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mediterraneo muro

COSA ACCADDE IN ITALIA NEL 1992?

Documentazione riepilogativa
sul complotto del Britannia

14 gennaio 1993
La strategia anglo-americana dietro le privatizzazioni in Italia: il saccheggio di un’economia nazionale

Documento diffuso dall’Executive Intelligence Review e dal Movimento Solidarietà

Il 2 giugno 1992, a pochi giorni dall’assassinio del giudice Giovanni Falcone, si verificava in tutta riservatezza un altro avvenimento che avrebbe avuto conseguenze molto profonde sul futuro del Paese. Il «Britannia», lo yacht della corona inglese, gettava l’ancora presso le nostre coste con a bordo alcuni nomi illustri del mondo finanziario e bancario inglese: dai rappresentanti della BZW, la ditta di brockeraggio della Barclay’s, a quelli della Baring & Co. e della S.G. Warburg. A fare gli onori di casa era la stessa regina Elisabetta II d’Inghilterra. Erano venuti per ricevere alcuni esponenti di maggior conto del mondo imprenditoriale e bancario italiano: rappresentanti dell’ENI, dell’AGIP, Mario Draghi del ministero del Tesoro, Riccardo Gallo dell’IRI, Giovanni Bazoli dell’Ambroveneto, Antonio Pedone della Crediop, alti funzionari della Banca Commerciale e delle Generali, ed altri della Società Autostrade.

Si trattava di discutere i preparativi per liquidare, cedere a interessi privati multinazionali, alcuni dei patrimoni industriali e bancari più prestigiosi del nostro paese. Draghi avrebbe detto agli ospiti inglesi: “Stiamo per passare dalle parole ai fatti”. Da parte loro gli inglesi hanno assicurato che la City di Londra era pronta a svolgere un ruolo, ma le dimensioni del mercato borsistico italiano sono troppo minuscole per poter assorbire le grandi somme provenienti da queste privatizzazioni. Ergo: dovete venire a Londra, dove c’è il capitale necessario.

Fu poi affidato ai mass media, ed al nuovo governo Amato, il compito di trovare gli argomenti, parlare dell’urgente necessità di privatizzare per ridurre l’enorme deficit del bilancio. Al grande pubblico, sia il governo che i mass media hanno risparmiato la semplice verità che il “primo mobile” dietro tutto il dibattito sulle privatizzazioni è costituito dalle grandi case bancarie londinesi e newyorkesi. L’obiettivo è semplicemente quello di prendere il controllo di ogni aspetto della vita economica italiana sfruttando le numerose scuse di ingovernabilità, corruzione, partitocrazia, inefficienza, ecc.

Prima di esercitarci a calcolare quante lirette il ministero del Tesoro potrebbe ottenere dalla svendita dell’ENI, dell’IRI ecc., cerchiamo di mettere in luce i presupposti filosofici dei banchieri londinesi e dei loro associati newyorkesi della Goldman Sachs, Merrill Lynch e Salomon Brothers e dei loro sostenitori nel Fondo Monetario Internazionale, nell’OCSE e nel mondo dei mass media. Queste grandi finanziarie di New York e Londra su cui si fonda il potere anglo-americano gestiscono il gioco della liberalizzazione dei mercati internazionali. Ne scrivono e riscrivono le regole per massimizzare di volta in volta i profitti. A Bruxelles contano su sir Leon Brittan, fratello del Samuel Brittan direttore del Financial Times. Fino al gennaio 1993 Leon Brittan è stato Commissario della CEE per la Politica di Concorrenza ed è l’autore delle regole bancarie ed assicurative che hanno favorito Londra, tanto criticate sia dalla Germania che dagli altri paesi membri della CEE. Sir Leon era un esponente del governo della Thatcher quando improvvisamente, nel gennaio del 1986, si dimise per andare a Bruxelles.

Nonostante le illusioni di grandeur, Parigi è un centro finanziario che non può tener testa alla prepotenza anglo-americana, e lo stesso discorso vale per i finanzieri di Francoforte, così come quelli del Sol Levante. Pur disponendo delle maggiori istituzioni bancarie e assicurative, il Giappone non è in grado di offrire una valida resistenza alle manipolazioni finanziarie anglo-americane.

La globalizzazione e il “Big Bang” londinese

La formula che gli anglo-americani tentano oggi di spacciare ai governi di tutto il mondo, convincerli cioè a svendere i patrimoni dello stato per ottenere qualche liquido con cui far fronte al dissesto del bilancio ed al tempo stesso “promuovere la competitività”, fu collaudata dalla finanza londinese alla fine del 1979, in particolare dalla N.M. Rothschild & Co., che coordinò la svendita generale per conto del governo della “Lady di Ferro”.

Così un ristretto gruppo di finanzieri ha dominato per quasi 12 anni l’economia inglese. Principalmente si tratta di esponenti della Società Mont Pelerin, come i consiglieri della Tatcher Karl Brunner, sir Alan Walters, lord Harris of High Cross ed altri ancora. La Società Mont Pelerin è stata presieduta internazionalmente fino a poco tempo fa dall’economista arciliberista Milton Friedman, ascoltatissimo dal Presidente Ronald Reagan.

Friedman è l’architetto della politica economica imposta al Cile dalla dittatura di Augusto Pinochet. Essa si riduce all’idea di tenere il governo fuori da ogni intervento e lasciare che gli interessi privati facciano il bello e cattivo tempo. Friedman fece scalpore quando propose che l’eroina e gli altri stupefacenti venissero considerati alla stregua di una “merce” normale, in modo da permettere al consumatore di “scegliere liberamente” se acquistarla o meno.

Sotto la rivoluzione “liberistica” imposta dalla Thatcher sono state messe all’asta le imprese migliori dell’Inghilterra, dalla British Petroleum alle compagnie del gas e dell’acqua, fino alla industria militare Vickers. Da quando la Thatcher è stata costretta ad andarsene vengono pian piano alla luce informazioni sempre più precise di come ad arricchirsi spudoratamente in quella “privatizzazione” furono principalmente gli amici della Lady di Ferro.

D’altro canto quel “collaudo” dimostra come non sia affatto vero che l’industria, una volta privatizzata, diventi più efficiente. Dopo 13 anni di thatcherismo, quella britannica è la più arretrata tra le grandi economie europee. Negli investimenti per la Ricerca e Sviluppo del settore macchine industriali ed automobile, l’Inghilterra è stata superata anche dall’Italia. L’essenza del “liberismo” thatcheriano è dare la priorità assoluta alla finanza, a scapito dello sviluppo industriale dell’economia nazionale.

Questa degenerazione britannica toccò il fondo nell’ottobre del 1986, quando il governo decretò la completa deregolamentazione finanziaria della City di Londra, che fu chiamata il “Big Bang”. Poco meno di un anno dopo, la borsa di Londra crollò insieme a tutte le altre, travolte dalla frenetica spirale di speculazioni e truffe da essa iniziata.

In Inghilterra il “problema” delle ditte di proprietà statale, come la British Leyland o la Jaguar, non era il fatto che esse fossero di proprietà dello stato, ma piuttosto che questo stato, amministrato dal governo della Thatcher, non volle impegnarsi in una oculata politica di pianificazione degli investimenti industriali, cosa caratteristica ad esempio del MITI in Giappone, perché quel governo esprimeva gli interessi dell’alta finanza e non quelli delle capacità produttive del paese. Oggi però dovrebbe essere chiaro anche ai non addetti che la deregolamentazione finanziaria londinese ha inesorabilmente portato alla rovina economica nazionale. L’Inghilterra versa nella peggiore crisi economica dagli anni Trenta, con la disoccupazione che è tornata ai livelli del 1979, quando si insediò la Thatcher. Il deficit del bilancio lievita ad un tasso annuale del 7% del PNL.

Però, contrariamente alla situazione del 1979, oggi il governo britannico non dispone più di una propria base industriale con cui mettere in moto tutta una serie di investimenti nel settore industriale.

Ma, a prescindere dal saccheggio compiuto da sir Jimmy Goldsmith, Jacob Rothschild, lord Hanson e compagnia dietro il paravento del “liberismo ad oltranza”, la privatizzazione decisa della Thatcher va collocata nel contesto della strategia anglo-americana per aprire altre regioni economiche a forme molto sofisticate di saccheggio neo-coloniale, perpetrato con la “mano invisibile” tanto cara alle teorie liberistiche. Questa “mano invisibile” anglo-americana regola i meccanismi di fusioni ed acquisizioni operate da altri governi nella misura in cui questi sono così stupidi e sprovveduti da richiedere e pagare profumatamente “consulenze finanziarie” proprio a quella cricca di finanzieri.

Alla fine degli anni Settanta, quando a Londra la Thatcher cominciò lo scontro col sindacato per ridurre i salari e cominciò a svendere le imprese statali ai suoi amici, a Wall Street gente come Donald Reagan, presidente della Merrill Lynch, e Walter Wriston, capo della Citicorp, si impegnarono a lanciare una “rivoluzione finanziaria” sulla stessa falsariga che in America fu chiamata “deregolamentazione dei mercati finanziari”.

Quando Ronald Reagan diventò presidente nel 1981, e prestò ascolto a Milton Friedman, la deregulation fece innumerevoli proseliti a Washington. Nei 12 anni che seguirono, fino alla sconfitta di George Bush nel novembre del 1992, Washington voltò le spalle ad una ben dosata politica di supervisione e regolamentazione governativa di attività particolarmente importanti come quella delle compagnie aree e degli autotrasporti, per non parlare dell’economia in generale. Le leggi che erano state escogitate negli anni della Grande Depressione per proteggere la proprietà di piccoli risparmiatori e azionisti furono abrogate o ignorate negli anni Ottanta per fare spazio alla “legge del Far West” che prevede la sopravvivenza del più cattivo.

Negli anni ruggenti della deregulation la filosofia negli USA era “tutto è ammesso, dillo con i soldi”. Così al crimine organizzato fu permesso di reinvestire i proventi illeciti nei regolari flussi finanziari, per poterli così usare nelle scalate speculative a Wall Street condotte da gente come Mike Milken, Ivan Boesky ed altri. Grazie al proliferare delle “obbligazioni spazzatura”, o altre tecniche speculative, si potevano acquisire imprese sane i cui nuovi proprietari trascuravano la politica di sviluppo a lungo termine su cui cresceva l’impresa, cercando solo di realizzare profitti a breve termine. Fu così che la TWA Airlines finì in mano a Carl Icahn, uno speculatore della banca Drexel. In questi anni Ottanta, i principali istituti finanziari di Londra e New York, come la S.G. Warburg, la Barclays, la Midland Bank, la Citicorp, la Chase Manhattan, la Goldman Sachs, la Merrill Lynch, la Salomon Bros., lanciarono la “globalizzazione dei mercati finanziari”. Il presupposto di partenza era che se tutti i paesi avessero abolito i controlli sui flussi di capitali ed altri meccanismi, la nuova finanza anglo-americana avrebbe potuto accedere a nuovi, grandi spazi economici, altamente profittevoli. I grandi nomi della finanza erano alla caccia di nuovi organismi sani su cui esercitare la propria distruttiva opera parassitaria, e così sedussero molti ambienti bancari, sia europei che giapponesi, a rinunciare alla naturale diffidenza per unirsi al gioco speculativo anglo-americano e “vincere”.

Uno dei sofismi utilizzati a questo proposito era quello che descriveva il sistema finanziario del paese preso di mira come “superato”, “obsoleto”, “non abbastanza dinamico”; insomma, da riformare per promuovere la nuova ondata di finanza creativa. Così l’intera Europa fu accusata di soffrire di “Eurosclerosi”. Tutti i trucchi sono buoni per costringere le economie nazionali a sollevare le barriere protettive e permettere alla finanza anglo-americana di dilagare su ciò che essa definiva mercati “arretrati” o “provinciali” e sfruttare la maggiore scaltrezza finanziaria per saccheggiarli.

La grande speculazione e la finanza angloamericana

Il vero e proprio inizio di questa dissennata corsa alla deregulation e alla “globalizzazione” dei mercati finanziari in stile thatcheriano, a cui assistiamo attualmente in Italia, risale alla fine degli anni ’60, inizio anni ’70. A partire da quel periodo, le grandi banche internazionali americane, come la Chase Manhattan e la Citicorp, iniziarono a cercare nuovi impieghi del capitale che fruttassero alti profitti, in quanto gli investimenti nell’economia interna americana non erano così profittevoli come quelli all’estero. Nel 1971, decine di miliardi di dollari avevano già abbandonato gli Stati Uniti ed erano approdati in Europa. L’astuto Sir Siegmund Warburg, presidente della omonima e celebre banca britannica (la stessa a cui il ministro del Tesoro Barucci si è recentemente rivolto per stimare il valore immobiliare dell’IMI), si recò allora a Washington per convincere il Tesoro e il Dipartimento di Stato USA a far rimanere all’estero quei capitali, in modo che Londra potesse usarli per ripristinare il ruolo di “banchiere mondiale” che la City aveva svolto fino al 1914. È ironico che il primo prestito in “Eurobbligazioni” sottoscritto da Siegmund Warburg fosse quello di 15 milioni di dollari lanciato dalla Società Autostrade dell’IRI.

