La TRUFFA “Monte Paschi” dura da 157 anni!. Le MASSOMAFIE TOSCOPADANE non sono nate con Renzi, né con Verdini… E’ il vero SEGRETO di STATO, che nessuno può violare: crollerebbe tutto. Questo è il “GENERE di COSE” che si devono sapere. Un buon ABC per non farsi fregare ancora. La Verità è conquista quotidiana concepita sul Tempo storico. @TERRAELIBERAZIONE.

2° INTERFERENZE-V2-001 (1)

entra e studiINTERFERENZE-X

La Banca di Sconto di Genova

L’ottava “maraviglia” del mondo

La storiografia ci presenta la Banca di Sconto di Genova come l’ottava maraviglia del mondo, ma alla partenza essa non ha niente di prodigioso. E’ una minuscola banca d’emissione realizzata su un modello marsigliese. 

Quanto, poi, alla sua consistenza patrimoniale, essa era alquanto modesta se confrontata con altre istituzioni creditizie del tempo, quali, ad esempio, il Banco delle Due Sicilie, che in quegli anni emetteva fedi di credito per quasi duecento milioni (lire sabaude equivalenti), o la Cassa di Risparmio di Milano, che registrava 120 milioni depositi (lire sabaude equivalenti). Sarà il corso successivo della storia, con l’Italia “una e indivisibile”, a conferirle un ruolo centrale nell’economia nazionale, e saranno le sue mene, propriamente intrallazzistiche, a bloccare sul nascere ogni tentativo della mercatura meridionale e siciliana di dotarsi di un sistema creditizio concorrente con quello tosco-padano, cosa che in parole povere avrebbe significato metterlo in ginocchio. Bisogna anzi dire che in uno Stato fintamente nazionale, nella cui parte alta sono nati prima i capitalisti e poi il capitale, la fasulla banca nordista, con i suoi inenarrabili brogli, fu la vera levatrice del sistema italiano, in cui l’efficienza della sezione dominante è impossibile senza l’inefficienza della sezione coloniale; un fenomeno singolare, che forse non ha riscontri nel mondo civile e sul quale le storie patrie preferiscono sorvolare per motivi evidenti. 

L’impulso a creare una banca d’emissione sul modello francese venne da Raffaele De Ferrari, sedicente duca di Galliera, che si era arricchito a Parigi, dove gestiva, fra l’altro, l’appalto della nettezza urbana. Questi viene presentato dalla mitologia capital-patriottica come un uomo d’affari moderno e persino generoso. In verità, oltre che un capitalista di successo, il sedicente duca fu anche un gran trafficone. 

Come tutti gli uomini, onesti o disonesti che siano, amava la sua città e prima di morire le regalò 20 milioni – a quel tempo una cifra da far impallidire un re – per l’ingrandimento del porto. Secondo l’autore di un’opera che, fra l’altro, descrive con molta efficacia la nascita dell’industria genovese, De Ferrari fu il primo presidente della società proprietaria della Banca di Genova. Secondo altri, per esempio l’autorevole Di Nardi, non appare tra i fondatori . E’ tuttavia facile vedere la sua impronta stampata in controluce nell’agile, disinvolta e moderna conduzione della banca. 

Vivendo altrove, i suoi affari genovesi erano delegati a persone di cui aveva stima e fiducia. Fra queste vi era Carlo Bombrini che, secondo alcuni autori, diresse la

Banca di Genova sin dal primo momento. E’ costui l’uomo che ci interessa; un personaggio ingombrante, sulla cui opera gli storici patri preferiscono non approfondire. A “Unità” fatta sarà uno dei più grossi profittatori del regime liberalcavourista, il regista e il primo attore del carnevale bancario messo in scena ancor prima che Cavour morisse; e anche uno dei più vivaci nemici e affossatori dei “fratelli” meridionali; un uomo nefasto, che va considerato come una grande sciagura per il Sud e la Sicilia.

Gli anni intorno al 1845 segnarono un’inversione nell’andamento dei prezzi. A livello mondiale si stima che, scesi tra il 1820 e il 1844 di oltre il 30 per cento, risalissero di oltre il 20 per cento entro 1858. Sotto la spinta della domanda crescente di derrate agricole, i numerosi Stati in cui era divisa la penisola italiana videro crescere la loro partecipazione al commercio mondiale. 

