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La Sicilia al Tempo

dell’ultimo Douketios

di Mario Di Mauro (@2007 -estratti / reg. SIAE)

Nessuno più dell’antico Popolo dei Siculi, il popolo dell’Ulivo, ha marcato l’identità dell’Isola, a tal punto che essa si chiama ancora Sicilia e i suoi abitanti si chiamano ancora Siciliani.

La storia dei Siculi -pirati e allevatori di cavalli, coltivatori e guerrieri- si concretizza nel “Regno Millenario” che ebbe nelle Valli dei Palikoi, i Gemelli Santi identificati coi Laghetti di Naftìa, il suo cuore di zolfo spirituale e politico. Scriveva Virgilio, intorno all’anno 30 a.C.: “Symaethia circum flumina, pinguis ubi et placabilis ara Palici…” (Eneide, IX). Intorno alle simetine correnti, laddove ricca e misericordiosa è la terra sacra dei Dvi Palikoi, i Gemelli protettori degli esuli, degli schiavi e delle donne in fuga. Quelle stesse Terre dei Siculi che, quattro secoli prima, erano state teatro dell’epopea della Sunteleya del Douketios, “il Siciliano che condusse la prima Guerra d’Indipendenza che la Storia ricordi”. Nel quinto secolo delle Guerre Costituenti.

Se non ci fossero giunti 14 dei 40 Libri che componevano la Biblioteca Storica di Diodoro di Agira, vissuto nel I secolo a.C., non sapremmo nulla del Ducezio.

E’ utile ricordare che Ducezio non è nome di persona. Il Doukethios fu, in un certo senso, l’ultimo Rhesòs. Il Rhesòs, Re dei Siculi, è rex e augur, incarna dunque la Sovranità come Sacerdozio. Il Douketios fonda la sua capitale politica intorno al Santuario dei Palikoi (453 a.C.). E la battezza Palikè.

Il Rhesòs, Re dei Siculi, è rex e augur . Questo modello è un lascito dei Siculi al piccolo mondo laziale che sulle ceneri dei Latini sconfitti costruirà la Roma arcaica. Il modello del Rhesòs, è ipotizzabile, attraversa i millenni fino ai nostri giorni: il Pontifex, il Papa, come ultimo erede del Rhesòs siculo. Assai più, comunque, di un “relitto” etnoantropologico.

Il Ducezio a noi noto nacque nella Valle dei Palici e per meriti acquisiti sul campo divenne Condottiero dei Siculi. Poliglotta e abile diplomatico, ne catalizza le aspirazioni in una fase specifica della Storia siciliana. Siracusa è il perno di un mondo complesso, dall’Adriatico al Tirreno, relazionato con tutto il Mondo tecnicamente raggiungibile. Uno spazio multietnico, carico di storia.

Parlare di Siracusa nel secolo quinto a.C è come dire oggi di New York. I “regimi tirannici” -laddove per Tiranno si intende nient’altro che una sintesi istituzionale antioligarchica del Governo della Società- implodevano nell’incapacità di coniugare la spinta matura dei ceti sociali “borghesi”, legati alla mercatura, le aspirazioni d’ascesa sociale del proletariato urbano siculo ch’era stato attratto nella Pentapoli con agevolazioni fiscali e d’altro genere e rappresentava il motore operaio della metropoli dai cantieri navali alle cave della costa, dei gamoroi -imprenditori o rentier- proprietari di parte della chora agraria.

Dopo la caduta dei Dinomenidi, i “partiti”, espressione di precisi interessi di classe, riprendevano forma, e il regime democratico ritornava necessità storica.

L’epopea della “Guerra d’Indipendenza” condotta dal Ducezio si inscrive in questo contesto. Un ruolo determinante, in questo mutamento, è svolto dal modello di relazioni tra la “metropoli siracusana” e il vasto mondo delle “città indigene”, ormai in prevalenza sicule, che la costellavano, pacificamente accerchiandola e -di fatto- rifornendola di manodopera e materie prime, in un rapporto che sarebbe errato definire di subordinazione. I cosiddetti “Greci” -tre secoli prima- sbarcarono profughi e accolti con pietà in Sicilia, paese dei Siculi e dei Sikani. Partivano “raccogliendo la miseria di tutta la Grecia” (Archiloco).

