di titoli) e poi però comprendo che forse è una scelta estrema di resistenza alla modernità. Di quali capolavori si sono privati i lampedusani? Di Fabio Volo e Roberto Saviano si può fare a meno e forse anche di altri. Faccio il turista durante la mia settimana e quindi non può mancare la gitarella in barca per fare la crociera della costa e il capitano (per fortuna nostra è anche un ex cuoco) mi racconta della mancanza di buonsenso della guardia costiera che tempesta di multe legalissime per carità (ma noi sappiamo che legalità e legittimità non sempre coincidono) gli scafi, aspettati al varco come gli automobilisti dagli autovelox, pronti a trovare il buco nell’acqua per far quadrare i conti dello Stato, che a Lampedusa ha davvero la forma del mostruoso Leviatano. Dopo una settimana di tuffi e piatti pieni di gamberi, calamari, tonno e capperi, me ne torno a casa con una minima riflessione geopolitica e cioè: Lampedusa deve dichiararsi indipendente, non solo dall’Italia, ma anche da questa Sicilia. Per scoprilo, non serve nemmeno stare una settimana a Lampaduza, bastano un paio di giorni e un cervello che non sia politicamente corretto e corrotto per rendersene conto. La Madonna sottomarina, siamo certi, benedirà comunque i custodi della “piscina di Dio”.

O’ Scia’ Lampaduza!

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