trotskj

Se vuoi CAPIRE il “NOVECENTO” ricordati di studiare anche TROTSKY.
Se vuoi CAPIRE questo SECOLO XXI… ricordati di studiare anche TROTSKY.
E’ forse il più grande “intellettuale militante” degli ultimi 5 secoli: dopo Martin Lutero e pochi altri. Ha visto lontano e in profondità. Non si tratta di “copiare” alcunchè, ma di trarne LEZIONI per sviluppare un METODO utile nelle BATTAGLIE del PRESENTE. Lo facciamo dal 1985. E non siamo “trotskisti”: “chi si fida delle etichette è perso!”.

@TerraeLiberAzione.

12 miti sulla Rivoluzione Bolscevica 

>Zakhar Prilepin su chi distrusse l’impero e chi salvò il Paese dal crollo

Ragionando sulla rivoluzione i suoi avversari seguono lo stesso percorso, riproducendo con diligenza gli stessi argomenti errati, a nostro parere.
1. Anche se siete appassionati monarchici, dovete riconciliarvi col semplice fatto che i bolscevichi non abbatterono lo zar. I bolscevichi rovesciarono il governo provvisorio liberale filo-occidentale di Kerenskij.
2. La lotta ai bolscevichi non fu avviata da chi combatteva per la “fede, lo zar e la patria”, ma da Lavr Kornilov, il generale che annunciò l’arresto dell’imperatrice e della famiglia reale. Tra i suoi camerati più stretti c’era Boris Savinkov, un SR, rivoluzionario, terrorista che fece di tutto per rovesciare la monarchia. Savinkov cercò di salvare il governo provvisorio nel Palazzo d’Inverno. Fu commissario del governo provvisorio nel distaccamento del generale Pjotr Krasnov. Era impegnato nella formazione dell’esercito volontario. Un’altra figura prominente del movimento bianco, il generale Mikhail Alekseev, fu coinvolto nella caduta di Nicola II; Inoltre, come molti capi del governo provvisorio, Alekseev era un massone. La questione è infatti una. Chi si oppone ai bolscevichi e a Lenin crede veramente che la Russia sarebbe andata meglio se nel ventesimo secolo fosse stata governata da liberali, rivoluzionari terroristi e generali che abiurarono al giuramento?
3. Tutti i sostenitori dell’idea che la rivoluzione fu attuata coi soldi tedeschi e inglesi dovrebbero in qualche modo spiegarsi come i primi e i secondi beneficiarono della fine desiderata, dato che entrambi parteciparono all’intervento contro la Russia sovietica, se i bolscevichi erano i loro agenti e che razza di agenti fossero se ignorarono i loro mandanti, per così dire, combattendoli poi fino alla fine?
4. Tenendo presente che una parte dell’aristocrazia fu espulsa dalla Russia, va capito che i bolscevichi non erano semplicemente “criminali e banditi” come ad alcuni piace piagnucolare, Lenin era un nobile, così come molte figure prominenti e leader del Partito Bolscevico. N. N. Krestinskij, V. V. Kujbyshev, G. K. Ordzhonikidze erano nobili, F. E. Dzerzhinskij era figlio di un piccolo nobile, una delle figure più importanti del NKVD, G. I. Bokij, proveniva da una vecchia famiglia nobile, era figlio di un consigliere di Stato; e così via. Non si deve smettere di ricordare che sangue blu scorreva nelle vene di non solo degli scrittori che lasciarono la Russia come Merezhkovskij, Berdaev, Zajtsev. Il blocco di Brjusov era formato da nobili. I violenti poeti rivoluzionari Majakovskij e Anatolij Marengov, ci crediate, erano nobili. Aleksej Tolstoj era un nobile, e Valentin Petrovich Kataev era pure un nobile. Qui va ricordato che il primo governo sovietico incluse un solo ebreo, Trotzkij.