Parlavano lingue diverse e se taluno aveva nozione di un qualche alfabeto l’aveva appresa dai Phenix -che in Sicilia c’erano già e, peraltro, a Mozia coniarono moneta prima di Cartagine, che praticava ancora il baratto-. I quali Phenix, a loro volta, ne avevano appreso la logica nell’oriente mediterraneo: nel Regno anatolico degli Ittiti, coi quali avevano attestata frequenza. La lingua di Arzava produceva già vasti archivi in cuneiforme accadico. E l’accadico fu la prima lingua scritta della diplomazia, dal Mediterraneo alla Mesopotamia passando per il più potente dei Regni del tempo, quello anatolico degli Ittiti. In accadico sono i testi internazionali del faraone Amenofi IV, il Grande Akhenaton (1351-1334 a.C.).  Quasi mille anni prima, intorno al 2250 a.C., Sargon I di Akkad, sconfiggendo le ormai millenarie città-stato sumere, aveva costruito un regno che dalle coste del Mediterraneo orientale giungeva all’Elam, ad est della Mesopotamia.  Se la scrittura rimase cuneiforme la lingua che la alimentava fu l’accadico, che svolse per oltre mille anni la funzione di lingua franca. Uno studioso siciliano ne ha trovato echi nella lingua sicula, interfacciata al sanscrito, analizzando l’iscrizione: “nun ustenti mim…” di cui ci occuperemo in seguito.

Da testi sopravvissuti dal regno dell’ultimo re degli Ittiti (circa 1180 a.C.), risulta che gli Shikalayu (Siculi) insieme ai loro alleati, aggredirono Ugarit, …Memfi, Cipro, il grande regno Ittita, e li rasero al suolo.

Gli stessi attaccarono l’Impero Miceneo, distruggendo e dando alle fiamme le rocche e i palazzi, determinando l’improvvisa fine della potenza Micenea.

Subito dopo è la volta di un nuovo attacco, questa volta portato all’Egitto.

Il faraone Ramses III che regnò nella metà del XII secolo a.C., li indicò come Sekelesh (Siculi) e scriveva: “Le nazioni straniere hanno messo a punto una cospirazione presso le loro isole. Improvvisamente essi hanno abbandonato le loro terre e si sono gettate nella mischia. Nessuno poteva resistere alle loro armi: da Hatti, a Qode, a Cherchemish, ad Arzawa e Alashiya, tutte furono distrutte allo stesso tempo. Un campo militare fu da loro insediato in Amurru; qui essi fecero strage della gente del posto e la terra fu lasciata in uno stato di desolazione come se non fosse mai stata abitata. Quindi essi si diressero verso l’Egitto, dove era stato innescato il focolaio della rivolta…”. (…)

***

La Storia della Sicilia non comincia certo coi “Greci”. Né la Sicilia fu mai una “colonia greca”, né tantomeno “magnogreca”. L’unico tentativo di invaderla e occuparla segna la fine dell’imperialismo greco-ateniese. Atene crolla in Sikelia, sul Fiume Asinaro, nella collisione storica tra due “modi di produzione” antagonisti (18 settembre 413 a.C.). (…)

Quando giunsero in Sikelìa quei primi “greci” puzzavano di ovile e non avevano ancora costruito alcuna “moderna” città. L’invenzione della Città, a pianta ortogonale, con isolati regolari… nel Mediterraneo, baltico “mare color del vino”, è un fatto del tutto siciliano: e dunque anche degli ingegnosi ecisti che guidavano i profughi dell’oriente, i nostri “Greci”, che in breve tempo divennero Sikeliani –sincretizzati con le popolazioni autoctone, non solo negli scambi economici vitali, ma anche nella diffusione dei matrimoni misti (siculi e calcidesi, nell’area simetina, per esempio).

Αποικία-in inglese: away-settlement= insediamento distante.E l’Ecista, il Fondatore, non è un conquistadores, né guidò di regola spedizioni militari…Erano migranti, spesso espulsi dalle proprie terre aride: sconfitti dalle carestie e nelle guerre civili…La hybris della disperazione semmai scoprì l’Isola di Trinakria, il Giardino, questo vuol dire “Trinakria”, in siculo arcaico.

