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“La Sicilia” 18/4/2018

Prima pagina- Agricoltura-DI MAURO: “PENALIZZATI dalle NORME EUROPEE”

Primo piano – AGRICOLTURA IN CRISI / Retro-Innovazione. Tornare al metodo di lavoro dei nostri nonni, ma con la tecnologia attuale – Meno burocrazia per migliorare i controlli sui prodotti importati e sostegno ai produttori.

“Dalle campagne vanno via anche tunisini e romeni”

L’analisi di Mario Di Mauro, di Simenza, sul settore in difficoltà – Tra i punti deboli: filiera incompleta e politica imposta dall’UE

  • di Carmen Greco

 

La crisi dell’agricoltura in Sicilia spinge imprese e giovani alla fuga all’estero?. Si svuotano aree come Vittoria, Pachino, Niscemi, Raddusa? «Non solo. Dalle campagne siciliane stanno emigrando i tunisini e i romeni, da Vittoria, dalla Piana di Catania, da Canicattì. Se ne vanno, ed è quella fetta di proletariato agricolo che lavora veramente in campagna, gli operai-contadini, i “fantasmi” che nessuno ha mai chiamato invasori perché non vengono pagati…».

Per Mario Di Mauro, fondatore di TerraeLiberAzione, indipendentista e siciliano “addhitta”, come ama definirsi, “siminzinu” della prima ora (“Simenza” è l’associazione di agricoltori custodi, valorizzatori, tecnici, ricercatori e appassionati della biodiversità siciliana di interesse agrario ndr) «non è il prodotto importato a mettere in ginocchio l’agricoltura siciliana, ma  la debolezza della filiera di tutto l’agroalimentare isolano».

 

  • I punti deboli di questa filiera?

«Gli strumenti di governo dell’economia non sono in mano nostra. Questo non è un alibi. A noi hanno dato sempre assistenzialismo, l’agricoltura siciliana ha ricevuto dall’Europa grazie all’obiettivo 1, un fiume di soldi. Per esempio, negli anni Ottanta, imponendo le arance a polpa bionda e distruggendo quelle a polpa rossa. Di arance “sanguinelle” non ne erano rimaste più, solo un po’ di Tarocco e di Moro. Quella che avrebbe dovuto essere una sorta di monocoltura diventò qualcosa di indefinito. Poi inventarono la favola della crisi di sovrapproduzione, ma non era vero perché il mercato era in ascesa, in Brasile, in Israele, in Marocco, l’agrumicoltura si sviluppava, per non parlare dei profitti più alti realizzati in Olanda, diventata quasi monopolista nei succhi d’arancia e nei liofilizzati. Le nostre arance tipiche non solo venivano distrutte, ma addirittura denigrate, si diceva che facessero male. Contemporaneamente, al produttore arrivavano i soldi per estirpare gli agrumeti. Ne ricordo uno che denunciai personalmente a Ramacca perché aveva estirpato e ripiantato lo stesso agrumeto tre volte, prendendo soldi ripetutamente. I soldi i nostri produttori se li prendevano eccome. Se poi aggiungiamo anche la forte vocazione all’intrallazzo…

 

  • Le nostre arance finivano al macero…

  • «Le nostre arance finivano all’Aima, “scafazzate”. I camion entravano carichi di mattoni con uno strato di arance sopra. Queste cose si sapevano, da sempre».

 

  • Con la fuga dalle campagne chi verrà dopo i tunisini e i romeni?

«Dopo non lo so chi verrà, forse produrremo guayule come in Messico (un arbusto originario del deserto del Chihuahua che ha una buona resa nella produzione di biomasse per la produzione di carburanti ndr), l’Eni lo ha sperimentato assieme all’Ente agricolo siciliano semi disciolto e moribondo, (l’ultima cretinata che potevano fare) e  questa sperimentazione ha dato buoni risultati. Del resto come alternativa abbiamo la misura 10.1C del Psr (Piano di sviluppo rurale) che incentiva la “non” semina del grano per 7 anni. Ti danno 600 euro ad ettaro per non seminare, e con il prezzo del grano “sterile” quello della Bayer-Monsanto e quello cinese made-in-sicily, diventa perfino conveniente. Ricordo che si tratta del 98% del grano che viene coltivato in Sicilia. Tutto questo quando i grani siciliani sono considerati “clandestini”».