5. Nell’Armata Rossa c’erano 75000 ex-ufficiali (di cui 62000 di origine nobile), mentre nell’esercito bianco erano circa 35000, sui 150000 ufficiali dell’Impero Russo. L’abitudine dell’ultimo cinema russo (tuttavia, riprendendo i registi dell’era sovietica) di ritrarre le guardie rosse come gente del popolo e le guardie bianche come “ossa bianche”, è volgare ed anche innaturale dal punto di vista storico. Tornando a Trotskij e ad alcuni leader rivoluzionari delle zone di residenza, va notato quanto segue. Chi sostiene che la rivoluzione fu opera di gruppi etnicamente distinti in contrapposizione al popolo russo, agisce difatti da russofobo. Si comprenda la ragione elementare per cui decine di migliaia di nobili russi, oltre agli ufficiali, vanno considerati oggetto della manipolazione di centinaia di discendenti di artigiani e negozianti. Ricordiamo che il comandante in capo di tutte le Forze Armate della Repubblica Sovietica fu Sergej Sergeevich Kamenev, un ufficiale di carriera diplomato all’Accademia dello Stato Maggiore nel 1907, Colonnello dell’Esercito Imperiale. Dal luglio 1919 alla fine della guerra civile fu il comandante in capo, e tale carica, durante la Grande Guerra Patriottica, venne occupata da Stalin. Il Capo di Stato Maggiore dell’Armata Rossa, Pavel Pavlovich Lebedev, era un altro nobile, divenuto Maggior-Generale dell’Esercito Imperiale. A tale carica sostituì Bonch-Bruevich (che, a proposito, era un piccolo nobile) e dal 1919 al 1921 fu responsabile dello Stato Maggiore operativo. Dal 1921 fu il Capo di Stato Maggiore dell’Armata Rossa. Successivamente, molti ufficiali zaristi partecipi nella guerra civile, Colonnello B. M. Shaposhnikov, Capitani A. M. Vasilevskij e F. I. Tolbukhin, Tenente L. A. Govorov, divennero Marescialli dell’Unione Sovietica. Volete ancora parlare di come criminali e banditi ingannarono e sconfissero i nobili russi bianchi e belli che non avevano abiurato al loro giuramento ed erano fedeli all’imperatore?
6. I bolscevichi non organizzarono la guerra civile e non ne ebbero bisogno. Non iniziò subito dopo la Rivoluzione, come si suppone talvolta, ma solo nel 1918 e i bolscevichi non avevano nulla a che fare col suo avvio. Chi avviò la guerra civile furono i capi militari che rovesciarono lo zar. Di conseguenza, milioni di persone parteciparono alla guerra civile, dai diversi gruppi etnici e politici; Inoltre, va ricordato l’intervento di quattordici (14!) Paesi, e in una simile situazione, attribuire le vittime della guerra civile ad alcuni bolscevichi è meschino ed ingannevole. Infatti: la guerra civile fu organizzata dai bianchi.
7. Le prime leggi approvate dai bolscevichi al potere non ebbero alcun carattere repressivo. Il 2 novembre 1917 adottarono la dichiarazione dei diritti dei popoli della Russia, abolendo i privilegi nazionali e religiosi. L’11 novembre fu adottato un decreto per abolire beni e ranghi e per l’istituzione di una sola cittadinanza. Il 18 dicembre fu adottato il decreto sull’uguaglianza delle donne col matrimonio civile. I bolscevichi salirono al potere come nuovi idealisti, liberatori del popolo e, nel migliore termine della parola, democratici.
8. Di fronte alla possibilità del crollo dell’impero e ai movimenti separatisti nelle periferie, i bolscevichi cambiarono subito tattica e rapidamente riunirono l’impero, perdendo solo Finlandia e Polonia, la cui appartenenza alla Russia non sembrava genuina, ma anzi eccessiva. Con tutta la volontà, i bolscevichi non possono essere chiamati “distruttori dell’impero”, chiamarono solo le campagne offensive “internazionali”, ma il risultato di esse fu la “ripresa di terre” tradizionalmente russe. Le preferenze accordate a soggetti nazionali dai bolscevichi vanno percepite nel contesto di quella situazione (Prima guerra mondiale, guerra civile organizzata, ripeto, non dai bolscevichi, sfilata di sovranità, intervento, ecc.) Non è costruttivo considerare queste cose al di fuori del contesto storico. Nient’altro che disgusto è la nostra reazione al comportamento dei liberali contemporanei che, difatti, dissolsero l’impero russo dissolvendo l’Unione Sovietica, per poi incolparne i bolscevichi. Gli stessi bolscevichi combatterono nel modo più eroico per le periferie nazionali, perse negli anni ’90 in conseguenza della rivoluzione liberal-borghese, senza sparare un solo colpo.