La vera trovata di Warburg fu però l’uso dei dollari espatriati in Europa, i cosiddetti “Eurodollari”, che si rivelarono l’innovazione finanziaria più destabilizzante degli anni settanta. Il Presidente Nixon, seguendo il consiglio di George Shultz e Paul Volcker, annunciò il 15 agosto 1971 che da quel momento in poi Washington e la Federal Reserve, la banca centrale USA, si sarebbero rifiutate di riscattare in oro i dollari posseduti dalle altre banche centrali. Washington stracciò, con atto unilaterale, gli accordi di Bretton Woods del 1944 che stabilivano l’ordine monetario postbellico. Di colpo, il mondo si ritrovò ostaggio di un regime di “tassi di cambio fluttuanti” che trasformò il sistema monetario basato sul dollaro in una gigantesca arena speculativa.

Nel maggio 1973, sei mesi prima che scoppiasse la “crisi petrolifera”, l’oligarchia politico-finanziaria angloamericana si riunì segretamente nella località svedese di Saltsjoebaden per discutere la fase successiva del “ricatto” esercitato per mezzo del dollaro sull’economia mondiale.

Tra gli ospiti di quel ristretto gruppo di potenti, riuniti sotto l’egida del Club Bilderberg, c’era il Presidente della FIAT Gianni Agnelli. Si discusse che bisognava persuadere l’OPEC ad aumentare il prezzo del petrolio del 400%. Dato che dal 1945 il petrolio si acquistava solo con dollari, la mossa avrebbe automaticamente quadruplicato la domanda di dollari sul mercato internazionale.

Henry Kissinger, un altro ospite della riunione segreta del Bilderberg, battezzò l’idea col nome di “riciclaggio dei petrodollari”. I suoi interlocutori, come Lord Richardson della British Petroleum, Robert O. Anderson dell’americana Atlantic Ritchfield Corporation (ARCO) o lo svedese Marcus Wallenberg, non erano interessati a discutere come impedire i catastrofici effetti sull’economia mondiale derivanti da un quadruplicamento del prezzo del petrolio, ma, piuttosto, l’intera discussione in quella sperduta località della Svezia ruotò attorno all’idea di come assicurare che poche, scelte banche americane controllassero la nuova ricchezza dei “petrodollari” in mano araba. Si trattava quindi di come aumentare il potere nelle mani delle banche di Londra e New York, del cartello petrolifero e dei loro amici europei, alle spese del resto del mondo.

Negli anni ’80, dopo due crisi petrolifere e l’equivalente shock della stretta creditizia pilotata da Paul Volcker alla guida della Federal Reserve (1979-1982), la deregulation finanziaria di Thatcher e Reagan creò, nel contesto di un valore “fluttuante” del dollaro e del riciclaggio di prestiti in petrodollari che rifinanziavano il deficit dei paesi del Terzo Mondo, la cornice per un nuovo riciclaggio, quello dei narco-dollari. La liberalizzazione delle transazioni finanziarie in Europa e negli Stati Uniti negli ultimi dieci anni è servita infatti ad aprire le porte al riciclaggio dei proventi illeciti della droga, che nel 1990 si stimava in un valore tra i 600 e i 1000 miliardi di dollari.

La Lugano connection

A questo punto occorre dedicare qualche riga alle finanziarie di Wall Street che svolgono un ruolo decisivo nella “privatizzazione” delle imprese pubbliche italiane. Sono tre le ditte impiegate all’uopo come “consulenti” del governo Amato: Goldman Sachs, Merrill Lynch e Salomon Brothers. Lo stesso ministro dell’Industria Giuseppe Guarino, contrario a una “svendita” del patrimonio industriale raccolto nelle ex Partecipazioni Statali, sembra riporre fiducia in queste tre finanziarie, i cui dirigenti incontrò il 17 settembre scorso nel corso di un viaggio a New York.

Sono molti attualmente a ritenere la Goldman Sachs la più potente finanziaria di Wall Street, posizione conquistata almeno a partire dal 1991, quando scoppiarono gli scandali di “insider trading” che la coinvolgevano assieme alla Salomon Brothers. Il presidente della Goldman Sachs, Robert Rubin, sarà il capo del Consiglio per la Sicurezza Nazionale del Presidente Clinton. Quel posto dovrà essere un “ufficio di guerra economica” in stile britannico, per fronteggiare quelli che l’ex capo della CIA William Webster chiamò “gli alleati politici e militari dell’America che sono i suoi rivali economici”. Rubin non è il primo dirigente della Goldman Sachs che ricopre una carica nel governo americano. Prima di lui l’attuale vicepresidente, Robert Hormats, fu consigliere di Henry Kissinger al Dipartimento di Stato e un altro “senior partner”, John Whitehead, fu sottosegretario di Stato con Ronald Reagan. La Goldman Sachs é uno dei più influenti manipolatori del prezzo del petrolio e del valore delle monete, che determina tramite la sussidiaria J. Aron & CO., che opera sul mercato delle merci e dei “futures”. La Goldman Sachs ha rafforzato la sua presenza in Italia aprendo nel 1992 un “ufficio operativo” a Milano. Più avanti vedremo il ruolo cruciale che essa ha svolto nella crisi della lira e nella partita delle privatizzazioni.

La Salomon Brothers domina, assieme alla Goldman Sachs, il commercio di greggio mondiale. La Salomon possiede anche la svizzera Phibro (Philipp Brothers), che opera nel settore delle materie prime. Nel 1989 la Phibro fu coinvolta in un caso di riciclaggio di milioni di dollari ricavati dalla vendita di cocaina negli Stati Uniti. I soldi venivano riciclati dalla banda chiamata “La Mina”, che lavorava per il cartello della coca colombiano, nella Phibro Precious Metal Certificates.

Dopo gli scandali di “insider trading” e speculazione su Buoni del Tesoro USA scoppiati nel 1991, a cui abbiamo accennato sopra, ci fu un completo rinnovo dei vertici della finanziaria. Il nuovo presidente, attuale azionista di maggioranza, è Warren Buffett, originario di Omaha, Nebraska.

Buffett, oltre ad essere amico intimo di George Bush, è anche il principale azionista del Washington Post e della rete televisiva ABC. Egli possiede vasti interessi anche nell’American Express (del cui consiglio di amministrazione fa parte Henry Kissinger) e nella Wells Fargo Bank.

Lo stesso Buffett si dice sia implicato in uno scandalo di pedofili del Nebraska che facevano capo, fino alla fine degli anni ’80, al finanziere repubblicano Larry King, della banca Franklin Credit Union. Buffett era il patrocinatore e il sostenitore di King. La Warren Buffett Foundation, la fondazione intestata a suo nome, finanzia cause antidemografiche, come quelle lanciate da organizzazioni americane come Negative Population Growth, Planned Parenthood, l’Associazione per la Sterilizzazione Volontaria e il Population Council.

La Merrill Lynch è famosa per il ruolo che svolse in una sensazionale operazione di riciclaggio del denaro tra l’Italia, la costa orientale degli Stati Uniti e Lugano. Si tratta della “Pizza connection”, che portò al processo in cui la famiglia mafiosa newyorchese dei Bonanno fu accusata di aver riciclato circa 3,5 miliardi di dollari fino a quando fu arrestata, nel 1984. I Bonanno avevano usato, per i loro traffici, la sede centrale di New York e gli uffici di Lugano della Merrill Lynch. L’aspetto più sconcertante del processo sulla “Pizza connection” in Svizzera e a New York è che essi ignorarono completamente la complicità dei vertici della Merrill Lynch. All’epoca del processo il ministro del Tesoro americano, responsabile per le ispezioni sul riciclaggio del denaro, era l’ex presidente della Merrill Lynch Donald Reagan. Il processo si concluse con alcune multe nei confronti di funzionari minori della sede luganese della finanziaria americana, e la storia finì lì. Come è noto, la Merrill Lynch é stata incaricata dall’IRI, il 9 ottobre scorso, di preparare la privatizzazione del Credito Italiano.

Abbiamo fin qui identificato alcuni fatti poco noti che riguardano le tre finanziarie di Wall Street chiamate a svolgere un ruolo decisivo nella valutazione e nella stessa privatizzazione delle imprese pubbliche italiane. Queste finanziarie accedono a dati di grande importanza e delicatezza che riguardano alcune delle più valide imprese europee e si posizionano in assoluto vantaggio come “consiglieri per la privatizzazione”. Naturalmente, tutto secondo una rigida etica professionale e senza conflitti di interesse!

Moody’s e la guerra della lira

Quasi in contemporanea con la nomina del governo Amato, l’agenzia di “rating” newyorchese Moody’s annunciò, con la sorpresa di molti, che avrebbe retrocesso l’Italia in serie C dal punto di vista della credibilità finanziaria. Questo, senza che le cifre del debito italiano fossero cambiate drasticamente (la tendenza al deficit era nota almeno da due anni) e senza alcun rischio di insolvenza da parte dello stato. La giustificazione di Moody’s fu che il nuovo governo non dava sufficienti garanzie di voler apportare seri tagli al bilancio dello stato. Negli ambienti finanziari internazionali, Moody’s è famosa perché usa come arma “politica” la sua valutazione di rischio, tale che beneficia interessi angloamericani a svantaggio di banche rivali o, come nel caso dell’Italia, di intere nazioni. Il presidente della Moody’s, John Bohn, ha ricoperto un’alta carica nel ministero del Tesoro USA sotto George Bush.

La mossa di Moody’s costrinse il governo Amato ad alzare i tassi d’interesse sui BOT per non perdere gli investitori. Essa segnalò anche l’inizio di una guerra finanziaria contro la lira. Secondo fonti ben informate, i più aggressivi speculatori contro la lira, nell’attacco del luglio scorso, furono la Goldman Sachs e la S.G. Warburg di Londra. Ribadiamo che la speculazione ebbe un movente principalmente politico, non finanziario, e che, purtroppo, ebbe successo. L’Italia fu costretta ad abbandonare lo SME e il governo varò un piano di tagli e annunciate privatizzazioni per ridurre il deficit.

Ciò che Amato non ha mai detto è che la svalutazione della lira nei confronti del dollaro ha dato agli avventurieri della Goldman Sachs e delle altre finanziarie di Wall Street un grande “vantaggio”. Calcolato in dollari, l’acquisto delle imprese da privatizzare è diventato, per gli acquirenti americani, circa il 30% meno costoso. Lentamente, specialmente dopo l’ultimo attacco speculativo dell’inizio dell’anno, la lira si va assestando sul valore “politico” di circa 1000 lire a marco, esattamente il valore indicato dalla Goldman Sachs nel luglio scorso come “valore reale” della moneta italiana.

Come mai questa “coincidenza”? Come mai la finanziaria newyorchese ha appena aperto un ufficio operativo in un paese che secondo i suoi criteri sprofonda nella crisi? Come mai un economista come Romano Prodi, “senior adviser” della Goldman Sachs, suggerisce di privatizzare alla grande, vendendo tutte e tre le banche d’interesse nazionale (Banca Commerciale, Credito italiano, Banca di Roma), più il San Paolo di Torino, il Monte dei Paschi di Siena e l’Ina (Convegno presso l’Assolombarda il 30 settembre 1992)?

Lo stesso Prodi, che nel passato è stato a capo dell’IRI, oggi sembra aver sposato completamente la causa neoliberista angloamericana, tanto da aver proposto, a metà novembre, che l’Europa applichi verso i paesi dell’est una politica simile a quella dell’accordo di libero scambio siglato tra Stati Uniti, Messico e Canada (NAFTA). Un tale trattato darebbe il via libera alle grandi imprese per trasferire le loro attività all’est, dove la forza lavoro costa meno (è quanto è avvenuto ai confini tra Stati Uniti e Messico). Ciò aggraverebbe la crisi all’ovest e condurrebbe, nel medio-lungo termine, ad un abbassamento della produttività anche all’est, dato che la manodopera sottopagata è anche meno qualificata.

Il governo italiano deve scartare una simile politica, così come deve abbandonare il circolo vizioso dei tassi d’interesse alti che, per difendere la moneta, alimentano lo stesso deficit che si dichiara di voler combattere. Tra il giugno e il settembre scorso, i tassi sono aumentati paurosamente, da circa l’11% al 20% prima che la lira abbandonasse lo SME. Tuttora la Banca d’Italia mantiene il tasso d’interesse al 13%. Tenuto conto che ogni punto di aumento degli interessi si traduce in 15.000 miliardi in più sul debito dello stato a breve termine, il governo italiano è stato messo alle corde dagli speculatori angloamericani (e dai loro complici italiani) aumentando la pressione per privatizzare a prezzi di svendita.

Andando avanti su questa strada, l’Italia commetterà un suicidio economico. La sola via d’uscita è l’adozione di una politica creditizia nazionale del tipo che ai tempi di Enrico Mattei si sarebbe considerata ovvia. Occorre ripristinare il controllo sui cambi, congelare una parte del debito con una moratoria di 10-15 anni (salvaguardando naturalmente gli interessi dei piccoli risparmiatori), parallelamente all’avvio di una aggressiva politica di investimenti, favorita da crediti agevolati, nelle infrastrutture moderne, in concerto con i partner europei. Per far ciò, occorre che lo stato si riappropri della piena sovranità monetaria, il che significa che per finanziare gli investimenti esso non debba bussare alla porta della Banca d’Italia, la quale ha finora, incostituzionalmente, battuto moneta a nome dello stato per poi rivendergliela a tassi “di mercato”, cioè da usura. I motivi che hanno portato al “divorzio” tra il Tesoro e la Banca d’Italia, e cioè l’improduttivo finanziamento del debito, esistono, ma combattere il malgoverno non significa eliminare il governo. Perciò occorre porre fine al “divorzio” tra Bankitalia e Tesoro.

