SIMBOLO M33

Alessandro >Liscianniru> “Alex”

Caldiero

(SONOSOPHER siculo-americano) è un grande artista e scienziato del SUONO. E’ anche amico e collaboratore dell’Istituto TERRAELIBERAZIONE nelle ricerche più profonde sulla CoSCIENZA linguistico-comunicativa. Alex Caldiero, che è mormone, ha anche tenuto due workshop con noi in Sicilia.

Alex “Liscianniru”  Caldiero is a poet, polyartist, sonosopher, and scholar of humanities and intermedia. Born in the ancient town of Licodia Eubea, near Catania, Sicily, in 1949, Caldiero immigrated to the United States at age nine and was raised in Manhattan and Brooklyn, New York. He attended Queens College in Flushing, New York, and was apprenticed to the sculptor Michael Lekakis and the poet-bard Ignazio Buttitta.

Caldiero has traveled through Sicily, Sardinia, Turkey, and Greece collecting proverbs, tales, and folk instruments. He is co-founder of Arba Sicula, the society for the preservation of the Sicilian language and traditions, and is the recipient of grants from the National Endowment for the Arts, Utah Performing Arts Tour, and the Best Poetry Award from the Association for Mormon Letters.

Caldiero has lived in Utah since 1980 with his wife and children shortly after converting to Mormonism, and is Poet/Artist in Residence at Utah Valley University.

Caldiero’s work has been reviewed by Village Voice and The New York Times and he is included in “A Dictionary of the Avant-Gardes” on page 104

Su YOUTUBE trovi diversi estratti video di ALEX CALDIERO.

Tra l’altro ha pubblicato…

Books:

Monad, Clown War broadside, NYC, 1974/ From Stone to Star, Incurve Press, NYC, 1977./ Lu Latti Di La Matri (The Milk of the Mother)./ Some Love, Signature Books, Salt Lake City, Utah, 2015

Films and Documentaries:

This Divided State 2005, (Steven Greenstreet)

The Sonosopher: Alex Caldiero in Life in Sound” 2010, Torben Bernhard and Travis Low.

Ecco il suo sofisticato e sarcastico “commento dadaista” sull’Amerika al Tempo di Trump, uscito sul “CATALYST Magazine”

 caldiero-TRUMP-dada

banner-terra-3

Una Lettera di Archimede ad Eratostene.

Le vaste Pianure dell’Isola di Trinakria, laddove passeggiavano un giorno le Sacre Mandrie del Sole…

(per conoscenza all’on. Davide Faraone, sottosegretario alla Pubblica Ignoranza)

10308561_10207245251239530_1680230509994861074_n

Se verocerto è che nessuno più dell’antico Popolo dei Siculi ha marcato l’identità dell’Isola, certovero è che la Sikelìa non fu mai greca, né tantomeno magnogreca. Tanto più che la meraviglia della civiltà ellenistica prese forma solo in seguito.

Non da Atene, ormai dissolta nella sua illusione imperialista contro i SIKELIANI, ma dall’Egitto alessandrino -con la sua immane Biblioteca- essa scorre verso la Siracusa dei laboratori scientifici e dello sviluppo tecnologico, dove si discorreva la sera passeggiando intorno al monumentale Planetarium!.

Le Lettere di Archimede ed Eratostene ci dicono quanto basta.

Atene non inventò nulla, se non misoginia devastante, schiavismo feroce nelle miniere del Laurìo, guerre civili e di saccheggio.

Quello ateniese –al netto dei suoi cenacoli in cui confluì conoscenza delle cose e visione cosmogonica dal loro “mondo barbaro” e della quale seppero far buon uso- è un mito riflesso nell’infantile e rissoso Olimpo che ne popolò il cielo immaginario. Atene fu una grande capitale, anche culturale, di quel mondo; ma non il “faro illuminante” che se ne fece nell’apologia classicista e romantica all’alba dell’Era Moderna. Non fosse stato per le scuole arabe se ne sarebbero quasi perse le tracce. Il RG Veda o i culti della Magna Mater e dei Gemelli Santi di Palikè evocano dimensioni teologiche e teleologiche assai più sofisticate. Un “relitto antropologico” -come un “Frammento della Sfinge”- pone domande radicali, prive delle facili scorciatoie proposte da Pantheon parodistici e “santi che non funzionano”.

Senza nulla togliere a Platone che da Atene fuggiva in cerca di ascolto nell’unica metropoli in cui avrebbe potuto trovarlo: SIRACUSA.

In Sikelìa, che mai fu Greca né MagnoGreca. Fu altro, una COSA NUOVA.

L’imperialismo ateniese si sfracella nel tentativo di annettersi la Sikelia. Accadde sul Fiume Asinaro, nella collisione storica tra due “modi di produzione” antagonisti (18 settembre 413 a.C.).

La Sikelìa fu America e Viet Nam di quel Mondo.

La Sicilia appartiene a chi ne afferra il sea power, il controllo dei suoi Tre Mari. È’ la Dialettica geostorica dell’Insularità mediterranea: la Sicilia ne costituisce il Punto cruciale e spesso del tutto la Leva.

Il Punto e la Leva di Archimede. A proposito: nello sbiancamento, il nostro Grande Antico, non fu più manco sikeliano: il grande Scienziato ne avrebbe riso, il Ministro della Guerra li avrebbe disintegrati col raggio laser dei suoi specchi ad energia solare, moltiplicata e concentrata sull’obiettivo: i crani vuoti dell’Accademia coloniale che inventò la Sicilia ITALIENATA. Meglio Walt Disney.

Dominazioni coloniali?. Solo quella romana lo fu: sebbene nella dinamica costituente di un Impero di vaste dimensioni che segnò il Tempo del Mondo. E i Siciliani –come vedremo-vi rimasero Siciliani. Per SECOLI.

Nelle condizioni di servitù diffusa caratterizzata da regolari innesti schiavili, v’ha che una specificità del demos isolano, vieppiù esausto, attraversa anche i secoli dell’Isola-LATIFONDO “romano-bizantino”, tributario coloniale infine delle Chiese di Milano e Ravenna.

Siculi, Sikani, Sikeliani, Siqillyani, Sicilienses, Siciliani…MAI ESISTITI?. L’Accademia cattomassonica e mafiosa della Sicilia italienata sentenziò e sintetizzò. Il British Museum ne apprezza e riconosce le Opere e i Giorni inscenando la spettacolare mostra: “Sicily: Culture and CONQUEST”. Hanno vinto.

Certo, il loro, è un Teorema di veracerta complessità. Quello proposto da Archimede al suo amico alessandrino è nulla al confronto. Verocerto è. Ecco la prova!.

Una Lettera di Archimede ad Eratostene.

Le vaste Pianure dell’Isola di Trinakria, laddove passeggiavano un giorno le Sacre Mandrie del Sole…

Amico, tu che possiedi molta scienza calcola, operando assiduamente, il numero delle mandrie del Sole che pascolavano un giorno sulle pianure dell’isola di Trinacria, o Sicilia, distribuiti in quattro gruppi di diverso colore: il primo bianco latte, il secondo nero brillante, il terzo poi di un fulvo dorato, e il quarto screziato. In ogni mandria c’è una quantità considerevole di tori, così distribuiti: i bianchi uguali alla metà aumentata di un terzo dei neri, più tutti i fulvi; i neri uguali alla quarta parte aumentata della quinta degli screziati, più tutti i fulvi; i restanti screziati uguali alla sesta e alla settima parte dei tori bianchi, più di nuovo tutti i fulvi. Amico, quando avrai determinato esattamente quanti erano i tori del Sole, e avrai separato quanti erano di ciascun colore, non ti si potrà certo chiamare ignorante, né incolto in materia di numeri, ma non potrai ancora essere considerato un sapiente. Esamina allora le maniere in cui i tori del Sole erano raggruppati: quando quelli bianchi si mescolavano ai neri formavano un gruppo con le stesse misure in profondità e larghezza, e le vaste piane della Trinacria erano riempite da questo ammasso quadrato; i fulvi e gli screziati formavano invece un gruppo che, cominciando con uno, si allargava fino a comporre una figura triangolare. Amico, quando avrai trovata ed esposta la soluzione a questo problema, e avrai indicato i numeri di tutte queste moltitudini, allora riposati e congratulati per la tua vittoria, e sappi che sarai arrivato alla perfezione in questa scienza.

Mario Di Mauro

corteu-palermu-2

Assabbinirica!
Salvatore Midulla (che vive in Catalunya) ci scrive: “la strada verso l’Indipendenza… in Sicilia è molto lunga, ma qualcuno dovrebbe pur tracciare il percorso.. di sicuro due catalani non discuterebbero mai in castigliano…”.

Caru Turiddu, l’italiano-lingua è solo un siciliano dinamizzato. l’albero della coscienza siciliana -geolinguistica- ha tante radici…le coltiviamo tutte (quella araba in particolare). gli irlandesi parlano inglese…i corsi francese…quanto ai catalani il paradosso è nella repressione linguistica feroce e provocatoria…che hanno subito nel regime franchista …
LA QUESTIONE SICILIANA oggi è assai più complessa e radicale di quella catalana…ne riparliamo.
Non dobbiamo “copiare” nulla da nessuno…altra cosa è scambiare esperienze e costruire legami solidali.
quanto alle LINGUE si possono sviluppare e perfino rifondare quando hai il POTERE per farlo. Dopo, non prima. Il maltese -per esempio- è stato rimesso in piedi negli ultimi decenni. Idem per l’ebraico parlato in Israele…E così via.
In Sicilia -per secoli- si è parlato in diverse lingue, e tutti, grossomodo, capivano le “altre”.
U SICILIANU è il prodotto di innesti ed ha generato la cosiddetta lingua italiana (siculo-toscana) -che è nostra.
Le lingue -in sintesi- servono a capirsi: e le usiamo fin quando servono a capirsi.
LO SPAZIO AEREO CI SERVE per l’INDIPENDENZA ecc. non meno di una autentica narrazione millenaria dell’ARCIPELAGO dei SICILIANI. I giacimenti linguistici servono a costruire questa narrazione di Sé…ma gli aerei decollano in inglese (e va bene così).
Piuttosto si dovrebbe ricostruire la grande e sconosciuta LINGUA FRANCA del MEDITERRANEO (alla quale u Sicilianu offrì una coffa di strutture e parole). L’ho ritrovata -più evocata che altro in narrazioni marinare- in tanti testi…ma ne esiste uno studio sistematico da qualche parte?. Forse a Istanbul o a Tunisi…
*intanto accontentiamoci di dividerci su “arancina o arancino”, perchè ARANCINU gli pare zauddu, rozzo…ai colonizzati della Sicilia italienata!.

Facebook TERRAELIBERAZIONE.

 

 

licata

IO CHE HO AMATO il LICATA di ZEMAN…
questo era il calcio siciliano che meritava un FUTURO.
“Non importa quanto corri, ma dove corri e perchè corri.”
“Da piccolo a Praga mi dissero ‘prendi quella posizione’ e mai ‘prendi quell’uomo’: da quel giorno non ho più cambiato idea, sarebbe stata la zona il mio modulo di gioco ideale.”
“Io conosco solo amici. I nemici non li calcolo.”
“Nel calcio non esistono più le bandiere: ormai comandano la politica e l’economia…i giocatori dovrebbero pagare gli spettatori per lo spettacolo che offrono…”
“La mia più grande soddisfazione è uscire tra gli applausi quando perdo…oggi mi sento un normale fra gli anormali”

Una LEZIONE per l’AVVENIRE?.
Sono passati 35 anni…credo.
Oggi più che mai:
da Catania con Amore->FORZA LICATA! VIVA ZEMAN!
MI RICORDO UNA SCONFITTA INTERNA CON UN Grande Cagliari da serie A!. AL NOSTRO GOL DELLA BANDIERA LO STADIO SE NE STAVA CALANDO! 20 MINUTI DI FESTEGGIAMENTI…I CAGLIARITANI CI GUARDAVANO ALLIBITI.
ZEMAN HA ALLENATO-EDUCATO ANCHE NOI…”I TIFOSI”.
ANCHE PER QUESTO E’ GRANDE.

mdm

“A mio parere, la grande popolarità che ha il calcio nel mondo non è dovuta alle farmacie o agli uffici finanziari, bensì al fatto che in ogni piazza in ogni angolo del mondo c’è un bambino che gioca e si diverte con un pallone tra i piedi. Ma il calcio, oggi, è sempre più un’industria e sempre meno un gioco”

“Non c’è nulla di disonorevole nell’essere ultimi. Meglio ultimi che senza dignità”

“Tutte le partite partono dallo 0-0, sta alla squadra cambiare il risultato”

“Non importa quanto corri, ma dove corri e perchè corri.”