Per tal motivo l’iniziativa di Galliera ebbe subito un buon successo fra i mercanti genovesi. Erano mesi in cui gli importatori cittadini andavano accumulando scorte di grano e necessitavano, quindi, di finanziamenti. Sopravvenuta, però, una breve crisi, per non liquidare in perdita le partite in magazzino, ebbero bisogno di altri capitali. 

Presto le azioni della Banca, del valore nominale di lire mille, arrivarono ad essere quotate sopra le 1.500 lire. Gli osannatori delle virtù norditaliche affermano che essa superò la congiuntura sfavorevole senza subire perdite; che, anzi, i suoi promotori e azionisti lucrarono ottimi dividendi; una cosa della quale sarebbe ingenuo dubitare. Ciò suscitò invidia ed emulazione a Torino.

A quel tempo le due città non si amavano. Genova non dimenticava il ruolo di capitale finanziaria e marinara che aveva tenuto nell’economia mondiale; un ricordo divenuto più amaro dopo che il Congresso di Vienna (1814-1815) l’aveva consegnata, mani e piedi legati, ai rustici Savoia. D’altra parte la Città viveva ancora di traffici navali e di commerci, sebbene su una scala non paragonabile a quella dei secoli precedenti. 

La cattività sabauda, insieme alla non spenta vitalità e all’esigenza di non essere politicamente separata da Milano, contribuirono a farne il focolaio forse più vivace del “moto unitario”, specialmente della corrente repubblicana. Ma, per ironia delle cose, furono proprio le ambizioni sabaude a fare di Genova la città che, assieme a Roma e a Milano, ha tratto maggior profitto dalla cosiddetta “unificazione italiana”.

Intorno al 1845, i suoi armatori, i padroni dei suoi cantieri, i suoi mercanti e banchieri, celebri in altri tempi, si sentivano soffocati a causa della preferenza che l’Impero asburgico accordava a Trieste. La stessa Milano era costretta a preferire Venezia alla più vicina Genova. 

Tuttavia, come Palermo, Napoli, Livorno, anche Genova era piena di mercanti, di case finanziarie e di fabbricanti stranieri, che ne animavano la vita. 

La città contava numerosi opifici, specialmente per la fabbricazione del cotone, della carta, del sapone e nel settore che oggi diremmo metalmeccanico. E tuttavia niente che potesse dirsi moderno. In occasione di una riunione degli scienziati italiani, tenuta al Palazzo Ducale, nel settembre del 1846, un giornale scrisse che “la lamentela è generale…macchine non ce ne sono e non abbiamo chi le sappia usare. Quel che si può avere viene dall’Inghilterra, ma si aggiunge tanta è la spesa che per erigere uno stabilimento si richiedono egregie somme…”. 

Le vicende successive dimostrano, però, che se mancavano le macchine moderne, non mancava la gente informata e non mancavano le professionalità e quei talenti che pochi anni dopo sapranno assimilare le tecnologie avanzate di cui si deprecava l’assenza. 

Torino è invece una media città capitale della provincia agricola italiana. 

Si è già annotato che appare più francese che italiana. Alle sue spalle non ci sono splendori rinascimentali. L’agricoltura piemontese conta principalmente su un surplus, la seta greggia, che viene collocata prevalentemente a Lione. 

Assieme alla contiguità geografica, è questo un altro motivo che spinge la classe padronale subalpina a guardare più alle città francesi, specialmente a Parigi, che alle rinsecchite città padane, sebbene molto più vicine. 

Come dappertutto nell’Italia insubrica, dove il surplus economico è collegato a una monocoltura d’esportazione – la seta – l’uniformità produttiva, più che unire, allontana economicamente e culturalmente le realtà locali. 

Trapiantata di qua delle Alpi, l’antica organizzazione feudale savoiarda s’era evoluta verso un’avveduta borghesia aristocrateggiante di tipo terriero-militare; unico esempio del genere nell’Italia della decadenza. Però, dopo la Restaurazione, tra i rivoluzionari e i reazionari – che c’erano in Piemonte come dovunque – va inserendosi un variegato gruppo di patrioti, chi moderato, chi conservatore, fra cui figurano Gioberti, Rosmini, Balbo, d’Azeglio, i quali guardano alla Francia come a un modello da copiare in tutto o in parte.