9. Una delle cose più spesso argomentate da liberali e nazionalisti è che i bolscevichi “misero una bomba sotto l’impero”, dividendo la Russia in repubbliche, portando il discorso storico nel nulla: l’impero era uno e solo e i bolscevichi lo sabotarono, facendo poi saltare il proprio Stato. Nel frattempo, la Russia Imperiale non c’era più, l’imperatore abdicò e il governo provvisorio andò al potere. Una domanda: era meglio se i generali della rivoluzione di febbraio avessero vinto la guerra civile? No, tutti sapevano dell’accordo anglo-francese del 23 dicembre 1917, sulla divisione in zone d’influenza della Russia: la Gran Bretagna avrebbe ricevuto il Caucaso settentrionale, la Francia Ucraina, Crimea e Bessarabia, Stati Uniti e Giappone si sarebbero divisi la Siberia orientale. Ritorniamo ai fatti. Non c’era più un monarca. C’erano generali bianchi che, al momento, erano pronti alla situazione descritta e guardarono la distruzione del Paese. E poi c’erano i bolscevichi che si opposero al piano di frammentare la Russia e furono loro a “metterci una bomba”? La disintegrazione cominciò nell’Impero russo del governo provvisorio, in Polonia, Finlandia, Ucraina, Baltico; l’impero russo fu diviso nelle repubbliche sovietiche? Disintegrarono l’impero russo per dividerlo nelle repubbliche sovietiche? Perché? Chi piazzò la bomba sotto di esso? I democratici parlarono appassionatamente di tale “bomba” negli anni ’90, il messaggio di tali affermazioni è ovvio: non volevano essere i colpevoli del crollo, volevano biasimare altri. Il gran duca Aleksandr Mikhailovich Romanov dichiarò: “La posizione dei capi del movimento bianco è insostenibile. Da un lato fingono di non notare gli intrighi degli alleati, invocando… la sacra lotta ai sovietici, dall’altro l’internazionalista Lenin, che nei suoi discorsi non risparmiava alcun sforzo per protestare contro la divisione dell’ex-Impero russo”. A chi credere? Al gran duca Romanov o ai democratici degli anni ’90?
10. Il patriarca Tikhon fu tradito dai bolscevichi, un anatema, ci dicono. Pertanto, è impossibile sostenere i bolscevichi. Ma dopo tutto, il patriarca Tikhon non benedisse il movimento bianco, né l’accettò. Quindi chi sostenne? Lo zar non c’era più, aveva abdicato. Il movimento bianco divise la Russia tra giapponesi e francesi. Procediamo da questo punto e procediamo nella realtà, e non con le nozioni di Manilov su come sarebbe andata meglio se non ci fossero stati affatto i bolscevichi.
11. Il senso della guerra civile non fu la battaglia dei “criminali e gangster” contro “aristocratici nell’animo”. I bolscevichi avviarono la nazionalizzazione dell’industria, violando soprattutto gli interessi del gran capitale, preferendogli quelli dei lavoratori. Soprattutto la guerra civile fu avviata nell’interesse, in modo figurato, dei candidati russi di Forbes, così come degli attori finanziari esteri che avevano interessi in Russia. Fu il conflitto tra socialismo e capitalismo, in altre parole. Ora questa semplice essenza viene costantemente sostituita dalle canzoni sul tenente Golitsyn, esibendo il ritratto dell’ultimo imperatore.
12. Nella guerra civile, prima di tutto, il popolo russo vinse. La rivoluzione russa, avvenuta il 7 novembre 1917, è un merito, una vittoria e una tragedia del popolo russo. Ne ha la piena responsabilità, e il diritto di essere orgoglioso di questo grande successo che cambiò il destino dell’umanità.Traduzione di Alessandro Lattanzio