“Proprio in quel tempo(728 a.C.) Lamide approdò da Megara(Attica) in Sicilia alla guida di una  Αποικία e a settentrione del fiume Pantachio fondò una cittadina dandole nome Trotilo. Più tardi passò di là a Leontini dove, per un breve periodo, divise con i Calcidesi la direzione politica di quella colonia; scacciato dai Calcidesi, fondò Tapso e venne a morte, mentre i suoi, espulsi da Tapso, eressero Megara denominata Iblea, poiché il re dei Siculi Iblone aveva loro concesso la terra, anzi ve li aveva condotti di persona. E per duecentoquarantacinque anni fu la loro sede, finché Gelone tiranno di Siracusa li espulse dalla città e dal suo contado”. (La Guerra del Peloponneso, VI libro – Tucidide)

E tanto basta.

***

In Sikelìa si creano le condizioni culturali perchè l’idea di città prendesse forma materiale, assai prima che Ippodamo da Mileto ne scrivesse (G.Vallet). V’erano già state civiltà palaziali: a Creta, ma anche in Sicilia. La Camico del Kokalos -cioè del mitico Re sikano dal carro veloce- è una città-palazzo, si ritiene con ramificate strutture ipogeiche, cioè sotterranee.

Non si tratta ora di resuscitare perdute “Età dell’Oro”, ma di far vivere il nostro diritto a una Verità storica che ci aiuti ad alzare uno sguardo siciliano sulle cose della Vita e del Mondo. Per esempio. Chi lo sapeva che la lingua madre dei troiani -al tempo della famosa guerra…commerciale, per il controllo del Bosforo- non fosse il greco ma il luvio? Allo stesso modo -oltre i luoghi comuni derivati dall’invenzione postuma di una monolitica “civiltà greca”- va ribadito che la nascita della città “moderna” è una pietra miliare nel cammino faticoso che vide sorgere una Civiltà del tutto inedita: la Civiltà sikeliota, alla quale tutti, “greci” ioni e dori, “indigeni” siculi, sicani ed elimi, phenix di Mozia (ma c’è n’è altri!) hanno dato un contributo di vita. E le lingue cosiccome il sentimento religioso, entrarono in osmosi. Per esempio: Joni antichi che non comprendevano i Dori, Siculi che non capivano un’acca forse più dei secondi che dei primi… cominciarono a parlarsi. Ora con la voce, ora con le merci che scambiavano, ora con spade e lance. Ecco, il momento dell’ultimo Ducezio culmina in una guerra.

Che sia una Guerra Civile dei Siculi “ellenizzati” contro dei Greci “siculizzati”?. In ogni caso servono un’altra chiave di lettura e un nuovo paradigma perchè questa Storia possa essere ricostruita e trasmessa parlando al presente: senza sbiancamenti colonialisti che degradano i Siculi a bande mafiose di razziatori, come sostiene un noto accademico deficiente; né strumentalizzazioni che evocano una inesistente “guerra indipendentista” a sfondo razziale, come sostiene una fumosa vulgata sicilianista. Non hanno capito nulla di quell’originale e irripetibile spazio di civilizzazione che fu la SICILIA ANTICA.

Nel Quinto Secolo delle Guerre Costituenti, l’EPOPEA del DOUKETIOS si sviluppa –nell’unificazione politico-religiosa del mondo siculo- dalla GUERRA AI MERCENARI alla LOTTA PER L’INDIPENDENZA nello SPAZIO policentrico di SIKELIA. Sebbene sconfitta essa agirà in profondità nella maturazione identitaria dello spazio sikeliano, vettore a sua volta di più vasti processi storici che rendono cruciale quel Secolo nella storia mediterranea e mediorientale.

E’ un Secolo cruciale di conflitti globali e regionali, che vide infine sorgere, nella “tragedia greca”, una “coscienza nazionale” Sikeliana: “Né Joni, né Dori: semu Sikeliani!”.

“Non è vergogna per uomini che abitano la stessa patria scendere a qualche concessione reciproca, Dori a Dori, Calcidesi a quelli dello stesso ceppo e, in complesso, tra genti vicine che abitano il medesimo suolo, lambito dal mare e distinto da un unico nome di popolo: Sikeliani. Combatteremo, io credo, e ricorreremo alla pace quando sarà opportuno, ma sempre tra noi, appellandoci a trattati che noi soli riguardino. Stringiamoci compatti sempre a far barriera, se siamo ragionevoli, contro genti straniere che si avanzino con propositi aggressivi. […]-(Ermocrate, Congresso di Gela, 424 a.C.).