Fatta di tutt’altra pasta, Genova mal sopporta il giogo torinese: il suo irredentismo è forte. Per addomesticarlo, nel 1848, i Savoia si spinsero fino a farla bombardare; una cosa che non deve sorprendere, in quanto consona allo stile forcaiolo dei loro re e dei loro generali/gendarmi, come si constaterà in appresso nel Napoletano, a Palermo e dovunque nell’infelice Sud, disinvoltamente consegnato dal padronato siculo e napoletano alla dirigenza speculatrice tosco-padana. 

La Banca di Sconto, Depositi e Conti Correnti di Genova parte nel 1844 con un capitale di quattro milioni di lire e va avanti con alquanta prudenza. Sebbene l’atto costitutivo approvato dal governo sabaudo le permetta di emettere biglietti nel rapporto di tre a uno (di riserve metalliche), quindi fino a 12 milioni, i biglietti fiduciari effettivamente messi in circolazione ammontano solo a 1,5 milioni nel 1845, a 4, 2 milioni nel 1846 e a 8,65 milioni nel 1847. 

Cavour, modernizzatore convinto, ma non ancora ministro, critica tale prudenza sul suo giornale. In sostanza, la Banca di Genova si piglia tre anni di rodaggio per cominciare a utilizzare la facoltà accordatale di emettere moneta fiduciaria, e lo fa in modo contenuto, fino a 8 milioni, nel rapporto di 2 a 1. D’altra parte, il governo di Torino è estremamente prudente in materia monetaria dopo la brutta esperienza fatta dai piemontesi durante le lunghe guerre napoleoniche, allorché la moneta cartacea aveva sofferto una spaventosa svalutazione. 

E’ quindi immaginabile che fosse poco incline a offrire larghi spazi ai biglietti bancari. Per giunta il Piemonte agricolo mostra d’avere circolante a sufficienza per la commercializzazione dei suoi prodotti, e solo al momento della campagna dei bozzoli si avverte qualche scarsità di numerario – si può immaginare – gonfiata ad arte dalle case bancarie cittadine.

La svolta creditizia andò a premere non tanto sulla produzione agricola, quanto sul giro commerciale e sulla fantasia di chi aveva delle idee, ma non il capitale necessario per realizzarle. 

Nel 1848, la circolazione metallica complessiva del regno sardo, secondo una valutazione di Cavour, si aggirava intorno ai 120-150 milioni, secondo altri sarebbe stata di 200 milioni circa (Romeo). Rispetto a questa cifra, la circolazione cartacea rappresentava una percentuale del quattro per cento circa. Le emissioni della banca genovese s’impennano, fino a raggiungere il rapporto di 5 a 1 (di riserve) solo nel 1848, allorché il governo piemontese si preparava alla guerra con l’Austria. 

In cambio di un prestito allo Stato di 20 milioni, la Banca di Genova viene autorizzata a non convertire le banconote in circolazione: circa 31 milioni, di cui 20 milioni emessi per decreto regio, senza alcuna copertura. E’ il cosiddetto corso forzoso. L’espressione non significa soltanto che la Banca non era tenuta a convertire i biglietti, ma anche che chi aveva contratto un debito poteva pagarlo con cartamoneta ed esserne liberato. 

Nella pratica le cose non andarono così semplicemente. A livello della gente comune, la moneta metallica rimase l’unica a essere usata. La banconota penetrò, invece, a un livello più alto, quello degli operatori economici. 

Ho già ricordato che da almeno cinquecento anni la circolazione cartolare del dare e dell’avere attraverso lettere di credito, cambiali, tratte, mere scritture contabili, permetteva ai banchieri e ai grossi mercanti di fare, nei rapporti reciproci, un uso parecchio modesto del metallo coniato. 

Ai banchieri, ai mercanti, agli industriali servivano invece due cose: che la fiducia si istituzionalizzasse (…) e che i rapporti fiduciari coinvolgessero anche chi stava su un gradino più basso. Ancora oggi esiste una categoria di piccoli e medi imprenditori, che ruota intorno ai grossi come le falene intorno alla lampada. Alla Fiat l’hanno definita l’indotto. Ma non sempre si tratta di satelliti che ricevono luce e calore da un solo, grande pianeta. A volte sono operatori indipendenti, la cui mediazione consente ai maggiori imprenditori di entrare in relazione (indiretta) con la produzione reale e con il consumo reale .