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Documenti.

Sfruttamento di classe e parassitismo sociale

@1933. Trotsky

“La società socialista vivrà la sua vita senza partito così come vivrà senza stato. Nelle condizioni dell’epoca di transizione, la sovrastruttura politica gioca un ruolo decisivo. Una dittatura del proletariato sviluppata e stabile presuppone che il partito giochi un ruolo dirigente in quanto avanguardia indipendente, che il proletariato sia unificato mediante i sindacati, che i lavoratori siano indissolubilmente legati allo stato attraverso il sistema dei soviet e, infine, che lo stato operaio formi, per mezzo dell’Internazionale, un’unica unità di combattimento insieme al proletariato mondiale.”

“la burocrazia, in tutte le sue manifestazioni, fa a pezzi i legami morali della società sovietica, alimentando un malcontento profondo e legittimo tra le masse e preparando il terreno a grandi pericoli.”

Laurat affermerà di «non essere contrario» al fatto che la burocrazia venga retribuita per il suo lavoro nella misura in cui svolge le necessarie funzioni politiche, economiche e culturali, ma il problema è che essa si appropria senza alcun controllo di una porzione assolutamente sproporzionata del reddito nazionale; proprio in tal senso essa è una «classe sfruttatrice». Questo argomento, che si basa su fatti inconfutabili, non modifica però la fisionomia sociale della burocrazia.

La burocrazia assorbe, sempre e sotto qualsiasi regime, una porzione non irrilevante di plusvalore. Non sarebbe privo di interesse, ad esempio, calcolare quale parte del reddito nazionale venga divorata dalle cavallette fasciste in Italia o in Germania. Ma questo fatto, che di per se stesso non è privo di importanza, non basta affatto a fare della burocrazia fascista una classe dominante indipendente. Essa è serva della borghesia. E’ vero che questa serva si mette a cavalcioni sulle spalle del proprio padrone, gli strappa talvolta di bocca i bocconi più succulenti e, per di più, sputa sulla sua testa calva. Checché se ne dica, per essere una serva è fin troppo fastidiosa! Ma in ogni caso non si tratta che di una serva. La borghesia la sopporta poiché, senza burocrazia, essa e il suo regime se la vedrebbero brutta.

Mutatis mutandis, quanto è stato detto fino ad ora può essere applicato anche alla burocrazia staliniana. Essa divora, dissipa e dilapida una porzione considerevole del reddito nazionale. Il suo mantenimento costa estremamente caro al proletariato. All’interno della società sovietica essa occupa una posizione straordinariamente privilegiata, non soltanto in rapporto alle sue prerogative politiche ed amministrative, ma anche nel senso che gode di enormi vantaggi materiali. Eppure gli appartamenti più spaziosi, le bistecche più succulente e persino le Rolls-Royce non bastano ancora a fare della burocrazia una classe dominante indipendente.

In una società socialista la diseguaglianza, e a maggior ragione una diseguaglianza tanto stridente, sarebbe certo assolutamente impossibile. Tuttavia, contrariamente alle menzogne ufficiali e semi-ufficiali, il regime sovietico attuale non è socialista ma transitorio. Esso reca ancora in sé il mostruoso retaggio del capitalismo, ed in particolare la diseguaglianza sociale non soltanto tra la burocrazia e il proletariato, ma anche all’interno della burocrazia stessa e in seno al proletariato. Allo stadio attuale la diseguaglianza resta ancora, entro certi limiti, uno strumento borghese di progresso socialista: i salari differenziati, i premi di produzione, ecc., vengono utilizzati come stimoli all’emulazione.

Pur spiegando la diseguaglianza, il carattere transitorio del sistema attuale non giustifica affatto i mostruosi privilegi visibili ed occulti che i vertici incontrollati della burocrazia si sono arrogati. L’opposizione di Sinistra (34) non ha atteso le rivelazioni di Urbahns, di Laurat, di Souvarine, di Simone Weil (35) (iii) e di altri per annunciare che la burocrazia, in tutte le sue manifestazioni, fa a pezzi i legami morali della società sovietica, alimentando un malcontento profondo e legittimo tra le masse e preparando il terreno a grandi pericoli. Ciò nonostante i privilegi della burocrazia, di per se stessi, non modificano le basi della società sovietica dal momento che la burocrazia trae i suoi privilegi non da specifici rapporti di proprietà ad essa peculiari in quanto «classe», bensì dai rapporti di proprietà che sono stati creati dalla Rivoluzione d’Ottobre e che sono fondamentalmente adeguati alla dittatura del proletariato.

