Ambiente MORTALE

In America latina aumenta il numero dei leader ecologisti assassinati a causa del loro impegno.

di SILVINA PÉREZ

(dall’Osservatore Romano-organo della Santa Sede 13-14 febbraio 2017)

Isidro Baldenegro, difensore dei boschi e leader indigeno tarahumara, è stato assassinato lo scorso gennaio nel nord del Messico come lo era stato suo padre nel 1986. La sua lotta per l’ecosistema della Sierra Madre occidentale gli è valsa il premio Goldman, il più prestigioso riconoscimento per la difesa dell’ambiente.

Per anni, Baldenegro ha ricevuto minacce di morte, finché il mese scorso un uomo gli ha sparato sei colpi mentre si trovava a casa di uno zio. È il secondo leader ambientalista, vincitore di un Goldman, a essere ucciso in meno di un anno. Solo dieci mesi fa, l’ecologista Berta Cáceres era stata aggredita e poi uccisa. Aveva mobilitato il popolo dell’Honduras contro i piani per la costruzione della diga di Agua Zarca.

Un progetto enorme, con capitale internazionale, che coinvolgeva il fiume Gualcarque, d’importanza vitale per il popolo Lenca poiché da esso dipendono in gran parte la sua sicurezza alimentare e la sua identità culturale, due pilastri della sua esistenza come popolo indigeno. L’ondata di violenza non si è arrestata con la morte di Isidro. A sole due settimane dal suo assassinio, un’altro leader indigeno rarámuri, Juan Ontiveros Ramos, di 32 anni, è stato trovato morto nella stessa regione.

Lo scorso 31 gennaio, la sua famiglia aveva denunciato che uomini armati lo avevano fermato mentre viaggiava su un furgone con suo fratello; avevano portato via solo lui, per una destinazione sconosciuta. La madre aveva dichiarato di aver sentito quattro spari vicino al luogo dove suo figlio era stato rapito.

Meno di ventiquattr’ore dopo, la notte del 1° febbraio, il suo corpo senza vita era stato rinvenuto sul bordo di una strada. Trasformati in simboli della lotta ambientale, Juan, Isidoro e Berta sono solo tre nomi che si aggiungono a una lunga lista di ecologisti che hanno pagato con la propria vita la loro difesa dell’ambiente.

Il numero dei martiri della Pachamama, come viene chiamata la Madre Terra tra le comunità indigene dell’America Latina, sta aumentando alla stessa velocità della domanda di risorse per rifornire una popolazione mondiale consumistica in forte crescita. Le controversie su un territorio sempre più sfruttato hanno fatto degli ambientalisti il bersaglio di imprese e governi. Tanto che l’Onu li considera tra i difensori dei diritti umani più vulnerabili al mondo.

Nel 2015 più di tre persone a settimana sono morte per difendere la loro terra, i loro boschi e i loro fiumi da industrie distruttive. Nel resoconto “En terreno peligroso” della Global Witness sono documentate le 185 uccisioni avvenute quest’anno in tutto il mondo di cui si è a conoscenza, cifra che indica una media annuale mai registrata prima e che è più del doppio di quella dei giornalisti assassinati. (…)

Il resoconto sottolinea che i casi di violenza e l’aumento registrato nell’ultimo decennio sono strettamente vincolati all’incremento della pressione sulle risorse naturale e la proprietà della terra.

Di fatto, le cause principali della violenza contro gli attivisti ambientali derivano proprio dalle controversie sull’abbattimento di foreste, l’attività mineraria e i diritti sulla terra. Il quaranta per cento degli assassinii dei difensori dell’ambiente che si commettono nel mondo hanno come vittime gli indigeni, specialmente tra le popolazioni dell’America Latina.

Cifre alla mano, si scopre che il luogo più pericoloso al mondo per la difesa dei diritti sulla terra e sull’ambiente è il Brasile, con un totale di 448 morti nell’ultimo decennio; ma, rispetto al numero dei suoi abitanti, è l’Honduras, con le sue 110 vittime, la nazione più pericolosa per chi difende le risorse della terra. Al terzo posto c’è un paese asiatico, le Filippine, con un totale di 67 vittime.

Determinare dove finisce la questione ambientale e dove inizia quella sociale è un compito praticamente impossibile, poiché l’ambiente umano e l’ambiente naturale si degradano insieme. La questione dell’acqua dolce è il paradosso che forse meglio riassume la portata del problema. La maggiore biodiversità e il quaranta per cento delle riserve di acqua dolce del mondo si trovano nel continente latinoamericano ma proprio lì più di settanta milioni di persone continuano a non avere accesso all’acqua potabile e circa centoventi milioni ai servizi igienici, secondo dati della Banca dello Sviluppo dell’America Latina. Inoltre centomila persone muoiono ogni anno per il consumo di acqua inquinata.

Per i popoli indigeni, la situazione si aggrava poiché la natura è la base della loro sopravvivenza materiale, culturale e spirituale. Uno dei grandi problemi economici della regione è il profilo delle sue esportazioni. Molte economie del continente affidano gran parte della loro bilancia commerciale a prodotti naturali, come idrocarburi, minerali, legnami e prodotti agricoli. Sebbene siano relativamente semplici da produrre, il loro valore aggiunto è soggetto a forti fluttuazioni sui mercati internazionali, il che fa sì che le esportazioni della regione dipendano spesso dai prezzi internazionali, fatto che non favorisce assolutamente la tanto necessaria stabilità economica e determina lo sviluppo di un’industria di tipo estrattivo senza regole chiare e con inevitabili ripercussioni sulla tutela ambientale.

Sono sempre più numerose le violazioni degli accordi, persino di quelli internazionali, come la Convenzione 169 dell’Ilo, che obbliga gli Stati a una consultazione previa quando sono coinvolte le comunità indigene. La mappa degli interessi estrattivi si sta estendendo sempre più in America Latina e a un ritmo vertiginoso. Soprattutto per quel che riguarda i metalli: oltre al rame, all’oro e al ferro, il continente latinoamericano dispone di grandi giacimenti di litio, zinco e piombo, e anche di diversi elementi per leghe e finiture di metalli, come il cromo, il magnesio, il nichel e il molibdeno, fondamentali come componenti delle nuove tecnologie.

«Nella lotta per le ultime risorse del pianeta, la strategia delle industrie dell’Occidente è di accaparrare il più velocemente possibile quel che si può in quel supermercato che sembra essere ora l’America latina» aveva detto Isidro Baldenegro nel suo ultimo incontro pubblico con gli indigeni della sua comunità. «Nell’Amazzonia colombiana e nell’America centrale fino a poco tempo fa, si parlava del pericolo rappresentato dalla droga e dal narcotraffico. Ora il pericolo sono l’estrazione dell’oro, le miniere, le risorse, il grande capitale».

Catastrofi naturali, malattie, sradicamento, aggressioni e assassinii: sono alcuni dei problemi che i popoli indigeni devono affrontare ogni giorno in tutto il mondo per il fatto di vivere in zone ricche di risorse naturali.

In America Latina, la crisi ambientale e la difesa della terra oggi si pongono in termini morali poiché a essere in gioco sono elementi decisivi di giustizia. Attentati contro la vita dei difensori dell’ambiente e della terra e violazione dei diritti ambientali e umani: sono i sintomi della deregolamentazione ambientale legata allo sfruttamento delle risorse naturali. Il problema è sistemico, con molte ramificazioni, ma con due estremità chiare: la domanda e l’offerta.

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osservatore 

 

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