 

  • E il tanto pubblicizzato ritorno all’agricoltura dei giovani, l’agricoltura 4.0?

«E’ retorica per spacciare qualcosa che non esiste. Ci sono dei singoli, certo, ma sono mosche bianche. L’agricoltura 4.0 rischia di alimentare la retorica della bio economia».

 

  • Un esempio?

«La cellulosa che si ricava dal pastazzo (quel che resta delle arance una volta spremute ndr) è un esempio, ancora una volta, di come siamo e restiamo produttori di materia prima di scarto che altri lavorano. La cellulosa ricavata dal pastazzo viene impacchettata e spedita in Spagna dove un’ industria la trasforma in filamento per tessuto e poi finisce nel distretto tessile di Como che la trasforma in tessuto. Non c’è niente di strano, ma un pezzettino di questa filiera perché non dev’essere in Sicilia? L’occupazione la crei con la manifattura, non nell’estrazione della cellulosa, a quello ci pensano le macchine. In Sicilia il valore aggiunto occupazionale della manifattura e della centralizzazione del prodotto non esiste».

 

  • Cosa ci vuole per far chiudere questa filiera?

«Una rievoluzione antropologica».

 

  • Processo lungo…

«O traumatico. Ci vorrebbe un grande shock che lo imponga o, ancora, un’evoluzione “siminzina” continua, costante».

 

  • E chi la potrà vedere questa rievoluzione? I nostri figli, i nostri nipoti?

«I nostri nonni. Dobbiamo tornare indietro ma con la tecnologia di oggi».

 

  • La retroinnovazione di cui si parla…

«Il nostro futuro è in questo metodo di lavoro che vale per tutti. Non si tratta di riscoprire le nostre radici nella retorica della sagra paesana, non si tratta di tornare indietro. In agricoltura dobbiamo utilizzare le stampanti 3D, le macchine Bender. Bisogna cominciare a socializzare, agevolare il parco mezzi, un agricoltore non deve essere costretto ad ipotecare l’azienda e ad impegnarsi tutto per comprare un trattore che gli serve solo per una settimana».

 

  • Eppure ci sono esempi di questa retro-innovazione, “Simenza” è uno di questi.

«Siamo una percentuale “profetica”. Il rischio grosso è la folclorizzazione del nostro percorso e l’altro rischio è che ci usino, come “custodi”, fiori all’occhiello, per un pubblico piccolo-borghese che può spendere e che sceglie i grani antichi per questioni salutistiche».

 

  • E le navi bloccate con il grano del Kazakistan a Pozzallo?

«I controlli ci sono ma sono farraginosi. Il mio amico Aldo Failla, che si occupa di sicurezza alimentare mi dice che con 20/30 centesimi di azoto si possono operare controlli che oggi costano centinaia di euro ma soprattutto molto tempo. Se si ferma una nave che trasporta grano in entrata (ma anche in uscita) in un porto siciliano, non si può pensare di bloccarla per 40 giorni con il rischio di avere torto e di pagare poi anche i danni all’armatore. I controlli vanno semplificati, sburocratizzati, resi agili e celeri, se un controllo si può fare in 5 minuti si evita di prelevare campioni, certificare, coinvolgere dogana, guardia di finanza, capitaneria, Asp, l’istituto zooprofilattico etc. etc. che poi spedisce il campione a Bruxelles… Se blocchi  per 40 giorni una nave che magari nello stesso carico deve consegnare un container qui, un altro a Genova e un terzo ad Amburgo,  quella nave in Sicilia non ci verrà mai più».

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