“Talvolta i perdenti hanno insegnato più dei vincenti.Penso di aver dato qualcosa di più e di diverso alla gente.”

“Non conto le sigarette che fumo ogni giorno, altrimenti mi innervosirei e fumerei di più.”

“Mio padre mi voleva medico. Come lui. Meno male che non è andata così.”

“Dovrei parlare di arte? Di politica? Di economia? Io sono uno che sta nel calcio, se un giornalista viene da me lo fa perchè vuole avere un’opinione competente, altrimenti fuori dal calcio io sono uno qualunque e il mio parere conta come quello di un contadino. Eppure dal contadino non va nessuno.”

“Modulo e sistemi di allenamento non li cambierò mai, qui a Roma come in un’altra città. Per coprire il campo non esiste un modulo migliore del 4-3-3.”

“Io alleno, ma non posso scendere in campo e giocare.”

“Il calcio è sempre lo stesso, sia in una piccola che in una grande città il campo ha sempre le stesse misure e la preparazione è sempre la stessa.”

“Nella mia carriera mi sono procurato tanti nemici: meglio così, loro rappresentano uno stimolo.”

“Pretendo che ogni giocatore dia il meglio di se stesso, nel rispetto dell’esigenza di fare spettacolo. Se non vinciamo, nessun dramma. Mi basta che i ragazzi abbiano dato il massimo.”

“Da piccolo a Praga mi dissero ‘prendi quella posizione’ e mai ‘prendi quell’uomo’: da quel giorno non ho più cambiato idea, sarebbe stata la zona il mio modulo di gioco ideale.”

“Il mio calcio è prevedibile? Una stupidagine: che cosa ne sanno i miei colleghi degli schemi di Zeman?”

“Il vero segreto del Foggia non era Zeman ma Pasquale Casillo: se lui fosse rimasto, la squadra non sarebbe mai retrocessa.”

Se dipendesse da me mi confermerei sempre. Ma visto che Cragnotti non mi ha ancora offerto un contratto, vuol dire che ha convinzioni diverse. E io non mi fascio la testa per questo.”

“Il derby di Roma? E’ una partita come le altre, vale tre punti proprio come le altre, e non richiede atteggiamenti tattici particolari.”

“Nel calcio non esistono più le bandiere: ormai comandano la politica e l’economia.”

“Mi sento più italiano di tanti allenatori italiani.”

“Cosa cambierei se potessi tornare indietro? Niente, proprio niente, rifarei esattamente tutto ciò che ho fatto. Nè credo che questo esonero pregiudicherà il mio futuro di allenatore, il calcio che io insegno non finisce con la fine di questa mia esperienza parmense, qualcuno avrà ancora fiducia in me.”

“Non ho rapporti con la stampa o la televisione. Voglio essere giudicato per quello che faccio con la mia squadra, non mi interessano altre esibizioni.”

“Raramente mi capita di dire una bugia. Per questo mi sento solo. E’ un mondo, il nostro, in cui se ne dicono tante.”

“Riguardo a chi mi chiede conto di alcuni errori commessi lo scorso anno, posso dire semplicemente che chi fa, fa sempre errori; solo chi non fa nulla non sbaglia. L’importante è fare errori in buona fede, e ancor più importante accorgersene e porvi rimedio.”

“Non è vero che non mi piace vincere: mi piace vincere rispettando le regole.”

“La mia verità è la verità di tutti.”

“Io conosco solo amici. I nemici non li calcolo.”

“Io credo nel calcio, credo nel gioco e credo nelle persone che vogliono fare, che amano il calcio. E’ tutta questione di passione, penso che uno con la passione se vuole fare fa. Problema oggi è affermarsi, fare quello che uno vuole fare. Io spero che la vincano quelli che ci credono.”

«Lo 0-0 è un risultato che non mi piace. Significa che le due squadre fanno poca attività. Il calcio è spettacolo e il gol è la sua essenza».

«Io senza calcio non sto bene. Fosse per me arriverei a morire in tuta, a novant’ anni, all’ aria aperta, a insegnare pallone a qualche ragazzo che avesse ancora voglia di starmi a sentire».

” i giocatori dovrebbero pagare gli spettatori per lo spettacolo che offrono…”

«Siete voi che andate alla ricerca del passato, io invece inseguo il futuro: perché voglio continuate ad allenare»

“Se la gente va allo stadio, dopo aver già dormito per metà settimana, e si addormenta pure lì, è finita. Il calcio deve suscitare emozioni, dare la sveglia…. Non solo la gioia, perché c’è anche il dolore, purché la gente provi emozioni. Tutto questo è vita “.

“La mia più grande soddisfazione è uscire tra gli applausi quando perdo”

“In carriera ho allenato anche tanti grandi campioni, che si impegnavano, che volevano crescere e avevano voglia di imparare anche a 34 anni. E ho avuto anche tanti giovani che non avevano voglia di soffrire. Non decide l’età, decide cosa si ha voglia di fare, se si ha voglia di prendere la professione sul serio, se si vuole dare sempre tutto”

“…. oggi mi sento un normale fra gli anormali”

“la mia vittoria più bella è quella di vedere lo stadio pieno, è dare allegria alla gente. Io voglio che, chi viene allo stadio, torni a casa dopo aver visto qualcosa”.

“A me dicevano che non ero un vincente. Io continuo a rispondere che l’allenatore che vince è quello che riesce a migliorare i giocatori”.

“Ho letto i titoli dei giornali «sparita Zemanlandia»…. E mo’ ce la faccio vedere di nuovo, va!”

schillaci

Dante perde la paternità: la lingua italiana è nata in Sicilia

Una nuova conferma delle origini eterodosse dell’italiano mette in crisi secoli di monopolio letterario e culturale: i poeti siciliani diffusi in Lombardia prima che in Toscana

Noemi Ghetti
venerdì 14 giugno 2013 17:13

Confronto tra il testo poetico toscanizzato e quello ritrovato in Lombardia (immagine tratta dall'articolo di Segre sul  Corriere della Sera)

Confronto tra il testo poetico toscanizzato e quello ritrovato in Lombardia (immagine tratta dall’articolo di Segre sul Corriere della Sera)

Il ritrovamento di alcune poesie della scuola siciliana in una biblioteca lombarda da parte del ricercatore Giuseppe Mascherpa riporta in primo piano il dibattito sulle reali origini della lingua italiana. Il tema è riproposto da Cesare Segre in un articolo sul Corriere della Sera del 13 giugno, che sottolinea come proprio al «cambiamento di prospettiva» nella ricerca sia dovuto l’improvviso rivelarsi, negli ultimi tempi, di manoscritti duecenteschi in luoghi fino ad ora insospettabili. Ne è esempio la scoperta di almeno quattro testi poetici siciliani sul verso di pergamene recanti sentenze di condanna di esponenti di grandi famiglie guelfe per violazioni di norme sui tornei. A quei tempi, si sa, i notai erano spesso poeti, e riempivano in tal modo gli spazi bianchi, al fine di impedire che ci fossero aggiunte illecite a margine degli atti.
Si tratta di frammenti di poesie importanti, ascrivibili tra gli altri ad autori come Giacomo da Lentini, ‘il Notaro’ fondatore della Scuola, e addirittura a Federico II, l’imperatore-poeta che ne fu il geniale promotore. Avvenuta nel cruciale ventennio 1270-1290, la trascrizione induce a ipotizzare l’esistenza di un piccolo canzoniere di liriche della Scuola siciliana, circolante in Lombardia in quegli anni. E va ad aggiungersi al recente ritrovamento di un altro manoscritto mutilo, rinvenuto da Luca Cadioli nella soffitta di una dimora nobiliare milanese, che contiene l’unica fedele traduzione dal francese del Lancelot du lac, il famigerato romanzo sugli amori di Lancillotto e Ginevra, ricordato da Francesca da Rimini nel canto V dell’Inferno.
Adesso come allora, ancora una volta per noi, «Galeotto fu il libro e chi lo scrisse»: questi ritrovamenti suonano come una convalida dell’originale idea che la nostra lingua nasca agli inizi del Duecento dalla rivolta dei poeti siciliani contro il latino ecclesiastico, sviluppata nel 2011 nel saggio L’ombra di Cavalcanti e Dante (L’Asino d’oro edizioni).

Le trascrizioni dei siciliani sono interessanti soprattutto perché lasciano intravvedere l’originale veste linguistica delle liriche, finora perduta tranne che in un singolo caso, e sono antecedenti alla versione toscanizzata attraverso cui le conosciamo. Se ne ricostruisce, è quanto qui ci importa dedurre, il panorama di una cultura letteraria laica, diffusa nel Duecento nella penisola italiana ben al di là di quanto lo schema tradizionale lasci immaginare.
Si intacca in questo modo una consolidata ricostruzione storica che fa dei toscani, all’indomani della caduta degli Svevi e del partito ghibellino a Benevento (1266), i soli eredi della poesia siciliana. E in effetti viene subito in mente che l’Italia settentrionale accolse catari e trovatori in fuga, all’indomani della feroce crociata albigese che disperse la civiltà della vicina Provenza. E che nell’Italia settentrionale persisteva una diffusa tradizione di cantari francesi d’amore e d’avventura che, ripresa felicemente nella Ferrara quattrocentesca dall’Orlando innamorato di Boiardo, fu poi riportata nel Furioso di Ariosto alla norma anche linguistica del fiorentino canonizzato nel 1524 dal cardinale Pietro Bembo.
La reazione della Chiesa contro la magnifica fioritura laica del Duecento fu infatti durissima, se ancora nel febbraio del 1278 nell’Arena di Verona un immane rogo arse gli ultimi 166 catari, e nel 1285 fu assassinato il filosofo parigino Sigieri di Brabante. Scomunicato e condannato a morte, attendeva il perdono papale nella curia di Orvieto, dove si era rifugiato dopo che nel 1277 il vescovo di Parigi Tempier aveva giudicato eretiche le proposizioni dell’averroismo latino che avevano animato, col De amore di Andrea Cappellano, la poesia delle origini fino allo Stilnovismo di Guinizzelli e Cavalcanti. Il delitto certo non passò inosservato negli ambienti Stilnovisti. Così nell’ultimo decennio del Duecento venne la conversione di Dante dall’amore per la donna all’amore per Dio, che procede per tappe successive dalla Vita Nova attraverso il Convivio fino alla Commedia. Venne, nell’anno 1300 in cui si colloca il viaggio oltremondano della Commedia, l’esilio da Firenze firmato da Dante e la precoce morte di Cavalcanti.

Nel Poema sacro Federico II è condannato all’Inferno (X) nel girone degli eretici «che l’anima col corpo morta fanno», a cui è destinato il maestro e «primo amico», dotato sì di «altezza d’ingegno», ma che «ebbe a disdegno» la fede. Pier delle Vigne, poeta siciliano segretario dell’imperatore, è collocato tra i suicidi, e racconta a Dante il proprio dramma in modo involuto, perché la colpa imperdonabile dei Siciliani, agli occhi di Dante, è l’avere tentato una ricerca sull’amore passione carnale, al di fuori della religione, inventando una nuova lingua. Sordello da Goito, trovatore che aveva trovato fortuna in Provenza ed era rientrato in Italia nel 1269, di origini mantovane al pari di Virgilio, è collocato invece nel Purgatorio (VI-VIII), al pari di altri poeti del Duecento.
Il pregiudizio nei confronti dei Siciliani ha dunque radici antiche, e un’analisi attenta dei testi danteschi e le soluzioni che via via si imposero nella secolare ‘questione della lingua’ dimostrano come, a dispetto dei riconoscimenti, esso abbia origine da Dante stesso. Fu il Sommo poeta a costituirsi come ‘padre’ della moderna lingua italiana, oscurando cento anni di ricerca della poesia d’amore da cui essa era nata, con un sistematico lavoro di risemantizzazione in funzione spirituale e cristiana del lessico volgare delle origini. Ancora nell’Ottocento un critico sensibile come Francesco de Sanctis dimostra una certa sordità nei confronti dei poeti della Scuola siciliana, e si è dovuto attendere fino al 2008 per avere la prima edizione critica completa e commentata in tre volumi dei Meridiani.

