1848. Una RIVOLUZIONE SICILIANA

e le sue LEZIONI per l’AVVENIRE

di Mario Di Mauro

(uscito su TerraeLiberAzione e sul settimanale Centonove, nel 2010).

Questo saggio breve ha avuto una larga diffusione. Lo riproponiamo in questi giorni di ricorrenza, ma ormai -questo testo- lo consideriamo solo una buona traccia di lavoro, che è stata in seguito sviluppata traendone conclusioni radicali sulla CRISI IMPLOSIVA dello STATO delle DUE SICILIE. Torneremo su questo tema cruciale della nostra storiografia, una pagina fondamentale inscritta nel nostro “PASSATO che NON PASSA”.
Nella prima metà dell’Ottocento, l’irrisolta “Questione della Terra” nelle e tra le Due Sicilie (e non ci riferiamo, in Trinakria, a inesistenti “immobili e arretrati” latifondi feudali!), si combina a una incomprensione spaventosa del mutamento nella Bilancia di Potenze su scala globale… In breve: ecco le cause interne della distruzione dell’unico grande stato “italiano”, le DUE SICILIE, che rendono possibile, nel 1860, il GolpeGuerra colorato, la “passeggiata garibaldesca”, per quanto sostenuta nel caos e nella corruzione dall’imperialismo inglese e dal regnucolo piemontese (mosso dalla sua CRISI del DEBITO, altro che ideali e puttanate tricolorate: “i Savoja parlavano solo in pessimo francese!”).
La CRISI del 1848 -che sconvolge l’Europa- per quanto “risolta” da una (illusoria) “Restaurazione” -contiene del tutto la TRAGEDIA duo-siciliana del 1860.Se ne dovrà discutere ancora, oltre le nebbie ideologizzate prodotte tanto dall’Accademia risorgimentata, quanto da gran parte dei suoi volenterosi e preziosi “revisionisti”: neoborbonici e sicilianisti. Forse c’è altro da capire. Cum Grano Salis, proviamoci.
Sia chiaro: ONORE ai RIVOLUZIONARI SICILIANI del 1848! GLORIA ETERNA alle MAESTRANZE OPERAIE che difesero fino alla fine, abbandonate da tutti, l’INDIPENDENZA CONQUISTATA!. L’ARISTO-BORGHESIA SICILIANA ERA GIA’ “IL NEMICO A CASA NOSTRA”!.
@12 Jinnaru 2017. TerraeLiberAzione.
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L’insurrezione annunciata. La mattina del 9 gennaio i muri di Palermo agghjiòrninu tappezzati di manifestini che convocano nientedimeno che una Rivoluzione: “Siciliani! Il tempo delle preghiere inutilmente passò…Ferdinando tutto ha spezzato; e noi, popolo nato libero, ridotto fra catene nella miseria…Alle armi, figli di Sicilia!…L’unirsi dei Popoli è la caduta dei Re!. Il giorno 12 gennaio segnerà…”. E così fu.
Lu vinticincu di lu misi di Jinnaru dell’anno 1848 anche Messina fece la Cosa Giusta. Sebbene nuovamente martoriata dalle cannonate continentali, sparate ad alzo zero dalla piazzaforte napolitana della Cittadella, nell’area falcata, il suo popolo indomito rilancia la rivolta profetica di Settembre già schiacciata nel sangue dai Borbone, insorgendo con tutte le sue forze per l’Indipendenza della Sicilia. Ridestata dall’insurrezione palermitana del 12 gennaio e incoraggiata da quella catanese del giorno prima. Da Messina, in realtà, parte un segnale potente: ben presto, delegati da tutte le città siciliane confluiscono nel Comitato Insorgente costituito a Palermo.
Al culmine di mezzo secolo di tentativi, sembra iniziare la “Rivoluzione perfetta”. Intanto, a Messina, ricacciato fisicamente e neutralizzato politicamente, l’occupante continentale si asserraglia nella fortezza della Cittadella, nell’area falcata, l’antica tortuga dei Siculi di Zancle; ma il popolo messinese aveva le idee chiare, fin dall’inizio: “ La Cittadella ‘nfamia, china di cannuneri, ci azziccamu li banneri, ca vulemu la libbirtà!”.
