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Francesco Misiano, un calabrese amico di Lenin? E chi è costui?. Non era un illustre sconosciuto, in quegli anni, il giovane calabrese, amico di Lenin, che inventò con la “HOLLIWOOD ROSSA” la meraviglia del CINEMA SOVIETICO; e la cosa durò, fin quando la NOTTE staliniana non inghiottì tutti spacciando il suo “capitalismo statale” per Socialismo realizzato: in un paese solo (addirittura!). Anche l’estetica rivoluzionaria delle avanguardie russe venne travolta e sostituita da un’arte oleografica e populista di cui diremo un’altra volta.

Il giovane calabrese si chiamava Francesco Misiano.

Nato in Calabria nel 1884– il padre era un sarto che divenne presto cieco, la madre manteneva tutti impiegata come istitutrice-  Misiano è l’uomo che inventò la “Hollywood rossa”, il più grande produttore cinematografico dell’Unione Sovietica (quattrocento tra film e documentari).

Ai primi del Novecento, neanche ventenne, emigra da Ardore, il suo paesello nella jonica calabrese, a Napoli, per lavorare alle Ferrovie, che lo trasferiscono presto a Torino. Ha già aderito alla sinistra socialista e diventa dirigente sindacale dei ferrovieri.

Nel 1915 partecipa alle mobilitazioni contro la guerra ed è poi costretto a riparare in Svizzera (è ricercato, condanna per diserzione). A Zurigo conosce un altro esule socialista, si chiama, anzi si fa chiamare Lenin. A Misiano viene affidata la direzione del giornale socialista “L’Avvenire del Lavoratore”, che ne fa peraltro un riferimento per migliaia di esuli politici europei che popolavano quel piccolo paese neutrale e accogliente.

Misiano lo si ritrova a fianco di Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht nel tentativo rivoluzionario spartachista a Berlino (1918). Verrà arrestato e detenuto per dieci mesi, poi espulso. Rientra in Italia dove partecipa attivamente al XVII Congresso del PSI e alla scissione che fonda il Partito Comunista d’Italia, di cui diventa anche deputato. Contro di lui si scatenerà una speciale campagna d’odio da parte delle squadre fasciste protette dalla polizia di stato: “l’onorevole disertore calabrese e pure comunista”.

In un certo senso fu la sua fortuna. Misiano viene messo al sicuro a Berlino, dall’allora potente “Soccorso Operaio Internazionale”, che nel 1924 gli affida una missione curiosa: fondare a Mosca una casa di produzione cinematografica rivoluzionaria: sarà la Mezrabpom.

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Ne farà una “Hollywood rossa”, che sorge come un miracolo in un clima di vivacità sociale e di creatività  culturale che animava la Rivoluzione, prima che la NOTTE staliniana la inghiottisse nel TERRORE.

E’ quel Misiano che discuteva e produceva capolavori come la “La Madre”, “La fine di San Pietroburgo” e “Tempeste sull’Asia” di Vsevolod Pudovkin;  “Il cammino verso la vita” di Nikolaj Ekk. E molti altri, tra cui “Aelita” di Jakov Aleksandrovič Protazanov -il primo colossal sovietico di fantascienza (che venne peraltro stroncato dalla critica, ma non dal pubblico!). La stessa  “Corazzata Potemkin” di Sergej Ejzenštejn venne sostenuta da Misiano, che la rese celebre nel Mondo.

E’ quel Misiano,  colto e libertario, l’internazionalista rivoluzionario pragmatico che discorre di estetica nell’arte con Maksim Gorkij, Charlie Chaplin, George Bernard Shaw, Bertold Brecht, Sergei Eisenstein, Thomas Mann, John Dos Passos, Vsevolod Pudovkin… Albert Einstein. Una “star rossa” che entrerà presto nel mirino paranoide della controrivoluzione staliniana. Avrebbe potuto lasciare l’URSS, viaggiava molto ed era ben celebre nel Mondo. Non lo fece. In realtà venne denunciato –insieme alla moglie Maria- dai “compagni italiani” esuli a Mosca, con carte false. Subito scagionato una prima volta dalla stessa Commissione di Controllo del Comintern. Ma l’agguato era solo rinviato. La “sentenza” venne scritta da Togliatti (il “compagno Ercoli”).

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Accusato, come migliaia di altri onesti comunisti,  di imprecisabili “deviazioni politiche trotskiste”, Francesco Misiano si ammala gravemente e muore malcurato in un sanatorio. Era il 16 agosto 1936. Toglie il disturbo appena prima che la ghepeù –la polizia segreta- andasse ad arrestarlo. Si disse che venne avvelenato. Certamente venne avvelenato, nel Cuore e nell’Intelligenza. Aveva appena 52 anni. Una vita vissuta da rivoluzionario creativo e generoso, come tanti altri militanti di quell’inedito movimento umano che tentò realmente di spezzare la Grande Macchina dell’Imperialismo Globale. E i loro errori –un secolo dopo- si rivelano più preziosi dei loro successi.

La storia di Misiano e di quella prolifica “Holliwood rossa” –a prescindere- meriterebbe un film, ma non si vedono all’orizzonte nessuna nuova “Hollywood rossa”, né alcun Francesco Misiano, il calabrese che illuminò nell’arte il cammino spezzato dell’OTTOBRE ROSSO.

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Il suicidio  demenziale di quella Russia ci ha restituito se non altro memorie perdute. Al Museo del Cinema di Torino viene assegnato ogni anno il Premio Internazionale Produzione Cinematografica “Francesco Misiano”, organizzato dal Centro Studi Francesco Misiano di Ardore (Reggio Calabria) e dalla Cineteca della Calabria. Sarebbe bello ricordarlo anche in Sicilia nell’ambito delle riflessioni che stiamo avviando nel centenario di quei “dieci giorni che sconvolsero il Mondo”. E “CHI SI FIDA delle ETICHETTE E’ PERSO!” (LENIN).

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Mario Di Mauro. (Gloria all’OTTOBRE ROSSO! -1 continua).

 

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