L’oro innalzava a padrone chi lo aveva in mano. Idealmente, il banchiere stava sotto il redditiere, titolare del deposito. Il passaggio dal numerario alla cartamoneta capovolgeva la padronanza. La carta liberava il banchiere dalla dipendenza verso il padronato terriero. La catena della moneta fiduciaria allargava il suo potere di comando. Con un biglietto che riscuotesse la fiducia dei piccoli e medi operatori, i grossi avrebbero potuto moltiplicare il loro giro commerciale. Non solo. Avrebbero scaricato anche una parte dei costi su chi stava sotto. 

Al tempo di Cavour, il giro delle banconote fiduciarie, estraneo al grosso pubblico, dovette ristagnare nel rapporto tra imprese maggiori e medi operatori, loro caudatari. E fu sicuramente a questo livello, non riuscendo la banconota a penetrare più in basso, che il metallo guadagnò un aggio sulla carta. In parole povere, chi possedeva 100 lire oro era, a seconda del corso, come se avesse 105, 110, 120 lire. 

Dal lato dei grossi imprenditori, la fiducia mostrò la sua gran virtù. Fin quando la moneta metallica fosse circolata fra la gente, i finanzieri avrebbero fatto i loro affari con i denari degli altri. Nel mondo contemporaneo, la cosa corrisponde a un progresso. Ciò spiega come la Superba, che da più di un secolo viveva in splendid isolation, si riaprì alla progettazione del futuro (Gazzo).

Un effetto opposto, la sfiducia, si ebbe nel settore del piccolo commercio che prese a rallentare in modo preoccupante, sicché, nel 1851, il governo decise di revocare il corso forzoso. Nel frattempo la Banca di Genova aveva messo radici nel suo ambiente. Il corso forzoso aveva favorito la circolazione dei suoi biglietti. 

Si trattava di biglietti da 1000, da 500 e da 250 lire, come dire da sei, da tre e da un milione e mezzo attuali (LIRE ITALIANE, anni novanta) cifre di cui la gente comune neppure sentiva parlare a quel tempo, quando un chilo di pane costava pochi centesimi di lira. E ciò nonostante gli affari della Banca furono ottimi, segno chiaro che il mondo degli affari aveva fame di credito.*

Nel poco tempo in cui fu solo genovese, la Banca compì operazioni attive che stettero mediamente sui quaranta milioni annui, più il prestito di 20 milioni allo Stato, che al tasso del 2 per cento le rese le lire quattrocentomila segnalate in tabella per l’anno 1849. Poco per una

grande città portuale in quella fase di espansione del commercio marittimo. Pochissimo a confronto con le operazioni attive che il Banco delle Due Sicilie effettuava negli stessi anni . 

Pochini sembrano anche gli utili dichiarati dalla Banca di Genova. Trenta milioni, prestati al tasso del 5 per cento , danno un milione e mezzo di utile lordo, partendo dal quale, per quanto pesanti possono essere i costi, è ben difficile scendere fino a 90 mila lire. Meno della metà di quel che incassava la famiglia Cavour vendendo il riso prodotto nella sola tenuta di Leri. Pautassi indica cifre diverse da quelle sopra segnate . Evidentemente Bombrini teneva una contabilità in nero. Non sembri avventato il sospetto: chi ha occhiutamente curiosato fra le sue cifre – per esempio la Commissione Parlamentare d’Inchiesta sul corso Forzoso – ha toccato con mano che il vino di quella botte dava allo spunto.

Il falso si rileva con un ragionamento a contrario. Le trattative condotte da Carlo Bombrini, per conto della Banca genovese, e da Camillo di Cavour per conto della Banca torinese, durarono ben due anni a causa del fatto che i padroni genovesi pretendevano una valutazione di lire 1.400 per ogni azione conferita. Ora, se ci prendiamo la briga di spargere 90.000 lire di utili su 4000 azioni da lire mille (totale 4 milioni di lire), avremo che ogni azione frutta un dividendo di lire 22,5, su mille versate o da versare, comunque messe a rischio; in sostanza l’investimento avrebbe dato un profitto del 2,25 per cento. Una cosa credibile solo nel paese degli asinelli. 

Capita qualche volta che io creda agli storici italiani, ciò nonostante nessuno di loro riuscirà mai a convincermi che a Genova i capitalisti fossero tanto fessi. E che ancor più fessi fossero i capitalisti torinesi – e fra loro Cavour – che accettarono di conferire alle azioni della Banca genovesi un premio di lire 250 (Marchetti). Un’azione, valutata il 25 per cento in più, solo qualche anno dopo l’emissione, prefigura un dividendo di almeno il 10 per cento, e non del due per cento, come si pretende. Peraltro, anche tale percentuale va elevata perché, non essendo stata versata che una quota del capitale azionario, le lire impegnate non erano mille, ma solo 500. 