Un decennio dopo: l’imperialismo ateniese aggredisce i Sikeliani, nel tentativo di occupare l’Isola del Tesoro e farne una colonia. Atene venne annichilita. La Lezione del Fiume Asinaro è la pietra tombale sulle Forze Mentali dell’imperialismo greco. L’epopea della “Guerra d’Indipendenza” condotta dal Ducezio si inscrive in questo contesto.

 

Guerra ai mercenari, per l’unificazione dei Siculi

I Tiranni facevano ampio ricorso all’arruolamento di mercenari stranieri. La ragione è semplice: meglio un mercenario, che lo paghi e ti obbedisce, che i figli del popolo, che li paghi ma non è detto che facciano tutto quello che gli dici. Accadde che Siracusa si trasformò in uno stato poliziesco: e non ci si poteva manco lamentare. Nel 466 a.C. un’ampia coalizione democratica del popolo siracusano -col sostegno decisivo del proletariato siculo della città e della rete delle città sicule dell’entroterra- fa piazza pulita di un regime che era già marcio di per se. La Reazione tirannica può ancora disporre di forze mercenarie -ricordiamo i Campani, che ve n’erano migliaia-. Ed è ovvio che la Rivoluzione diventa permanente nell’attacco agli insediamenti di questi soldati di ventura “xenoi”, cioè stranieri. E fin qui i Sikelioti (“Greci siculizzati”) e i Siculi, camminano fianco a fianco, si dividono i compiti.

Nel 461 li ritroviamo alleati nell’attacco a Katane occupata dai mercenari. E il racconto di Diodoro ci trasmette, per la prima volta, un nome. Douketios. Che sia il suo nome proprio, o quello di una carica…Direi che “il Ducezio” è il Capo dell’Armata di Liberazione del Popolo dei Siculi. Quel Ducezio che accetta la resa degli xenoi mercenari e gli offre asilo ad Inessa (vicino Paternò). Suppongo previa rinuncia ad ogni belligeranza: “Fatevi gli affari vostri e vi lasceremo in pace!”. Cosa che non fecero. Lo vediamo dopo.

Katane viene riordinata: la popolazione catanese che era stata deportata a Lentini dal tiranno siracusano Gerone vi potè liberamente fare ritorno, mentre la chora lentinese, il territorio degli antichi campi leontini, venne diviso tra Sikelioti siracusani e Siculi.

Ricordiamo che Lentini, l’antica Xuthia indigena (forse sikana), era una città marinara: proprio così. Il suo porto-canale, che la collegava allo Jonio, era lo sbocco a mare più organizzato dello spazio siculo nel quinto secolo: dalla Valle dell’Eryx alla Valle dei Palici, cioè dalla Piana di Catania a quella di Caltagirone, che poi è anche sulla direttrice di terra della chora geloa verso Nord.

La seconda notizia del racconto diodoreo ci dice che il Douketios, questo Principe brillante, forse unificando vari insediamenti della Valle dei Palici, da vita a un cantiere urbano che in pochi mesi si trasforma nella città di Menainon, ispirata al modello sikeliota. Si è parlato di ellenizzazione: in verità l’urbanistica “parlava” sikelioto già da secoli. Mentre a Menainon i lavori fervono, il Douketios comprende che a Morgantina si stanno radunando mercenari xenoi e forze greche filotiranniche, insomma quella splendida città è diventata un nido di “uova del drago”. Non ci sta a pensare più del necessario: una Armata schierata a Freccia Sicula si muove rapida verso le alture dell’attuale Aidone, varca il fiume di Eryx, l’attuale Gornalunga, sfonda le difese e lascia vivi solo donne e bambini.

Il racconto diodoreo tace il suo nome per sei anni. Sono gli anni in cui la Pax sicula dischiude l’orizzonte di un sogno. Nasce la Syntèleia, l’Alleanza federativa delle città dei Siculi. Di solito vi aderivano spontaneamente, aprendo un varco al passaggio del Douketios.