Per dirla chiaro e tondo, nella misura in cui la burocrazia deruba il popolo (cosa che viene fatta, in svariati modi, da qualsiasi burocrazia), noi non abbiamo a che fare con uno sfruttamento di classe nel senso scientifico del termine, bensì con un parassitismo sociale, benché su scala estremamente vasta. Nel Medioevo il clero costituiva una classe o uno «stato» sociale nella misura in cui il suo dominio dipendeva da un sistema specifico di proprietà della terra e di lavoro forzato. La Chiesa odierna non rappresenta una classe sfruttatrice, bensì una corporazione parassitaria. In effetti sarebbe sciocco parlare del clero americano come di una classe dominante particolare; tuttavia è indubbio che i sacerdoti dei diversi colori e delle diverse confessioni divorano negli Stati Uniti una grossa fetta di plusvalore. Nei suoi tratti di parassitismo, la burocrazia, come il clero, è simile al sottoproletariato, che analogamente non costituisce, com’è noto, una «classe» indipendente. (…)

 

Le vie possibili della controrivoluzione

La burocrazia non è una classe dominante. Ma lo sviluppo ulteriore del regime burocratico potrebbe portare alla comparsa di una nuova classe dominante: non organicamente, attraverso la degenerazione, bensì mediante una controrivoluzione. Noi definiamo centrista (37). l’apparato staliniano proprio perché esso svolge un duplice ruolo: oggi che non c’è più una direzione marxista, e non se ne sta ancora delineando nessuna, essa difende la dittatura proletaria con i propri metodi; ma questi metodi sono tali da facilitare la vittoria del nemico domani. Chi non capisce questo duplice ruolo dello stalinismo in URSS non ha capito nulla.

La società socialista vivrà la sua vita senza partito così come vivrà senza stato. Nelle condizioni dell’epoca di transizione, la sovrastruttura politica gioca un ruolo decisivo. Una dittatura del proletariato sviluppata e stabile presuppone che il partito giochi un ruolo dirigente in quanto avanguardia indipendente, che il proletariato sia unificato mediante i sindacati, che i lavoratori siano indissolubilmente legati allo stato attraverso il sistema dei soviet e, infine, che lo stato operaio formi, per mezzo dell’Internazionale, un’unica unità di combattimento insieme al proletariato mondiale. Tuttavia la burocrazia ha strangolato il partito, i sindacati, i soviet e l’Internazionale Comunista. Non c’è bisogno di spiegare in questa sede quale parte gigantesca di responsabilità per la degenerazione del regime proletario ricada sulla socialdemocrazia internazionale, che si è macchiata di crimini e di tradimenti — ed alla quale, tra parentesi, appartiene anche il signor Laurat (iv).

Ma quale che sia la vera ripartizione della responsabilità storica, il risultato rimane lo stesso: lo strangolamento del partito, dei soviet e dei sindacati comporta l’atomizzazione politica del proletariato. Invece di essere superati politicamente, gli antagonismi sociali vengono soppressi per via amministrativa. Sotto tale pressione essi si accumulano nella stessa misura in cui scompaiono le risorse politiche per risolverli in modo normale. La prima grande scossa sociale, esterna o interna, potrebbe gettare la società sovietica atomizzata in una situazione di guerra civile.

Gli operai, che hanno perduto il controllo dello stato e dell’economia, possono far ricorso agli scioperi di massa in quanto strumenti di autodifesa. La disciplina della dittatura [proletaria] verrebbe infranta. Sotto la spinta degli operai e a causa della pressione delle difficoltà economiche, i trust si vedranno costretti ad abbandonare il principio della pianificazione e ad entrare in concorrenza gli uni con gli altri. Il disfacimento del sistema troverà naturalmente un’eco violenta e caotica nelle campagne e si ripercuoterà inevitabilmente sull’esercito. Lo stato socialista crollerà, cedendo il posto al regime capitalistico o, più esattamente, all’anarchia capitalista.

La stampa staliniana, beninteso, riprodurrà la nostra analisi allarmata definendola come una profezia controrivoluzionaria, o addirittura come il «desiderio» espresso dai «trotskisti». Nei confronti degli scribacchini dell’apparato non nutriamo da lungo tempo altro sentimento che un silenzioso disprezzo. Secondo noi la situazione è pericolosa, ma nient’affatto disperata. In ogni caso, annunciare che la battaglia rivoluzionaria principale è stata perduta – prima di lottare e senza lottare – sarebbe un atto di abissale codardia e di tradimento bell’e buono.

https://www.marxists.org/italiano/trotsky/1933/stato-sovietico.htm

Quaderni del Centro Studi Pietro Tresso, Serie: “Dagli archivi del bolscevismo”, n. 13, novembre 1989;traduzione e cura di Paolo Casciola.