Sulle prime, il prestito chiesto dallo Stato alla Banca di Genova spaventò i soci e l’opinione benpensante della Città; ci volle qualche tempo perché gli uni e l’altra si rendessero conto che il governo sabaudo, non sapendo affrontare da sé la situazione finanziaria creata dalla guerra, regalava ben venti milioni, sottratti alla gente, a chi s’era deciso ad arrischiare forse un decimo di tale cifra, in sostanza il capitale già versato. E per sovrappiù regalava anche una specie di rendita a chi metteva di suo nient’altro che le spese tipografiche. 

Certo nessuno meglio dei genovesi aveva sperimentato l’inaffidabilità di re e imperatori, ma le condizioni economiche dello Stato piemontese, sebbene appesantite dalle spese di guerra, non lasciavano prefigurare un crac. 

D’altra parte, se i cittadini sabaudi non conoscevano la storia delle banche di emissione francesi e inglesi, sicuramente la conoscevano i padroni della Banca di Genova, e la storia insegnava che in nessun caso di crac bancario del passato gli

azionisti avevano pagato più della quota azionaria, avendo sempre preferito lasciare tale onore al pubblico.

Come accennato, il corso forzoso dei biglietti dalla Banca di Genova portò a un incremento della circolazione monetaria di circa il 10 per cento. Ma ciò assume un senso solo in relazione ai movimenti della retrostante speculazione.

La Banca d’emissione di Torino nacque per merito di Cavour non ancora ministro, il quale seppe volerla politicamente e realizzarla rischiando di tasca propria. Infatti investì nell’operazione 160 o 180 mila franchi, suoi e di alcuni suoi amici, lucrando, nel breve volgere di un anno, circa 40 mila franchi (tra il 25 e il 20 per cento dell’investimento). Prima che le trattative fra i fondatori si avviassero concretamente, pare che Cavour fosse chiamato a vincere le resistenze dei vecchi banchieri torinesi, che non volevano novità in casa loro, meno che mai un potere capace di sovrastarle.

L’idea di creare a Torino una banca d’emissione portò alla luce del sole anche il conflitto latente tra i produttori e i finanzieri. In passato, i produttori e gli esportatori di seta avevano ottenuto dallo Stato prestiti a buone condizioni. L’erario sabaudo aveva delle eccedenze di liquidità e, come è ancora costume in tutti gli Stati, aiutava un settore portante delle  esportazioni nazionali. Venuto meno, dopo la sconfitta di Novara, l’aiuto del pubblico erario, i setaioli aspiravano ad avere una partecipazione nella costituenda banca. Oltre tutto erano gli operatori più interessati al credito, in quanto tra l’avvio della produzione e la realizzazione del valore passavano lunghi mesi, dovendo essi, secondo la pratica commerciale del tempo, prima acquistare la materia prima (le uova della farfalla, la foglia dei gelsi, il combustibile etc.), quindi anticipare i salari, poi collocare la merce e alla fine attendere che il cliente pagasse.

I grossi finanzieri e i banchieri, però, non volevano che la pecora che essi tosavano si mischiasse con i pastori. Pare che Cavour prendesse le difese dei setaioli, ma se lo fece, dovette tuttavia darsi per vinto. Alla società per azioni, che si costituì per dar vita alla Banca di Torino, parteciparono solo dieci persone e case bancarie, auto-selezionatesi tra gli operatori più ricchi. Fra i dieci anche Cavour . La presidenza toccò al banchiere Giovanni Nigra, fratello del ministro delle finanze.

Già prima che si andasse dal notaio, il governo chiese anche alla nuova banca un prestito di 20 milioni, offrendo in cambio la facoltà di emettere biglietti per un importo pari. I soci non si mostrarono alieni dal lucrare sulle difficoltà che la guerra perduta creava allo Stato. A questo punto, però, i milioni in circolazione sarebbero diventati 20+20+12+12 = 64. Ciò apparve preoccupante a Cavour, il quale temette che un eccesso di carta in circolazione avrebbe incrinato la pubblica fiducia, con la prospettiva d’una caduta del corso dei titoli e forse anche di un’inflazione (Marchetti, Di Nardi); una preoccupazione conforme al rango patrimoniale del conte, che egli esternò sul suo giornale. Ma i suoi articoli non spaventarono chi allora era al governo , cosicché, tra il 1849 e il 1850, la circolazione cartacea toccò i 51 milioni.