Una efficace repressione dell’attività di riciclaggio del denaro da parte della mafia, compreso quello investito nei BOT, accompagnata da un astuto cambio della moneta (la famosa “lira pesante”), darebbe alle istituzioni dello stato una posizione di forza e la credibilità e la fiducia popolare. L’alternativa è il caos e la guerra civile.


28 giugno 1993
Come difendere l’industria nazionale dalla speculazione e dalle svendite indiscriminate

Ampia rappresentanza delle forze politiche italiane alla conferenza del Movimento Solidarietà e dell’Executive Intelligence Review

Il Movimento Solidarietà e la Executive Intelligence Review hanno tenuto il 28 giugno 1993 a Milano, presso la sala FAST, una conferenza sul tema dell’economia, affrontando in particolare aspetti come le moderne tecniche di speculazione finanziaria, le privatizzazioni ed i grandi programmi di sviluppo.

La caratteristica forse più singolare della conferenza è stata la partecipazione dei rappresentanti di numerose forze politiche, anche disparate o divergenti, animati dal comune interesse di approfondire la conoscenza del pensiero economico dell’economista americano Lyndon LaRouche e di misurarsi con questo.

Da qui l’opportunità di dedicare il primo numero del bollettino della nuova associazione alla pubblicazione degli atti del convegno, per mettere a disposizione di un più vasto pubblico le analisi e le documentazioni che gli specialisti dell’EIR William Engdahl e Claudio Celani hanno esposto nelle loro relazioni, come pure gran parte dei numerosi contributi con i quali parlamentari, giornalisti e altri partecipanti hanno arricchito e animato il convegno.

“La speculazione selvaggia sui mercati internazionali e la «geopolitica» britannica sono le due facce della stessa medaglia oligarchica”, ha affermato nella sua breve introduzione ai lavori il giornalista dell’EIR Paolo Vitali, moderatore della conferenza. Vitali ha sottolineato che le speranze di milioni e milioni di persone, a seguito della caduta dei regimi comunisti del 1989, non sono state tradite dal fatale sprigionarsi di eventi e forze che non subivano più le strettoie della divisione del mondo in rigide sfere d’influenza, come asseriscono certe teorie sociologiche, ma sono state negate da un preciso piano di destabilizzazione “geopolitico”, che è partito ancor prima del crollo del muro di Berlino, e dalla incapacità e codardia delle forze politiche ed élite europee di reagire a questa nuova e precisa minaccia.

“L’economista e politico americano Lyndon LaRouche, che sconta innocente in un carcere del Minnesota da quasi cinque anni una montatura giudiziaria orchestrata dall’amministrazione Bush” – ha continuato Vitali – “ha tracciato tempo fa il paragone tra le situazione post 1989 con il periodo che precedette la Prima Guerra mondiale. A quel tempo l’oligarchia imperiale britannica sviluppò il concetto della «geopolitica» per far fronte alla minaccia rappresentata dalla potenzialità di sviluppo economico e sociale in tutta l’Europa continentale, l’«Eurasia». Due guerre mondiali, il Trattato di Versailles e l’accordo di Yalta, furono le dirette conseguenze di questa strategia «geopolitica»”.
“Con l’avvicinarsi del crollo della Cortina di Ferro nel 1989, i circoli oligarchici anglo-americani decisero che bisognava a tutti i costi impedire che la riunificazione tedesca costituisse un trampolino di lancio per una nuova politica di indipendenza, integrazione e sviluppo economico per tutto il continente, ripristinando il progetto de Gaulle di «un’Europa dall’Atlantico agli Urali». Gli attacchi alla Germania come «Quarto Reich», partiti dalle più alte sfere londinesi, e fatti propri dai nazi-comunisti serbi, l’aggressione del Panama, la guerra del Golfo, le atrocità interminabili nell’ex Jugoslavia, la destabilizzazione economica dell’Est europeo con le folli «terapie d’urto» dei liberisti, l’eliminazione fisica di chi proponeva un piano alternativo di sviluppo, come il Presidente della Deutsche Bank Alfred Herrhausen, sono tutti aspetti di questa complessa e articolata strategia di destabilizzazione”.

“Questa è la stessa trama destabilizzatrice che in Italia, soprattutto con gli eventi dell’ultimo anno, mira a frantumare le fondamenta stesse del nostro essere nazione sovrana indipendente. Guerre e destabilizzazioni, politiche economiche super liberiste, una speculazione selvaggia che ha trasformato i mercati finanziari internazionali in un’unica casa da gioco d’azzardo, sono elementi solidali di una strategia oligarchica, come contiamo di dimostrare, che o è fermata e sconfitta o può farci sprofondare, in un futuro tutt’altro che lontano, in un altro catastrofico conflitto”.

La piaga della “finanza derivata” e l’economia dell’illusione

Discorso di William Engdahl, esperto economico dell’EIR di Wiesbaden, autore di «A Century of War», un libro che descrive il ruolo del petrolio come un’arma fondamentale nella politica anglo-americana dei Nuovo Ordine Mondiale.

L’Italia è vittima di una destabilizzazione sistematica ad opera di forze coordinate interne ed estere. La componente solitamente meno compresa è quella estera, rappresentata da un cartello di speculatori stranieri impegnati a distruggere il paese con denaro preso a prestito.

Nel 1948 l’Italia era considerata di importanza strategica nella NATO per arginare il diffondersi del comunismo in Europa, in particolare nei Balcani e nel Mediterraneo. In questo contesto di strategia geopolitica una crescita economica del Paese era ritenuta una componente essenziale.

Un discorso differente è invece quello che riguarda l’ indipendenza dell’Italia. Howard K. Smith, un “insider” americano, parlò apertamente della spartizione del bottino della seconda guerra mondiale nel 1949 affermando: “Fino al 1946 le potenze vittoriose si sono disputate gran parte del vuoto lasciato da Hitler (…) l’Italia, occupata dalle potenze occidentali, sarebbe diventata un’area in cui avrebbe predominato l’ influenza britannica”.

Questo predominio fu rappresentato principalmente dall’influenza che la Mediobanca avrebbe assunto sotto Enrico Cuccia. La Mediobanca fu posta sotto il controllo di fatto della Lazard Freres di Londra, una banca che è proprietà di un raggruppamento estremamente influente dell’establishment britannico, il Pearson Group PLC. Il Pearson Group controlla anche la rivista «Economist» ed il quotidiano «Financial Times», che si sono recentemente distinti nella campagna di attacchi alle istituzioni economiche e politiche italiane.

Dal 1989 però, e dalla fine del regime comunista di Mosca, l’establishment anglo-americano si è reso conto del fatto che un’Italia economicamente stabile e collegata ad un’Europa continentale che si rafforza attorno ad una Germania riunificata e pro- spera non serviva più agli scopi di un’egemonia globale atlanticista, anzi, rappresentava una minaccia.

La crisi finanziaria in cui sia l’America che l’Inghilterra versavano nel 1989 si avvicinava alle dimensioni della Grande Depressione degli anni Trenta. Per far fronte all’erosione della propria egemonia gli anglo-americani adottarono ulna dottrina tanto semplice quanto folle: cercare in ogni modo di distruggere la stabilità dell’Europa continentale per impedire che essa potesse fungere da polo antagonista all’egemonia globale anglosassone.

Questo è il contesto in cui si colloca tutto ciò che viene fatto contro l’Italia ed il resto dell’Europa.

George Soros e la finanza derivata

Il crac della borsa di Wall Street, nell’ottobre del 1987, coincise con il lancio di una strategia radicalmente nuova da parte delle grandi finanziarie, quali la Salomon Brothers, Merrill Lynch, Morgan Stanley e di grandi banche americane quali la Citicorp, Bankers’ Trust, J.P. Morgan & Co. Il crollo record di 508 punti dell’Indice Dow Jones, verificatosi il 19 ottobre 1987, fu causato da un’incredibile innovazione introdotta nelle transazioni finanziarie. Le grandi finanziarie acquistavano contratti a termine, i “futures”, non di ditte specifiche, ma su interi indici delle azioni borsistiche. Le finanziarie di Wall Street ricorsero ad un trucco, acquistando le “futures” ad un costo inferiore del 10% rispetto alle azioni stesse, ed influenzando così un rialzo del prezzo delle azioni sul mercato di New York. Ma poteva funzionare anche nel- la direzione opposta. Questo portò alla bolla speculativa che esplose il 19 ottobre, con l’effetto acceleratore dei sistemi computerizzati. I computer di Wall Street erano stati preprogrammati in modo da vendere automaticamente al verificarsi di una caduta dei mercati. Fu un gioco che spinse i mercati finanziari verso una paralisi irreversibile, ma a quella paralisi non ci si arrivò solo grazie al precipitoso intervento stabilizzatore da parte delle Banche Centrali. Proprio qui stava il trucco escogitato a Wall Street: avevano inventato un sistema di gioco d’ azzardo in cui non si rischia di perdere! Molto meno rischioso della gestione di un casinò a Las Vegas.

Il gruppo di Wall Street cominciò allora a sperimentare quest’arma terribile sulla borsa di Tokio. Nel novembre del 1989 l’Indice Nikkei Dow toccava i record storici di 39 mila Yen. Ma all’inizio dell’estate successiva quel valore era già dimezzato. A scatenare il tracollo furono le stesse case americane: Salomon Bros. Morgan Stanley, Merrill Lynch, Bankers Trust, Goldman Sachs, con un nuovo apporto dei brokers londinesi.

Una conseguenza delle operazioni per approfittare del drastico ribasso della borsa di Tokio (le cosiddette “put options” o “short-selling”) fu il ritiro pressoché completo degli investimenti giapponesi nel resto del mondo, mentre le banche del Sol Levante versavano nella crisi peggiore del dopoguerra.

Nel frattempo Washington e Londra esercitavano notevoli pressioni sulle altre capitali del Gruppo dei Sette perché favorissero la “liberalizzazione” dei mercati finanziari e la partecipazione al “gioco globale”. All’Uruguay Round dei negoziati GATT per la prima volta si discusse il libero scambio dei servizi finanziari.

Parallelamente alla “globalizzazione” dei mercati finanziari mondiali si verificò senza chiasso uno sviluppo estremamente importante.

Il direttore della Central Intelligence Agency William Webster decise di istituire una nuova sezione della CIA, il Directorate V. Annunciando la decisione a Los Angeles, Webster sottolineò l’ importanza della tendenza alla “globalizzazione dei mercati finanziari internazionali” come un’area d’interesse per la nuova CIA. Finita l’era della guerra fredda, Webster vedeva una nuova missione per la CIA nello spionaggio contro “gli alleati politici e militari dell’America che al tempo stesso sono nostri concorrenti economici”.

Dopo cinque anni di collaudi e affinamenti condotti a Tokio ed a Wall Street le tecniche innovative di Wall Street venivano sottoposte alla prova più ambiziosa: far crollare le valute nazionali, ad onta delle più autorevoli autorità bancarie centrali, mettendo i governi con le spalle al muro. A Wall Street furono introdotti nuovi strumenti finanziari che non avevano alcun collegamento concreto con il flusso reale di scambi commerciali e di investimenti. A questi strumenti fu dato il nome di “derivatives”, o finanza derivata.

A Wall Street svilupparono le operazioni nel regno dei tutto astratto dei contratti finanziari a termine, che poi furono estese anche alle valute; si stabilì così un mercato di “futures” tra vari paesi e non solo nell’ambito di una sola borsa. Si scommette sul prezzo futuro di una valuta rispetto ad un’altra, ad esempio il marco rispetto al dollaro, oppure sul valore di un titolo di stato di un paese rispetto a quello di un altro, ad esempio entro una scadenza di 90 giorni.

Si tenga ben presente però che l’oggetto della compravendita non è un Buono del Tesoro italiano e un qualsiasi altro corrispettivo straniero, ma si scommette, così come si fa alle corse, sul loro valore entro una data scadenza.

Le grandi finanziarie di Londra e di Wall Street si attrezzarono con i sistemi di Contrattazione computerizzata che collegarono con le principali piazze finanziarie internazionali realizzando così la globalizzazione finanziaria di cui parlava Webster.

I nuovi contratti furono chiamati “derivati” in quanto il loro prezzo deriva da un titolo azionario o finanziario reale, o da una merce, ma non esiste un collegamento con la sua diretta proprietà. A Chicago, ad esempio, iniziarono la contrattazione di contratti a termine dell’indice del Nikkei Dow di Tokio, e lo stesso fecero da re. A Tokio non svolgevano contrattazioni simili e non ne capivano l’importanza. Gli sforzi del ministero delle Finanze nipponico per ottenere la cooperazione di Singapore a sospendere tali scambi fallirono in blocco. Gli organi d’informazione statunitensi e britannici criticarono quell’iniziativa giapponese come “passata di moda”.

La Moody’s crea l’ambiente controllato

Nei giorni successivi al “no” danese nel referendum del 2 giugno 1992 sul Trattato di Maastricht gli “insider” di Wall Street prepararono il grande attacco. Nel luglio 1992 gli operatori più importanti furono messi al corrente del fatto che “entro la fine dell’anno ciascuna moneta dello SME in Europa avrebbe cominciato a fluttuare liberamente”. I manager delle finanziarie decisero pertanto di sbarazzarsi dei titoli e delle valute europee. Tra i candidati più ovvi per tale svendita spiccavano l’Italia, come pure l’Inghilterra.