Interessa qui segnalare a margine, nel ristretto numero degli studi ‘inattuali’ del secolo scorso come quelli di Bruno Nardi e Maria Corti, l’originale giudizio gramsciano dei Quaderni del carcere sul Duecento e Dante. Se è forse più conosciuto il saggio sul canto X dell’Inferno contenuto nei Quaderni (1931-32), con esplicite prese di distanza da Croce e importanti messaggi in codice destinati all'”ex amico” Togliatti, certo meno noto è l’apprezzamento di Gramsci per Guido Cavalcanti. Le sue parole, che lo erigono a «massimo esponente» della rivolta al pensiero teocratico medievale e del consapevole uso del volgare contro la romanitas e Virgilio, furono riprese quasi alla lettera da Gianfranco Contini. La Commedia è per Gramsci, che fu fine linguista, il «canto del cigno medievale», e il suo lavoro di latinizzazione del volgare segna la crisi della rinascita laica e il passaggio all’umanesimo cristiano. Leggere la Commedia «con amore» è atteggiamento da «professori rimminchioniti che si fanno delle religioni di un qualche poeta o scrittore e ne celebrano degli strani riti filologici». Apprezzarne i valori estetici, scrive a Iulca in una lettera dal carcere del 1931 mettendola in guardia da una trasmissione acritica del poema ai figli, non vuol dire condividerne il contenuto ideologico.

Noemi Ghetti

INTER-COPERTINA 1INTERFERENZE- 1

Una ExtraOrdinaria DonAzione

“Nella devozione all’ODIGITRIA SICILIAE, Nostra Signora delle Acque, protettrice della Civiltà Siciliana, ringrazio Mario Di Mauro e tutti gli amici di TERRAELIBERAZIONE, che da anni si battono a spada tratta per difendere il Terramare siciliano dallo spietato incalzare di un “progresso coloniale” che pare inesorabile. Pertanto faccio dono a loro di questa sacra icona della MADONNA dell’ITRIA –certo della Cura che le sarà riservata.                    La Sicilia e le ricchezze del suo Tempo Lungo meritano di essere riscoperte e Difese: solo TERRAELIBERAZIONE sta dimostrando di averne Scienza e Volontà. PANI, PACENZIA E TEMPU!”. Giuseppe Bertucci.

Giuseppe Bertucci è un giovane Artista SICILIANO impegnato in una ricerca radicale che coniuga memoria arcaica e fisica quantistica. Lavora anche su PIETRA. E su pietra ha realizzato l’icona che ci ha donato. Giuseppe vive a Chiaramonte Gulfi (Ragusa) da dove ha animato anche la rivista di cultura iblea SenzaTempo, alla quale abbiamo collaborato fin quando riuscì a sopravvivere in questo deserto coloniale che ha divorato la possibilità stessa di elaborare un Immaginario nella Verità Siciliana. I pozzi sono stati avvelenati: un giovane che Cerca l’AcquaSanta, “la santità delle prime cose” (Dino Campana) rischia di bruciare la sua intera esistenza senza comprenderne neanche la ragione. Lo Spettacolo neocoloniale, a tutti i livelli, ha cancellato tracce, disperso segni, confuso l’Ordine delle Cose. Ciò è accaduto, e ci appare di gravità inaudita.

La cultura identitaria -scrive Franz Fanon nel suo “I dannati della Terra“- non è il folclore in cui un populismo astratto ha creduto di scoprire la verità del popolo. Nè quella massa sedimentata di gesti sempre meno riallacciabile alla realtà presente del popolo.

La cultura identitaria è l’insieme degli sforzi fatti da un popolo sul piano del pensiero per descrivere, giustificare e cantare l’Azione attraverso cui il popolo si è costituito e si è mantenuto. La battaglia per una cultura identitaria, nei paesi colonizzati -e questa Sicilia COLONIA è- deve dunque situarsi al centro stesso della Lotta di LiberAzione. Essa è il motore politico del Cammino di LiberAzione.

Il passato è solo il luogo delle forme senza forze, scrive Paul Valéry. Sta a noi restituirgli vita e necessità attraverso le nostre passioni e i nostri valori, cercando Verità e Bellezza nelle cose del Mondo, cercando, in breve, quella Salute autentica che si genera dal radicamento in una Terra assoluta, cosmica, concreta, che puoi chiamare MATRIA e accarezzare con gli occhi del SINTIMENTU, sicula concrezione di Cuore e Cervello.

Non ne conosciamo molti –come Giuseppe Bertucci- capaci di scandagliare con le ARMI del SINTIMENTU le profondità dell’Arcipelago di Trinakria. L’Opera che ci dona e soprattutto il modo in cui lo fa ci commuove e ci onora.

“Κύριε Ἰησοῦ Χριστέ, Υἱὲ Θεοῦ, ἐλέησόν με τὸν ἀμαρτωλόν

[Kyrie Iisù Christé, Iié Theù, eléisòn me tòn amartolòn].

@TERRAELIBERAZIONE.

 

CASTELLO FEDERICO CT

REX

VIVA I GATTOPARDI!

…CHE NON ADERIRONO ALLA SICILIA TRICOLORATA.

IN PUTRESCENTE DISFACIMENTO – TORMENTATI DALLO SGUARDO DI INTERE GALLERIE DI FANTASMI…si lasciarono estinguere nella palude che disintegra…consolandosi fino all’abisso: “e che sia: una goccia di sangue blu in questa melma de mierda e talk show. noi almeno siamo stati.

La Casta politicante “siciliana” non è solo ascara, mercenaria e inetta: essa, sul piano storico, si configura del tutto come una Casta criminogena, espressione di un tessuto sociale alienato: la “Sicilia italiana”, come formazione storico-sociale: è un corpo estraneo a sé stesso, ma c’è e ci sarà.

Non la “Casta” politicante, ma l’intera “Sicilia italiana” è il nemico interno senza il quale nessuna Dominazione esterna sarebbe possibile. Ma è questa, dal 1911, la maggioranza mentale dei sicilitaliani.

U Sicilianu Novu non ha alcuna necessità di cercarne il consenso.

@MARIODIMAURO-da REX (libro inedito)

Terra e Liberazione Niscemi2 001 Io Leggo TerraeLiberAzione e Tu?

husky

“Non fidatevi di nessuno che abbia più di trent’anni” fu lo slogan che Jerry Rubin lanciò nel 1968.

“Non fidatevi di nessuno che abbia MENO di cinquant’anni” . E’ lo slogan che TERRAELIBERAZIONE lancia nel 2016.

GESU NO T

Shakespeare è uno pseudonimo?

In questo 2016, il 23 aprile per la precisione, ricorreranno i 400 anni dalla morte di William Shakespeare, probabilmente il più grande drammaturgo di tutti i tempi. In Inghilterra e non solo si stanno organizzando conferenze ed eventi di vario tipo per tributare nel migliore dei modi un genio immortale di questo calibro. Eppure, a guastare i festeggiamenti potrebbero esserci diversi accademici e studiosi che sostengono una tesi quantomeno curiosa: William Shakespeare, in realtà, non sarebbe mai esistito. Un’affermazione decisamente forte e ai limiti della camicia di forza, di primo acchito. In realtà, fior di ricerche e studi hanno messo in luce diversi elementi che farebbero pensare che davvero Shakespeare non sia altro che lo pseudonimo utilizzato da qualche altro geniale letterato.

 

william-shakespeare-caratteristiche-delle-opere_7c02f59c2b372bd96cecdae665d1d138

 

Le varie incongruenze della vita di Shakespeare. Nessuno, per il momento, ha mai sostenuto con piena certezza la tesi per la quale il grande William non sarebbe mai esistito; ciò premesso, il mondo accademico e letterario è da parecchi decenni che si interroga sulla reale identità che stia dietro alla mano che ha scritto di Amleto, Macbeth, e delle vicissitudini di Romeo e Giulietta. A sollevare i dubbi sarebbero alcuni aspetti della persona di Shakespeare che non convincerebbero affatto. A cominciare dalla sua vastissima cultura: com’è possibile che un uomo che non è mai uscito dall’Inghilterra conoscesse così bene tante lingue? O che, per lo stesso motivo, parlasse dell’Italia come solo poteva fare chi il Belpaese l’aveva visitato? Shakespeare, inoltre, aveva una conoscenza perfetta della storia, della filosofia, delle religioni, e di diverse altre materie: come spiegarsi un fatto del genere, considerando che William era figlio di contadini e che non ricevette alcuna formazione universitaria? Tutti elementi che portano a considerare che quanto si ritiene sia stato scritto e prodotto da Shakespeare sia in realtà opera di qualcuno ben più colto e istruito.

Forse John Florio? Una corrente della folta schiera di coloro che ritengono che Shakespeare non sia mai esistito sostiene che dietro quest’immaginario uomo di Stratford-upon-Avon ci sia in realtà John Florio. Un nome che probabilmente dice poco ai più, eppure si tratta di uno dei principali intellettuali dell’epoca elisabettiana: poligrafo, poliglotta, traduttore, lessicografo, era uno dei cortigiani maggiormente apprezzati dalla sovrana d’Inghilterra, per la sua cultura varia e approfondita. Nato in Inghilterra, ma di origine italiana (Florio, appunto), sarebbe il punto di congiunzione perfetto per il mondo evocato (e spesso raccontato) delle opere di Shakespeare. “Nei suoi scritti”, ha avuto modo di scrivere il filosofo Lamberto Tassinari su Le Monde, “si trova una quantità di elementi impressionante per la quantità e la qualità che condivide con le opere teatrali firmate da Shakespeare. L’analisi comparata di tutte queste materie permette di concludere, in modo filologico, che si tratta, in realtà, di un unico autore. Florio usava il suo nome per le opere d’erudizione, e uno pseudonimo per le opere di finzione”.

A suggerire questa tesi fu già negli anni Venti Santi Paladino, giornalista italiano convinto che i Florio fossero originari della Sicilia, e una volta emigrati in Inghilterra assunsero il nome “Shakespeare”, che sarebbe la traduzione del cognome della madre di John, “Crollalanza”. Venendo all’aspetto strettamente letterario, Florio era un grande amico di Giordano Bruno, che si ritiene altri non sia se non il bizzarro personaggio delle Pene d’amor perdute Berowne, che significa proprio “bruno”. D’altro canto, le notizie su Shakespeare sono scarne, indimostrate e carenti. I pochi contatti che ebbe in vita e su cui c’è un accordo generale tra gli studiosi, guarda un po’, sono tutti accertati amici di Florio.

13/1/2016- http://www.bergamopost.it

mario a palermo

L’ISOLA SENZA SCUOLE, NE’ CASE EDITRICI.

LA CASSAZIONE CONFERMA: “LA SICILIA IRREDIMIBILE, PARASSITA E MAFIOSA” E’ UNA NUOVA MATERIA SCOLASTICA. Amen. Ora però va resa obbligatoria, ovunque: il Mondo lo deve sapere!.

vespro 2016TIPOGRAFIA-TERRAELIBERAZIONE-MARZO-001 (1)vespro vivente entra e leggi

30 marzo 2016 (ANSA) – ROMA, 7 APR – Rientra nella libertà di insegnamento, garantita dalla Costituzione, l’impiego di un libro di testo destinato agli studenti delle scuole medie inferiori nel quale, “con sufficiente richiamo ai contesti storici e alla cronaca anche recente”, si parla della Sicilia con “espressioni e giudizi generali perentoriamente negativi” definendola una regione nella quale la mafia “impedisce di governare per il bene della collettività” e “che riceve dallo Stato più di quello che dà e consuma più di quello che produce”.

Lo ha stabilito la Cassazione respingendo il ricorso del governatore della Sicilia contro la casa editrice Principato e gli autori del libro ‘Geo Italia, le regioni’ nel quale venivano espressi giudizi molto duri sulla realtà socio economica dell’isola. In primo grado, la casa editrice era stata condannata a risarcire la regione con 50mila euro e a non ristampare i passi offensivi. In appello invece il ‘ritratto’ della Sicilia è stato ritenuto lecito e obiettivo. La Cassazione ora lo conferma.