Nel 1847 una terribile carestia aveva prodotto una acuta crisi commerciale su scala europea. In Irlanda, per esempio, la fame nera décima un popolo intero e riempie le navi per l’America. La crisi alimenta ovunque il fuoco sociale e la scintilla dell’insurrezione siciliana si propaga rapidamente in decine di città del Vecchio Continente. L’Ottocento siciliano fu un secolo di cospirazioni, di rivolte e di rivoluzioni per l’Indipendenza dell’Isola: tutte sconfitte.
Ma quella del 1848, per ragioni geopolitiche, riuscì almeno a imporsi per quindici lunghi mesi. Un Tempo liberato. Che venga inscritta, sebbene in poche truffaldine righe, nella vulgata prevalente sul “Risorgimento italiano” è quantomeno offensivo: semmai avrebbe un posto d’onore nel libro mai scritto delle illusioni, dell’inconcludenza e delle occasioni perdute. Nell’Isola, almeno a parole, quasi tutti volevano uno Stato siciliano indipendente e fraternamente confederato ai futuri e auspicati Stati italiani, nella logica “l’Italia sarà libera quando la Sicilia sarà libera”.
Ne dico una: malgrado i tanti problemi quotidiani che il Governo rivoluzionario doveva affrontare, una centuria di valorosi indipendentisti siciliani, guidata dall’irrequieto Giuseppe La Masa con “spirito di crociata”, fu inviata nel Lombardo-Veneto a combattere contro gli Austriaci. A Treviso. Cosiccome va rilevato che, nei suoi primi mesi, il Governo rivoluzionario intavolò un ragionevole negoziato federalista col Re delle Due Sicilie che si arroccò su posizioni centraliste e antisiciliane. Cos’era quella Sicilia, perché aveva tanta importanza?. “Caligante di nascente zolfo è la bella isola di Trinakria” scrisse Dante nella Commedia.
Di zolfo e salnitro odora il suo sottosuolo e un Vulcano è il perno della sua identità, quotazero dell’Anima siciliana, quanto l’insularità mediterranea è vortice che attrae e accumula quel sea power, quella potenza marittima che può essere impugnata dal Popolo Siciliano o dai suoi dominatori: è solo una questione di rapporti di forza.
La Sicilia della prima metà dell’Ottocento è la “miniera del mondo”. L’industria moderna non si “accende” senza i suoi zolfi. E senza il controllo dei suoi porti.
I solfi sono necessari nella produzione dei tessuti e della polvere da sparo, oltrechè, in generale, nell’industria chimica e farmaceutica, nonchè in agricoltura, specie nella preziosa coltivazione della vite. Essi armano la politica delle cannoniere di Sua Maestà Britannica.
Se nel Mondo dell’Ottocento la Sicilia è la Miniera , l’Inghilterra è l’Officina. Senza gli zolfi e il salnitro dell’Isola contesa, senza la sua polvere da sparo e i suoi porti, l’Inghilterra sarebbe rimasta forse una terra di pecorai che vendono la lana ai mercanti delle Fiandre e l’accumulazione originaria realizzata dai pirati di Sua Maestà che predavano galeoni spagnoli sarebbe stata dilapidata nelle bettole di Londra e Bristol, piuttosto che incontrare la rivoluzione della forza motrice meccanica.
Se l’Isola contesa venne annessa, nel 1860, al regnucolo savojardo fu solo perchè gli inglesi dovevano distruggere la terza flotta commerciale del Mondo, quella duosiciliana -in vista dell’apertura del Canale di Suez- e consolidarne il controllo sul sottosuolo e lo spazio marittimo.