Laddove insorgevano difficoltà il “partito indipendentista” organizzava un “colpo di stato”. Quella del Douketios è stata una “Guerra di Unificazione” dei Siculi nella dialettica della Civiltà sikeliota. Unire i Siculi per farne un soggetto politico nello spazio di civilizzazione sikelioto, questo era il suo Programma politico e spirituale. Forte di un retroterra economico assai florido: uva e vino, carni e pelli, formaggi e frutta, legname e zolfo, grano, farro, orzo…E allevamenti di cavalli. Questa ricchezza rendeva perfino secondario lo scambio monetario. Ma il sigillo dell’Azione duceziana è tutto nella decisione di innalzare a Santuario Nazionale il locus inferus che da secoli, se non da millenni, era identificato coi Laghetti di Naftìa, consacrati ai Gemelli Palikoi, numi tutelari dei deboli, degli schiavi in fuga, dei perseguitati. Laghetti sulfurei incoronati da un Bosco Sacro, nel cuore di zolfo di una Valle che può essere nominata in verità solo come Valle dei Palici. E “caligante di nascente zolfo” appare a Dante la “Bella Trinakrìa”, crocevia storico delle turuk dell’islam sufi e delle sette esoteriche cristiane di matrice templare, come quei “Fedeli d’Amore” ai quali l’Alighieri segreto apparteneva. Il riferimento è ai Laghetti di Palikè.

Il Douketios fu l’ultimo di una lunga serie di Re-Sacerdoti che governarono in Sicilia fin dal tempo sikano?. Può darsi. Ma l’aver collegato una Azione politica di Liberazione Nazionale alla risemantizzazione di un Luogo Sacro non deve essere letto solo nella sua dimensione strumentale… Quelli con gli Dei ci parlavano veramente, col Sintimentu, sicula concrezione di Cuore e Cervello. Dio sa se non abbiamo ancora da imparare dai nostri Grandi Antichi!.

Torniamo a Inessa (Paternò). I mercenari xenoi vi si radunavano a migliaia. Il Douketios sapeva che prima o poi da lì sarebbe venuta una minaccia, ma non poteva destabilizzare l’alleanza col partito democratico di Siracusa, col quale aveva condiviso la soluzione di “parcheggiarli” in quella città, sul fiume Simeto. Che fare?. La soluzione meriterebbe di figurare nei manuali di “Tecnica del Colpo di Stato”. Venne realizzato con manovre interne sostenute dall’esterno e culminate nell’eliminazione del capo dei mercenari, tale Dinomene.

Fuori dalla Sunteleia, nel territorio siculo del quinto secolo, resta la sola Hybla Gereatide. Dicono perchè del tutto “ellenizzata”, in verità non se ne sa nulla. Forse era ancora una Città-Santuario della Grande Madre Hybla, Generatrice dei Gemelli Palici nella volontà unitiva di una Ninfa fluviale con Adranos, il Dio Nero sikano che i “Greci” identificarono poi con Efesto che forgia armi per gli Dei nella Fucina dell’Etna. Una confraternita di sacerdoti indovini vi abitava riverita, e un tempio famoso ne ospitava i riti protetto da mille cani capaci di distinguere il devoto dal ladro. Così è raccontato fin dall’antichità.

E’ probabile che, per morfologia spirituale, l’Hybla (di Paternò) fosse -come la stessa Valle dei Palici- una “zona franca” riconosciuta. D’altronde a nessuno verrebbe in mente, oggi, di invadere il Vaticano. Neutralizzata con astuzia fu dunque la concentrazione mercenaria di Inessa, mentre Palikè, una intera e nuova città-capitale, sorgeva ormai sulla collina di Rocchicella, che dominava i Laghetti, radunando per sinecismo i Siculi delle Pianure (“ton pedioi”, scrive Diodoro).

Intorno al Santuario dei Gemelli Palikoi, che è anche l’epicentro delle vie di comunicazione stradali e fluviali della Sicilia Orientale, veniva rifondata una antica Nazione. Il Douketios -forse d’intesa con settori siracusani- rompe gli argini e attacca la frontiera agrigentina, conquistando la fortezza di Mothion (Terravecchia di Cuti). Matura una seconda fase dell’epopea duceziana: la Syntèleia, sulla terraferma, è una potenza politica di forza pari a quella siracusana e a quella girgentana, il cui territorio si estende dai monti del Nebros -il cerbiatto sacro a Dioniso- alla Valle dei Palici dominata dalle città sicule di Erykes (Montagna di Ramacca), Galaria (Piano Casazze), Trinakria (Piano Altobrando), Menai (Mineo)…; dalle periferie di Catania fino a Vassallaggi, oltre l’attuale Caltanissetta, passando, sulla Valle dell’Eryx (Gornalunga) per la meraviglia di Morgantina. Troppa potenza, nell’Isola degli equilibri critici.