Ciò di per sé però non bastava. Il rischio era troppo alto e bisognava andare invece sul sicuro, perché sullo SME vegliava uno schieramento di alcune tra le più potenti banche centrali del mondo, a partire dalla Bundesbank, legate da un patto di reciproca difesa. A questo punto si ricorse ai servigi della Moody’s Investor Service, una ditta che stabilisce il “rating” a Wall Street, stabilisce cioè il grado di affidabilità dei titoli.

Anni addietro l’Italia aprì le porte agli investimenti stranieri, e vi fu costretta per finanziare il deficit, dando anche agli stranieri l’opportunità di acquistare Buoni dei Tesoro. Bastava allora convincere questi investitori stranieri che il debito statale italiano valesse poco più di quello di un paese come la Bolivia, ed essi si sarebbero precipitati a liquidare quei titoli, costringendo così la Banca d’Italia ad offrire tassi di interesse sostanzialmente più alti per i nuovi Bot.

Questo è il compito che la Moody’s ha assolto a partire dal giugno dello scorso anno. Iniziò annunciando di aver posto il debito italiano nella lista del “credit watch”, cioè sotto osservazione per una probabile retrocessione, benché non si stesse verificando alcuna crisi di solvibilità. Poi ci fu la serie di retrocessioni del debito italiano decretate dalla Moody’s seguite ogni volta da un rialzo dei tassi di interesse che il Tesoro era costretto ad offrire agli acquirenti dei suoi titoli.

Ogni aumento dell’l% del tasso d’interesse sul vasto debito pubblico italiano significa un aumento medio del deficit governativo di circa 17 mila miliardi di lire, che in pochi minuti brucia i disperati tagli effettuati sulla spesa pubblica. Le nuove emissioni a tassi maggiorati erano interpretati dalla Moody’s come un nuovo segnale di “inaffidabilità”, e giù un altro votaccio sulla pagella dell’Italia. Si tratta evidentemente di un circolo vizioso deliberatamene messo in moto dalla Moody’s che culminò nel settembre scorso!

Ma cos’è questa Moody’s, questo ente privato che ha finito col decidere il destino di nazioni e governi sovrani? Chi gli conferisce tanta autorità? Perché ad esempio non ha dato pollice verso anche agli Stati Uniti, visto che il debito pubblico di quel paese ha superato i 4 mila miliardi di dollari?

Nel mondo finanziario la Moody’s è famosa come “la più politica” agenzia di “rating”. È presieduta da John Bohn, che nell’amministrazione di Bush era un funzionario ad alto livello del Tesoro. Mentre votava una retrocessione dopo l’altra dell’Italia l’estate scorsa la Moody’s dava un rapporto molto positivo sulle grandi banche, come la Citicorp, che avevano esteso prestiti all’impero immobiliare canadese Olimpia & York di Paul Reichmann finito in una bancarotta clamorosa. I Reichmann erano legati politicamente ad Henry Kissinger, a lord Carrington ed all’oggi famoso George Soros. La Moody’s e premurosa con gli amici.

La cosa è persino più palese. Proprietaria della Moody’s è la Dun & Bradstreet Inc. che è anche proprietaria del Wall Street Journal. Nel consiglio d’amministrazione della Dun & Bradstreet figurano i principali direttori delle più importanti finanziarie di Wall Street che hanno condotto la speculazione contro la lira, e che sono anche quelle che al tempo stesso “prestavano consulenze” al governo italiano su come condurre il delicato processo di privatizzazione delle imprese di stato. II conflitto d’interessi è ovvio.

Nel consiglio d’amministrazione della M.J. Evans, strettamente legata alla Moody’s, figura un personaggio che al tempo stesso è nel consiglio di amministrazione della Morgan Stanley ed un altro ancora, R.A. Hansen, figura nella direzione della ,J.P. Morgan e della Merrill Lynch! Un altro ancora è Charles Raikes, che è stato consigliere della Federal Reserve dal 1958.

George Leung, amministratore delegato della Moody’s Investors Service, dichiarava su Financial World del 18 febbraio: “La gente è sempre più disillusa nei confronti del governi, sempre più preoccupata degli imbrogli e problemi che vede nei governi e finisce col cercare qualcuno che possa indipendentemente far luce su tanta confusione. Questo è il nostro ruolo”. Questa dichiarazione d’intenti è anteriore alla campagna della Moody’s contro l’Italia. Chi ha affidato alla Moody’s il potere di decidere sulle nazioni? Nessuno. Moody’s ha colmato il vuoto creatosi con la paralisi dei governi, costringendo ad accettare i propri diktat con la minaccia di voti sfavorevoli sul debito. La Moody’s però ha solo preparato il terreno. L’attacco alla lira è stato sferrato dalla speculazione della finanza derivata, diretta a colpire il “fianco debole” dello SME.

George Soros ed i suoi amici

Con l’avvicinarsi in Francia della scadenza referendaria su Maastricht del 19 settembre,un raggruppamento di banche e speculatori di Wall Street, diretto da George Soros, uno strano personaggio di origine ungherese, lanciò una formidabile ondata speculativa per costringere la lira a svalutare ed uscire di conseguenza dallo SME.

Ecco come funzionò.

La finanza derivata, teniamolo presente, consiste in scambi in cui non si cedono o acquistano azioni o titoli reali, ma che rappresentano solo un accordo tra le due parti a compiere pagamenti ad una futura scadenza in rapporto al rendimento di una merce o una valuta. L’esempio tipico è dato da una banca che compie un’operazione commerciale “derivata” mettendo a disposizione soltanto il 10% dei valore nominale del contratto, cioè il deposito di garanzia. Grazie ai collegamenti personali con banche come la Citicorp di New York, George Soros è stato capace di far crollare la lira e la sterlina, come pure la corona svedese, il tutto soltanto con denaro preso a prestito, senza versare più del 5% per il margine di garanzia collaterale!

In sostanza Soros ha dato come garanzia soltanto 50 milioni di dollari di titoli per ottenere una linea di credito, dalla Citicorp ed altre banche, di un miliardo di dollari. Un prestito a tempi brevissimi, per scommettere sulla svalutazione forzata della lira nei giorni in cui in Francia si teneva il referendum! Il rapporto speculativo del suo denaro è stato di 20:1. Dal canto loro la Bundesbank, la Banca d’Italia e le altre banche per difendere la propria valuta hanno invece dovuto sborsare il prezzo completo degli acquisti. Si stima che la Bundesbank abbia speso a settembre 60 miliardi di dollari nelle varie operazioni di difesa delle monete dello SME. Utilizzando i “derivatives”, Soros e Wall Street hanno potuto spuntarla sulla Bundesbank con soli 3 milioni di dollari (20:1) !

In una tipica operazione di swap con i “derivatives” condotta da Soros lo scorso autunno si sono acquistate lire con i dollari, le lire sono poi state convertite in marchi tedeschi al tasso fisso di cambio dello SME. Poi è stata la volta della Moody’s a declassare l’Italia, mentre gli organi di informazione internazionali si davano da fare a descrivere la gravità della crisi economica e politica del paese. Le corporation hanno avuto paura ed hanno cominciato a vendere lire. La valuta italiana è così passata da 765 lire contro il marco all’inizio di settembre alle 980 lire solo quattro settimane più tardi.

A quel punto Soros poteva acquistare lire fortemente scontate (il 28% in meno) e ripagare il suo debito iniziale, prima che scadesse la data del suo contratto, per il quale aveva inizialmente versato solo il 5%. II profitto che ne ha ricavato si calcola sul 560%, cioè circa 280 milioni di dollari. Ma nessuna autorità di vigilanza sarebbe potuta intervenire perché l’operazione è stata condotta “fuori registro”, o come si suoi dire “Over-the-Counter”, direttamente tra le due parti interessate senza altre formalità.

Naturalmente, se la lira si fosse rivalutata del 5% l’impero di Soros sarebbe stato spazzato via all’istante. Soros però non è soltanto un giocatore d’azzardo “fortunato”.

Intendo infatti spiegare che Soros è riuscito a condurre le sue recenti operazioni speculative in grande stile perché ha accesso alle informazioni più riservate dei centri di potere. Nel caso della crisi dello SME, come poteva sapere Soros quale delle 12 valute sarebbe stata colpita in quale giorno preciso?

Ex funzionari della Federal Reserve USA spiegano privatamente che Soros ha ricevuto informazioni riservate da parte di un amico che nella Federal Resene di New York lavora nel settore delle valute internazionali. La Fed di New York dispone, minuto per minuto, delle informazioni sull’andamento delle monete direttamente dalle banche centrali europee. Se Soros può disporre di tali informazioni il suo gioco è garantito.

Ma chi c’è dietro questo personaggio misterioso? Soros opera attraverso la Quantum Fund NV, una compagnia off-shore registrata nelle Antille Olandesi.

Opera insieme ad un raggruppamento internazionale che potrebbe essere chiamato il gruppo dei Rothschild. Nel consiglio di amministrazione della Quantum Fund figura Nils Taube, socio d’affari di lord Rothschild, e sir James Goldsmith, imparentato ai Rothschild. Altro membro del Quantum è Richard Katz che a Milano dirige la Rothschild Italia, S.p.A. Altri esponenti del Quantum sono Isidore Albertini della ditta di brocheraggio milanese Albertini & Co.; Alberto Foglia, capo della Banca del Ceresio di Lugano; e Edgar Picciotto, un socio di affari di Carlo de Benedetti. Picciotto dirige inoltre la CBITDB Union Bancaire Privée di Ginevra.

Si dice poi che al Quantum partecipino segretamente anche Marc Rich, uno svizzero latitante che operava nel settore dei metalli preziosi e del petrolio, ed il mercante di armi israeliano Shaul Eisenberg. Soros inoltre è colui che ha introdotto in Polonia ed in Russia il professore di Harward Jeffrey Sachs, il guru della terapia d’urto che causa il caos economico incontrollabile e profitti astronomici per gruppi ristretti di potere. Degno di nota è il fatto che Marc Rich ed Eisenberg sono stati tra gli investitori più attivi nell’Europa orientale e nel CSI a partire dal 1990.

Torniamo alla “Dottrina Webster” della CIA, promulgata nel 1989. All’epoca di Bush Washington era impegnata a sabotare l’unità economica europea. L’estate scorsa il governo USA fece strane dichiarazioni che ebbero l’effetto di scuotere le parità delle monete europee in rapporto al dollaro, come fase preliminare della crisi di settembre. Responsabile di quella operazione fu l’allora viceministro del Tesoro David Mulford, che oggi presiede la Credit Suisse First Boston di Wall Street. Prima di andare a Washington nel 1982 Mulford era uno dei direttori della Merrill Lynch, quando allora era presieduta da Donald Reagan, che andò anche lui a Washington come ministro del Tesoro sotto il Presidente Reagan.

Degno di nota è che una delle primissime nomine fatte dal Presidente Clinton riguarda Robert Rubin, presidente della Goldman Sachs, finanziaria più prestigiosa di Wall Street. Oggi Rubin è il Direttore dei nuovo Consiglio di Sicurezza Economica Nazionale della Casa Bianca. Esperti osservatori di Washington ritengono che il nuovo consiglio sia stato creato per coordinare l’applicazione della Dottrina Webster direttamente dalla Casa Bianca.

Le alte sfere della CIA, magari attraverso ex funzionari, hanno fatto opera di reclutamento nei consigli di amministrazione delle grandi finanziarie di Wall Street. Ai dirigenti delle finanziarie che accettano, la CIA impartisce un particolare addestramento ed essi tornano poi al loro mondo di Wall Street. Conosco personalmente un banchiere svedese che è stato invitato a Washington il novembre scorso ad un seminario dove l’ex capo della CIA William Colby teneva un discorso sul tema della nuova missione di spionaggio economico dei servizi segreti USA. Colby è personalmente impegnato a reclutare i dirigenti delle grandi finanziarie spiegando loro che adesso i mercati finanziari globali sono considerati un “area di interesse della sicurezza nazionale USA”. Il seminario era sponsorizzato dalla Merrill Lynch e dalla Borsa di New York.

L’esplosione della finanza derivata

“Senza la crescita enorme delle operazioni speculative della finanza derivata la crisi dello SME non si sarebbe mai verificata”, ha affermato recentemente un esperto banchiere europeo. Mentre nel 1987 le banche centrali furono in grado di difendere la stabilità dello SME a costi minimi, nel 1992 esse sono state ridotte all’impotenza dai meccanismi della finanza derivata.

Invece di svolgere una regolare attività di compravendita nei mercati a termine regolari, come quello di Chicago, dove le banche sono costrette a versare un deposito di garanzia ed a rendere nota quotidianamente la propria esposizione creditizia, i grandi di Wall Street eludono la sorveglianza del governo trattando direttamente, “Over the Counter”, tra banca e banca o tra banca e finanziarie straniere. La transazione non figura nel bilancio della banca cosicché gli investitori non possono sapere quanto è il rischio che l’istituto in questione corre di fronte ad un crollo del già enorme mercato dei “derivatives”.

La classifica dei grandi speculatori in “derivatives” era guidata lo scorso anno dalla Citicorp, che vantava operazioni per circa 1400 miliardi di dollari. Seconda era la Chemical Bank con 1300 miliardi di dollari, terze a pari merito la J.P. Morgan e la Bankers Trust, con mille miliardi di dollari ciascuna. Sono contratti che riguardano azioni, petrolio, obbligazioni come pure gli swap internazionali di valuta e gli swap dei tassi d’interesse. Per quanto riguarda queste ultime due voci, i contratti “derivati” oltre confine hanno già raggiunto l’astronomico ammontare di 4 mila miliardi di dollari.