Alle massomafie tosco-padane lasciarono il bottino e l’onore della guerra reazionaria spacciata per “guerra al brigantaggio in nome della civiltà”. All’italietta nata sgorbia dal ventre di una monarchia che parlava francese e puzzava di stalla regalarono, a sanare i suoi debiti di guerra, il bottino del Banco di Sicilia –quello napoletano, in verità, pare seguì la corte borbonica in esilio, che non lo usò certo per sostenere la resistenza popolare “legittimista” (dignità contadina, altro che “brigantaggio”!), cosiccome, già consunta dalla corruzione, non seppe opporre nulla alla resistibilissima invasione “garibaldesca” del 1860. Ci fosse stato un Fabrizio Ruffo con la sua Armata Sanfedista li avrebbe fatti a pezzi sulla spiaggia di Marsala!. Fabrizio Ruffo che, sia detto di passaggio, salvò il Regno dai “civilizzatori napoleonidi”, senza alcun vero sostegno da parte del Re napolitano…
Ma il Regno delle Due Sicilie, moralmente e politicamente, era finito nel Quarantotto. Fallito –anche per l’ostilità degli stessi liberali partenopei!- ogni ragionevole negoziato col Re napolitano, inconcludente si rivelò poi il lavorìo diplomatico del Governo siciliano – da Londra a Parigi, da Torino a Roma, approssimativo l’armamento, miope l’intera borghesia liberale siciliana, che condannò sé stessa al “trasformismo” nell’italietta “una e fatta”: illusioni carbonare impugnate con abilità dalle forze mentali dell’impero britannico, dai Palmerston e, soprattutto, da quel genio di Cobden.
E strabica fu anche la Santa Sede, lo Stato pontificio.
Per esempio: il cardinale Antonelli, segretario di stato del papa “liberale” Pio IX, malgrado le sicule sperticate professioni di cattolica fede sancite nella stessa Costituzione del nostro “Regno senza Re”, attacca apertamente il governo rivoluzionario dell’Isola all’indomani della dichiarazione di decadenza della dinastia borbonica votata per acclamazione e all’unanimità dal Parlamento siciliano (13-4-1848). Certo, va detto, anche lo Stato pontificio cominciava a scricchiolare e la sua salvezza “napoleonide” fu infine salutata con la proclamazione del dogma dell’Immacolata Concezione, avendo esaurito i santi ai quali vocarsi!. Ad ogni modo, ben più cinica e abile si rivelò la diplomazia di Ferdinando II. Sotto la régia e paternalistica maschera del Re bomba centralista napolitano, che massacrò a cannonate la nobile città di Messina lasciandola poi al saccheggio dei suoi lanzichenecchi (soprattutto svizzeri e austriaci, nonché lazzaroni napoletani), sotto quella maschera ipocrita scorreva anche un fiume di soldi dei Rothschild, otto milioni di ducati garantiti da una fideiussione dello Zar di tutte le Russie, per finanziare il difficile “riconquisto” dell’Isola ribelle. Vennero ripagati, infine, con “magnanimo sconto” dai Siciliani sconfitti (Editto di Gaeta, 28-2-1849, art.31).
Guai ai vinti. Nella dialettica storica della Restaurazione europea, tutto si tiene. Il Quarantotto -la “Primavera dei Popoli”- fu reso possibile da una imprevista crisi alimentare e commerciale europea che ne alimentò il fuoco sociale. E si risolse in una fragile Restaurazione passando sul massacro delle barricate operaie, da Parigi a Palermo, e con la ripresa dei traffici prodotta dal pompaggio di liquidità attraverso un complesso sistema finanziario sul quale brillava la stella geniale e manovriera dei Rothschild.
Il “Re bomba della Napolitania”, a modo suo, lo capì. I liberali siciliani –(dunque quel Governo del giovane Stato indipendente che il 25 aprile aveva riconosciuto nell’antica Triskeles, sebbene tricolorata, il suo simbolo unificante)- malgrado avessero diplomatici, tanto colti quanto sconclusionati, a Roma, Torino, Parigi, Londra…pare proprio non ne sapessero nulla. Neanche l’ombra di un Servizio di Intelligence seppero mettere in piedi!. Quanto alla difesa militare del processo rivoluzionario… La “Guardia nazionale” (espressione delle fazioni dell’aristoborghesia) era la più grande forza militare in campo, ma rimase invischiata nel parlamentarismo e nelle sue chiacchiere, mentre l’esercito regolare teneva più ufficiali che soldati: un disastro. E sprecato –e tradito- fu il coraggio delle proletarie Maestranze che la Rivoluzione la volevano difendere per davvero.
Ma forse la questione si situa Altrove. La dominazione coloniale è forma determinata e specifica di un sistema di relazioni internazionale. E se questo aspetto è occultato in tempi di “pace”, lo è meno in tempi di guerra reazionaria. Guardiamo i Fatti.