***

La loro morale e la nostra

Leon Trotsky (Coyoacan, 16 febbraio 1938)

Evaporazione della morale

Nei periodi in cui la reazione trionfa, si vedono i signori democratici, socialdemocratici, anarchici e gli altri rappresentanti della sinistra, secernere moralità in dose doppia, così come gli individui traspirano più copiosamente quando hanno paura.

Ripetendo a modo loro i dieci comandamenti o il discorso della montagna, tali moralisti si rivolgono meno alla reazione trionfante che ai rivoluzionari perseguitati, i cui «eccessi» e i principi «immorali» «fomentano» la reazione e le forniscono una giustificazione morale.

Vi sarebbe tuttavia un mezzo elementare, ma sicuro, per evitare la reazione: lo sforzo interiore, la rinascita morale. Campioni di perfezione etica vengono distribuiti gratuitamente in ciascuna delle redazioni interessate.

Codesta predicazione, tanto ampollosa quanto falsa, ha la sua base sociale di classe nella piccola borghesia intellettuale. La sua base politica sta nell’impotenza e nello smarrimento di fronte alla reazione.

Base psicologica: il desiderio di ovviare alla propria inconsistenza mettendosi una barba posticcia da profeta.

Il procedimento prediletto dal filisteo moralizzatore consiste nell’identificare i modi d’agire della rivoluzione e della reazione. Talune analogie formali ne garantiscono il successo. Lo zarismo e il bolscevismo divengono gemelli. E’ del pari possibile scoprire nel fascismo e nel comunismo due gemelli. Si può fare una lista dei caratteri comuni al cattolicesimo o al gesuitismo e al comunismo. Per parte loro, Hitler e Mussolini, avvalendosi di un metodo affatto simile, dimostrano che il liberalismo, la democrazia e il bolscevismo non sono che le diverse manifestazioni di uno stesso male.

L’opinione che lo stalinismo e il trotskismo siano «in fondo identici» trova ormai la più vasta udienza. Essa fa concordi i liberali, i democratici, i pii cattolici, gli idealisti, i pragmatici, gli anarchici e i fascisti.

Se gli staliniani non sono in grado di unirsi a quest’altro «Fronte popolare», ciò è dovuto a uno scherzo del caso: essi sono per l’appunto troppo occupati a sterminare i trotskisti. (…)

 

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Francesco Misiano? Chi è costui?.

di Mario Di Mauro

Francesco Misiano, un calabrese amico di Lenin? E chi è costui?. Non era un illustre sconosciuto, in quegli anni, il giovane calabrese, amico di Lenin, che inventò con la “HOLLIWOOD ROSSA” la meraviglia del CINEMA SOVIETICO; e la cosa durò, fin quando la NOTTE staliniana non inghiottì tutti spacciando il suo “capitalismo statale” per Socialismo realizzato: in un paese solo (addirittura!). Anche l’estetica rivoluzionaria delle avanguardie russe venne travolta e sostituita da un’arte oleografica e populista di cui diremo un’altra volta.

Il giovane calabrese si chiamava Francesco Misiano.

Nato in Calabria nel 1884– il padre era un sarto che divenne presto cieco, la madre manteneva tutti impiegata come istitutrice-  Misiano è l’uomo che inventò la “Hollywood rossa”, il più grande produttore cinematografico dell’Unione Sovietica (quattrocento tra film e documentari).

Ai primi del Novecento, neanche ventenne, emigra da Ardore, il suo paesello nella jonica calabrese, a Napoli, per lavorare alle Ferrovie, che lo trasferiscono presto a Torino. Ha già aderito alla sinistra socialista e diventa dirigente sindacale dei ferrovieri.

Nel 1915 partecipa alle mobilitazioni contro la guerra ed è poi costretto a riparare in Svizzera (è ricercato, condanna per diserzione). A Zurigo conosce un altro esule socialista, si chiama, anzi si fa chiamare Lenin. A Misiano viene affidata la direzione del giornale socialista “L’Avvenire del Lavoratore”, che ne fa peraltro un riferimento per migliaia di esuli politici europei che popolavano quel piccolo paese neutrale e accogliente.

