Nessuno più dell’antico Popolo dei Siculi ha marcato l’identità dell’Isola, a tal punto che essa si chiama ancora Sicilia e i suoi abitanti si chiamano ancora Siciliani.

L’insularità mediterranea della Sicilia, agendo nell’invarianza come luogo di accumulo di energie umane, ha plasmato e sfaccettato la psiche e i caratteri del suo Popolo fin dalle epoche più remote. E il sostrato di questo Popolo, al di là degli innesti successivi, è fondamentalmente riconducibile al misterioso e sbiancato “Regno Millenario” dei Siculi. Volendo focalizzare il discorso sulla Storia della Sicilia antica -che, per dirne una, non comincia certo con i cosiddetti “Greci”- vediamo dunque di alzare uno sguardo più autentico su quella dei Siculi, cioè del demos, del popolo, grazie al quale la nostra Isola si chiama ancora oggi Sicilia e i suoi abitanti ci chiamiamo ancora oggi Siciliani. E non altro. (…)

Nel quinto secolo a.C. delle Guerre Costituenti, fondata Palikè intorno al Laghetti Sacri, la Synteleia del Douketios federa le città-stato dei Siculi cogliendo i pericoli e le potenzialità del grande mutamento in corso nello spazio siciliano e nel mondo mediterraneo…

Forte di un retroterra economico assai florido: uva e vino, carni e pelli, latte e formaggi, frutta e legname, grano e farro…E allevamenti di cavalli. Sale e Zolfo. Questa ricchezza rendeva perfino secondario lo scambio monetario, tesaurizzavano l’argento.

E’ il secolo cruciale, di conflitti globali e regionali, che vide infine sorgere, nella “tragedia greca”,  una “coscienza nazionale” Sikeliana: “Né Joni, né Dori: semu Sikeliani!” “Non è vergogna per uomini che abitano la stessa patria scendere a qualche concessione reciproca, Dori a Dori, Calcidesi a quelli dello stesso ceppo e, in complesso, tra genti vicine che abitano il medesimo suolo, lambito dal mare e distinto da un unico nome di popolo: Sikeliani. Combatteremo, io credo, e ricorreremo alla pace quando sarà opportuno, ma sempre tra noi, appellandoci a trattati che noi soli riguardino. Stringiamoci compatti sempre a far barriera, se siamo ragionevoli, contro genti straniere che si avanzino con propositi aggressivi. […]-(Ermocrate, Congresso di Gela, 424 a.C.).

Erano trascorsi pochi anni dalla caduta di Trinakria la Gloriosa. Arroccata sulle Montagne che dominano le simetine correnti consacrate ai Palikoi di cui narra Virgilio nell’Eneide-, l’ultima città a cadere nelle Battaglie dei Siculi, fu Trinakria, la città-giardino. Nessuno si arrese: allo stremo delle forze, nel lungo assedio, si suicidarono in massa. I mercenari campani e siracusani entrarono in città a capo chino. Il bottino venne inviato all’oracolo di Delfi.La Roccaforte dei Siculi resisteva da otto mesi all’assedio quando esausta cadeva vittoriosa, come solo ai Popoli eroici è permesso, nella primavera dell’anno 439 a.C.

Iddhi si suicidarono in massa per difendere un semplice valore. L’Onore di Essere Liberi.

Il bottino saccheggiato a Trinakria –scrissero- lo inviarono all’Oracolo di Delfi.

Il Doukethios ha combattuto prima per federare, anche con la forza, l’ambiente siculo; poi contro i mercenari campani che l’oligarchia siracusana scagliava contro le Terre dei Siculi, e infine contro le Armate oligarchiche siracusane che vennero battute sul campo in diverse occasioni. Una RIVOLUZIONE PERMANENTE nelle battaglie politiche del quinto secolo: il secolo lungo delle GUERRE COSTITUENTI in cui va situata -nelle forme di GUERRA CIVILE- l’epopea del Ducezio dei Siculi.