“LA SICILIA IRREDIMIBILE, PARASSITA E MAFIOSA” E’ UNA NUOVA MATERIA SCOLASTICA. La Cassazione sentenziò. Amen. Ora però va resa obbligatoria, ovunque. Siamo certi che anche presidi e insegnanti delle scuole coloniali dell’Isola non abbiano molto da ridire…Cosa dovrebbero “ridire”: cosa sanno, cosa insegnano, cosa hanno capito della condizione coloniale della loro stessa Terra?. E cosa dovrebbero “ridire” i nostri scrittori e giornalisti, showman e saltimbanchi?. E perché mai dovrebbe indignarsi il mondo universitario della SiciliAfrica italiana, mefitica palude della peggior feccia massonica e tricolorata?.

LA SENTENZA DELLA CASSAZIONE E’ UNA BUONA NOTIZIA. NON CE-LO-DICE-L’EUROPA, MA ALMENO CE LO RICORDA LA CARA VECCHIA ITALIETTA, BALDRACCA CHE CI COLONIZZA DA 155 ANNI.

L’IDEOLOGIA DOMINANTE SARA’ SEMPRE QUELLA DELLE CLASSI DOMINANTI (Marx dixit).

L’Ideologia stracciona dell’imperialismo italiano e delle sue forze mentali egemoni: le massomafie tosco-padane, peraltro installate al governo senza alcuna vera maschera.

La SiciliAfrica italiana è una colonia saccheggiata e stuprata da almeno 155 anni…Non stiamo qui a ripeterlo: ci sono i nostri studi, chi vuole se li legge. Nello Spettacolo coloniale, noi Siciliani siamo rappresentati come Figli di NN, sintesi bastarda e irredimibile di 144.000 dominazioni. Amen. Non possiamo che essere mafiosi e parassiti!. Grazie.

Piccolo particolare, le edizioni PRINCIPATO hanno origini messinesi…”La storia della Casa Editrice Principato, oggi società per azioni, è ultra centenaria.  La casa editrice è nata infatti nel 1887 a Messina, per iniziativa del ventinovenne Giuseppe Principato. Deciso a superare l’angusto mercato provinciale e a dare alla casa editrice respiro nazionale, Giuseppe Principato invia il figlio Ettore a Milano per fare pratica presso l’Editore Treves.  Alla fine del 1908 l’attività della casa editrice viene bruscamente interrotta dal terremoto che il 28 dicembre distrugge Messina e in cui Giuseppe Principato perde la vita; tocca quindi al giovane Ettore, insieme al fratello Manfredi, riprendere dopo pochi mesi l’attività editoriale.  Negli anni successivi Ettore Principato, consapevole che per l’affermazione a livello nazionale della casa editrice era necessario pubblicare testi di alta qualità (orientamento che la casa editrice mantiene tuttora), stabilisce rapporti con alcuni dei maggiori studiosi italiani e ne pubblica le opere. Da Messina, dopo una breve parentesi romana, nel 1926 la sede della casa editrice viene trasferita a Milano…”.

In SiciliAfrica non c’è una sola Casa Editrice di cultura indipendentista. PER STAMPARE QUALCOSA, DAL 1985, NOI FACCIAMO LE COLLETTE COME I PEZZENTI. E I PEGGIORI SOTTOSCRITTORI SONO I “SICILIANISTI”. TIRCHI E IGNORANTI DA FARE SCHIFO. In particolare quelli che “se la passano bene”: e sono diversi. Ipocriti che evitiamo anche fisicamente. Abbiamo una decina di libri in lavorazione. Uno più importante dell’altro. Ci sono costati sudore, sacrifici, anni di Lavoro. Non li buttiamo in pasto ai selvaggi delle riserve sicilindiane, né cerchiamo “grandi editori” in SiciliAfrica: non ce ne sono, non ce ne saranno. Lo spettacolo coloniale non li prevede. Prevede storie imprenditoriali come quelle della Principato. E colonizzazione feroce, continuata, annichilente. Chi si lamenta e si indigna non ha capito nulla. E spreca il suo Tempo facendosi il sangue acqua.

U Sicilianu Novu camina addhitta, sulle vie del Mondo. Fuori dalle paludi, dai campi minati, dalla demenza dello Spettacolo coloniale: non si ciba dei suoi frutti marci, non coltiva i suoi semi avvelenati .

La Ri-Evoluzione culturale e politica non si fa con le lamentazioni reazionarie, ma sviluppando la nostra narrazione Geo-Storica.

Siculi, Sikani, Sikeliani,Siqillyani…Non esistono in nessun libro ufficiale. Nella narrazione coloniale siamo figli di NN, e pure bastardi: il risultato di 13 ininterrotte dominazioni e stupri…E ci credono perfino: TUTTI. E’ una concatenazione micidiale di balle storiografiche e perfino geografiche. Tutto FALSO!.

Lo spieghiamo nel nostro Discorso pubblico, la cui elaborazione ci costata decenni di fatica, rinunce e sacrifici.

Il Gruppo TerraeLiberAzione –fino ad ora- ha dimostrato di saperlo fare. E’ troppo poco, lo sappiamo. Ma semu simenza: decine di giovani ricercatori si stanno immettendo nella nostra struttura di lavoro. I risultati li vediamo già. Non perdiamo tempo appresso alle sentenze della Cassazione. Né appresso ai messinesi della casa editrice Principato. Fanno il loro mestiere. Noi facciamo il nostro. Chi si lamenta che mestiere fa?. A lamia?. MA DI COSA CI LAMENTIAMO? – O un nuovo e inedito Vespro, o niente.

La battaglia culturale è l’essenza vitale del Cammino di LiberAzione del Sicilianu Novu nel Secolo XXI. Il Metodo del Realismo dialettico ci permette di alzare uno sguardo scientifico sulle cose della vita e del mondo. L’Analisi concreta, col suo profondo retroterra Geo-Storico, ci fornisce Mappe e Bussole per non perderci nelle nebbie dello Spettacolo coloniale. Il libro “Geo Italia” della editrice Principato lo conosciamo: è scritto coi piedi da un pugno di analfabeti. E non solo per i giudizi contestati. Anzi, quelli sono “luoghi comuni”. C’è di peggio in quel libro…ma non è colpa degli autori, né dell’editore, né della Cassazione.

Frutti marci e semi avvelenati nell’Isola senza Intellettuali, senza Scuole, né Case Editrici, che ne producano una Verità autentica. Questa è l’essenza della Questione Siciliana sul piano della costruzione del Sé nello Spazio pubblico. E questa “macchina di sradicamento” –che esibisce compiaciuta anche il bollino coloniale del British Museum- non può essere riformata. Va semplicemente rasa al suolo e cosparsa di sale per i prossimi diecimila anni. Tanti sono gli anni che hanno sbiancato, ammucciato, mascariato. Tabula rasa. Totale. Ne va della Salute autentica di un popolo annichilito.

Intanto pensiamo a salvarci Noi. Non è poco.

@TERRAELIBERAZIONE.

 

SIMBOLO M33

In alto, sulla Cima dell’Etna degli Spiriti Liberi…A cercare Empedocle, Holderlin, Edgar Allan Poe, Santo Calì…In alto, per non respirare certe paludi coloniali, subumane: sono nati schiavi nelle riserve sicilindiane.

In alto, come u Sicilianu Novu, come te, Sara e le altre e gli altri…che camminiamo ADDHITTA. Senza sforzo, come l’Acquasanta di Lao Tze…

Non è difficile essere più alti delle pecore.

Basta Essere “normali”.

 @TerraeLiberAzione.

ficu 1

Chi è Carlo Muratori?.

“immaginate un soldato in una specie di esercito di liberazione della Sicilia…orfano di un Quarto Stato, millantato e deluso, oltre le partiture popolari, dopo Rosa Balistreri…”.

(V. Tomassini-Il Fatto quotidiano 22/1/2016-Recensione al cd+libro “SALE”).
SIMBOLO M33
 

“Gloria a Carlo Muratori, ca su merita. PANI, PACENZIA E TEMPU!”.

20160308_174328

 @TERRAELIBERAZIONE.

conca

21 FIVRARU-JURNATA MUNNIALI DA LINGUAMATRI.-

PARRA SICILIANU, NUN T’AFFRUNTARI!

PANI, PACENZIA E TEMPU!.

SIMBOLO M33 

@TERRAELIBERAZIONE.

 

Lu Sceccu

e lu Scravagghiu

di Domenico Miciu Tempio (1750-1821)

Mentri, oziosu pasculava

Un quadrupedu Scicchignu

Un Scravagghiu turniava

Certi baddi giusti a signu.

E a lu Sceccu, ca taliava

La mastrìa ccu lu disignu,

Affannatu ci abbijava

Stu rimproviru malignu:

Tra li dotti iu cuntu assai

Matematici profunni;

Tu si bestia, e nenti sai.

Ma lu Sceccu cci arrispunni:

Lu me stercu si non hai,

Non poi fari baddi tunni.

Vui, chi faciti da scravagghj dotti

Appressu li Putenti, e li Magnati,

Bon-prò vi fazza, vi li miritati,

Sunnu li vostri chisti pira cotti!.

(Voi che vi fate Scarafaggi sapienti

presso tutti i Potenti ed i Magnati,

buona salute vi faccia la mia merda,

di cui deliziose pere cotte fate!).

 copertina 1993

VITO TARTARO

(3 Ottobre 1938-12 Febbraio 2014)

AL NOSTRO CARO VITO TARTARO, POETA CIVILE E MAESTRO DI LIBERTA’.

Ogni vota

Quannu sugnu un ricordu,

ogni vota ca uardi la Muntagna (di Ramacca)

daccilla n’ucchiata pi mia,

daccillu un salutu.

Ogni vota ca ci passi

faccilla na carizza pi mia

a li tombi,

a li petri ntagghiati,

a li resti di vasi ca ncontri.

Ogni vota,

finacquannu diventi un ricordu

vitotorricella

Si è spento nella sua Ramacca, vegliato dall’affetto di un intero paese, il nostro caro Vito Tartaro, poeta civile e Maestro di Libertà, Indipendentista siciliano e Internazionalista sociale.
Il suo viaggio di conoscenza su questa Terra cominciò il 3 Ottobre dell’anno 1938.
Il nostro “Sciamano di Palikè”, il cantore della nostra “Montagna Salvata”, lascia, insieme a tantissimi figli naturali e spirituali, una eredità culturale extra-ordinaria.
E’ difficile spiegare, in questo momento, quanto importante sia stata la sua presenza –(a volte critica ma sempre affettuosa, attiva e operativa, da “portiere esperto”)- anche in tanti momenti del Cammino della Fratellanza “Terra e LiberAzione”.
Perdiamo, tutti, un vero Poeta Militante. Se ne incontrano pochi nella Vita, perché ne nascono pochi, uno ogni tanto.
Buon Viaggio, Vito!
Sul Grande Libro della Lotta per la Verità Siciliana, da geniale autodidatta, hai scritto, con la tua Vita, una pagina immortale: “alla faccia dei siculicani!”. Ne avremo cura. Te lo giuriamo col nostro arcaico “Beddha Matri, ass’annurbari!”.
Grazie di tutto, Poeta e Amico Vero.
Re Sesan Ires!.

@ Catania, 12 Febbraio 2014. Mario Di Mauro, per la Fratellanza “Terra e LiberAzione”
*LA CERIMONIA DI COMMIATO, LAICA E CIVILE, UNA VERA E PROPRIA ASSEMBLEA DI SALUTO, AFFOLLATA E SENTITA, SI E’ TENUTA AL CENTRO SOCIALE DEL COMUNE DI RAMACCA. E’ STATO IL PRIMO FUNERALE LAICO NELLA STORIA DEL PAESE. AVANGUARDIA CULTURALE, NEL RISPETTO VERSO TUTTI, VITO CI TESTIMONIA ANCHE QUESTA VIA DI LIBERTA’. UNA VIA, UNA DELLE VIE, PERCHE’ LA LIBERTA’ E’ TALE SOLO SE NE HA MOLTE DI VIE. ANCHE D’USCITA…GRAZIE, VITO!.