 

L’equilibrio spezzato

L’equilibrio è spezzato. Il racconto diodoreo dice di un esercito siracusano, comandato dal generale Bolcone, che attacca l’Armata dei Siculi. E’ l’anno 451. I Siculi vincono sul campo. Il generale Bolcone -rientrato a Siracusa- viene arrestato, processato, condannato per tradimento e giustiziato. Passa un anno. Siracusa e Agrigento mettono in atto una manovra a tenaglia: l’Armata dei Siculi è sconfitta “nei pressi di Nomai”, il Douketios, con un gruppo di fedelissimi, si inventa un colpo di scena incredibile, un capolavoro politico: si presenta a Siracusa consegnando la sua persona, guardando negli occhi i maggiorenti della Pentapoli. La città si spacca: ricordiamo che il proletariato siracusano, i Killirioi, è a prevalenza sicula ed ha un suo peso politico, sebbene non godendo di tutti i “diritti formali”. E il Douketios dei Siculi è una leggenda vivente anche presso gli ambienti colti della città. Un tipo speciale, più pericoloso da morto che da vivo. Lo condannano all’esilio. A Corinto, dove vivrà riverito come un Principe in Esilio, per tre anni. La sconfitta militare dell’Armata dei Siculi, non si trasforma in sconfitta politica. Era emersa una classe dirigente, consapevole della forza di un popolo. Sebbene modificati i rapporti di forza non erano da disfatta. La riorganizzazione si impernia sulla Città Fortezza di Trinakria. Essa domina tuttora la Valle dei Palici. La località si chiama Piano Altobrando (Caltagirone), ma i pastori nostri la chiamano ancora u Kianu de Tri Branchi… E’ Trinakrìa, l’Eroica. Ormai era saltata del tutto la cappa secolare della subordinazione dei Siculi all’invadenza (ma non “invasione”) dei cosiddetti “Greci” (in verità un commerciante calcidese aveva meno cose in comune con un “attico” o un “corinzio”, di quanto non ne avesse con un marinaio o con un agricoltore siculo).

La koinè sikeliota, alla quale tutti stavano contribuendo, viveva l’ennesima fase di convulsione “riordinata” nel 424 al Congresso di Gela che unificò le forze sikeliote contro l’imperialismo…greco. Il conflitto coi Siculi è un acceleratore della costituente politica dei Sikeliani, che trova sintesi nel celebre discorso di Ermocrate.

Anno 446. Altro colpo di scena. La diplomazia siracusana invita il Douketios a far rientro in Patria dall’esilio dorato in Corinto. Il Principe chiede conferma a un oracolo, si imbarca con una scorta offerta dalla città che lo ospitava, e approda sulla costa tirrenica, accolto dal suo amico Arconide di Erbita (Nicosia o Gangi), anch’egli principe dei Siculi. Insieme fondano la città di Kalacte, la Bella Spiaggia, sui Monti del Nebros (Caronia). Il popolo della Syntèleia ritrovava la sua leggenda vivente. L’unico in grado di ridefinire pacificamente i rapporti politici ed economici tra Siculi e Siracusani. Rapporti che erano precipitati in uno stato di krisis, che potrebbe essere meglio indagato. Si sa invece che i potenti di Agrigento ostacolarono il ritorno del Principe-Guerriero e temevano un accordo strategico tra la Syntèleia sicula e l’Epikrateia siracusana: in breve, un Impero di terra e di mare. Il racconto diodoreo si fa raggelante.

Anno 440. Il Douketios dei Siculi muore improvvisamente di malattia. Non escludiamo che il Principe-Guerriero sia morto per improvvisa malattia, o cadendo da cavallo. Non escludiamo neanche letture “dietrologiche”: che sia stato avvelenato da una spia girgentana o da “estremisti” siculi. Dico questo perchè mi piace ragionare e far ragionare. Sul Secolo siciliano e mediterraneo delle “guerre costituenti”.