L’esistenza della Banca di Torino fu breve. Ad opera del duo Bombrini- Cavour si arrivò faticosamente alla fusione con il prototipo genovese. Rosario Romeo osserva che i due s’intesero subito. Al colto aristocratico i mercanti piacevano, e a ancor più gli speculatori. Egli stesso lo era stato. Il disegno politico che concepiva adesso, da ministro, era vasto. Bombrini lo capì. Capì anche che non poteva non secondarlo, sebbene il rischio non fosse di poco conto: la guerra all’Austria. 

La Francia e l’Inghilterra, le due grandi potenze navali, che esercitavano una pesante egemonia in tutto il mondo affarizzato, non accettavano che l’Italia rimanesse quella che la Restaurazione aveva stabilito. E neppure i lombardi, i liguri, gli emiliani, lo accettavano. Tuttavia Bombrini non fu un patriota, meno che mai il patriota che gli storici ci raccontano, ben sapendo di raccontare fandonie. 

In appresso, morto Cavour, l’Italia “una e indivisibile” precipita in un’indicibile confusione, a causa di un’eredità politica ambigua e dannosa, fatta di ambizioni campate in aria e di concrete ingordigie municipali. In tale clima, il vero volto del banchiere genovese si mostra senza orpelli. 

E’ il volto di un ladro, di un profittatore del regime inaugurato dallo stesso Cavour. Vedremo in appresso in quali occasioni e con quali atti ed espedienti ricatta i governi e il parlamento. Che questo lupo fosse prima una pecora, è ben difficile credere. Quel che si può dire è che la storiografia italiana in nessun caso è altrettanto falsa, quanto a proposito di tale fosco personaggio.

La nuova società prese il nome di Banca Nazionale degli Stati Sardi, con una sede a Genova e un’altra a Torino, la quale fu alquanto attiva, in quanto, tra il governo e la nuova banca si realizzò una forte contiguità, quasi una confusione. La Banca divenne il braccio finanziario di Cavour, oltre che l’unica banca autorizzata all’emissione. Nacque “una fraternità, non sempre opportuna e nitida, fra il Tesoro e la banca, la prima pagina nella dolorosa ampia storia di anormalità nel nostro regime monetario” (Bachi).

In verità, la commistione non fu voluta da Bombrini, ma da Cavour. Il contesto è oltremodo chiaro. Raffaele De Ferrari avvia la banca per rianimare i commerci marittimi della sua amata città, prospettandosi anche dei buoni affari personali; un doppio risultato che s’inquadra perfettamente nella logica dei meccanismi capitalistici. 

Avviata la Banca di Genova, anche Torino vuole una banca. Ma tolto Cavour, i torinesi non sono ancora mentalmente attrezzati per gestire una banca d’emissione. Cavour capisce che bisogna agganciarsi ai genovesi. Mentre si tratta la fusione tra una realtà già attiva e una ancora da calare in terra, scoppia la prima guerra cosiddetta d’indipendenza. 

I ministri di Carlo Alberto perdono la testa e non si rendono conto di possedere le risorse necessarie per portare avanti le operazioni militari, cosicché, con il volto burbero del padrone armato di sciabola, vanno ad accattare venti milioni presso i sudditi genovesi. Si può facilmente immaginare la scena: “Tu, Bombrini, non ci rimetterai niente di tasca tua, saranno i genovesi a pagare, dando oro e argento in cambio di carta”.

Contro i cantastorie dell’Italia unita, un punto va ribadito: il governo di Torino appioppa ai genovesi, e non ad altri, un donativo d’oro monetato. Genova vorrebbe resistere. Cavour, non ancora ministro, ma già leader sabaudo della corrente riformatrice, incontra Bombrini, gli impartisce una convincente lezione di storia economica e bancaria, e se ne fa un alleato. 

La Banca di Genova si adatta a sbarcare a Torino, ma lo fa solo dopo che i magnati taurini le rifondono la metà dei milioni prestati allo Stato. Qualche tempo dopo Cavour diventa ministro, e nel 1852 presidente del consiglio dei ministri.

Come è noto, con Cavour il progetto di mettere il Piemonte alla guida del movimento “risorgimentale”, che era di Carlo Alberto e che Vittorio Emanuele ereditava, subisce un’evoluzione. 