Agatocle+monete+Apollo491

 12 FEBBRAIO 2016

Friddu fa, Vitu, cadi na stiddha, sa’ cu’ sta murennu. Cadìu na stiddha, oh Rosa, sa’ cu morsi… -“Talè, gli Alberi sono…solo noi passiamo, come un’aria che cambia”. (Rilke).

Il 12 Febbraio del 2014 si spegneva la stella del nostro caro Vito Tartaro (n.1938). Il poeta civile e attivista sociale di Ramacca, che ci insegnò a riconoscere gli alberi e a parrari macari ke petri. Vito ci insegnò a coltivare l’antico Albero di Trinakria. A coltivarlo col Sintimentu, sicula concrezione di Cuore e Cervello. L’Ulivo della civiltà mediterranea, il Fico sacro della Sikelìa, la Palma benedetta della Siqillya.

La Comunità Siciliana di “TerraeLiberAzione”, in oltre trentanni, ha avuto compagni di cammino luminosi che vivono nel nostro Sintimentu: durevoli comu i Stiddhi. Uno di questi compagni di Cammino è Vito Tartaro, poeta militante, indipendentista siciliano, internazionalista sociale. Se oggi Camminiamo Addhitta in questo deserto coloniale, costruendo Oasi-Giardino e riunendoci a Cuncumiu per coltivare l’Albero di Trinakria, se abbiamo un linguaggio che sa parlare nel Secolo XXI perché ha radici profonde in Diecimila anni di Storia siciliana, lo dobbiamo anche a un Sicilianu Novu quale è stato il nostro caro Vito.

@12 Febbraio 2016. TERRAELIBERAZIONE.

ficu 1 

Friddu

Cadi na stiddha,

sa’ cu’ sta murennu.

Cadìu na stiddha,

oh Rosa,

sa’ cu morsi.

“Mai e ppo mai

Po cascari na stiddha

Pirchì è ttaccata ccu cordi d’azzaru

Nto tettu do celu”,

diceva ma nannu,

e so patri,

e ma patri

quann’erinu niki.

Quasi cche stissi paroli

Mi parra ma figghjiu.

E u cori,

nn’austu,

si rrunchia ppo friddu.

Nno misi d’austu.

@VITO TARTARO.

baci 2.png

UNNI SI TROVA?

CARAIBI? BAHAMAS? ISOLE SALOMONE? TONGA? TAHITI? MOLUCCHE? ANTILLE OLANDESI? FRANCESI? INGLESI? BERMUDE? SEICHELLES?
VAI A BAHARIA…Capo Zafferano fino a Capo Mongerbino e scinni fino al Sarello e ad Aspra…camina, ca u trovi. La Perugina ci fece uno spot globale, per i Baci. Cca no canusci nuddhu!.
Benvenuti nella “Sicilia italiana”, colonia delle massomafie tosco-padane, terra di saccheggio delle multinazionali europee, Tana della Bestia amerikana…abitata da milioni di ITAalienati.

I Siculicani, come con doloroso affetto, li definì il nostro Vito Tartaro.

@TerraeLiberAzione.

lsaracinu

L’OPRA DEI PUPI

Quando la Rai, nel 1972, s’accorse dell’Opra dei Pupi e ne riprese tre rappresentazioni, la prima era su Orlando, la seconda su Don Chisciotte e la terza su Garibaldi. Le prime due vennero mandate in onda, con ottimo successo di pubblico e risalto sui giornali. La terza venne bloccata dalla censura. Come mai?.

SIMBOLO M33 Il “Grande Puparo” muove i fili, inscena la sua Opra, produce il suo Spettacolo coloniale: la Sicilia ne costituisce un Teatro di prestigio, in cui inscenare la Realtà capovolta di una Terra povera e bisognosa di caritatevoli “aiuti comunitari”, abitata da un Popolo da sempre dominato e incapace di intendere e di volere alcunchè.

Oggi che la guerra si chiama pace, l’oppressione è venduta come libertà, il Mondo diventa tutto un’Opra dei Pupi e il linguaggio un’arma di distruzione di massa…Se la Sicilia può essere metafora del Mondo, la storia sconosciuta dell’Opra dei Pupi ha qualcosa da raccontarci. In origine, nella prima metà dell’Ottocento, l’Opra siciliana dei pupi inscenava l’intera storia del Mondo, “da Achille a Mosè all’ultimo bandito”. Attingendo alla tragedia classica e al teatro spagnolo d’armi e d’amore, ma anche a Shakespeare, essa esprimeva “un’idea drammatica della storia a livello di cultura popolare, dove affioravano aspirazioni e conflitti che il core paladino della gente sollevava nei confronti del potere…” (F.Pasqualino).

Dopo l’invasione anglo-piemontese e l’annessione catastrofica dell’Isola al Piemonte (1860), anche l’Opra venne colonizzata. Cominciarono col falsificarne l’atto di nascita: infatti, nella storiografia colonialista, essa -malgrado avesse già mezzo secolo!- ha “nascita garibaldina”. Mentre, insieme al filone “tricolore”, prende il sopravvento quello della Chanson de Roland.

Anche questo filone è figlio d’una manipolazione pacchiana della Storia, della quale, però, i pupari siciliani non sapevano nulla. Andiamo in Francia.

La Chanson de Roland venne composta all’inizio del secolo XII e narra eventi dell’anno 778. E’ come se leggessimo sul giornale di stamattina, in cronaca, d’un fatto accaduto nel 1700!.

Qual era l’ideologia dominante nella Francia del tempo?. Cosa avevano in testa?. E’ così che si ricostruisce la Verità della Cose. C’erano le Crociate ed era iniziata la “Reconquista” di Al Andalus, la Spagna islamica. L’impero islamico, come tutti gli imperi, aveva imboccato la fase calante della sua lunga parabola: in Siqillya, per esempio, i conflitti interni tra i vari kaid locali avevano aperto la via all’inserimento politico d’alcune centinaia di cavalieri normanni, che “vi giunsero a piedi” dalla Puglia, dove avevano lasciato la loro religione per abbracciare, in cambio di riconoscimento politico, quella “romana”. In Siqillya, come si sa, assimilarono arte, scienza, cultura amministrativa…e fondarono un Regnum indipendente, “uno stato islamico con un re cristiano” (H.Bresc). Questo innesto, nella storia siciliana, fu “provvidenziale”.

L’idea della Crociata nasce in un determinato clima politico, ed ha radici esclusivamente economiche. Si radicò invece in quella Francia il cui potere temporale fu artefice, sotto la maschera della lotta alle eresie, della irrimediabile secolarizzazione del cattolicesimo. E l’ideologia dominante, com’è ovvio, contribuisce ad alimentare questo clima.

Si inventano “i saraceni”, sintesi di tutto il male possibile: sanguinari, infidi, stupratori, pedofili, terroristi…vi ricorda qualcosa?.

La celebre battaglia di Roncisvalle in cui i prodi cavalieri cristiani sbaragliarono le soverchianti truppe “saracene” accadde veramente: peccato che non fu combattuta contro “i saraceni” bensì contro guerriglieri baschi “cristiani” per il controllo dei Pirenei. Di islamici non c’era manco l’ombra!.

Mentre la battaglia di Poitiers (732) “mirava a piegare Tours e le ricchezze dell’Abbazia di Saint Martin” (A.Ruscio).

Scrive, riferendosi a quei secoli, Henri Pirenne: “sulle rive del Mediterraneo si estendono ormai due civiltà diverse ed ostili”. E’ a questa ostilità, vera bestemmia contro il Dio Unico che il Deserto ha donato al Mediterraneo, alimentata per secoli dalla Chiesa romana e corrisposta in misura assai minore nelle città di Barberìa, che attinge l’ideologia della Chanson de Roland.

L’epos medievale, che trova sintesi nella Chanson de Roland, si definisce attraverso la netta contrapposizione tra spazio proprio e spazio altrui, dove il “campo pagano”, che assedia incombente la “cristianità”, appare un precipitato delirante e caotico simboleggiato nel sogno di Carlo da “una accozzaglia informe di animali e demoni adoranti Maometto, Macone e Apollo” (C.Acutis, La leggenda degli infanti di Lara). Una caricatura ideologica senza capo nè coda.

In verità v’è un filo oscuro che collega il genocidio dei Catari in Provenza, ai roghi delle ostetriche siciliane accusate di stregoneria, alle Crociate in Palestina, alla Reconquista castigliana, alla battaglia di Lepanto, “a quel complotto riuscito che fu la “scoperta” dell’America”…

Ad ogni modo ha ragione il grande storico spagnolo Americo Castro: l’aggressione “cattolica” contro Al Andalus, la Spagna islamica, che si prolunga fino alla cacciata degli Ebrei nel 1492 ad opera dei Re “cattolicissimi” non configura alcun ritorno alla “radici cristiane” della penisola iberica, quanto l’imposizione di un modello franco-germanico feudale e genocida.

La “cacciata degli ebrei” venne attuata, con effetti devastanti, anche nella Sicilia ormai inspagnolata: Siciliani sefarditi, di religione ebraica e di lingua siqilly, siculo-araba, molti dei quali si rifugiarono a Thessalonika (Salonicco), dove, percependosi sempre come Siciliani in Esilio, svilupparono l’industria tessile e vestirono i giannizzeri ottomani…Non meno che orafi a Marrakesh…E alcune migliaia scamparono addirittura a Roma: piazza delle Cinque Scole, nel cuore del ghetto, sta ancora là…Una delle Cinque Scole era quella siciliana.

A noi rimase l’ ispanica cultura doloristica, di morte e di rassegnazione, che ha prodotto in Sicilia più danni della petrolchimica colonialista e della mafia messe insieme, trovando sintesi, grandiosamente tragica, nel martirio di un Cristo nudo e sanguinante, trafitto di spine perfino nella Lingua…Un quadro di Fra Umile da Petralia -si trova a Malta, credo: ma non l’ho trovato- è straordinaria icona della crocifissione del Popolo Siciliano. Un Popolo che r/esiste senzatempo nella Notte dei Beati Paoli e nelle oceaniche processioni barocche del Venerdì Santo.

Ecco, dietro la Chanson de Roland, al di là della sua bellezza estetica, c’è una ideologia imperialista che ha alimentato, nella lunga durata, le “guerre costituenti” dell’Europa e il suo espansionismo coloniale, predatorio e genocida nel Mondo intero, che trova sintesi in quelle forze mentali, doppiogiochiste, che oggi raccontano l’Altro come l’inventato “Paladino di Francia” vedeva l’inesistente terribile “Saraceno”.

Torniamo ai nostri pupi. Sei secoli dopo, al sovra descritto prodotto ideologico attingeranno, ignari, anche i pupari siciliani.

Quando la Rai, nel 1972, s’accorse dell’Opra dei Pupi e ne riprese tre rappresentazioni, la prima era su Orlando, la seconda su Don Chisciotte e la terza su Garibaldi. Le prime due vennero mandate in onda, con ottimo successo di pubblico e risalto sui giornali. La terza venne bloccata dalla censura. Come mai?.

Era su Garibaldi, ma non ne cantava le lodi fasulle. L’annessione truffaldina del 1860 veniva presentata in chiave ironica e veritiera attraverso gli occhi di un pescatore di Marsala realmente esistito, il quale fu l’unico marsalese a seguire il falso “Eroe” nella conquista dell’Isola, resa possibile, come si sa, grazie al sostegno della massoneria e della marina inglesi, all’invasione d’un corpo di spedizione di 22.000 piemontesi e mercenari ungheresi e zuavi, alle promesse-vasellina di “terra ai contadini”, “autonomia bancaria”, “assemblea costituente”, ben presto “plebiscitate” nella truffaldina annessione all’italietta della massomafie tosco-padane.

La Sicilia venne saccheggiata e rapinata: neanche la Chiesa venne risparmiata. La terza flotta commerciale del Mondo, quella delle Due Sicilie, venne demolita prima dell’apertura del Canale di Suez: un concorrente in meno. Gli zolfi e il salnitro = polvere da sparo made in Sicily servirono a fare l’Impero: quello di Sua Maestà Britannica.

