Una breve traccia di lavoro.

Il movimento garibaldino in Sicilia -> dopo la CRISI d’ASPROMONTE (29 agosto 1862 scontro a fuoco dei garibaldini in “Marcia su Roma” con le truppe italiane del generale Cialdini).

> Mario Di Mauro

Non ci siamo mai occupati seriamente del movimento garibaldino in Sicilia. Nel quadro delle Ricerche avviate dall’Istituto TerraeLiberAzione sul processo storico di formazione della “Sicilia italiana”, è giunto il tempo di fare i conti con questa pagina-chiave che per lunghi decenni abbiamo liquidato in modi spicci e sommariamente denigratori. Il REALISMO DIALETTICO è METODO SCIENTIFICO e non ammette scorciatoie. 

Va da sé che le cause profonde della “crisi siciliana” post-ANNESSIONE al Regno savojardo–che è tanto crisi di rigetto quanto verifica di integrazione in relazione allo Stato risorgimentato- non vanno cercate nei materiali vaganti psico-ideologici prodotti dal disfacimento delle illusioni risorgimentali, tra mazziniani arrabbiati ed ex-garibaldini reduci dall’umiliazione d’Aspromonte, che nel “Sette e Mezzo” costruiscono alleanze e barricate insieme agli indipendentisti e ai duosiciliani fedeli al perduto Regno… Sebbene di un qualche interesse storiografico, come vedremo, siano le biografie di alcuni protagonisti del “Sette e Mezzo”, come i “cospiratori professionali” Badia e Bonafede.

Il ruolo degli individui e le loro stesse ideologie si configurano regolarmente come fattori secondari. E’ un lavoro di ricerca da sviluppare, sulla Lotta tra le Classi nella Sicilia dell’Ottocento, le cui forze storico-sociali fondamentali si riducono al secolare “movimento comunista” per la fruizione del Demanio statale e l’accesso ai più vasti USI CIVICI (si pensi alla legna per cucinare e riscaldarsi!) e al “partito borghese” della privatizzazione del Feudo senza Feudatario, in un’Isola che è “formazione capitalistica” da secoli, altro che “immobile e arretrata”!.

La nuova Questione della Terra era posta da almeno un secolo, fu oggetto di conflitti dall’alto e dal basso, ma non aveva trovato una vera sistemazione. Una indecisione che venne pagata a caro prezzo non solo dalla casa regnante napoletana, che tentò senza riuscirci soluzioni “illuminate”, ma dallo stesso STATO SOVRANO delle DUE SICILIE che finì per implodervi, in particolare nell’Isola irrequieta, che produceva più “Rivoluzioni” della stessa Francia!.

Intanto vediamo chi erano gli INSORTI del “Sette e Mezzo”.

Indubbiamente vi parteciparono centinaia di legittimisti delle Due Sicilie, autonomisti e indipendentisti, radicali e azionisti, garibaldini pentiti e cattolici tradizionalisti. E migliaia di giovani latitanti sfuggiti alla leva obbligatoria (che peraltro agiva come un micidiale “prelievo fiscale in natura” sulle famiglie PROLETARIE).

Gli anni del disincanto cambiarono il quadro e anche la visione di protagonisti di rilievo delle vicende tormentate che trovano nella crisi di Aspromonte un punto di svolta (29 agosto 1862 scontro a fuoco dei garibaldini in “Marcia su Roma” con le truppe italiane del generale Cialdini).

Tra i reduci delle celebrate Imprese di don Peppino Caribbaddo, segnaliamo, per il ruolo che ebbero nella crisi siciliana che produce il “Sette e Mezzo”, il “successore” di Corleo, Giuseppe Badia (che però nel settembre ‘66 si ritrovava in “galera preventiva”) e Francesco Bonafede, ingegnere agrimensore e “cospiratore repubblicano” di chiara fama. Badia e Bonafede li ritroviamo in seguito attivi nella Prima Internazionale, oscillanti tra mazziniani e bakuniniani.

Ma più variegato sarà quell’ambiente degli “internazionalisti siciliani” –tormentati dalla repressione statale sistematica- che avranno un ruolo rilevante nella costituzione dei Fasci dei Lavoratori all’inizio degli anni Novanta dell’Ottocento. Ad essi si ricollega criticamente l’attuale movimento anarchico che fa riferimento al giornale “Sicilia Libertaria”.

Il Badia post-garibaldino matura posizioni autonomiste radicali e non disdegnava le alleanze con ex-repubblicani convertitisi al legittimismo duosiciliano come Pietro Oliveri, duchino d’Acquaviva… mentre Francesco Bonafede (1819-1905), ingegnere agrimensore e “cospiratore repubblicano” di chiara fama, fu il Comandante politico delle squadre armate nell’insurrezione del Sette e Mezzo. Fu lui a proporre la costituzione di un governo rivoluzionario provvisorio, ma non venne compreso o non ve ne fu il tempo. Va cercato anche col suo nome di lotta: “Francesco Ingadolce”. La sua biografia è complessa.

Bonafede, già tenente dell’esercito siciliano del 1848, è un leader popolare riconosciuto, di oratoria anche emotivamente efficace, un vero “cospiratore professionale”, che entra ed esce dalle sette mazziniane e massoniche, non meno che dalle più svariate galere: anche 16 mesi nei sotterranei del forte di Sant’Elmo a Napoli, e quindi a Nisida, ma come prigioniero di guerra. Venne rilasciato e restituito alla sua attività di ingegnere e cospiratore: pubblica opuscoli e articoli come Francesco Ingadolce. Nel 1856 aveva preso parte alla “Cospirazione di Bentivegna”, ponendosi a capo del governo provvisorio. Condannato a morte, aveva avuto commutata la pena a diciotto anni “di ferri” da scontare nell’isola di Favignana, dove viene liberato all’arrivo di Garibaldi con i “Mille”.

All’inizio del 1866 Bonafede aveva presumibilmente aderito alla società segreta bakuniniana che poi, nel luglio successivo, abbandonava “cedendo al richiamo della guerra nel Veneto”. Legato al Grande Oriente di Palermo e con un radicato seguito nelle masse popolari, viene chiamato nel corso della rivolta del “sette e mezzo” (16-22 settembre 1866), incardinata da Lorenzo Minneci e dai seguaci del Badia ristretto in carcere, a fungere anche da segretario politico del Comitato insurrezionale.

Lasciò incompiuto per opportunità politica un opuscolo, “Sette giorni di Repubblica a Palermo”, dove risponde ai denigratori della rivolta palermitana presenti tra gli stessi “irregolari”. (…)

(Archivio Ist. TerraeLiberAzione / la scheda-base su “Bonafede” è dello storico anarchico Natale Musarra, che ringraziamo).

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