Fatto sta che -precipitando l’obiettivo egemonico in chiave bellica- la congiuntura si traduce nella prima vera aggressione militare di Siracusa contro il popolo della Sunteleia e dei Palikoi. Attenendoci alle fonti di cui disponiamo per il periodo trattato, solo dopo la morte del Douketios di cui Diodoro ci narra si registra un scontro militare di larga portata… Una guerra civile siciliana-perlomeno così la leggo io- che vede una potenza siciliana di mare (espulsa dall’aridità della terra “greca”) scontrarsi contro una potenza siciliana di terra (che era nata sul mare). Laddove l’insularità si conferma “luogo di accumulo della potenza marittima” (Carl Schmitt) e i conflitti vanno letti utilizzando il concetto leniniano di “unità e scissione” in uno “spazio multipolare”. Siracusa fu più potente della Venezia dogale… Ma l’entroterra sulfureo, in Sicilia, è sempre stato “altro”. E la prossima e ultima pagina di questa vicenda ne è testimonianza.

 

L’ultima resistenza

La notizia dell’anno 440. Il “partito indipendentista” si arrocca nella irriducibile città di Trinakrìa, sulle alture occidentali della ricca Valle dei Palici. Oggi si chiamano monti AlJarh, i Pietrosi, chè accuddhì li nominarono i Siqilly mille anni fa, e la città eroica sorgeva probabilmente sul Piano Altobrando, che i pastori chiamano Kianu de Tri Branchi. I Trinakrioi vennero aggrediti e assediati da una armata siracusana che al passaggio sostiene lo studioso ramacchese Vito Tartaro- distrusse la sicula città di Erykes (Montagna di Ramacca).

I Trinakrioi invece riuscirono a resistere otto mesi. Racconta Diodoro di Agira, che, allo stremo delle forze, rifiutando ogni resa, si suicidarono in massa. Furono Shekelesh fino alla fine: la morte eroica come via solare verso l’eternità. L’esercito siracusano entrò a capo chino in una città di fantasmi. Il bottino venne inviato al tempio di Delfi. La Valle dei Palici venne presidiata militarmente da centinaia di mercenari campani assoldati da Siracusa e aqquartierati in diversi phruria (fortezze).

Sconfitti, ma non vinti, i Siculi ricostruiscono su basi economiche la propria autonomia relativa, tentando, quando possibile, di consolidarla, inserendosi nel conflitto che contrapponeva Atene e Siracusa e arginando l’espansionismo dei Mamertini.

Della “tensione autonomista” dei Siculi se ne può ricavare un riflesso negli straordinari Editti di Entella, che sanciscono l’alleanza e l’amicizia tra la città elima e almeno tre città sicule: Erbita, Assoro, Henna.

Come rileva il prof. Galvagno, sebbene “una secolare mancanza di unità aveva reso l’ethnos militarmente e politicamente fragile, i Siculi, quando se ne offrì l’occasione, tentarono di ripristinare la loro autonomia. Certamente ciò non avvenne senza contrasti. Come si può dedurre dal racconto diodoreo, anche al loro interno le città indigene erano attraversate da due fazioni contrastanti composte da filoagatoclei e da coloro che aspiravano all’autonomia. Le stragi compiute dalle truppe di Agatocle avevano reso ancora più debole l’elemento siculo, già colpito dall’invadente colonizzazione timoleontea”.

Sebbene, a causa delle continue migrazioni dall’Oriente mediterraneo, non meno che per spostamenti e deportazioni interne, nonchè “per la tendenza, ormai consolidata, dei Siculi ad integrarsi nell’ambito culturale ellenico attraverso contatti e matrimoni” (Galvagno), si assiste, già dal V-IV secolo, alla strutturazione di uno spazio di civilizzazione che sarebbe vano definire siculo, non meno che greco. Dalle sicule Engyon, Apollonia, Centuripe, Agyrion, Abakainon, Morgantina, Halaesa, Alontion, Erykes, Trinakria, Galaria, Menainon, Agathyrnon fino alle città di Montagna di Marzo e di Piano Balate…si assiste al miracoloso emergere di una civiltà originale, quella sikeliota, che ha caratteristiche proprie. E’, se si vuole, la creolizzazione dello spazio siciliano.