Il povero Ninuzzo Strazzera, pescatore in Marsala, divenne lo zimbello del paese!. E questo kuntava l’Opra censurata e mai più trasmessa dalla Rai. La voce di Garibaldi era quella di Arnoldo Foà, la regia di Paolo Gazzara. L’unico Spettacolo autorizzato è quello coloniale. Non saranno effimere “campagne elettorali” animate da volenterosi partitini sicilianisti a liberare il Cammino del Sicilianu Novu verso l’Isola-Giardino. Viviamo dentro una Grande Bugia e ci hanno convinti che senza “tutela esterna” siamo persi. Roba da etnopsichiatria, e guai a dire tantikkia di Verità: che noi Siciliani non siamo migliori nè peggiori di altri Popoli, ma che come tutti gli altri popoli abbiamo diritto ad essere liberi e indipendenti!. Apriti cielo!. E nuatri u dicemu u stissu, pikki’ semu tinti!.

Pani, Pacenzia e Tempu.

@Etna 2002. Mario Di Mauro (TerraeLiberAzione)

 

Agatocle+monete+Apollo491

BEDDHI!

NOI SICILIANI. BEDDHI PERCHE’ BIO-DIVERSI. COME GLI ALBERI E I FRUTTI DELLA NOSTRA TERRA IMPAREGGIABILE…VA DIFESA QUESTA TERRA, DA OGNI SACCHEGGIO COLONIALE, DA OGNI PESTE SICILIANOIDE…ALZANDO UNO SGUARDO SICILIANO SULLA BELLEZZA DELLA VITA E DEL MONDO.
@TERRAELIBERAZIONENOI SICILIANI. BEDDHI PERCHE’ BIO-DIVERSI. COME GLI ALBERI E I FRUTTI DELLA NOSTRA TERRA IMPAREGGIABILE…VA DIFESA QUESTA TERRA, DA OGNI SACCHEGGIO COLONIALE, DA OGNI PESTE SICILIANOIDE…ALZANDO UNO SGUARDO SICILIANO SULLA BELLEZZA DELLA VITA E DEL MONDO.
@TERRAELIBERAZIONE

10308561_10207245251239530_1680230509994861074_n

Il suicidio dell’astronauta

di Muammar Gheddafi  

 

basmala 1Questo Racconto sufi di Muammar Gheddafi -di raffinato gusto swiftiano, evoca perfino il Club Cannone satireggiato da Jules Verne in “Dalla Terra alla Luna” e ricorda il Marziano a Roma di Ennio Flaiano. (…) Nella stessa citata settima Sura del Sacro Corano, la Sura “Al-Araf” – la Muraglia sulla Terra di Nessuno, che divide il Paradiso dall’Inferno- al versetto 34, Allah (=Dio) rivela all’Umanità  che “ogni comunità ha un termine stabilito, e quando il suo tempo giunge, non ci sarà ritardo né anticipo di un’ora”. In questa chiave si può affermare che il Tempo della Jamahirya libica lo ha deciso Iblis, il Diavolo, il Grande Puparo, che ha manovrato i fili dei decrepiti zombi dell’imperialismo euroamericano e dei clan sauditi, qatarioti e turchi, con tanto di falsa flag garibaldesca. Un Golpeguerra che –davanti alla Resistenza jamahiryana guidata da Gheddafi –che certo non fuggì!- e al suo consenso di massa che le Tv occidentali occultavano, impose la costruzione di una immane coalizione di 40 Stati per eliminare l’ultimo Re dell’Africa, il più denigrato e falsificato leader politico del nostro Tempo, il Predicatore incompreso della Democrazia diretta, il Profeta laico della moneta unica africana che è stata affogata nel suo sangue. Nel 2011 la Storia del Mediterraneo è tornata indietro di almeno un secolo.

Gheddafi aveva eliminato le frontiere terrestri della Jamahirya libica, che aveva così accolto milioni di giovani africani. Ne abbiamo incontrati migliaia, dalle ottime Università al magnifico Lungomare tripolino. Gheddafi aveva garantito il diritto di passaggio a tutti, ponendo con chiarezza il problema dello sviluppo dell’Africa.

Lui è come Simon Bolivar: non morirà mai. Ne hanno occultato perfino la tomba!. Solo due errori gravi ha commesso Muammar Gheddafi in oltre quarantanni di Guida Illuminata del suo Paese: il primo, aver dato fiducia all’”Europa”, in particolare al paese più viscido e traditore che esista: l’Italia. Il secondo, non aver usato il veleno contro i topi “garibaldeschi”.

In compenso è morto da Shaid, da Santo Martire, nell’autentico Jihad, quello del Credente in Verità e Saggezza, quale è stato fin da ragazzo, quando con una comitiva di giovani militari prese a calci in culo il Re Idris e la sua corrotta corte, liberando il suo Paese dalle basi militari anglo-americane e dall’ipoteca neocoloniale sul proprio ricco sottosuolo, aprendo gli occhi sul Mondo a intere Tribù di beduini analfabeti, liberando le donne dalla soggezione, i giovani dalla superstizione, un intero popolo dalla miseria. Educando alla democrazia diretta, cercando una Via originale a partire da una Realtà tribale arcaica eppure, col senno di poi, così “postmoderna”!. Ecco perché lo hanno sempre odiato e denigrato, narcotizzando l’intera “opinione pubblica” occidentale, ancora convinta di contare qualcosa mettendo, tra uno scempio e l’altro, una croce telecomandata su una scheda elettorale (e in Italia manco quella!). Quanto alla “propaganda inglese” sulla durezza della lotta alla sovversione interna: Vero è, Muammar fu duro contro l’integralismo dei sostenitori della sharia, che lui abolì. Ma non fu duro abbastanza.

 @2015. Istituto TerraeLiberAzione. (Mario Di Mauro)

IL SUICIDIO DELL’ASTRONAUTA

di Muammar Gheddafi

Dopo che l’uomo ha viaggiato nello spazio così tanto da esserne stordito, dopo che gli stanziamenti dei governi non potevano sostenere il costoso programma spaziale, dopo che l’uomo è atterrato sulla luna e non ha trovato nulla, dopo che due astronauti confutarono le bizzarre speculazioni degli scienziati sui mari e gli oceani sulla superficie della Luna, e le arroganti “Grandi Potenze” concorrevano nell’impossessarsene e nel nominarli, quasi si giunse al conflitto per la divisione delle risorse della Luna, specialmente le risorse marine, dopo aver avvicinato i membri del sistema solare, prendendone le loro immagini e disperando di trovare o di esser capaci di accettare la vita, l’uomo ritornò alla Terra, sconvolto, nauseato e impaurito. Infatti, è il semplice caso che, nell’Universo, la Terra sia l’unico luogo vivibile al momento noto, l’unica fonte di vita per l’Umanità.

Vita significa acqua e cibo. La Terra è il solo luogo che ci nutre. Le sole vere necessità sono il pane, il latte, la carne e l’acqua. La sola aria è necessaria per la vita che riempie la Terra. E così, l’uomo ritorna sulla Terra dalla sua avventura nello spazio.

L’astronauta si toglie la sua tuta e diventa un uomo comune, così riprende la sua vita terrestre, avendo finito la sua missione nello spazio. Guarda al suo lavoro terrestre. Entra nell’officina del carpentiere, ma non è capace di compiere semplici azioni, poiché sono al di fuori della sua specializzazione. La stessa cosa per i suoi sforzi al tornio, al laminatoio, costruzioni e la piombatura. Tenta di dipingere e pulire, ma non ha studiato disegno, musica o ricamo, poiché non sono cose legate al suo campo di specializzazione. Abbandona la città, respinto, come un bandito, (Cfr. Corano, Sura 7; Versetto 18), e va in campagna. Inizia a occuparsi di agricoltura, per sostenere se stesso e la sua famiglia.

Un contadino gli domanda: “Sai come coltivare la buona terra, figliolo?”. Facendo questa domanda, in verità,  gli chiedeva se all’astronauta piaceva coltivare.

L’astronauta rispose: “…l’attrazione della Terra diminuisce quanto più in alto si va, e il nostro peso diminuisce gradualmente quando raggiungiamo il punto di assenza di gravità. Allora, noi siamo liberi dalla gravità terrestre e raggiungiamo la gravità di un altro pianeta, e il nostro peso aumenta… E così via… spero di aver risposto alla tua domanda.”

Il contadino sembrava non aver capito, e chiese altre spiegazioni. L’astronauta lo fece, diede altre informazioni, nella speranza che potesse aver un lavoro sulla terra dal semplice contadino. “Il diametro della Terra è 1320 volte inferiore a quello di Giove, e 12 anni sulla Terra, equivalgono a un anno su Giove. La macchia rossa su Giove è grande abbastanza da poter contenere la Terra al suo centro, mentre Saturno è 744 volte più grande della Terra. Persino così, il diametro della Terra è 50 volte più grande della Luna, mentre il suo volume è 80 volte più grande. La gravità della Terra è sei volte quella della Luna. La Terra è distante 150 milioni di km dal Sole, la cui luce impiega otto minuti per arrivare da noi, alla velocità di 300.000 km al secondo. Il volume della Terra è 1.303.800 volte inferiore a quello del Sole, mentre la sua massa è circa 332.958 volte di meno. La sua densità è circa 30 volte inferiore quella del Sole, mentre la Terra è il terzo corpo meno distante dal Sole. Mercurio è il più vicino, seguito da Venere, e quindi la Terra. Venere è circa 42 milioni di km distante dalla Terra, mentre la Terra è circa 400.000 km dalla Luna. Se tu vai sulla Luna, con un auto a 100 km/h, impiegherai 146 giorni. Se tu non hai l’auto, e vai a piedi, impiegherai otto anni e 100 giorni. Penso che ciò risponda alla tua domanda. Così puoi vedere, io ho la completa conoscenza della Terra”.

Quando disse “Terra”, il contadino si svegliò e chiuse la bocca, che era rimasta aperta durante il discorso dell’astronauta sul viaggio da pianeta a pianeta, che iniziò sulla Terra e infine vi ritornò. Il contadino non comprese nulla. Infatti, barcollò; si sentì come se fosse ritornato da un viaggio nello spazio, attraverso il sistema solare, ma senza risultati per la sua fattoria. La distanza che lo riguardava era quella tra un albero e un altro, e non tra la Terra e Giove. Il peso che lo riguarda era prodotto dalla sua fattoria, e non quello di Mercurio. Forse si sentì dispiaciuto per il povero astronauta, e lo lasciò. L’astronauta allora si suicidò, dopo aver compreso che non poteva trovare un lavoro sulla Terra che lo sostenesse.

@2004-IstitutoTerraeLiberAzione.

etna-eruzione-2001-sullo-sfondo-la-citta-di-catania-5811

MADRETERRA

di Muammar Gheddafi

Puoi lasciare ogni cosa, eccetto la Terra. La Terra è la sola cosa che non puoi abbandonare. Se distruggi altre cose, non sarai perduto, ma attento a distruggere la Terra, poiché allora perderai tutto! La fonte della vita biologica, cui si trova al vertice la vita umana, è il cibo.

La Terra è il contenitore di questo nutrimento, che è di diversi tipi: solido, fluido, gassoso.

La Terra è il contenitore, così non rompere il solo contenitore che abbiamo, non ha sostituto. Se distruggi la terra coltivabile, per esempio, distruggi il solo mezzo che contiene il tuo cibo, senza cui tu non sarai capace di consumare.

Se distruggi la terra coltivata, distruggi il solo mezzo che contiene ciò che bevi, di cui non vi sono altri ricettacoli, così, come tu sarai capace di consumare? La Terra è il polmone con cui respiri, così se lo distruggi, non potrai respirare. Se la pioggia cade senza che tu abbia la terra, non avrai beneficio.

Tuttavia, il cielo non ha valore per noi senza avere la terra.

Se l’ossigeno si trova da qualche parte nello spazio, quale beneficio vi sarà se non c’è sulla Terra?

Tutta la storia dei conflitti che attraversa le età in cui l’uomo andava contro l’uomo, o contro la natura, è stata per la terra.

La terra è stata cruciale per i conflitti. Perfino lo spazio è usato per la terra.

Veramente, la Terra è la vostra madre; vi fa nascere al suo interno.