Misiano lo si ritrova a fianco di Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht nel tentativo rivoluzionario spartachista a Berlino (1918). Verrà arrestato e detenuto per dieci mesi, poi espulso. Rientra in Italia dove partecipa attivamente al XVII Congresso del PSI e alla scissione che fonda il Partito Comunista d’Italia, di cui diventa anche deputato. Contro di lui si scatenerà una speciale campagna d’odio da parte delle squadre fasciste protette dalla polizia di stato: “l’onorevole disertore calabrese e pure comunista”.

In un certo senso fu la sua fortuna. Misiano viene messo al sicuro a Berlino, dall’allora potente “Soccorso Operaio Internazionale”, che nel 1924 gli affida una missione curiosa: fondare a Mosca una casa di produzione cinematografica rivoluzionaria: sarà la Mezrabpom.

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Ne farà una “Hollywood rossa”, che sorge come un miracolo in un clima di vivacità sociale e di creatività  culturale che animava la Rivoluzione, prima che la NOTTE staliniana la inghiottisse nel TERRORE.

E’ quel Misiano che discuteva e produceva capolavori come la “La Madre”, “La fine di San Pietroburgo” e “Tempeste sull’Asia” di Vsevolod Pudovkin;  “Il cammino verso la vita” di Nikolaj Ekk. E molti altri, tra cui “Aelita” di Jakov Aleksandrovič Protazanov -il primo colossal sovietico di fantascienza (che venne peraltro stroncato dalla critica, ma non dal pubblico!). La stessa  “Corazzata Potemkin” di Sergej Ejzenštejn venne sostenuta da Misiano, che la rese celebre nel Mondo.

E’ quel Misiano,  colto e libertario, l’internazionalista rivoluzionario pragmatico che discorre di estetica nell’arte con Maksim Gorkij, Charlie Chaplin, George Bernard Shaw, Bertold Brecht, Sergei Eisenstein, Thomas Mann, John Dos Passos, Vsevolod Pudovkin… Albert Einstein. Una “star rossa” che entrerà presto nel mirino paranoide della controrivoluzione staliniana. Avrebbe potuto lasciare l’URSS, viaggiava molto ed era ben celebre nel Mondo. Non lo fece. In realtà venne denunciato –insieme alla moglie Maria- dai “compagni italiani” esuli a Mosca, con carte false. Subito scagionato una prima volta dalla stessa Commissione di Controllo del Comintern. Ma l’agguato era solo rinviato. La “sentenza” venne scritta da Togliatti (il “compagno Ercoli”).

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Accusato, come migliaia di altri onesti comunisti,  di imprecisabili “deviazioni politiche trotskiste”, Francesco Misiano si ammala gravemente e muore malcurato in un sanatorio. Era il 16 agosto 1936. Toglie il disturbo appena prima che la ghepeù –la polizia segreta- andasse ad arrestarlo. Si disse che venne avvelenato. Certamente venne avvelenato, nel Cuore e nell’Intelligenza. Aveva appena 52 anni. Una vita vissuta da rivoluzionario creativo e generoso, come tanti altri militanti di quell’inedito movimento umano che tentò realmente di spezzare la Grande Macchina dell’Imperialismo Globale. E i loro errori –un secolo dopo- si rivelano più preziosi dei loro successi.

La storia di Misiano e di quella prolifica “Holliwood rossa” –a prescindere- meriterebbe un film, ma non si vedono all’orizzonte nessuna nuova “Hollywood rossa”, né alcun Francesco Misiano, il calabrese che illuminò nell’arte il cammino spezzato dell’OTTOBRE ROSSO.

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Il suicidio  demenziale di quella Russia ci ha restituito se non altro memorie perdute. Al Museo del Cinema di Torino viene assegnato ogni anno il Premio Internazionale Produzione Cinematografica “Francesco Misiano”, organizzato dal Centro Studi Francesco Misiano di Ardore (Reggio Calabria) e dalla Cineteca della Calabria. Sarebbe bello ricordarlo anche in Sicilia nell’ambito delle riflessioni che stiamo avviando nel centenario di quei “dieci giorni che sconvolsero il Mondo”. E “CHI SI FIDA delle ETICHETTE E’ PERSO!” (LENIN).

“LEGGETE!” -> sovietica-4

 

 

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