Vasto consenso riscuoteva la Syntèleia dei Siculi nelle classi lavoratrici della metropoli siracusana, tra i Kyllýrioi, immigrati siculi attratti dalle forti agevolazioni, anche fiscali, che l’Epikrateya proponeva… E’ un aspetto poco studiato e ancor meno compreso delle lotte di classi nella Sicilia antica. D’altronde, se i Siculi non esistono o poco più, meglio glorificare i “bizantini” che ci imposero un latifondo schiavile e servile tributario delle chiese di Milano e Ravenna!. E’ quello che stanno facendo i giovani emergenti dell’Accademia coloniale.(…)

La Guerra di difesa della soggettività etnopolitica nello “spazio costituente”, guidata dal Douketios –che era morto l’anno prima in circostanze fortuite, almeno così riferisce Diodoro- contribuì al mutamento di prospettiva culturale e dei rapporti di classe a Siracusa, laddove il movimento politico-militare della Syntèleia riscuoteva ampia sympatheia, non solo nella componente sicula del proletariato metropolitano, i Kyllýrioi. Ed è utile ricordare la politica siracusana caratterizzata da forti agevolazioni fiscali e sociali finalizzate ad attrarre la manodopera qualificata, e, credo, anche i giovani del notabilato del mondo siculo. Mentre diffusi erano i matrimoni misti nella piana delle simetine correnti, tra siculi e sikeliani di radice caldidese. (…)

E’ utile ricordare che Ducezio non è nome di persona. Il Doukethios fu, in un certo senso, l’ultimo Rhesòs. Il Rhesòs, Re dei Siculi, è rex e augur, incarna dunque la Sovranità come Sacerdozio. Il Douketios fonda la sua capitale politica intorno al Santuario dei Palikoi (453 a.C.). E la battezza Palikè.

Il Rhesòs, Re dei Siculi, è rex e augur . Questo modello è un lascito dei Siculi al piccolo mondo laziale che sulle ceneri dei Latini sconfitti costruirà la Roma arcaica. Il modello del Rhesòs, è ipotizzabile, attraversa i millenni fino ai nostri giorni: il Pontifex, il Papa, come ultimo erede del Rhesòs siculo. Assai più, comunque, di un “relitto” etnoantropologico. (S.Mazzarino)

Nella dialettica della bilancia di potenze che si contese i Tre Mari siciliani (“GUERRE PUNICHE”), la Sikelìa cadde con Siracusa, nel 212 a.C., dopo secoli di dominio diplomatico e militare, commerciale e tecno-culturale di lungo raggio, mentre l’Assemblea dei Siculi, il Parlamento di Henna, venne sterminata a tradimento dai legionari di Lucio Pinario. Ma il demos siciliano non fu mai “romanizzato” e la presenza ordinaria dell’Urbe nella provincia “una e fatta”, non andò mai oltre le poche migliaia di coloni, funzionari e militari, i cui maggiorenti gestivano i propri affari extra legem, dal loro Conventum, una cupola ante litteram. Non discendiamo dagli antichi Romani, piuttosto, semmai, è vero il contrario. Alla prossima.

I Siciliani, sottomessi con la violenza, aspettavano l’occasione per rivoltarsi, e ciò accadde quando si unirono in massa agli schiavi insorti, i quali erano per lo più di origine siriaca.

A trentanni di distanza l’una dall’altra, le Rivoluzioni di Euno (139-132 a.C.) e Salvio (104-101 a.C.) e la Rivolta di Spartaco (73-71 a.C.), che tentò senza fortuna di raggiungere la Sicilia già insorta contro Verre, “ancorchè sconfitte, hanno avuto un ruolo di accelerazione nella crisi della Repubblica” (Canfora).

L’onda lunga, v’è ragione di credere, si spinge fin nel cuore dell’Urbe, nei sobborghi proletari di Roma, le roccaforti di Catilina. Il più grande rivoluzionario sociale che sia mai apparso nella Storia romana.

Nè le “verrine”, nè le “catilinarie” del centrista e palazzinaro Cicerone sarebbero mai state ben scritte –(peraltro ad uso politico-letterario, più che oratorio-processuale!)- senza le insurrezioni siciliane che scossero Roma nelle fondamenta.

(…)

Nell’insurrezione delle moltitudini è la costituzione materiale dell’Impero. E la sua fine.

(…)

Sovrana e indipendente, quando riusciva ad afferrare la potenza del sea power mediterraneo, la Sicilia non è stata colonia di nessuno per millenni.

Mario Di Mauro (da: relazione al Cuncumiu 2002 di TerraeLiberAzione)

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