La graduatoria dell’esposizione su questo mercato dei contratti “derivati” continua con la Merrill Lynch, per 720 miliardi di dollari, la Salomon Bros., con 730 miliardi di dollari e la Morgan Stanley con 300 miliardi di dollari. Queste attività hanno aperto tutto un vasto settore di informatica bancaria sofisticatissima, che impiega i supercomputer CRAY per processare i dati in parallelo, necessari per gestire la contrattazione automatica senza frontiere che avviene grazie a programmi capaci di far fronte ai complessi problemi di calcolo del rischio a variabile multipla. Ma, a parte questi aspetti pittoreschi, a fare profitti con la speculazione “derivata” so- no solo gli “insider traders” di New York. Il gioco d’azzardo è truccato, con la complicità di Washington. Cercare di capire gli aspetti “tecnici” della manovra con la quale Soros è riuscito ad intascare un miliardo di dollari di profitti speculando sulla sterlina a settembre è fatica sprecata. Certo è però che giornali finanziari quali il Wall Stret Journal ed il Financial Times fanno il possibile per destare l’impressione opposta.

Il che fare

Governi e banche centrali dell’ Europa continentale hanno sin ora respinto le nuove tecniche speculative della finanza derivata. Alcuni banchieri svizzeri e tedeschi sono convinti che l’offensiva condotta dagli anglo-americani con la finanza derivata sia “più pericolosa di una guerra nucleare con la Russia”. Il 24 novembre, poco dopo la crisi dello SME, il direttore generale della Banca per i Regolamenti Internazionali di Basilea Alexander Lamfalussy ha dichiarato ad un gruppo di banchieri a Londra: “Volete sapere perché molti colleghi delle banche centrali nutrono le mie stesse preoccupazioni che queste attività possano rappresenta- re problemi di natura sistemica nel sistema finanziario internazionale?” Lamfalussy teme il ripetersi del fenomeno verificatosi col crac borsistico del 1987: “l’attività sui mercati derivati potrebbe avere notevoli ripercussioni nei sotto- stanti mercati a pronti, al punto da accentuare proprio quella instabilità dei prezzi contro la quale si pensava di dare un’assicurazione con alcuni strumenti derivati”.

Lamfalussy ha inoltre spiegato che la grande esposizione negli strumenti fuori bi- lancio da parte delle banche “ha reso più opaca la natura e la distribuzione del rischio nelle operazioni sul mercato finanziario”. Ha infine prospettato lo scenario peggiore: “Qualora si verificasse un problema in un istituto le altre ditte reagirebbero immediatamente e drasticamente. Potrebbero ritirare improvvisamente ed indiscriminatamente linee di credito, e persino disimpegnarsi da operazioni in corso. Il tutto aumenterebbe la possibilità del verificarsi improvviso di un blocco globale di liquidità”.

Anche un personaggio di spicco a Wall Street come Henry Kaufman, che è stato il primo economista della Salomon Brothers, si è detto preoccupato perché la speculazione “derivata” fa intravedere “una prossima catastrofe colossale perle banche americane”. Altri così bollano queste novità nel sistema finanziario: “ventiseienni con il computer stanno costruendo la bomba all’idrogeno finanziaria.” Tuttavia non fanno nulla per controllare la situazione. La primavera scorsa Lamberto Dini condusse uno studio per il Fondo Monetario Internazionale, ma il suo rapporto è stato praticamente censurato, la stampa non ha ottenuto delle copie. Ad una mia domanda nel corso di una conferenza a febbraio, Lamberto Dini ha risposto: “Le banche americane e londinesi svolgono il grosso delle attività in questo processo. Dobbiamo determinare innanzitutto cosa stia effettivamente accadendo.

Alcuni segni di resistenza

Più recentemente il Presidente della Commissione Finanza e Banche del Congresso USA, l’on. Henry Gonzalez, ha richiesto alla Federal Reserve ed alla Commissione “Securities & Exchange” del governo di condurre un’indagine approfondita sulle attività all’estero del Quantum Fund di George Soros. Gonzalez ha chiesto di sapere come Soros possa fare profitti astronomici come quelli di settembre, quanto del suo capitale provenga dalle banche americane, in che misure le banche USA siano coinvolte nelle speculazioni di quel fondo, ed il ruolo specifico degli strumenti finanziari derivati nelle grandi manovre speculative di Soros. Questa è solo la superficie dei fatti.

Dietro le quinte infuria uno scontro tra le autorità bancarie europee e quelle americane. Le autorità d’oltre oceano sono radicali, ritengono che le banche statunitensi abbiano il diritto di non imporre alcuna restrizione alla finanza derivata. Ritengono infatti che questo sia il modo migliore di allentare la pressione sulle grandi banche USA, che disporrebbero in questo modo di maggiori capitali. Praticamente permettono che venga assicurato solo il margine netto di rischio, e non tutto il contratto. Le autorità di vigilanza europee non permettono una cosa del genere. Ritengono che sia dovere della banca assumersi al completo il rischio di un’insolvenza su tutto il valore nominale di un contratto.

Lo scorso ottobre il Congresso degli USA approvò la Futures Trading Practives Act of 1992, una legge che prevede che gli swap Over the Counter, cioè i contratti a pronti e termine di valuta o sui tassi di interesse che avvengono tra le due parti senza essere registrati, non rientrino più nella categoria dei “futures”, dei contratti a termine, dando vita in tal modo ad una proliferazione cancerosa di carta finanziaria fuori dal controllo di qualsiasi autorità.

L’economista americano Lyndon LaRouche ha recentemente lanciato la proposta di imporre una tassa globale e ben coordinata su queste attività speculative, perché tassarle sarebbe il modo migliore di renderle meno attraenti per gli speculatori e quindi sgonfiare la pericolosa bolla. LaRouche ha proposto una tassa dello 0,1 % sul valore nominale, non sul valore “netto”, di ciascuna transazione derivativa. “Questa è la bolla di John Law (nella Francia del 18mo secolo) all’ennesima potenza. La vulnerabilità di tutto il sistema finanziario, il caos e la distruzione delle strutture di produzione fisica sono potenzialmente incalcolabili, pertanto occorre mettere sotto controllo il fenomeno”. La settimana scorsa intanto George Soros ha fatto sapere che tornerà alla carica. Questa volta è deciso a spezzare uno degli elementi portanti della coesione europea: il suo nuovo obiettivo è quello di spezzare il legame che unisce il marco tedesco al franco francese.

I protagonisti della destabilizzazione italiana

Discorso di Claudio Celani, italian desk dell’EIR di Wiesbaden.

All’inizio dei gennaio scorso, l’EIR pubblicò un documento intitolato “La strategia anglo-americana dietro le privatizzazioni italiane: il saccheggio di un’economia nazionale”. In quello studio, inviato ad alcuni organi di stampa, alle forze politiche ed alle istituzioni, si delineava un quadro preoccupante di attacco all’economia italiana nel contesto della cosiddetta “globalizzazione dei mercati”, cioè la realizzazione di un unico sistema economico mondiale in cui non vi sarebbe stato più alcun controllo sui movimenti e sulla creazione di capitali.

In quel documento si riferiva un episodio passato inosservato, e che invece rivestiva una grandissima importanza. II 2 giugno 1992, a pochi giorni dalla morte del giudice Falcone, si svolgeva una riunione semisegreta tra i principali esponenti della City, il mondo finanziario londinese, ed i manager pubblici italiani, rappresentanti del governo di allora e personaggi che poi sarebbero diventati ministri nel governo Amato. Oggetto di discussione: le privatizzazioni. La cosa più grave è che questa riunione si svolse sul panfilo Britannia, di proprietà della regina Elisabetta II, la quale fu presente ai colloqui. Il Britannia, dopo aver imbarcato gli ospiti italiani a Civitavecchia, prese il largo ed uscì dalle acque territoriali. Avvenne dunque che i potenziali venditori delle aziende da privatizzare (governo e manager pubblici) discussero di ciò con i potenziali acquirenti, i banchieri londinesi, a casa di questi ultimi. Non sappiamo che cosa si siano detti questi signori, sappiamo solo che il direttore del Tesoro Mario Draghi provò tale imbarazzo che chiese di poter leggere il suo discorso quando il panfilo era ancora in porto, per poter scendere subito ed evitare di rimanerci quando questo prese il largo.

Sappiamo dell’imbarazzo di Draghi perché un settimanale, L’Italia, riprese l’articolo dell’EIR, citando la fonte, ed un parlamentare missino, Antonio Parlato, che lo lesse, presentò un’interrogazione parlamentare, anzi, poté rivolgere una domanda allo stesso Draghi, che quel giorno riferiva su altre questioni in Commissione Bilancio. In seguito, la notizia fu ripresa da numerosi organi di stampa, anche grazie al fatto che l’ex segretario del PSI Bettino Craxi aveva diffuso il documento dell’EIR alla Camera. Ci furono quindi numerose interrogazioni parlamentari (a Parlato, che ne fece mi sembra tre, si aggiunsero l’on. Tiscar, qui presente, e gli on. Pillitteri e Bottini) e altre sollecitazioni ufficiali (la senatrice Edda Fagni citò questo fatto nel discorso al Senato il giorno del voto di fiducia al governo Ciampi), ma né il governo di allora, guidato da Giuliano Amato, né quello attuale si sono sentiti in obbligo di fornire un chiarimento all’opinione pubblica ed al Parlamento.

Insisto su questo fatto perché mi sembra emblematico del modo in cui vengono prese le decisioni che determinano il futuro del nostro paese, cioè di milioni di cittadini che lavorano e pagano le tasse, ed hanno bisogno di avere fiducia in coloro che li rappresentano, che devono compiere scelte riguardanti il loro futuro, il loro posto di lavoro, i loro risparmi, i loro figli ecc.

Ebbene, il fatto del Britannia mostra che scelte decisive, come quelle delle privatizzazioni, vengono fatte al di fuori del Parlamento e addirittura in sedi così lesive dell’onore e della dignità nazionale come il panfilo della regina Elisabetta d’Inghilterra!

Su quel panfilo, siamo venuti a sapere, c’era anche l’attuale ministro degli Esteri Beniamino Andreatta, un personaggio che, benché non diriga personalmente un dicastero economico, entrò nel governo Amato proprio per accelerare il processo di privatizzazioni e tuttora, ne siamo certi, quando partecipa alle riunioni di gabinetto certamente dirà la sua in materia economica, anche per- ché di politica estera sembra capire ben poco. Ebbene, Andreatta dovrebbe come minimo chiari- re dinanzi al Parlamento che cosa disse e che cosa fece quel giorno sul Britannia e, nel caso emergano elementi compromettenti, dare le di- missioni. Noi siamo sicuri che Andreatta abbia qualcosa da raccontare, anche perché, analizzando il suo comportamento da ministro degli Esteri, si riscontrano evidenti coincidenze.

Guarda caso, infatti, l’ospite illustre della regina Elisabetta è anche quello che non appena messo piede alla Farnesina accoglie entusiasticamente la proposta britannica di mandare gli eserciti in Bosnia, a farsi massacrare dalle artiglierie serbe.

Andreatta, infatti, noncurante delle dichiarazioni dei nostri capi militari sul fatto che sarà una carneficina (non abbiamo nemmeno le corazze adatte sui nostri carri) afferma con disinvoltura che se è necessario si rivedrà il bilancio, quello stesso bilancio che fino ad un momento prima era una vacca sacra, intoccabile.

Preciso: non si tratta di essere contrari ad un intervento militare risolutore, ma esso va fatto senza mandare truppe coloniali sul territorio, bensì riarmando i bosniaci in modo che possano difendersi ed assistendoli cori l’aviazione.

Invece il comportamento di Andreatta è la prova che esiste un legame, come è stato detto nella introduzione, tra la strategia liberista, della “terapia d’urto” e delle privatizzazioni, e la geopolitica applicata nei Balcani per intrappolare l’Europa in uno scenario di conflitti. Quel documento dell’EIR, comunque, inquadrava l’episodio del Britannia in uno scenario più ampio, di vera e propria destabilizzazione politico-economica del paese. Come abbiamo sentito prima, la strategia geopolitica anglo-americana considera l’ Italia, assieme ai Balcani, il fianco sud, il “ventre molle” di un potenziale blocco di sviluppo euroasiatico, e per questo l’Italia viene colpita.

Che la destabilizzazione fosse in arrivo lo si sapeva da quando l’allora capo della CIA sotto Bush, William Webster, annunciò che, come conseguenza del crollo del comunismo, l’apparato di spionaggio USA avrebbe impegnato le sue risorse in una strategia volta a contrastare i rivali economici: l’Europa ed il Giappone. Webster enunciò la nuova dottrina proprio mentre il Muro stava cadendo, il 19 settembre 1989, di fronte al World Affairs Council di Los Angeles. La Dottrina Webster è uno dei pilastri del “nuovo ordine mondiale” inaugurato sotto la presidenza Bush. L’altro pilastro, più concepito per le nazioni del Terzo Mondo, è la cosiddetta “Dottrina Thornburgh”, secondo cui la legge americana è al di sopra del diritto internazionale. La Dottrina Thornburgh, dal nome dell’ex ministro della Giustizia USA, è quella che ha giustificato l’invasione del Panama.