La notizia dell’imponente spedizione militare della reazione borbonica – finanziata dai Rothschild- per il “riconquisto” dell’Isola ribelle giunge a Palermo casualmente: grazie a una missione diplomatica britannica incaricata di mettere in sicurezza la folta e brillante colonia inglese dell’Isola e il suo imponente patrimonio…smentendo un recente dispaccio della diplomazia siciliana-salutato con gioia sulle strade- nel quale si assicurava al legittimo Governo dell’Isola la protezione diplomatica di Londra e Parigi: resta il dubbio di una falsa flag necessaria a giustificare il rifiuto liberale di un vero armamento delle Maestranze operaie e delle forze popolari. E, in effetti, c’è di più.
La Francia, repubblicana e neobonapartista, aveva, in verità, offerto al Governo dell’Isola ben 12.000 uomini addestrati, un vettore formidabile che avrebbe permesso una difesa politico-militare sufficente a ricacciare in mare i Napolitani. L’aristoborghesia siciliana non li volle: si temeva non tanto la “critica” di Londra (e non credo che un Mariano Stabile, onestamente filoinglese, per quanto influente avesse comunque la forza politica per imporre un “NO”) quanto piuttosto la loro saldatura politico-militare con le Maestranze operaie e il ribellismo dei ceti popolari urbani, che avrebbe trasformato la Sicilia in Repubblica e l’avrebbe consolidata sul piano diplomatico. E cos’altro sennò?. Non c’è altra spiegazione: i conti tornano.
Ecco: la Rivoluzione siciliana del Quarantotto non fu sconfitta dalla Restaurazione continentale, né dai mercenari e lanzichenecchi del Re bomba napolitano: quello di Festa, Farina e Forca.
Va detto però che se i Moti cominciarono nella Sicilia urbana prima di Parigi, fu perché la “società civile” dell’Isola, del tutto inserita nel mercato mondiale e nei circuiti intellettuali europei, non solo in forme clandestine e cospiratrici, aveva maturato una propria autonoma e sincera vitalità. E’ un dato di fatto, ad onta della presunta arretratezza dell’Isola. Trovo arretrati, piuttosto, se non del tutto in malafede, gli attuali sostenitori del mito della “Sicilia immobile e feudale”. Ma quale feudalesimo?. Quello dei feudi senza feudatari? Quello delle rendite e dei profitti capitalistici investiti nello sviluppo urbano oltrechè nei sollazzi di una vita che di aristocratico manteneva le forme, ma di borghese aveva le biblioteche piene!.
La Costituzione inglese del 1812, “che venne concessa da lord Bentinck” al partito indipendentista dei “Cronici” , non abolì alcun medioevo, semmai liberò la proprietà fondiaria gravata dai debiti che l’aristo-borghesia non poteva più onorare. (…)
Una Costituzione concessa con una mano e stracciata con l’altra, quando il pericolo napoleonico venne meno e l’Ordine di Vienna restaurò, illudendosi, le sue carte geopolitiche.
Ad ogni modo, chi si attarda nel voler circoscrivere la Rivoluzione siciliana del Quarantotto alla cospirazione di ristrette Sette carbonare non ha capito nulla dell’Isola e della sua complessa natura sociale. La Sicilia, a modo suo, è una Nazione. Va da sé che nella sua forma positiva aristo-borghese e liberale si è suicidata nel 1848 e nel trasformismo, a tratti ingenuo, che dodici anni dopo vedrà molti dei suoi reduci fiancheggiare l’invasione anglo-piemontese. Già nel febbraio del 1848 un coacervo di salotti entusiasti, che per comodità definiamo “partito liberale”, si impadronì dell’insurrezione di popolo apportandovi certo Tradizione giuridico-costituzionale e capacità retorica, ma anche titubanze, paure e confusione: e fecero tutto tranne quello che serviva veramente. Usciti dalle loro erudite conventicole convocarono e tennero elezioni parlamentari regolari, promulgarono una Costituzione modernissima, leggi e decreti ben formulati e chiacchiere a non finire. Cercarono perfino un Re costituzionale al quale offrire in esclusiva la sovranità siciliana: ma manco i Savoja albertini, divenuti “statutari” in reazione autoconservativa rispetto ai Fatti Siciliani, ne vollero sapere.