Sul re savojardo non si discute, tanto più che ha dietro di sé un esercito e che si è impegnato a farlo combattere, ma il fine vero del “Risorgimento”, che emerge chiaramente con la conquista d’Italia, non è l’espansionismo sabaudo. E’ l’emancipazione della borghesia tosco-padana degli affari, che il predominio austriaco tagliava fuori dal moto borghese promosso dall’Inghilterra e dalla Francia. E’ il “governo del paese”, attraverso la formula costituzionale e parlamentare. Cosicché per Cavour, il leader della borghesia speculatrice nazionale, il governo dello Stato e degli affari del padronato emergente s’intrecciano così indissolubilmente che la cosiddetta “unità nazionale” si trasformerà in un autentico disastro per i popoli conquistati e per le classi popolari, comprese quelle padane.

Restringendo il discorso ai problemi monetari e del credito, persino per la storiografia unitaria è incontroverso che Cavour usa la banca d’emissione per risucchiare oro dalla circolazione, sebbene non avesse reso esplicito il progetto al parlamento da cui traeva la sua forza politica. “Si trattava…di rastrellare il risparmio, di convogliarlo verso il pubblico erario, facendo tuttavia in modo che il mercato non soffrisse del prelievo, ma anzi se ne giovasse…”(Pautassi).

“Fra le misure atte a irrobustire la finanza e l’economia piemontese Cavour includeva anche il rafforzamento della Banca Nazionale. Il 24 maggio 1851 presentò infatti un disegno di legge che autorizzava la Banca a raddoppiare il suo capitale da 8 a 16 milioni (cosa che sarebbe servita a dare impulso all’emissione per altri 24 milioni, ndr), e che conferiva ai suoi biglietti il corso legale

(cioè un potere liberatorio nei pagamenti, ndr), imponendole in pari tempo l’obbligo di istituire due succursali a Nizza e a Vercelli e di assumere le funzioni di cassiere dello Stato” (Romeo).

In pratica il compito della Nazionale era quello d’incassare numerario dai debitori dello Stato e di pagare con biglietti i creditori. Cavour non ottenne il richiesto corso legale e incontrò una fiera resistenza da parte della sua stessa maggioranza anche sulle altre proposte. 

La partigianeria di Rosario Romeo mi alleggerisce il lavoro, liberandomi dall’onere di ulteriori argomentazioni. Per Cavour “il corso legale era solo una concessione necessaria per indurre la Banca all’aumento del capitale (che poi portò non a 16 ma a 32 milioni, ndr) e per mettere in tal modo mezzi più estesi al servizio del commercio, e, in caso di necessità, a disposizione dello Stato […] Si trattava insomma di una misura volta a mobilitare il risparmio del paese […] Cavour era piuttosto dell’opinione che Peel (l’autore del Banking Act del 1844, ndr) avesse ecceduto nel senso della ‘centralizzazione bancaria’, conferendo alla banca centrale una eccessiva preminenza. Il problema della regolazione dei flussi monetari restava ai suoi occhi di minore rilievo rispetto a quelli fondamentali del sostegno al commercio e al Tesoro”.

Secondo gli storiografi, i senatori non capirono il valore del progetto. Al contrario i resoconti parlamentari mostrano che essi – ancora acerbi quanto all’immoralità sostanziale che presiedeva al funzionamento del sistema capitalistico – avvertirono lo stridore dell’idea cavouriana; la quale era poi questa: la Banca Nazionale acquistava lo status di banca pubblica, senza però essere tenuta a sottostare al governo, al parlamento e tanto meno a una coerente disciplina in materia monetaria.

Dopo i seri interventi di Carlo Alberto a favore dell’agricoltura – e nonostante la guerra perduta – l’economia piemontese andava piuttosto bene. Inoltre il liberismo cavouriano e la facilità del credito rianimarono le esportazioni agricole. Gli esportatori e i contrabbandieri piemontesi si spingevano in Lombardia per acquistarvi seta, che riesportavano in Francia. 

Era quindi difficile per i membri del parlamento – anche per quelli di loro che avevano affari all’estero – capire perché Cavour volesse disordinare tutto, dare slancio alla spregiudicatezza e all’immoralità negli affari attraverso un eccesso di spesa pubblica e la conseguente inflazione monetaria.