È colei che vi cura e vi nutre. Non disobbedite a vostra madre, e non sporcate la sua aria, non tagliate i suoi fianchi, strappate la sua carne, o ferite il suo corpo. Dovete solo curare le sue unghie, ripulire il suo corpo dalla sporcizia. Darle la medicina per curarla da ogni malattia.

Non ponete sul suo petto pesi eccessivi. Pesi di mota o di pietre sulle sue costole. Rispettatela, e ricordate che se siete troppo duri con lei, non ne troverete un’altra. Toglietele le pietre, il ferro, il fango, accumulati sulle sue spalle. Toglietele i pesi che altri le hanno messo senza riguardo.

Curate la culla dove siete cresciuti, il grembo in cui siete. Non distruggete il luogo di riposo finale, il luogo in cui rifugiarvi, o “siete persi” (1- Cfr. Corano, Sura 5, Versetto 30; Corano, Sura 2, Versetto 27; Corano, Sura 103, Versetto 2) e “ve ne pentirete amaramente” (2- Corano, Sura 5, Versetto 31).

La terra rimane solo se preserviamo la sua generosità. La terra che è generosa, è veramente utile, conservatela bene. Se noi la ricopriamo, la asfaltiamo senza limiti, vi costruiamo sopra, la uccideremo, e non avremo la sua generosità. Diverrà solo catrame o asfalto, calcestruzzo o marmo. E queste cose non ci danno nulla. Non fanno crescere piante o ci danno l’acqua; non sono utili né all’uomo né agli animali. La Terra morirà. Non uccidiamo la Terra, non uccidiamo la nostra vera vita. La Terra è acqua e nutrimento, e la terra morta che è stata coperta dalle costruzioni non ci da acqua e nutrimento. Quindi, non vi è vita su una terra morta.

Che razza di gente è quella che uccide la Terra e vi seppellisce viva? Su quale tipo di terra potranno fare affidamento in futuro? Dove vivranno e dove otterranno ciò che mangiano e ciò che bevono? La terra è una cosa a cui non c’è alternativa, così dove andrete? (3- C Corano, Sura 81, Versetto 26). In paradiso vi sono alberi, e non strade o marciapiedi, piazze pubbliche o edifici. Rovinare la Terra è la sua perdita, la sua trasformazione in qualcosa di diverso dalla buona terra che produce acqua e cibo. Quindi, coloro che trasformano la terra coltivabile in una terra che non fa crescere nulla, sono “coloro che spogliano questa terra”. (4- Corano, Sura 18, Versetto 94)

Muammar Gheddafi

@ISTITUTO MEDITERRANEO PER LA DEMOCRAZIA DIRETTA- TERRAELIBERAZIONE.

traduzione dall’edizione inglese-canadese: A. Lattanzio / verifica editoriale: M. Di Mauro.

 

 Cucumio09 Questi Racconti sufi di Muammar Gheddafi sono estratti da un’ampia documentazione che nell’estate 2004 ci venne donata ufficialmente dal Rettore dell’Università di Tripoli su “benedizione” del fratello Muammar Gheddafi. L’Istituto “Terra e Liberazione” venne autorizzato, in seguito, a tradurre, commentare e pubblicare in italiano dall’edizione inglese-canadese gli scritti letterari di Gheddafi. Cosa che si cominciò a fare sul nostro sitoweb gheddafi.net. Ne uscì, sebbene monca per loro stessa ammissione in una mail che ci inviarono, anche una sintesi a cura della Manifestolibri. Non ne esiste ancora una edizione integrale e commentata. Le traduzioni di base sono di Alessandro Lattanzio, le verifiche editoriali di Mario Di Mauro. I riferimenti coranici sono stati ricontrollati e -laddove necessario- spiegati, per come possiamo, nel loro contesto letterario e politico. Cerchiamo un editore.

@TERRAELIBERAZIONE

OLYMPUS DIGITAL CAMERA

Caro Mario, mi piace inviarti il testo di una canzone del disco in uscita (SALE) che ha un incipit a te tanto caro. Ciao, a presto. Carlo Muratori

INFO: WWW.CARLOMURATORI.IT

 

GLORIA A MIA

testo e musica di Carlo MURATORI

 

Pani, pacenzia e tempu ci voli,

E quarchi musca puru ‘ntra lu meli…

Stari ccu l’occhi chiusi e nun durmiri,

Sentiri junciri i luntanu li pinseri;

 

Virilli luciri a lu scuru comu stiddi,

virilli nasciri comu tanti faiddi,

c’abballanu ccu ‘n peri e senza sonu,

macari muti fanu scrusciu chiù di ‘n tronu.

 

Beddu, valenti, datti versu a sbarazzari,

‘U tempu novu cerca largu pp’arrivari,

Fatti vacanti e leggiu leggiu a lu prisenti,

ca lu superchiu è assai chjù peggiu d’ ‘o mancanti.

 

La notti longa longa e scura ora passa

Finiu lu tempu, si la dissuru la missa,

E ora ora sta canciannu la sorti,

ca nun po’ fari sai chiù scuru i menzannotti.

 

GLORIA GLORIA A MIA

SENZA MIRACULI E SENZA CATENNI,

SENZA CRUCI E MANCU MARONNI.

SENZA ‘NCENZU, PRUMISI DI ORU,

E ‘NTA STU MUNNU E PRIMA CA MORU.

GLORIA GLORIA A TIA

A LI TO’ MANU A LA TO’ VULUNTA’

A LU CURAGGIU A LA TO’ DIGNITA’.

A LA BIDDIZZA, A LU SULI CHI NASCI,

ALL’AMURI ALLA SPIRANZA CA CRISCI.

 

E cci hamu a cridiri ca arriva di l’orienti,

Dda stidda lonca ccu la cuda lucenti,

Ca ni fa lustru ‘ntra li passi a lu camminu,

E ni cunnuci drittu drittu a lu Bamminu.

 

Lu tempu arriva a ccu ci cridi a cu lu trova,

E no a ccu cerca sulu pila dintra l’ova,

Ca ci hamu statu troppu tempu carzarati,

Scantati dintra a lu prisepiu ‘mbarsamati.

 

E l’occhi lonchi ci vonnu ppi taljari,

E aricchi tisi giusti pp’ascutari

Arricanusciri cco cori lu distinu,

Pirchì lu saziu nun criri a lu diunu.

 

E quannu spunta poi la luna ammenzu o mari

Matruzza bedda sai mi vogghiu arripusari

Ccu l’occhi ancora abbruscati di lu chiantu

E dintra u cori un gran disju di sintimentu.

 

*Grazie a Carlo Muratori, per il contributo umano, culturale e metodologico, che ha saputo dare al lungo Cammino di “Terra e LiberAzione”, alle tante Conche e Cuncumii che ha contribuito ad animare… E’ un vero Onore, parola antica che viviamo profondamente, averlo in amicizia fraterna, critica e solidale: come siamo noi stessi. Il disco+libro: SALE. E’ in arrivo… Ne riparleremo presto, anche sulla rivista. Gloria a Tia, Carlu!.

_________________________

554616_360782560644171_214374934_n LA MUSICA E’ ARMA POLITICA. Da Vecchioni al coro natalizio di Sigonella nella chiesa di Niscemi. La Sicilia è peggio di Portorico!.

IL CORO GOSPEL DI SIGONELLA canta nella Chiesa di Niscemi…Viva il coro gospel di Sigonella! Che Natale sarebbe senza il coro gospel di Sigonella!. viva il Muos! viva l’occupazione americana! viva la Sicilia peggio di Portorico! CANTIAMO INSIEME!.

Oppure: DILLU, CICIRI! SICILIA INDIPENDENTE E SMILITARIZZATA!. BONU STATU E LIBBIRTA’!. E’ la memoria immortale del Vespro 1282. Ma chi lo capisce, in queste Riserve sicilindiane in cui perfino l’indignazione è parte di uno Spettacolo coloniale  di cui intuisce qualcosa, ma non la Realtà…

Il coro gospel dei mercenari legalizzati è la normalità coloniale. Non c’è niente di strano. Non fate gli indignados pacifisti o sicilianisti!.

IL GOSPEL DEGLI SCHIAVI NEGRI DOVREMMO CANTARLO NOI, NON I ROBOT-UMANI PROGRAMMATI PER UCCIDERE, DENTRO UNA CHIESA NISCEMESE, LA NOTTE DI NATALE…E’ un “mondo capovolto”, quello delle Riserve sicilindiane: qui è il Totem a fare l’Inchino al capo del clan tribale; qui è un coro di mercenari legalizzati a onorare il Santo Bambino nel suo Natale. E’ normale che sia accuddhì. Vacci lisciu.

Per la cronaca: il quotidiano LA SICILIA di stamattina pubblica integralmente la mia posizione sul “caso Vecchioni”, unica voce “fora-linea”: la linea paracula dei vari sinnacOllando&Schifani, pippobaudo&mariovenuti… rispetto ai quali è meglio lo sfogo alcolizzato e piccoloborghese meneghino di un Vecchioni qualunque.

VECCHIONI DICE: “LA SICILIA E’ UN’ISOLA DI MERDA!”.

La nostra Sicilia è un Paradiso. Ma la Sicilia colonizzata è peggio della merda. E’ un Inferno. LOTTARE per la nostra Libertà!. -<<GIOCHIAMO A CHI NON SALTA VECCHIONI E’?. Oppure ci chiediamo quante case editrici e discografiche, quante Tv e quanti giornali “cantino” la Verità siciliana sulle Vie del Mondo, fino a Samarcanda?. Vecchioni andrebbe intervistato, capito, sputtanato o applaudito…MA CHE QUESTA “SICILIA ITALIANA” E’ UN’ISOLA DI MERDA LO DICO, LO URLO ANCHE IO. PER RAGIONI ASSAI PIU’ SERIE DI QUELLE SCAZZATE DI UN VECCHIONI QUALUNQUE.  Fate pure gli “indignados sicilianisti”: QUESTA SICILIA ITALIANA E’ UN’ISOLA DI MERDA!. Quanto al Vecchioni cantautore ha scritto canzoni magnifiche che con questo giudizio sommario ha distrutto in un colpo solo. VECCHIONI OFFENDE SE STESSO. NON QUELLI COME ME. CHE GLI SIAMO PARI, SE NON DEL TUTTO “SUPERIORI”. MILANO E’ UN INCUBO DI GENTE DISPERATA. ALMENO QUI CI SALUTIAMO PER STRADA. MA IL “CHI NON SALTA VECCHIONI E’” CE LO RISPARMIAMO>>.

SE DOVESSIMO TIRARE PIETRE AL PRIMO CHE SI VIENE A SFOGARE IN SICILY…NON AVREMMO PIU’ MANCU L’ETNA. QUANTO AL TERMINE “RAZZA SICILIANA”, che Vecchioni usa, E’ UN DISCORSIVO LETTERARIO,VECCHIONE. E’ SINONIMO DI “SCHIATTA”. ALTRA PAROLA IN DISUSO. Ma le “risposte” indignate che ha ricevuto -dal pubblico idiotizzato della Sicilia italiana…Vacci lisciu.

La nostra “razza”, la nostra “schiatta”, il Popolo siciliano, il nostro demos moderno, si ri-forma nell’Emirato di Siqillia. Semu non gli eredi ma l’eredità stessa di quel mondo glorioso sulla cui memoria reale continua ad accanirsi lo Spettacolo coloniale col suo esercito accademico e circense di sbiancatori professionali: altri ascari e mercenari: la nostra Malarazza benedetta dal pretume più smidollato dell’intero universo cattolico!.

Ecco, non è la Sicilia ad essere un’Isola di merda. Sono questi ‘Taliani siculicani ad essersi ridotti a popolo di merda. Siculicani che offendono anche i “loro” Totem, le “loro” Chiese, il loro DNA!. Una Malarazza fabbricata dalla più cinica e pervasiva dominazione coloniale che la nostra Terra Sacra abbia mai subito, quella italiana.

In fondo è un problema che non mi riguarda: Ju nun sugnu ‘Talianu!. E altra cosa sono i buoni Italiani.