Insomma, furono poco più di una maniàta di gattoparduzzi miopi, parolai e sconclusionati, perfino tragicamente simpatici nella loro dotta inettitudine vero precursore del trasformismo illusorio che ne vide, diversi esemplari, preparare e fiancheggiare, in seguito, l’invasione anglo-piemontese e garibaldesca, permutandosi, i più “rinisciuti”, nel cinismo che nasce dalla frustrazione, perfino in italianissimi mostri sanguinari come Francesco Crispi, il futuro massacratore dei Fasci siciliani dei lavoratori, l’ipocrita mandante politico, per dirne una, del Natale di Sangue di Lercara Friddi, nonché improbabile conquistatore coloniale di terre africane. Un grande statista, degno dell’italietta Una e Fatta e del suo imperialismo straccione, che tenne a battesimo.
Fasci siciliani dei lavoratori che sorsero, alla fine dell’Ottocento, come esito della lunga maturazione sociale cominciata nel Quarantotto, una Rivoluzione indipendentista infine difesa solo dalle Maestranze operaie e dalla gente dei quartieri popolari: cioè da chi non aveva altro da perdere che le proprie catene. Non trovarono ad attenderli quel “partito-strategia” della liberazione sociale, senza la cui azione cosciente le energie immense delle classi popolari siciliane sono destinate a perdersi nelle nebbie dello Spettacolo coloniale.
In quell’eroica resistenza finale emersero straordinarie e generose figure di miliziani popolari, di cui ci restano alcuni nomi. Ne voglio ricordare due, messinesi: Nino Lanzetta e Rosa Donato. Si erano procurati un cannone e una scorta di munizioni. Lo piazzarono infine al centro di una delle tante barricate popolari, nell’ultima resistenza. Quando i mercenari napolitani stavano per espugnarla Rosa butta la miccia sulle munizioni e fa saltare tutti in aria. Creduta morta viene lasciata per terra. Riesce invece a fuggire e a riprendersi, trasferendosi a Palermo. Si sa che fece in seguito ritorno a Messina, venne arrestata, forse per fatti minori, scontata la pena visse di elemosina e dimenticata da tutti: ventu, malanova e piscistoccu scadutu… In quindici mesi i “liberali chiacchieroni” non trovarono manco il Tempo Politico per liberare la Cittadella , malgrado perfino a Reggio Calabria non si aspettasse altro che un chiaro segnale… Il semplice provarci, come direbbe Stefano D’Arrigo della caccia all’Orca, avrebbe indotto il Re bomba a più miti consigli e avrebbe se non altro risparmiato all’eroica Messina il martirio finale, che il La Masa e i suoi “centurioni” si guardarono imbelli dalle montagne, fuoritiro: ecco, i gattoparduzzi “liberali” giocarono alla “Rivoluzione” restando sempre fuoritiro: negoziando, nei casi più nobili e via-Londra, un salvacondotto per Malta. La Nazione Siciliana che verrà sarà operaia e solidale. O non sarà. Certo è che Nino Lanzetta e Rosa Donato, oggi, hanno imparato a leggere e scrivere: sebbene alla repressione aperta si sia sostituita l’emigrazione massiccia e pilotata di intere generazioni…e senza alcun “salvacondotto”. Ingegneria sociale di uno Spettacolo neocoloniale costruito, nel “lungo periodo”, sulle macerie politiche del Quarantotto. Un altro passato che non passa?.
*l’autore è fondatore del movimento Terra e Liberazione
@2010. Mario Di Mauro (dal settimanale “Centonove” n°1-2010)
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2011. GolpeGuerra “garibaldesco” in Libia: nella nostra Scuola del REALISMO DIALETTICO, la Storia serve a Capire in Tempo Reale la Cronaca e a prevedere scenari in cui potersi muovere oltre le nebbie, le paludi, i campi minati della Realtà. Per questo la studiamo e spesso la capiamo. La storia siciliana e mediterranea… è una miniera di insegnamenti. I “Fatti del 1848” -dalla Sicilia indipendente che scintilla l’incendio nell’Europa della “Primavera dei Popoli”- ne custodiscono una pagina spettacolare e di attualità inaudita, complessa e dinamica, che sfugge a qualunque semplificazione ad uso di tifoserie storiografiche, tricolorate o “revisioniste”. (@TERRAELIBERAZIONE)

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