Tra 1848 e il 1858 il Regno sabaudo registrò una sensibile inflazione dei prezzi espressi in valori cartacei. Quando si parla di Cavour e del Piemonte, la parola inflazione non si può pronunziare, come al tempo del Duce non si poteva sputare per terra, nonostante che i fazzoletti fossero scarsi in tasca alle persone. 

Neanche Romeo ha il coraggio di scrivere la parola inflazione. Utilizzando però le cifre che egli fornisce sul rapporto tra quantità e valore delle importazioni e delle esportazioni (Romeo), si ricava che in un solo anno la svalutazione della lira piemontese toccò una cifra compresa tra il 17 e il 18 per cento. 

Le reazioni furono allarmate. Il 15 maggio 1858, alla camera il deputato Roberti di Castelvero poté affermare che lo Stato sabaudo aveva speso negli anni precedenti un miliardo e duecento milioni; una cifra sonante, anzi da bancarotta per una formazione politica le cui entrate annuali stavano sui 130 milioni. 

Lo stesso deputato denunziò il fatto che la rendita era scesa alla metà, 53 lire, rispetto alle cento nominali (Romeo) e l’aggio dell’argento e dell’oro sulle banconote toccava punte intorno al 10 per cento. Il tutto avvalorato dal confronto tra i salari pagati dalla fabbrica napoletana di Pietrarsa che, al cambio, stavano fra le lire 2,50/3,00, e i salari pagati dall’Ansaldo di Genova, che stavano intorno alle lire 5,00. 

Ai dati dell’onorevole Roberti di Castelvero si può aggiungere che l’inflazione era confermata dal fatto che intorno all’Ansaldo si registrava (e si lamentava) una notevole disoccupazione, provocata dalla scarsità di commesse, mentre le commesse statali e quelle estere – comprese quelle piemontesi – consentivano alla fabbrica di Pietrarsa di non avere lavoro operaio di riserva.

L’oro dei suoi concittadini e la volatilità della banconota bombrinesca servivano a Cavour per mettere in evidenza la leggerezza dello Stato liberale – la facilità di ottenere profitti; esperienza da opporre alla pesantezza delle dinastie esistenti in Italia e del paternalismo asburgico, che ficcavano il naso negli affari di tutti. 

Ma quello di Cavour era solamente un bluff, perché la civiltà industriale è fatta di produzione e produttori, e non di speculatori. E tuttavia un bluff riuscito per chi si mette dall’angolo visuale degli speculatori tosco-padani, come i loro cattedratici corifei. 

Come accennato l’opposizione parlamentare, che era l’eco della generale opposizione dei piemontesi verso le disinvolte operazioni finanziarie e monetarie di Cavour, fu vivace e persino vincente sul punto del corso legale. Tuttavia gli oppositori non seppero offrire alternative pratiche. Ciò permise al ministro di aggirare l’ostacolo. 

L’anno prima era stata votata una legge che autorizzava l’emissione di 18 milioni di obbligazioni dello Stato. Non si era provveduto, però, a metterle in vendita. 

Cavour escogitò un passaggio che poté apparire rivolto a piccola cosa. Ottenne che non si procedesse attraverso un’asta pubblica, come di regola, ma che i titoli fossero affidati per la vendita alla Nazionale. 

Ottenne anche che la Nazionale fosse autorizzata a finanziare lo Stato fino a quindici milioni e che istituisse un fondo di due milioni per agevolare l’apertura di banche di sconto. 

Ovviamente essa aprì un conto intestato al Tesoro e prese a effettuare i pagamenti ordinati dal Tesoro con le proprie banconote. Era la strada maestra per immetterle in circolazione e per consentire a Bombrini di assorbire l’oro e l’argento in circolazione.

Cavour usò strumenti antichi sia nel campo diplomatico sia in quello militare. Nel campo economico e monetario adottò invece strumenti moderni, ma non per una moderna politica economica. Il suo fu un indirizzo antiquato e tale che avrebbe portato i Savoia alla bancarotta, se la conquista d’Italia non li avesse improvvisamente arricchiti. 

Nel 1859 i sudditi sabaudi si ritrovavano uno Stato piegato dai debiti , senza che le industrie liguri e piemontesi fossero in condizione di varare un piroscafo o di costruire più di due locomotive all’anno. Ma pare che la fortuna aiuti gli audaci, e anche i giocatori che bluffano. Difatti, il conto, lo pagheranno le regioni annesse.

Nicola Zitara – in Fondo Zitara-Archivio dell’Istituto TerraeLiberAzione.

 

Annunci