@6/12/2015. Mario Di Mauro-Fondatore di “Terra e LiberAzione”

*NO-MUOS! – Per la cronaca, il coro stoNATO che avrebbe dovuto deliziare il Santo Natale in una Chiesa di Niscemi, alla fine, non cantò, dissuaso dal nostro coro di ironie e di subdole proteste. Lo show “Gesù, Giuseppe e Marines” andò in scena a Sigonella. C’erano anche la cometa travestita da drone e il Califfetto holliwoodiano camuffato da Re Magio. Nella parte delle pecore una piccola folla di mercanti e mercenari siculicani con mogli e clienti in viaggio premio.

pupi

Breve cuntu intitolato: Vincenzo e l’Inno scambiato. Vincenzo è l’Autore dell’Inno Nazionale Siciliano.

PARTE PRIMA

A un recente congresso fondativo di un partitino sicilianista, a Enna, -laddove, scrivendo una “memorabile pagina di Storia”, è stata avviata l’ennesima liberazione del nostro popolo da sé stesso- le masse colà convenute per l’inedito “Independence Day”, hanno, come è giusto che sia, intonato commosse l’Inno Nazionale Siciliano.

Il loro Lider Maximo, da sempre dirigente politico indipendentista (addirittura da sei mesi!) , sfidando Tutti i Nemici della Sicilia, tranne quelli Veri, ma sfidando sopratutto il rischio del ridicolo, dirige il coro dei malcapitati 166 accorsi al vattìo:

“Sicilia terra mia …/Tra le tue braccia è nata la Storia / sulla tua bocca «Fratelli d’Italia»!/e per difenderti io morirei/Madreterra di Uomini e Dei”.

Alcuni, il cerchio magico del Lider Maximo, lo hanno imparato a memoria. Gli altri –inclusi i tanti curiosi, imbucati e spie (anche nostre)- lo cantano per la prima volta. Magnifico!.

Una pagina di storia della musica patriottica e indipendentista!. La Sicilia è in buone mani!. Dopo 30 anni spesi inutilmente sulle barricate spirituali e materiali, a volte anche affumicate e manganellate, noi indipendentisti sociali di TerraeLiberAzione, ci possiamo anche sciogliere, magari unendoci al coro dell’Inno Nazionale Siciliano composto dal nostro grande Vincenzo.

Inno Siciliano? Vincenzo?. Al suddito medio della Sicilia italiana, di cui quell’Inno è coerente espressione, suonerebbe comunque aramaico!. Ma quello che è accaduto a Enna ha del tragicomico, di cui avremmo preferito non occuparci. Si dichiarano “indipendentisti”: e non ce ne eravamo accorti?.

Viva Vincenzo!. Bellini?, No, è Spampinato. E l’Inno? Non era quello vero, che suona la tromba intrepida, gridando: Libertà! (Bellini, Vincenzo macari iddhu!).

Hanno scambiato Vincenzo e pure l’Inno*. Càpita, a dirigenti di lungo corso per demenza senile; ai neofiti, per presunzione: bastava chiedere all’Istituto TerraeLiberAzione, invece di insultarci e di scappare.  Ne abbiamo visti, megghji ri vuatri, perdersi nelle nebbie coloniali…”Siciliani liberi” di perdervi come meglio vi pare!. Ma senza fare danno, please!.

Cantate pure :“sulla tua bocca «Fratelli d’Italia»!/e per difenderti io morirei”. E’ l’Inno della Sicilia italiana, della sua Regione fallita, è l’Inno di Cuffaro (e Fabio Granata). Ecco cosa avete cantato: “sulla tua bocca «Fratelli d’Italia»!/e per difenderti io morirei”. Io morirei?. Passate avanti, prego!. Noi tocchiamo ferro, zinco, ramu, nzokkegghjiè!. Macari i baddhi ru Liothru!.

E’ proprio questo l’Inno che TerraeLiberAzione, nel giugno 2003, criticò in diretta e sui giornali dopo averlo ascoltato in anteprima al Teatro antico di Taormina: una critica dura la nostra, ma ben congegnata, che scatenò un piccolo putiferio negli ambienti della Sicilia sveglia. Sempre da soli, controcorrente, contro lo Spettacolo coloniale, ma da tutti rispettati, anche da Spampinato: perché non sbagliamo Inno, non sbagliamo Vincenzo, non sbagliamo Secolo!. (La nostra Nota ufficiale, intitolata “L’INNO DI UNA COLONIA”,  uscì il 18/6/2003, in grande evidenza, sul quotidiano “La Sicilia”, lanciata dai nostri siti web di allora; ebbe oltre 200.000 lettori e una serie di ottimi commenti, sia favorevoli che critici: come è giusto che sia-la riproporremo a parte).

Breve cuntu intitolato: Vincenzo e l’Inno scambiato. Vincenzo è l’Autore dell’Inno Nazionale Siciliano.

PARTE SECONDA

Suoni la tromba intrepida/E io pugnerò da Forte/ E’ bello affrontar la morte/Gridando: Libertà!

Vincenzo Bellini nasce a Catania il 3 novembre 1801. Si spegne a Parigi, a Puteaux, stroncato da una malattia, il 23 settembre 1835. I Puritani è l’ultima sua Opera. Venne eseguita per la prima volta a Parigi il 24 gennaio 1835. Fu un successo immenso, che sorprese anche Vincenzo.

Suoni la tromba intrepida/E io pugnerò da Forte/ E’ bello affrontar la morte/Gridando: Libertà!

Intorno al 1944, Attilio Castrogiovanni, leader del Movimento per l’Indipendenza della Sicilia, tra i pochi attenti ai temi identitari, dopo aver definito la Bannera Naziunali, indica anche l’Innu Naziunali Sicilianu, traendolo genialmente dall’Opera “I Puritani” del nostro Vincenzo Bellini.

Suoni la tromba intrepida/E io pugnerò da Forte/ E’ bello affrontar la morte/Gridando: Libertà!

E’ l’Inno degli Indipendentisti  Siciliani: di ieri, di oggi, di domani. Ci sono anche versioni in lingua siciliana. Oziosa e sterile è la diatriba linguistica: noi Siciliani siamo azionisti di maggioranza della lingua franca italiana. E’ nostra, quanto nostre sono le decine di lingue siciliane che hanno generato non solo suoni, ma anche gestualità e modi, che un colonialismo feroce non è ancora riuscito a sterilizzare del tutto. Ci siamo quasi?. Re sesan ires!. E’ lingua sicula arcaica: alzi la zampa chi ne conosce il significato!.

Suoni la tromba intrepida/E io pugnerò da Forte/ E’ bello affrontar la morte/Gridando: Libertà!

Il tema della coscienza linguistica e geostorica è stato sviluppato a livelli altissimi in una serie di Cuncumi di TerraeLiberAzione. Quanto all’Inno, noi indipendentisti ce l’abbiamo!. E’ l’Inno degli Indipendentisti che porteremo in dono, come proposta, all’Assemblea Costituente del Popolo Siciliano, se e quando dovesse essercene una. Non è l’Inno “nazionale”, in verità: perchè “una nazione è un plebiscito di tutti i giorni” (Renan). E in Sicilia, i siciliani coscienti sono solo una minoranza r/esistente, nelle nebbie e nelle paludi dello Spettacolo coloniale. Comunque, l’Inno della Lotta per l’Indipendenza ce l’abbiamo. Non ce ne servono altri, grazie!. Soprattutto non ci serve un sicilianismo, sebbene sincero, che sbaglia pure l’Inno!. O meglio, in verità, non lo hanno sbagliato: è l’inno dei regionisti, in quanto tale è corretto. L’Inno di Cuffaro!.

Suoni la tromba intrepida/E io pugnerò da Forte/ E’ bello affrontar la morte/Gridando: Libertà!

L’Inno vero, U Sicilianu Novu lo deve imparare a cantare…anche sotto la doccia della Sraddha!.

Suoni la tromba intrepida/E io pugnerò da Forte/ E’ bello affrontar la morte/Gridando: Libertà!

E poi a cantarlo insieme. E’ l’Inno di Bellini, quello adottato genialmente da Attilio Castrogiovanni. Altre sono le cose di cui ci si deve sbarazzare: noi lo abbiamo fatto. Niente zavorre, niente scheletri negli armadi, niente riesumazioni di carte e mummie che la Storia ha liquidato. Ma l’Inno è ottimo. E ce lo teniamo. Grazie a Vincenzo B. e ad Attilio C.!.

Suoni la tromba intrepida/E io pugnerò da Forte/ E’ bello affrontar la morte/Gridando: Libertà!

Quando migliaia di Siciliani rinati canteranno l’Inno vero, col Sintimentu, sicula concrezione di Cuore e Cervello…ne riparleremo. P’accamora, cca, nun si canta e ‘un si sona!. E’ nebbia fitta, anche nei cervelli di tanti che intuiscono la Realtà coloniale ma non vogliono o non possono vederla.

Del folklore politico e delle illusioni culturali del sicilianismo, al Sicilianu Novu di TerraeLiberAzione non è mai interessato nulla. Se non la confusione che alimenta nelle molte persone in buona fede.

C’è poi un altro sicilianismo, di alto bordo: quello può essere pericoloso, è l’altra faccia borghese dell’unitarismo allucinato della Sicilia italiana. Ma non è il caso dei nostri “sbagliatori di Inno”. Iddhi su fratuzzi e suruzzi nostri, anche Massimo Costa.

Cosiccome è per amicizia e con dispiacere che ne rileviamo i limiti. Questi limiti li vediamo bene, perché riconosciamo i nostri, e abbiamo una storia lunga e sofferta, ma decisamente Gloriosa!.

Noi di TerraeLiberAzione siamo alla Terza Generazione di Indipendentisti r/esistenti. L’Ultimo dei Ragazzi di Canepa è tuttora Militante Attivo nelle nostre file: a 91 anni e sei mesi. Il più giovane dei nostri militanti in formazione ha 16 anni e ce vorranno almeno altri 4 prima di poterlo immettere in ruolo pubblico. Altro che “distribuzione di tessere” al primo che capita, e “moltiplicazione di pani e pesci” nella sagra delle illusioni e della sciatteria.

L’Indipendentismo sociale è scienza, metodo del Realismo dialettico: un’Arma del Sintimentu, sicula concrezione di cuore e cervello, che ti permette di fendere le nebbie dello Spettacolo coloniale e di alzare dalla Cima dell’Etna uno sguardo critico e solidale sulle cose della vita e del Mondo. Il Secolo XXI è la nostra patria che abitiamo nel Tempo. Non una fantasmatica Sicilia italiana che canta il suo suicidio.

Dalla Cima dell’Etna, il Sicilianu Novu canta il suo Inno immortale:

Suoni la tromba intrepida

E io pugnerò da Forte

E’ bello affrontar la morte

Gridando: Libertà!

Forse dell’Alba al sorgere il Nemico ci assalirà…

Morrà! Morrà!

Gli sia voce di terror

Patria! Vittoria! Onor!

All’Alba! All’Alba!

Alba che sorgi a un popolo

Che a Libertà s’affidi

Felice a lui sorridi

Nunzia d’eterno Sol!

Alba che sorgi

Ai perfidi tiranni della Terra

Sii nunzia a lor di guerra

Alba d’eterno dolor!

Suoni la tromba intrepida

E io pugnerò da Forte…

Sicilia Indipendente e smilitarizzata!

Smascherare senza pietà l’ideologia sicilianista, per salvarne le vittime in buonafede.

Il sicilianismo, comunque mascherato, è una falsa flag dello Spettacolo coloniale, spacciata nelle sue Nebbie!. La Ri-Evoluzione culturale, il Cammino del Sicilianu Novu, lo deve avere ben chiaro.

Semu simenza. Pani, Pacenzia e Tempu.

Mario Di Mauro-Fondatore di “Terra e LiberAzione”

*Scusa Vincenzo, Vincenzo Spampinato, per la precisione; amico nostro ca tu meriti, vacci lisciu: diritti d’autore, sicilianistiche liberatorie, cosi e cunti: lassa peddiri! Tu si bonu cristianu, ri kori ranni! Avà, vabbè ca u sapeviti, o no?, anzammà c’arrifriscata nesci ‘n avvucatu, e s’allippa a  ssi malassurtati, cà voli i soddi? Vacci lisciu, e mutu cu sapi u joku! Fallu ppa nosthra  Tappallira ru vuvvu e per tutti gli Dei dell’affollato siculo pantheon!. Fai beni e scoddilu. Tutti Devoti!.v

_______________________

 

Annunci
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: