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In Difesa dei Grani Siciliani Originali

di Brunella Missorici*

riceviamo e volentieri pubblichiamo da “Sicilia Libertaria” – Ecco anche l’ultimo numero -in versione pdf- dello storico mensile degli Anarchici siciliani: – sicilialibertaria/2018-Febbraio

Su questo tema, che per noi di TerraeLiberAzione è di vitale impegno, leggere anche: http://www.inuovivespri.it/2017/07/11/grani-antichi-siciliani-sotto-scacco-mario-di-mauro-di-terraeliberazione-si-rivolge-allantitrust/#_

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A luglio dell’appena trascorso 2017 si è verificato un episodio che la dice lunga sulla direzione che si vuole dare alla produzione industriale di cibo, business oramai largamente dominato dalle grandi multinazionali.

Durante questo mese alcuni produttori agricoli siciliani si sono visti recapitare, dalla Terre e Tradizioni s.r.l.(azienda di Verona), lettere con le quali si intimava “ai sensi e per gli effetti dell’art.12 del Codice della Proprietà Industriale a voler cessare con effetto immediato l’utilizzo del marchio registrato Timilia”. La Timilia, o Tummìnia che dir si voglia, è una varietà di grano antico siciliano recentemente riscoperta che, insieme ad altre (come il Russello, lo Strazzavisazz, la Maiorca, ecc.), rappresenta parte di ciò che rimane delle 291 specie di frumento, di cui 98 intensamente coltivate, presenti fino al 1927 in Italia. Mentre oggi anche se nel Registro Nazionale risultano iscritte 200 varietà, le prime dieci sono quelle che coprono rispettivamente il 66% e il 56,9% della produzione italiana di grano duro e di grano tenero. I grani antichi siciliani sono varietà a più bassa resa ma naturalmente resistenti alle infestanti dato l’alto fusto (ecco perché non necessitano di trattamenti di disinfestazione) che però le rende più facili all’allettamento (la spiga a causa della pioggia e del vento si sdraia e la produzione può essere compromessa).

Le lettere sono state spedite perché la Terre e Tradizioni s.r.l. nel 2013 aveva registrato, di fatto appropriandosene, come marchio commerciale alcuni nomi di grani antichi siciliani, come Maiorca, Strazzavisazz e la citata Timilia, con un’operazione assurda dal punto di vista giuridico in quanto non è stato introdotto alcun elemento di novità che potesse legittimare la registrazione. Se non ci fosse stata una reazione tale operazione sarebbe passata sotto silenzio; invece la ribellione degli agricoltori (supportata dall’intervento di altri soggetti come per esempio l’AIAB) ha portato anche ad un pronunciamento della Commissione Europea che è seguita ad un’interrogazione dell’eurodeputato siciliano Ignazio Corrao. Per la Commissione i produttori siciliani possono chiedere, a norma di legge, l’annullamento del marchio. La stessa Terre e Tradizioni s.r.l ha fatto marcia indietro e si è dichiarata disponibile a cedere i marchi, alla cifra simbolica di 1 centesimo, alla Stazione sperimentale di granicoltura di Caltagirone con un’operazione che però di fatto legittimerebbe tale brevettabilità, costituendo un pericoloso precedente.

L’azienda veronese ha agito spinta da interessi economici non di poco conto, infatti il mercato dei grani antichi, non solo siciliani, è diventato appetibile dati i prezzi più elevati di tali varietà (da 50 fino a 80-90 euro al quintale) e in un momento in cui i produttori italiani di grano sono costretti a svendere il loro prodotto a prezzi che non coprono neanche le spese (intorno ai 18-20 euro al quintale); mentre l’accordo commerciale internazionale tra Unione Europea e Canada (il CETA) impone l’importazione di 4 milioni di tonnellate di grano duro canadese all’anno (prodotto trattato con il tristemente noto glifosato e a rischio di contaminazione da micotossine cancerogene) pagato con un prezzo superiore a quello del grano italiano (27 euro al quintale). Ma l’aspetto più pericoloso è sicuramente quello legato alla possibilità di brevettare specie vegetali (o animali) espropriando di fatto coloro che da sempre hanno utilizzato tali specie per produrre alimenti per l’uomo e le hanno anche migliorate, oltre che tramandate e dunque preservate, con la selezione effettuata prima della semina. Infatti se un seme viene brevettato chi lo vuole utilizzare dovrà pagarne le royalty e non potrà più conservarne una parte per la semina nell’anno successivo. Di fatto questo è quello che avviene oggi anche in Italia dove i produttori di grano devono seminare prodotto cartellinato (cioè semi certificati e venduti da aziende sementiere, di cui sono stabiliti anche le quantità da acquistare in base all’estensione di terra da coltivare) se si vogliono poi ottenere le sovvenzioni previste per legge, senza le quali peraltro non si riuscirebbe ad ottenere un minimo di guadagno.

Questo sembra essere il prezzo da pagare alla “modernizzazione” dei processi produttivi agricoli per cui la selezione dei semi deve rispondere solo a criteri di maggiore resa in base ai quali sacrificare la biodiversità, l’adattamento secolare al territorio, le conoscenze dei coltivatori e quant’altro. E, cosa non meno grave, permettere la separazione tra attività agricola e sementiera consentendo così la nascita di un settore industriale sementiero in cui già nel 2006 le prime dieci principali compagnie controllavano il 57% del mercato mondiale, con in testa la Monsanto e la Du Pont le quali nel 2007 avevano in mano rispettivamente il 23% e il 15% del mercato mondiale. Compagnie che sono le stesse che poi fanno crollare il prezzo del grano duro siciliano attraverso il controllo del mercato di Chicago, il più importante al mondo nel settore cerealicolo. Questa svolta è stata preparata da una serie di strumenti legislativi approvati già a partire dagli anni’50, a livello locale ma anche internazionale, allo scopo di limitare la pratica informale di conservazione, scambio e vendita di semi da parte dei contadini. E sempre nella stessa direzione si devono leggere le misure adottate ultimamente dalla regione Sicilia che ha previsto un incentivo annuale- 288 euro ad ettaro per territori in montagna, 365 euro ad ettaro per territori in collina e 370 euro ad ettaro per territori in pianura- per coloro che rinunciano per almeno sette anni alla coltivazione di cereali lasciando le terre a pascolo.

Contro questa deriva, la cui pericolosità non può certo sfuggire a chi un minimo voglia cominciare a ragionare con la propria testa, si sono mobilitate e si mobilitano energie che tentano di agire in controtendenza. La nascita delle banche dei semi, la registrazione dei produttori come custodi di grani antichi, la diffusione sempre più capillare sul territorio dei gruppi di acquisto, il ritorno alla terra di un numero crescente di giovani con pratiche colturali naturali, biodinamiche, ecc, la diffusione di conoscenze che permettono ai consumatori di effettuare scelte consapevoli in campo non solo alimentare, il rifiuto quando possibile di ricorrere alla GDO (grande distribuzione organizzata), la diffusione dei mercatini locali,   l’acquisto diretto dai produttori, il rifiuto dello spreco di risorse che è la base della logica consumistica. Tutte pratiche che dimostrano comunque come sia importante la presa di coscienza e l’azione del singolo quando si voglia modificare la realtà.

Brunella Missorici – da “Sicilia Libertaria” (gennaio 2018)

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