***

Il Doukethios ha combattuto prima per federare, anche con la forza, l’ambiente siculo; poi contro i mercenari campani che l’oligarchia siracusana scagliava contro le Terre dei Siculi, e infine contro le Armate oligarchiche siracusane che vennero battute sul campo in diverse occasioni. Vasto consenso riscuoteva la Syntèleia dei Siculi nelle classi lavoratrici della metropoli siracusana, tra i Kyllýrioi, immigrati siculi attratti dalle forti agevolazioni, anche fiscali, che l’Epikrateia proponeva… E’ un aspetto poco studiato e ancor meno compreso delle lotte di classi nella Sicilia antica. D’altronde, se i Siculi non esistono o poco più, meglio glorificare i “bizantini” che ci imposero un latifondo schiavile e servile tributario delle chiese di Milano e Ravenna!. E’ quello che stanno facendo i giovani emergenti dell’Accademia coloniale.(…)

La Guerra di difesa della soggettività etnopolitica nello “spazio costituente”, guidata dal Douketios –che era morto l’anno prima in circostanze fortuite, almeno così riferisce Diodoro- contribuì al mutamento di prospettiva culturale e dei rapporti di classe a Siracusa, laddove il movimento politico-militare della Syntèleia riscuoteva ampia sympatheia, non solo nella componente sicula del proletariato metropolitano, i Kyllýrioi. Ed è utile ricordare la politica siracusana caratterizzata da forti agevolazioni fiscali e sociali finalizzate ad attrarre la manodopera qualificata, e, credo, anche i giovani del notabilato del mondo siculo. Mentre diffusi erano i matrimoni misti nella piana delle simetine correnti, tra siculi e sikeliani di radice caldidese. (…)

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Nello scontro che contrappone Roma a Cartagine, due modi produzione in collisione storica; nella dialettica secolare della bilancia di potenze che si contese i Tre Mari siciliani, la Sikelìa cadde con Siracusa, nel 212 a.C., dopo secoli di dominio diplomatico e militare, commerciale e tecno-culturale di lungo raggio, mentre l’Assemblea dei Siculi, il Parlamento di Henna, venne sterminata a tradimento dai legionari di Lucio Pinario.

L’ultima notizia rilevabile dalla storiografia classica è certamente quella riferita da Livio in relazione ad un episodio verificatosi durante la seconda guerra punica. Il comandante del presidio romano, Lucio Pinario, fece massacrare i cittadini siculi di Henna riuniti in Assemblea .”Marcello non disapprovò quella strage e concesse ai soldati il bottino raccolto ad Enna, ritenendo che i Siculi per paura sarebbero stati in tal modo distolti dal tradire i presidi romani”.

In quella campagna militare cadeva Siracusa, malgrado l’eroica e geniale resistenza diretta personalmente dallo scienziato Archimede. Mentre il popolo che aveva dato perfino il nome alla nostra Sicilia si inabissa esausto come un fiume carsico, seguito nei flutti da quel mondo di radice greca che definiva sè stesso Sikeliano. Tutti lasciarono tracce profonde, certo genetiche, ma anche nel linguaggio e nel carattere.

Il demos siciliano non fu mai “romanizzato” e la presenza ordinaria dell’Urbe nella provincia “una e fatta”, non andò mai oltre le poche migliaia di coloni, funzionari e militari, i cui maggiorenti gestivano i propri affari extra legem, dal loro Conventum, una cupola ante litteram. Non discendiamo dagli antichi “Romani”, piuttosto, se proprio insistete, è vero il contrario!.

  1. Mario Di Mauro.

@SIAE-“IN TRINAKRIA: LE PAROLE E LE COSE”

in Bollettino TerredeiSiculi- anche in PDF – http://www.terradeisiculi.wordpress.com
(bozze non corrette-lavoro in corso)

da facebook TERRAELIBERAZIONE. – la sicilia è un capolavoro di sincretismi. se fosse indipendente e riconnessa criticamente alla sua storia migliore- darebbe lezioni di civiltà al mondo. il conflitto genera il nuovo. la gestione del conflitto è la LEZIONE che daremmo al MONDO. Ma questa siciliuzza è una colonia ostaggio…va LIBERATA. Punto. non è cosa da fessibbukkate. La Vita ci stiamo giocando.
Non abbiamo Tempu da perdere nella “negghjia”.
Lo Spettacolo COLONIALE produce la Sicilia ITALIENATA.

Ripolarizzare questa Realtà vuol dire FARE della “SICILIA” un SOGGETTO POLITICO capace di intendere e di volere: decolonizzare cervelli e cuori, restituendoli al SINTIMENTU vivente, nel Mondo del Secolo XXI. La Politica è solo l’arte del possibile?. NO-quella è l’AMMINISTRAZIONE delle COSE. – La POLITICA è l’Arte dell’Impossibile che si fa Possibile. Come in Terra così in Cielo.
E il nostro “asilo infantile” l’abbiamo chiuso da anni: ci costava troppo.

 

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