La LUNGA RIVOLTA della GIOVENTU’ PROLETARIA TUNISINA è tornata sulle strade e sulle piazze. La stiamo seguendo, come sempre, fin dal 1984. Intanto riproponiamo il nostro ultimo report (primavera 2016).

Istituto Mediterraneo per la Democrazia Diretta -TerraeLiberAzione

IL MURO SULL’ACQUA

La nostra cara Tunisia

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Primavera 2016. Alla stazione di Kasserine, che sorge ai piedi delle grandi alture del Djebel Chambi, il benvenuto lo da una scritta murale che è tutto un programma:

“Qui la rabbia è antica”.

“Qui non c’è niente, lo Stato è solo il manganello del poliziotto”. E’ una di quelle periferie che si possono incontrare anche nella SiciliAfrica dei nostri giorni. E non perché lo Stato vi sia assente!. Non la sua assenza, ma la sua essenza si manifesta laddove solo il Dio delle Periferie tiene il conto delle vittime.

Ma neanche questo Dio misericordioso può nulla laddove I FRUTTI MARCI della SiciliAfrica n-europea esplodono SEMI AVVELENATI di razzismo: contro i Tunisini , in attesa dei Marziani!. Accade perfino nei paesi delle SERRE suicidate dal provincialismo che furono miracolate dai lavoratori tunisini per decenni costretti a lavorare a 50° respirando bromuro di metile. Attrezzi umani, al servizio di chi si fece i cessi coi rubinetti d’oro, mentre i suoi figli cadevano come rondini strafatte d’eroina a Corso dei Mille. A Vittoria come Altrove.

Il razzismo del sicilianoide non è solo ignoranza. E’ alienazione culturale: un prodotto sofisticato dello Spettacolo coloniale inscenato dall’Imperialismo NORDICO che trova terreno fertile nel caos mentale del sicilianoide arruolato in Tifoserie accecate dall’odio e sprofondate nella demenza televisiva. Il razzismo del miserabile è la Peste del Secolo XXI. E’ una rabbia malata, non è la rabbia dell’oppresso.

L’Internazionalismo sociale, fondato sulla conoscenza e sul cammino solidale, ne costituisce l’unica Cura.

Il Sicilianu Novu cammina addhitta e i Muri sull’Acqua li vede come costruiti contro sé stesso: per isolarci dalla nostra GeoStoria e saccheggiarci nelle nebbie demenziali del razzismo anti-tunisino. Sviluppare collegamenti pratici con le nuove Generazioni tunisine è una priorità culturale. Una urgenza politica. Un vaccino contro la Peste che avanza. Chi non lo vede è cieco.

Comprendere la Tunisia. E’ il Paese la cui Storia millenaria scorre insieme a quella siciliana, bagnata dallo stesso Mare e divisa dallo stesso Muro sull’Acqua. Un ventenne proletario può solo guardare oltre il mare, per lui, qui, non c’è niente.

Anche in SiciliAfrica, in forme più ipocrite e sofisticate, non c’è niente, e lo Stato è solo il manganello del poliziotto (che si stancò pure lui).

La rabbia antica se ne andò con le valigie di cartone sulle navi per la Merica e poi sui Treni del Sole a fare l’Italia dei miracoli e a rifare una Germania senza miracoli; mentre la rabbia nuova, oggi, parte con la laurea sul volo a costo d’autobus e ai miracoli ha smesso di credere dopo l’ultima canna. E’ la Coercive Engineered Migration: sofisticata ingegneria sociale coloniale, non sventura del Fato!. Mentre la Tunisia -ricordiamolo- fu sempre un porto sicuro e accogliente per le migliaia di Siciliani costretti all’esilio politico dalla dominazione italiana.  

La “Rivoluzione dei Gelsomini” del 2011 ebbe cause sociali interne e profonde, ma venne afferrata e sospinta dalle Forze mentali dell’Imperialismo NORDICO per puntare al vero obiettivo che avevano già programmato: il GolpeGuerra scatenato contro la Libia e la sua Moneta Africana di Sviluppo –più complicato del previsto- che procede in questi mesi verso la Spartizione del Bottino, col suo vento nero e caotico di instabilità e violenze che destabilizza da 5 anni la Tunisia sulla frontiera meridionale e la espone a minacce reali (ma anche strumentalizzate in funzione antiproletaria dall’attuale ambiente governativo che è, anch’esso, un prodotto della crisi sociale che la “Rivoluzione dei Gelsomini” non ha saputo né poteva risolvere).

Il clan Ben Ali venne mollato dall’Europa che lo aveva protetto. Né la Tunisia sta ricevendo oggi alcun sostegno che non sia sulla falsariga dell’ipocrita “sconto doganale” sull’esportazione dell’olio a favore dell’Agrobusiness &G.D.O. dell’Imperialismo NORDICO (francese e italiano).

Sebbene stia reggendo dignitosamente con tutte le proprie forze e dentro contraddizioni sociali esplosive, acuite nelle nebbie dalle faide che usano anche il terrorismo islamista per regolare “conti interni”- la Tunisia è in ginocchio. La crisi dell’Industria turistica –la principale del Paese- è appena ammortizzata dal flusso in crescita di pensionati europei (non mancano i siciliani) che vi si stanno trasferendo a migliaia per vivere dignitosamente anche con 700 euro al mese.

La crisi dell’Industria turistica sta acuendo le contraddizioni sociali nelle regioni costiere e lo si rileva dallo sviluppo di un inedito movimento del proletariato giovanile che vi si è manifestato per la prima volta –che noi si sappia- nel sostegno alle periodiche rivolte giovanili delle regioni interne.

Bollati sui massmedia internazionali –quando va bene- come “infiltrati dall’ISIS”, attaccati dal “governo democratico” come “anarchici, ladri e teppisti”, i GIOVANI PROLETARI TUNISINI cominciano a organizzarsi in associazioni e sindacati indipendenti.

La città-laboratorio è ancora Kasserine, una città della Tunisia centro-occidentale, che nel 2011 ebbe una cinquantina di martiri, caduti sotto i colpi dei cecchini del clan Ben Ali. Dati sintetici: a Kasserine solo la metà delle famiglie dispone di acqua potabile a fronte del 90% a livello nazionale; la speranza di vita non vi supera i 70 anni, contro i 77 nelle città costiere.

Alla stazione di Kasserine, che sorge ai piedi delle grandi alture del Djebel Chambi, il benvenuto lo da una scritta murale che è tutto un programma: «Qui la rabbia è antica».

“Qui non c’è niente, lo Stato è solo il manganello del poliziotto”. La città –circa 90mila abitanti- fu protagonista delle Rivolte del Pane del 1984, causate dall’aumento del costo dei cereali: 184 proletari furono uccisi. (TerraeLiberAzione-n°2-1985).

Negli anni Ottanta, Bourghiba, padre nobile dell’Indipendenza e plebiscitato “presidente a vita” –che venne poi “messo in pensione” da Ben Alì- seguendo le indicazioni del Fondo Monetario Internazionale, aveva puntato tutto sullo sviluppo industriale del turismo e sulle esportazioni (alimentare e manifattura).

Trascurando però le regioni interne e abbandonando una più saggia visione mediterranea di sviluppo autocentrato e aperto, condusse al suicidio, forse inevitabile, quel “socialismo tunisino” che pure aveva alimentato la lotta per l’Indipendenza dall’imperialismo francese.

Non seppero neanche afferrare l’offerta federativa – nella prospettiva del Grande Maghreb- proposta da Gheddafi, consegnandosi alle maree e alle tempeste di un Mercato mondiale in cui paesi di stazza ben maggiore rischiano la deriva “pilotata da remoto” e mediata da borghesie neocoloniali se non del tutto da satrapie familiari: nel 2010 la famiglia di Ben Ali controllava un terzo dell’economia tunisina: banche e telecomunicazioni, import-export dall’agrobusiness al settore automobilistico: “Lavorare con la Tunisia” significava “cercati un’amico nel Clan della Famiglia oppure lascia perdere!”. Lasciamo perdere!.

Gli squilibri sociali vengono acuiti dall’abbandono dell’entroterra a favore delle regioni costiere: la differenza –da decenni- salta subito agli occhi addentrandosi già per poche decine di kilometri dalle rinomate –e ben tenute, malgrado siano vuote- località turistiche.

Un salto di secoli a un’ora d’auto. Altra cosa è Tunisi, sebbene con le sue immense periferie in stile “siciliano abusivo”: una metropoli mediterranea, dove si decidono le sorti di un intero Paese. QUI LA RABBIA E’ MODERNA!.

E “QUI LA RABBIA E’ ANTICA!”. Torniamo a Kasserine. Il 12 gennaio gli studenti delle scuole superiori hanno inscenato una rivolta e dato fuoco alla scuola. Il 14 gennaio, anniversario della cosiddetta “Rivoluzione dei Gelsomini”, Ridha Yahyaoui, un neolaureato di 28 anni, durante il presidio di giovani disoccupati contro la loro esclusione da un concorso pubblico, si è arrampicato su un palo della luce e vi è rimasto folgorato.

All’alba del giorno 17 gennaio 500 giovani disoccupati hanno preso a sassate la sede del governatorato di Kasserine dando il via ad una nuova rivolta. La polizia ha risposto con gas lacrimogeni, ma un imponente corteo ha attraversato le vie della città aggregando migliaia di giovani proletari e respingendo le cariche della gendarmeria.

Nel giro di poche ore la rivolta aveva già contagiato le vicine città di Zouhour e Ennour.

Il 19 gennaio, quinto giorno di scontri a Kasserine: coprifuoco dalle ore 18 alle 5 del mattino.

Il 20 gennaio si registrano scontri in altre città della Tunisia profonda: da Tozeur a Gafsa. E a Kairouan, la capitale religiosa del Paese (laddove cominciò dodici secoli fa l’avventura della Sicilia moderna).

Ma anche la “Grande Tunisi” è stata attraversata da un vento di rivolta giovanile. Da rilevare l’occupazione della sede del governatorato da parte del sindacato studentesco UGET, che sta rivendicando “un posto di lavoro per ogni famiglia”, ma anche scontri diffusi fino a Cartagine, dove sorge il Palazzo presidenziale.

Fuochi di rivolta durante tutta la notte si accendono in diversi quartieri periferici della metropoli tunisina. Il governo ordina la chiusura degli uffici pubblici in quasi tutte le Regioni del Paese. Tunisi è grande e complicata, non è neanche detto che ci sia una vera organizzazione della rivolta. Tunisi è quasi un “paese a sé”.

Ci sono Tre Tunisie.

E’ nel paese costiero e poliglotta dei grandi alberghi vuoti; e nel paese profondo e contadino dominato dalla coltura olivicola più che dal dattero –che spreme lavoro a tutto vantaggio dell’AgroBusiness & G.D.O. dell’Imperialismo NORDICO (altro che “aiuti europei”!)-è in queste due Tunisie che la rivolta del giovane proletariato si unisce allargandosi a macchia d’olio.

E’ una Generazione proletaria che scende in campo: mascariata, insultata, denigrata. Come da copione universale. E’ una gioventù scolarizzata e socialmente bloccata: è la questione tunisina che parla alla questione siciliana. Cosiccome la realtà di città industriali come Gabes –col suo mare appestato e la sua pesca distrutta, i suoi sindacati subalterni e il suo “meglio morire di cancro che di fame”, ci ricorda la palude siciliana dei vel-ENI e dell’alienazione coloniale in cui popolazioni intere della SiciliAfrica italiana sono sprofondate nell’impotenza e perfino nella complicità.

Mascariati dai massmedia e isolati a livello internazionale, affrontano a viso aperto le polizie di sempre: a Sfax, Siliana, Mdhilla, Meknassi, Tahla, Fernana, Béja, Jendouba, Kebilli e Redeyeff. E Sidi Bouzid,che è una specie di Taormina. Accade rapidamente, a partire da Kasserine. Nel volgere di 48 ore dalla morte di Ridha Yahyaoui, ben 14 dei 24 governatorati della Tunisia sono attraversati dalla rivolta. Un corteo avventuroso tenta anche di sfilare al centro della Grande Tunisi (18 gennaio).

Ma è a Kasserine che il 1° febbraio i sindacati di base hanno proclamato uno sciopero generale nelle cittadine di Al Ayoun, Bel Abbes, Feriana e Jedlian nel governatorato di Kasserine. Il 2 febbraio anche i lavoratori della vicina di Sebiba aderiscono all’appello dei sindacati di base e del movimento dei giovani disoccupati. Hanno partecipato agli scioperi anche le locali organizzazioni sindacali di base degli insegnanti e degli edili.

Negli stessi giorni hanno scioperato gli operai delle fabbriche di Le Kef e i portuali della STAM al nevralgico Porto di Tunisi (sciopero illegale secondo il Ministero dei Trasporti).

Uno sciopero generale significativo blocca la grande città di Sfax nella giornata del 29 gennaio: è stato imposto dai lavoratori a sostegno del movimento dei disoccupati.

E’ forse il punto più avanzato dell’ondata di lotte sociali che all’inizio del 2016 ha visto il proletariato tunisino camminare addhitta, costruendo nuove organizzazioni di base, inediti collegamenti, elaborando rivendicazioni proprie: spiegando a sé stesso –più che a un Mondo cieco e sordo- che le “Rivoluzioni” profumate e colorate –mezze vere o del tutto telecomandate che siano-in sé e per sé non cambiano di una virgola la condizione di sfruttamento e oppressione del Lavoro Umano.

E questo vale a tutte le latitudini, e tanto più laddove ombre di ulivi e di ombrelloni producono profitti per l’Imperialismo NORDICO e per le minoranze interne privilegiate.

Mentre nel mondo antico della pesca il Muro sull’Acqua accentua lo sfruttamento e la precarietà del giovane proletariato imbarcato, che rimane prigioniero della gabbia corporativa che caratterizza questo settore: alle assemblee sindacali dei pescatori, dove si tengono, i delegati vengono eletti su indicazione degli armatori. Ma il dominio del Mare è afferrato da Bruxelles e Washington e perfino da Tokio. Il mondo millenario della piccola pesca mediterranea è finito.

Le Tre Tunisie hanno già una sola borghesia. E questo è un bene. Presto avranno un solo proletariato giovanile. E non basteranno gli attuali sindacati –non privi di strutture qualificate e sperimentate in decenni difficili- a poterne rappresentare le energie e i bisogni di cui questa nuova Generazione sta dimostrando di avere consapevolezza.

E’ tempo di conoscerla meglio, di stabilire collegamenti regolari. Oltre il Muro sull’Acqua, per ritornare a scorrere insieme nella Storia del nostro Mare. Un Muro sull’Acqua sul quale è tempo di scrivere insieme: «Qui la rabbia è antica».

@Primavera 2016. Tunisi-Catania. TERRAELIBERAZIONE.

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OLIO

(stime per il 2015)

FABBISOGNO ITALIANO: 600.000 TONNELLATE – PRODOTTO ITALIANO: 445.000 TONNELLATE (DI CUI CIRCA 200.000, TRA IL PIU’ PREGIATO, VERRA’ ESPORTATO).

NE MANCANO 355 TONNELLATE!. CE LI METTE SALVINI, IL MATTEO CATTIVO DEL FILM MASSONICO TOSCO-PADANO?. O LUI CAMMINA A BURRO PREALPINO?. (OTTIMO E DA TUTELARE ANCHE QUELLO!).

PIUTTOSTO: ELIMINARE I DAZI SU TUTTA L’AGRICOLTURA MEDITERRANEA, PER UNIFICARLA– COMBATTERE LO SFRUTTAMENTO DEL LAVORO E L’INQUINAMENTO DELLA TERRA E DEL CIBO!.

PRIMA CHI HA FAME!.

SOSTENERE I CONTADINI E I SINDACATI TUNISINI, NON GLI IMPORTATORI E LA G.D.O. DELL’IMPERIALISMO N/EUROPEO, CHE LUCRANO MILIARDI SULLE PRODUZIONI SICILIANE E TUNISINE, ACQUISITE PERFINO “SOTTOCOSTO” E RIVENDUTE “FINO A 8 VOLTE”. ANCHE A NOI STESSI!. PUNTO.

@TERRAELIBERAZIONE.

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