Ed abbiamo, in coincidenza con questi sviluppi, l’apertura di una sede italiana della Bishop International, un’agenzia di informazioni operante nel mondo dell’economia, affiliata ad un altro ente simile, più noto, che si chiama Kroll International. Kroll è un ex agente della CIA che si è dato una copertura da “businessman” ma continua a lavorare per i vecchi padroni. Fu la Kroll, infatti, a raccogliere e divulgare informazioni sulle imprese europee che avevano fornito all’Irak materiale e tecnologia ritenuti “indesiderati” dall’ amministrazione Bush. Ebbene, Bishop è un ex agente di Scotland Yard che ha lavorato per anni con Kroll e poi si è messo in proprio a raccogliere “informazioni economiche”. Bishop ha aperto una filiale a Milano l’estate scorsa.

Ma l’iniziativa su scala più vasta sinora intrapresa nell’ ambito della Dottrina Webster ci sembra quella di Robert McNamara, il quale ha fondato nel maggio scorso un organismo internazionale chiamato “Transparency International”, il cui scopo sarebbe quello di combattere la corruzione su scala mondiale. Ora, è bene che noi italiani guardiamo con attenzione a ciò, perché dobbiamo evitare che nella sacrosanta lotta alla corruzione intrapresa a casa nostra (grazie a inquirenti che si sono svegliati dopo quarant’anni di letargo) ci affidiamo a metodi e “consigli” d’oltreoceano, se non addirittura a strutture investigative che sfuggono al controllo nazionale o sono influenzate da centri occulti. Questo vale sia per i reati amministrativi che per la lotta alla mafia.

Osserviamo da vicino l’iniziativa di McNamara. Innanzi tutto sorprende che un personaggio del genere scopra la vocazione per la giustizia. McNamara divenne famoso col nomignolo di “bodycount” (contacadaveri) quando era ministro della Difesa, durante la guerra del Vietnam. Quel nomignolo gli fu affibbiato perché compariva quasi ogni sera in televisione per vantarsi delle migliaia di nemici uccisi. Poi fece una famosa riforma al Pentagono, introducendo la dittatura dei ragionieri. Lui è fautore di una concezione economica di tipo assolutamente contabile, cioè non importa che cosa si produce ed a quale scopo, basta che il bilancio quadri. Andrebbe molto d’accordo col nostro Barucci o Andreatta. E’ il modo di pensare tipico dei banchieri usurai, i veri padroni di questo “tecnico” che ha rivestito posizioni di potere senza essere mai eletto.

Transparency International esibisce alcuni nomi famosi come fiore all’occhiello, come l’ex ambasciatore di Carter alle Nazioni Unite, Andrew Young, o l’ex presidente dei Costarica Arias (su quest’ultimo ci sarebbe da ridire), ma non saranno costoro a combattere la “corruzione”. Il compito sarà svolto dallo staff di funzionari, tutti provenienti dalla Banca Mondiale e dal Dipartimento di Stato americano. Transparency si occuperà di “consigliare” i paesi del Terzo Mondo e del settore in via di sviluppo, nonché quelli dell’ Europa dell’est, su quali contratti stipulare con le nazioni dell’OCSE, e quali no.

Al proposito è istruttivo leggere un articolo apparso sul quotidiano di Berlino Tageszaitung il 7 maggio scorso, articolo in cui veniva intervistato il direttore di Transparency, l’ex manager della Banca Mondiale Peter Eigen. Il vero obiettivo di Transparency sembra quello di impedire il trasferimento di tecnologia dall’Europa ai paesi in via di sviluppo. Gli acquisti di impianti ad alta tecnologia, macchine ecc., comportano infatti transazioni finanziarie elevate, all’interno delle quali, dichiarano quelli di Transparency, possono facilmente celarsi tangenti e bustarelle. I crociati della lotta alla corruzione si tradiscono quando parlano di “progetti superflui”: questa è la tradizionale politica malthusiana della Banca Mondiale, che ha sempre elargito i suoi scarsi finanziamenti a progetti di bassa produttività.

Non a caso l’organismo di McNamara ha scelto come sede Berlino ed ha annunciato che per il 1993 si prefigge l’obiettivo di stipulare contratti di consulenza con sei nazioni dell’Europa orientale. Sarà dunque l’ex carnefice del Vietnam a decidere che cosa i paesi dell’Europa dell’est acquisteranno dalla CEE e che cosa non acquisteranno. Naturalmente, c’è sempre lo zio Sam a fornire gli stessi beni senza bustarelle, cioè con tangenti “legali” del 5%.

Un altro protagonista della destabilizzazione economica è la più grande finanziaria di Wall Street, la Goldman Sachs. Nel nostro documento indicavamo come la G. Sachs avesse svolto un ruolo nel crollo della lira, dapprima annunciandone la sopravvalutazione ed indicando nel livello di 1000 lire al marco il tasso di cambio che essa riteneva realistico, poi buttandosi a vendere lire per contribuire a ottenere quel risultato. La Goldman Sachs si è posizionata sul mercato italiano aprendo l’anno scorso un ufficio “operativo” a Milano. Sorge quindi lecito il sospetto che la svalutazione della lira di circa il 30% serva tra l’altro a rendere più appetibili i pezzi delle ex PPSS che lo Stato ha deciso di mettere in vendita, e che andranno sicuramente ad acquirenti stranieri visto che nessuno in Italia ha i capitali a sufficienza. Il comportamento di un personaggio come Romano Prodi, nominato dall’ex governatore Ciampi a presidente dell’IRI, conferma questi sospetti. Già un anno fa Prodi aveva esposto le sue idee in materia di privatizzazioni: privatizzare tutte le banche d’interesse nazionale, più il San Paolo di Torino, il Monte dei Paschi di Siena e l’Ina. Ora, se crediamo ai resoconti di una sua intervista al Wall Street Journal, dichiara che non solo tutto delle ex PPSS si può vendere, ma anzi, le aziende vanno prima risanate e poi vendute. Quindi, prima le risaniamo con i soldi dei contribuenti italiani, poi le vendiamo a chi, ai soliti stranieri? Romano Prodi era fino a qualche tempo “senior adviser” della Goldman Sachs, e non ci risulta che si sia dimesso dalla carica. Allora deve decidere se fa gli interessi di Wall Strect o quelli dell’Italia. Oppure quelli del finanziere speculatore Soros, con cui collabora nei progetti di saccheggio dell’Europa orientale. Infatti, Prodi faceva parte del pool di economisti, assieme al famoso Jeffrey Sachs, che mise a punto il cosiddetto Piano Shatalin, un piano per la riconversione economica dell’ex URSS ideato da Soros, così radicale che fu respinto a suo tempo da Gorbaciov 1990-91).

Prodi è dunque collegato agli ambienti che speculano contro la lira, che saccheggiano l’economia dell’Europa dell’est ed hanno permesso in quei paesi un saldo insediamento della mafia. E’ legittimo, quindi, il sospetto che la liquidazione dell’IRI, col passaggio in mano straniera delle migliori aziende, ad alto contenuto tecnologico, sia stata già decisa e che Prodi sia un semplice esecutore delle volontà degli ambienti internazionali a cui è legato.

Non si tratta di sostenere il “socialismo reale” se si dubita che, per definizione, il privato sia meglio del pubblico.

In generale, la presenza dello stato dovrebbe limitarsi alle infrastrutture, in primis l’energia, ma anche i trasporti, la scuola e la sanità. Ma proprio il caso italiano mostra che, laddove essa è guidata da manager onesti e competenti, l’impresa pubblica è in grado di competere in quanto ad efficienza e risultati con quella privata. Se ciò non avviene è solo dovuto al fatto che non abbiamo più dirigenti del calibro di un Enrico Mattei. Ricordiamo che ai tempi di Mattei l’IRI, un complesso che ci era invidiato all’estero perché era in grado di fare tutto, moltiplicava ogni lira investita per sei-sette volte. Solo il Progetto Apollo della NASA ha saputo fare di meglio.

Dai pochi elementi qui presentati, potrebbe concludersi che c’è una destabilizzazione voluta dell’economia italiana? Certamente, anche se qualcuno potrebbe ribattere su ogni singolo punto offrendo una spiegazione diversa. Ciò che ci fa affermare con sicurezza che la destabilizzazione esiste, non è tanto un ragionamento di tipo deduttivo, cioè un’ipotesi desunta solo dagli elementi fattuali, come farebbe Sherlock Holmes o la FBI. Il fatto da cui bisogna partire è che coloro che oggi propongono la ricetta liberistica, privatizzazione più tagli, sanno benissimo che questa ricetta non funziona (basta vedere lo stato in cui è ridotta l’economia inglese) e che, anzi, essa ha effetti distruttivi sull’economia nazionale a cui viene applicata. Esiste, dunque, una mens rea a monte di tutto ciò, di cui sono complici coloro che per ingenuità o per stupidità se ne fanno i portavoce in Italia.

Il liberismo è una truffa sin dalla nascita: quando Adam Smith scrisse il suo libro “La ricchezza delle Nazioni” lo fece per convincere gli Stati Uniti a non diventare una nazione industriale, e rimanere un paese agricolo. Cosa che l’America si guardò bene dal fare. Oggi lo stesso trucco viene riproposto in forma moderna e su scala mondiale o, come dicono gli angloamericani, globale.


22 ottobre 2007
Mr. Britannia colpisce ancora

Alla riunione dei ministri finanziari del G7 tenutasi a Washington il 19 ottobre, è stata ascoltata la relazione di Mario Draghi, che oltre ad essere il governatore di Bankitalia è anche, dal 2006, capo del Global Financial Stability Forum, e cioè la squadra di salvataggio del sistema finanziario mondiale. Stando al testo distribuito, non si vedono minacce mortali al sistema, né attualmente né all’orizzonte. Addirittura, la parte finale della relazione consiste in una totale assoluzione del ruolo degli hedge funds: il settore degli hedge funds di per sé non si è rivelato come uno dei principali elementi problematici per l’intero sistema come pure ci si sarebbe potuti aspettare. Un’assoluzione normale per chi, fino ad un anno fa, era vicecapo europeo di Goldman Sachs, uno dei principali gestori di hedge funds, ma strabiliante per chi, nelle vesti di banchiere centrale, dovrebbe sapere bene che proprio gli hedge fund sono stati i veicoli del collasso del sistema.

In privato, i partecipanti al G7 hanno ammesso ben altre verità, come si desume dalle dichiarazioni del ministro delle Finanze tedesco Steinbrück, che ha paventato il rischio di crollo di una grossa banca internazionale proprio come conseguenza del mancato rifinanziamento della “spazzatura” degli hedge funds.

Ci si chiede se l’operato del governatore sarà messo mai sotto scrutinio: difficile nell’attuale clima politico italiano, sotto scacco dagli stessi “poteri forti” che hanno sponsorizzato la carriera dell’illustre governatore. Draghi, che va sporgendo denuncia contro chi lo chiama “Mr. Britannia” (ricordando il suo exploit sul panfilo della Regina Elisabetta il 2 giugno 1992), viene addirittura candidato alla successione di Prodi nel caso che la spinta del suo ex compagno di scuola, Luca Cordero di Montezemolo, riuscisse a rovesciare il governo Prodi. Sarebbe il colmo.


Marzo 2008
La distruzione dello Stato Sociale attraverso la catastrofe delle liberalizzazioni-privatizzazioni in Italia

Il Movimento Solidarietà pubblica un nuovo dossier per dimostrare che il processo di liberalizzazioni e privatizzazioni attuato in Italia dall’inizio degli anni Novanta non ha portato nessun beneficio al paese. Lo scritto iniziale, elaborato da Claudio Giudici, dimostra che:

  1. le liberalizzazioni portano ad un aumento dei prezzi;
  2. le liberalizzazioni portano alla distruzione di posti di lavoro ed all’abbassamento degli stipendi dei lavoratori e dei fatturati delle piccole imprese;
  3. la liberalizzazione-privatizzazione dell’impresa pubblica nel periodo 1992-2000 non è stata conseguenza dell’inefficienza economica;
  4. i processi di liberalizzazione-privatizzazione non hanno minimamente migliorato la capacità produttiva italiana;
  5. le liberalizzazioni favoriscono i concentramenti di capitale in poche ricchissime mani;
  6. il rendimento finanziario delle aziende privatizzate è stato peggiore rispetto alla generalità del mercato finanziario italiano.

Attraverso una serie di esempi lampanti, diventa sempre più evidente che questo processo di “modernizzazione” del paese in realtà rappresenta un grave attacco al suo tessuto produttivo, accelerando il processo di disintegrazione economica e finanziaria che sta già mettendo in ginocchio l’economia mondiale.

La seconda parte del dossier tratta “Le misure necessarie per fermare la crisi economica” elaborate dal Movimento di LaRouche, tra cui:

  1. la nuova Bretton Woods;
  2. il Disegno di Legge per la protezione dei proprietari di case e delle banche;
  3. l’iniziativa contro la ratifica del Trattato di Lisbona.

Scarica il documento in formato .pdf


I nostri video sul ruolo di
Mr. Britannia (Mario Draghi)

a) – “The Britannia Crowd in Italy”, 30 dicembre 2008.

b) – “La crisi secondo Stabilizator”, 19 marzo 2009.

 

 

archivio/pagina in ri-costruzione

SIMBOLO M33

LA REGIONE PARASSITARIA

E’ UN ENTE COLONIALE

DELLA BORGHESIA COLONIALE

DI UNO STATO COLONIALISTA.

LA REGIONE PARASSITARIA

E’ UNA CENTRALE DI SPESA

SENZA “SOLDI DA SPENDERE”.-

MA COSA C’ENTRIAMO NOI?

*”METTERE IN SICUREZZA” LA SANITA’

(FONDAZIONE PUBBLICA “SALUS SICULORUM”)

CHE CI PAGHIAMO GIA’ DA SOLI E SOLDI AVANZANO!.

IL RESTO, MANCIA!

-COI LORO BUROCRATI PENSIONATI A 200.000 EURO ALL’ANNO-

U RESTU SU PONU TENIRI!

IL NEMICO E’ A CASA NOSTRA!

E’ LA REGIONE COLONIALE DI UNO STATO COLONIALISTA.

E’ LO “STATUTO” peraltro SVUOTATO dalla BORGHESIA MERCENARIA della SICILIA ITALIANA e del tutto INUTILE e NOCIVO per l’Idea stessa di SICILIA SOVRANA nel SECOLO XXI.

Lo STATUTO del 1946 è una TRUFFA RIUSCITA. Oggi solo uno SPECCHIETTO ROTTO per L’ALLODOLA sicilianista fuori-tempo-massimo.

LEGGILO BENE-> L’ART.1. Se lo capisci da solo, brucialo. E vai AVANTI. E’ stato un GIRO A VUOTO LUNGO 70 ANNI. Non ti bastano?.

Terra e Liberazione Niscemi2 001“leggi e finiscila con ROMAfia Capitale e il suo “regionismo siciliano” -> TerraeLiberAzione

TerraeLiberAzione Luglio 2016TerraeLiberAzione Luglio 2016

 

 niscemi oggi 15 5

SOL 1terra giugno 16GIUGNO 2016

17 GIUGNO 16

LA REGIONE FALLITA

ALLA RESA DEI…CONTI!

Palermo, 25-10-2015. Comunque finisca il “rimpasto” nel governicchio regionale, in scena andrà il nuovo episodio di un B-Movie intitolato: “La Resa dei Conti”. Non tra Tizio e Caio, non tra Pupi e altre Controfigure, ascari e mercenari, guardie e ladri, Antimaf e Mafie bianche. In Realtà, ciò che doveva accadere, è già accaduto.

Il Rapporto tra “spesa in conto corrente” (STIPENDI ecc) e spesa in conto capitale (INVESTIMENTI) della Regione Fallita è andato in cancrena dalla metà degli anni Ottanta: con l’invenzione del “welfare della riserva indiana”, ingegneria sociale coloniale: 100.000 precari e 50.000 neoparassiti accedono così all’Ascensore sociale. Gli sprechi e la sciatteria, con la disapplicazione integrale del defunto Statuto, hanno fatto il resto.
La Regione Fallita è il risultato terminale del “compromesso moderato” tra la borghesia coloniale siciliana e le massomafie tosco-padane: RICICLAGGIO PARASSITARIO DI SPESA PUBBLICA IN CAMBIO DI VOTI E CONSENSO: AL RESTO CI PENSA L’EMIGRAZIONE (e un modello di consumi che produce la desertificazione di un tessuto produttivo, già fragile di suo).

E non c’è più niente da fare, se non impacchettare il niEnte inutile denominato Regione Siciliana: la Carta c’è, perfino “costituzionale”: lo “Statuto”. Metterci sopra una bella “nocca” tricolore e rispedire il tutto al suo legittimo proprietario: lo Stato italiano.

Poi, c’è l’Assemblea Costituente. Questa è una linea politica: che si possa attuare o meno non cambia la direzione né il passo del Cammino intrapreso da “Terra e Liberazione” nel 1985. E di recente anche da molti altri.

E’ questo -solo questo!- il vero “Statuto di Autonomia”: quello dei mercenari siculicani, che hanno gestito “in Autonomia” la Riserva Sicilindiana, in nome e per conto di uno Stato abusivo che raccoglierà in Sicilia quello che ha seminato, fin dal 1860.

Sbaglia chi riduce tutto a una polemica nominalistica, a una zuffa da pollaio. O solo a un teatrino in cui tutti i ruoli sono già stati occupati: ci mancavano i Tre Buffoni autodichiarati -Fava, Buttafuoco e Ferrandelli!. A loro il Premio speciale della Giuria, ex-equo col dott. Baccei, assessore toscano all’Economia siciliana, che ha consegnato a Renzi la proposta di abrogazione dell’art.37 e dintorni del defunto Statuto, quello che prescrive alle imprese operanti in Sicilia ma con sede legale fuori dall’Isola di pagare le loro Tasse alla Regione siciliana, cosa che, de facto, non fanno!.

Finalmente hanno scoperto lo Statuto del 1946!. Per cannibalizzarlo. Buon pranzo!.

Qualcuno continua ad indignarsi, a rigurgitare rabbie “sicilianiste”. Noi di TerraeLiberAzione, da trentanni, siamo intransigenti nel considerare il “sicilianismo” una forma di polmonite di una sana Sicilianità: sana e capace di alzare uno sguardo critico e solidale sulle cose della Vita e del Mondo. Questo provincialismo, in questa “Sicilia peggio di Portorico”, non serve al Cammino di Liberazione del Popolo Siciliano. Che i morti seppelliscano i propri morti.

LE ILLUSIONI ELETTORALI SONO UN VELENO MORTALE!.
SERVE UN “SINDACATO DEL POPOLO SICILIANO”, NON L’ENNESIMO PARTITINO SICILIANISTA, CONDANNATO A PERCENTUALI DA PREFISSO TELEFONICO!
IL TEMPO E’ UN DONO PREZIOSO, SPRECARLO E’ UN PECCATO MORTALE!.
CHI VUOLE FOTTERE IN QUESTO TEATRINO COLONIALE LO FACCIA PURE: MA NON CON LA NOSTRA MINKIA!

L’ULTIMA E’ DI IERI SERA: BEPPE GRILLO -CON “MILLE CITTADINI”- SBARCHERA’ A MARSALA PER LIBERARE LA SICILIA! (LANCERANNO COSI’ LA CANDIDATURA GARIBALDESCA DI CANCELLIERI ALLA PRESIDENZA DELLA REGIONE FALLITA?).

“LA STORIA SI RIPETE SEMPRE DUE VOLTE: LA PRIMA COME TRAGEDIA, LA SECONDA COME FARSA” (KARL MARX)

SICILIA INDIPENDENTE E SMILITARIZZATA! – FORA ‘TALIANI E MIRIKANI!

@TERRAELIBERAZIONE (MDM)

CASTELLO FEDERICO CT

LA REGIONE PARASSITARIA E’ UN ENTE COLONIALE DELLA BORGHESIA COLONIALE DI UNO STATO COLONIALISTA.

LA REGIONE PARASSITARIA E’ UNA CENTRALE DI SPESA SENZA SOLDI DA SPENDERE.-

MA COSA C’ENTRIAMO NOI?

METTERE IN SICUREZZA LA SANITA’ (FONDAZIONE PUBBLICA “SALUS SICULORUM”!) CHE CI PAGHIAMO GIA’ DA SOLI E SOLDI AVANZANO!.
IL RESTO -COI LORO BUROCRATI PENSIONATI A 350.000 EURO ALL’ANNO- SU PONU TENIRI!

IL NEMICO E’ A CASA NOSTRA!

E’ LA REGIONE COLONIALE DI UNO STATO COLONIALISTA.

PER APPROFONDIRE LEGGI

LA “DICHIARAZIONE DI NISCEMI”

1946- 15 MAGGIO – 2016

Leggi TerraeLiberAzione Entra

MUOS BERTUCCI 1

 DEPOSITATA LA STORICA SENTENZA DEL CGA. IL MUOS FA BENE ALLA SALUTE.

UNA SENTENZA PRO-MUOS “DEFINITIVA” (MA LA BASE RESTA ABUSIVA, SOLO CHE FA BENE ALLA SALUTE!). IL SUICIDIO DEL CGA E DELLA REGIONE FALLITA, ESITO INEVITABILE DELL’AUTONOMIA VIGILATA (DA ROMA E DA WASHINGTON).

6/5/2016. DEPOSITATA LA SENTENZA DEFINITIVA DEL C.G.A. FAVOREVOLE AL MINISTERO DELLA DIFESA.

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

Il CONSIGLIO DI GIUSTIZIA AMMINISTRATIVA PER LA REGIONE SICILIANA

in sede giurisdizionale

ha pronunciato la presente

SENTENZA

sul ricorso numero di registro generale 379 del 2015, proposto dal Ministero della Difesa, rappresentato e difeso per legge dall’Avvocatura Distrettuale dello Stato, con la quale è domiciliato in Palermo, Via De Gasperi 81;

contro

Presidenza della Regione Siciliana, Giunta Regionale Siciliana, Assessorato Regionale Territorio ed Ambiente, Azienda Regionale Protezione Ambiente – Arpa Sicilia, Assessorato Regionale Agricoltura,Sviluppo Rurale e Pesca Mediterranea, Dipartimento Regionale Sviluppo Rurale e Territoriale presso l’Assessorato (già Azienda Foreste Demaniali), Assessorato Regionale Agricoltura, Sviluppo Rurale e Pesca Mediterranea;
Concetta Gualato in proprio e nella qualità di presidente del Comitato “Mamme No Muos”, Gioele Cannore, in proprio e nella qualità di legale rappresentante della “Associazione Movimento No Muos Sicilia”, Sabrina D’Amanti, Comune di Acate, Comune di Mirabella Imbaccari, Associazione Consumatori Cittadini Europei;
Comune di Niscemi, rappresentato e difeso dall’avv. Edoardo Nigra, con domicilio eletto presso Daniela Macaluso in Palermo, Via G. Ventura 1;
Associazione Legambiente Comitato Regionale Siciliano, rappresentato e difeso dagli avv. V.Corrado Giuliano, Daniela Ciancimino, Antonella Bonanno, Marilena Del Vecchio, Nicola Giudice, con domicilio eletto presso Nicola Giudice in Palermo, V. M. D’Azeglio 27/C; Associazione Movimento No Muos Sicilia, Giuseppe Maida, Rosario Buccheri, rappresentati e difesi dagli avv. Rossella Zizza, Claudia Virgadavola, con domicilio eletto presso l’avv. Nicola Giudice in Palermo, V. M. D’Azeglio N. 27/C;
Filippo Arena, Muscia Fida Santa, Elvira Cusa, Sandro Rinnone, Antonio Rinnone, Livio Cannizzo, rappresentati e difesi dagli avv. Nicola Giudice, Sebastiano Papandrea, Paola Ottaviano, con domicilio eletto presso l’avv. Nicola Giudice in Palermo, V. M. D’Azeglio N. 27/C;
Salvatore Terranova, Francesco Di Dio Cafiso, Giuliana Reale, Giandomenico Militello, Desireè Ristagno, Alessandro Vacirca, rappresentati e difesi dagli avv. Nicola Giudice, Paola Ottaviano, Sebastiano Papandrea, con domicilio eletto presso l’avv. Nicola Giudice in Palermo, V. M. D’Azeglio N. 27/C;
Ottaviano Evola in proprio e nella qualità di legale rappresentante della “Associazione Movimento No Muos Sicilia”, rappresentato e difeso dall’avv. Claudia Virgadavola, con domicilio eletto presso l’avv. Nicola Giudice in Palermo, V. M. D’Azeglio N. 27/C;
Gugliemo Panebianco, rappresentato e difeso dall’avv. Rossella Zizza, con domicilio eletto presso Roberto De Petro in Palermo, Via Villa Sperlinga 13;
Comune di Vittoria, rappresentato e difeso dall’avv. Angela Bruno, con domicilio eletto presso Michele Costa in Palermo, Via Dante 166;
Comune di Ragusa, rappresentato e difeso dagli avv. Sergio Boncoraglio, Carmelo Giurdanella, con domicilio eletto presso il medesimo legale in Palermo, Via Notarbartolo 5;
Comune di Modica, rappresentato e difeso dagli avv. Sebastiano Papandrea e Nicola Giudice, con domicilio eletto presso l’avv. Nicola Giudice in Palermo, V. M. D’Azeglio 27/C;
Comune di Gela, rappresentato e difeso dall’avv. Dionisio Nastasi, con domicilio eletto presso il Consiglio di Giustizia Amministrativa in Palermo, Via F. Cordova 76;
Associazione Italiana per il World Wide Fund For Nature – Onlus, rappresentato e difeso dagli avv. Nicola Giudice e Corrado V. Giuliano, con domicilio eletto presso il primo in Palermo, V. M. D’Azeglio 27/C;

per la riforma

della sentenza del T.A.R. SICILIA – PALERMO, Sez. I, n. 461/2015, resa tra le parti, concernente autorizzazione installazione sistema di comunicazione satellitare M.U.O.S..

Visti il ricorso in appello e i relativi allegati;

Visti gli atti di costituzione in giudizio del Comune di Niscemi, dell’Associazione Legambiente -Comitato Regionale Siciliano, dell’Associazione Movimento No Muos Sicilia, di Filippo Arena, Salvatore Terranova, Muscia Fida Santa, Francesco Di Dio Cafiso, Elvira Cusa, Giuliana Reale, Sandro Rinnone, Giandomenico Militello, Antonio Rinnone, Desireè Ristagno, Livio Cannizzo, Alessandro Vacirca, di Ottaviano Evola, in proprio e nella qualità di legale rappresentante della Associazione Movimento No Muos Sicilia, di Gugliemo Panebianco, dei Comuni di Vittoria, Ragusa, Modica e Gela, dell’Associazione Italiana Per il World Wide Fund For Nature – Onlus, di Giuseppe Maida e di Rosario Buccheri;

Visti gli appelli incidentali;

Viste le memorie difensive;

Visti tutti gli atti della causa;

Vista, in particolare, la sentenza parziale n. 581/2015 emessa da questo Consiglio;

Visti gli atti della verificazione disposta da tale pronuncia;

Relatore nell’udienza pubblica del giorno 14 aprile 2016 il Cons. Nicola Gaviano e uditi per le parti l’avv. dello Stato Pollara e gli avv. C. Virgadavola, E. Nigra, A. Bonanno, N. Giudice anche su delega di A Bruno e D. Nastasi, S. Papandrea, P. Ottaviano e C. Giurdanella anche su delega di S. Boncoraglio;

Ritenuto e considerato in fatto e diritto quanto segue.

FATTO e DIRITTO

Nell’ambito di questo giudizio il Consiglio ha già pronunciato la sentenza parziale n. 581 del 3 settembre 2015, con la quale la gran parte delle problematiche oggetto di causa ha trovato definizione.

Di tale pronuncia va subito ripresa, anche per comodità espositiva, la parte narrativa, che occupa i suoi paragrr. 4-14, per ricordare i termini essenziali della vicenda amministrativa sub judice e del relativo giudizio di primo grado.

“ 4. – La sentenza impugnata contiene una approfondita narrativa dei fatti della causa e un’analitica descrizione del materiale cognitorio e decisorio cristallizzatosi in primo grado. Per intuibili esigenze di sinteticità, dunque, il Collegio ritiene di poter rinviare a detta pronuncia per la ricostruzione della vicenda dedotta in contenzioso e per l’individuazione delle questioni controverse. Tanto precisato, ai fini della presente decisione, è sufficiente ripercorrere a grandi linee i principali fatti del complesso procedimento sul quale si è innestata la lite e riferire succintamente del ragionamento giuridico che sorregge la sentenza gravata.

5. – In sintesi, il giudizio ha ad oggetto una lunga vicenda procedimentale, riguardante l’autorizzazione all’installazione del sistema di comunicazione satellitare Muos (acronimo di Mobile User Objective System) che prevede la realizzazione di quattro satelliti e di quattro stazioni terrestri localizzate, rispettivamente, nel sud ovest dell’Australia, nelle Hawaii, in Virginia e, per l’appunto, in Sicilia, nella stazione radio di Niscemi. A Niscemi è stata prevista la realizzazione, con fondi degli Stati Uniti, di tre antenne paraboliche (trasmittenti su banda Ka, ciascuna con diametro di 18,4 metri e altezza di 25 metri circa, poggianti su basi alte m. 6 e di mq. 112,14), due antenne elicoidali ad altissima frequenza (UHF), tre fabbricati, un serbatoio idrico, una vasca di contenimento quale serbatoio di gasolio, una strada di accesso, marciapiedi, vari impianti di supporto (illuminazione, video sorveglianza ed allarme, ecc). Tale sito ricade: 1) all’interno della zona B (dal 30 dicembre 2009 divenuta zona A), della riserva naturale orientata (RNO) denominata “Sughereta di Niscemi”, istituita con D.A. n. 475 del 25 luglio 1997 ed affidata in gestione all’Azienda foreste demaniali della Regione siciliana; 2) in area sottoposta a vincolo paesaggistico ai sensi dell’art. 142, comma 1, lett. f) e g), del D.Lgs. n. 42/2004); 3) nell’ambito della rete ecologica “Natura 2000”, all’interno del sito di importanza comunitaria (SIC) ITA050007, istituito ai sensi delle Direttive europee 92/43/CEE e 79/409/CEE.

6. – Del procedimento volto all’autorizzazione dell’installazione del sistema Muos vanno riferiti i seguenti passaggi essenziali:

– il Comune di Niscemi – dopo aver espresso un parere favorevole (in data 9 settembre 2008) all’esecuzione degli interventi (fatte salve alcune prescrizioni) e dopo aver prestato il proprio assenso nell’ambito della conferenza dei servizi (tenuta in pari data) indetta per il rilascio del nulla osta prescritto per la realizzazione di opere all’interno della riserva naturale – sollecitò una verifica dell’Agenzia regionale per la protezione dell’ambiente (Arpa) sulle emissioni elettromagnetiche incidenti sulle case di abitazione più prossime alla stazione radio e poi, il 23 febbraio 2009, avviò un procedimento di riesame del nulla osta rilasciato ai sensi dell’art. 5 del D.P.R. n. 357/1997 e, ancora, il 22 ottobre 2009, dispose l’avvio del procedimento di revoca in autotutela del nulla osta rilasciato il 9 settembre 2008, ritenendo indispensabile l’effettuazione di una nuova valutazione di incidenza; quest’ultimo procedimento si concluse con la determinazione dirigenziale n. 45 del 19-20 novembre 2009 recante l’annullamento in autotutela del nulla osta rilasciato il 9 settembre 2008;

– a questo punto, con atto dell’1 giugno 2011, prot. n. 36783, l’Arta – Servizio 1 VAS – VIA, richiamati la relazione tecnica dei professionisti incaricati dal Comune di Niscemi, i dati dell’Arpa, il parere del Dipartimento di ingegneria elettrica, il parere del Consiglio regionale per la protezione naturale (CRPPN) dell’11 maggio 2011, espresse in via sostitutiva, ai sensi della L.R. n. 13/2007, parere favorevole, con prescrizioni, sulla valutazione d’incidenza ambientale relativa al progetto ai sensi dell’art. 5 del D.P.R. n. 357/1997 e con provvedimento, prot. n. 43182, del 28 giugno 2011, l’Assessorato – Servizio 4 – PPN autorizzò, ai sensi della L.R. n. 98/1981, l’esecuzione del progetto, con prescrizioni.

7. – Quest’ultimo provvedimento fu impugnato dal Comune di Niscemi, avanti al T.a.r. per la Sicilia, sede di Palermo, con il ricorso n.r.g. 1864/2009, notificato il 5 settembre 2011 e dichiarato improcedibile con la pronuncia impugnata.

8. – Successivamente, con delibera n. 61 del 5 febbraio 2013 la Giunta regionale, “considerato che l’Assessorato regionale per il territorio e l’ambiente rappresenta che ad oggi mancano indagini preliminari circa le interferenze del MUOS rispetto alla navigazione area diretta o in partenza dall’aeroporto di Comiso, nonché studi in materia di tutela della salute dalle esposizioni elettromagnetiche e di tutela ambientale delle aree SIC”, diede mandato all’Arta e al dirigente generale del Dipartimento regionale dell’ambiente (D.R.A.) di avviare immediatamente il procedimento per la revoca dei provvedimenti autorizzatori, prot. n. 36783, dell’1 giugno 2011 e prot. n. 43182, del 28 giugno 2011. Sicché, avviato il procedimento, questo si concluse con le seguenti note dell’Arta: a) la n. 15513 del 29 marzo 2013, con cui – richiamato il contenuto della deliberazione della Giunta regionale n. 61/2013 – il dirigente generale del D.R.A., invocando il principio di precauzione, revocò l’autorizzazione ex art. 5 del D.P.R. n. 357/1995, rilasciata con nota n. 36783 dell’1 giugno 2011; b) la n. 15532 del 29 marzo 2013, con cui il dirigente generale del D.R.A., ancora invocando il principio di precauzione, revocò l’autorizzazione all’installazione del sistema Muos, rilasciata con nota n. 43192 del 28 giugno 2011.

9. – Tali atti della Regione furono impugnati dal Ministero della difesa, con i ricorsi n.r.g. 808/2013 e 950/2013, di contenuto pressoché identico, respinti entrambi con la sentenza impugnata.

10. – Infine, con provvedimento dirigenziale del 24 luglio 2013 prot. n. 32513 – premesso che in data 3 maggio 2013 erano stati autorizzati interventi di manutenzione e messa in sicurezza degli impianti e che in data 19 luglio 2013 era stato trasmesso uno studio dell’Istituto superiore di sanità (ISS) dal quale poteva desumersi l’inesistenza di rischi rilevanti e che, consequenzialmente, non sussistessero più i presupposti per l’applicazione del principio di precauzione – il dirigente generale dell’Arta revocò i provvedimenti in autotutela (c.d. “revoca delle revoche”).

11. – Contro quest’ultimo atto si diressero i ricorsi proposti da Legambiente e da No Muos, impugnative accolte con la sentenza gravata, da cui il consequenziale annullamento della revoca delle revoche.

12. – Per una migliore intelligenza del contenuto e del finalismo dell’appello interposto dal Ministero della difesa, giova ripercorrere velocemente lo svolgimento del primo grado del giudizio e il ragionamento decisorio sviluppato dal T.a.r.

13. – Con riguardo allo svolgimento del processo merita dar conto delle seguenti circostanze:

– con ordinanza del 21 dicembre 2012, n. 2713, il T.a.r. dispose una verificazione, individuando quale verificatore il Preside della Facoltà d’ingegneria dell’Università di Roma “La Sapienza” (con facoltà di delega, poi esercitata nei confronti del Prof. Marcello D’Amore), al quale formulò i seguenti quesiti:

“1) qual è l’effettiva consistenza e quali sono gli effetti delle emissioni elettromagnetiche generate dall’impianto MUOS e dagli impianti di radiotrasmissione già esistenti presso la stazione radio di Niscemi?

2) tali emissioni sono conformi alla normativa nazionale e regionale in materia di tutela dalle esposizioni elettromagnetiche e di tutela ambientale delle aree SIC, nonché a quella antisismica?”;

– in data 27 giugno 2013 il verificatore depositò la relazione, concludendo per l’incompletezza tanto dell’indagine di conformità del sito (con finalità di approvazione per gli effetti ambientali elettromagnetici del sistema Muos), proveniente dalla Space and Naval Warfare System Center e riportata nello studio di incidenza ambientale dell’aprile 2008, quanto di quella svolta dall’Arpa;

– a seguito di ciò la Presidenza della Regione siciliana avviò una procedura di revoca delle due autorizzazioni impugnate;

– contro gli atti regionali di revoca, poi adottati, il Ministero della difesa, come sopra riferito, propose un ricorso affidato ai seguenti motivi: la deliberazione n. 61/2013 avrebbe violato le competenze attribuite alla Giunta regionale, giacché esorbitante rispetto al potere di indirizzo generale politico-amministrativo dell’Organo di Governo; del pari illegittimi sarebbero stati anche i provvedimenti dell’Arta, in quanto, benché asseritamente finalizzati alla tutela del traffico aeroportuale di Comiso e della salute della popolazione di Niscemi, sarebbero stati adottati dal dirigente generale dell’Arta, privo di competenze in materia di traffico aereo e di salute pubblica; la deliberazione sarebbe stata comunque illegittima perché avrebbe ignorato l’esistenza di studi di segno positivo sulla salute e sull’ambiente e la permanente chiusura dell’aeroporto di Comiso, dopo il viaggio inaugurale, né avrebbe dato contezza dell’interesse pubblico concreto e attuale perseguito; la Giunta avrebbe conferito mandato congiunto all’Assessore e al dirigente generale per la revoca, ma poi i provvedimenti sarebbero stati adottati dal solo dirigente, in violazione dell’incarico congiunto; la nota dell’Arta n. 36783 dell’1 giugno 2011 sarebbe stata adottata in sostituzione del Comune di Niscemi e, quindi, il provvedimento di ritiro avrebbe dovuto essere adottato dal soggetto istituzionalmente competente a provvedere, appunto il Comune; tutte le motivazioni riferite nella predetta nota sarebbero in realtà insussistenti (stante l’asserita inattività dell’aeroporto e considerata l’esistenza di numerosi studi tutti positivi in materia di tutela della salute, nonché il riferimento del tutto generico ai motivi di interesse pubblico); per tutte le note dell’Arta il Ministero sostanzialmente denunciò altresì la carenza di motivazione;

– in tutti e cinque i procedimenti furono spiegati numerosi interventi sia da parte di soggetti privati, che da parte di enti locali che ancora per conto di organizzazioni che, a vario titolo, assunsero di avere interesse;

– il Tribunale chiese poi al verificatore, Prof. D’Amore, di esprimere le proprie compiute deduzioni sullo studio dell’ISS richiamato nella nota prot. n. 32513/13 (oggetto degli ultimi due ricorsi);

– il verificatore depositò una relazione integrativa in data 12 settembre 2014.

14. – In ordine all’articolato impianto motivazionale della sentenza, occorre riferire, in estrema sintesi, che i cinque snodi fondamentali dell’iter decisorio percorso dal Tribunale possono essere così ricostruiti in ordine di successione logica:

a) dopo aver riunito i cinque ricorsi proposti in primo grado, in ragione della loro stretta e reciproca connessione e afferendo tutti a una medesima vicenda procedimentale, il T.a.r. ha ritenuto di dover principiare lo scrutinio del materiale cognitorio e decisorio dalle due impugnative, sorrette da censure tra loro sovrapponibili, dirette contro il provvedimento del 24 luglio 2013, prot. n. 32513 (id est la revoca delle revoche), in quanto unico atto all’epoca produttivo di effetti e perché non impugnato dal Comune di Niscemi (ossia il Tribunale ha esaminato, per primi, i ricorsi n. 1825/2013 R.G. e n. 2397/2013 R.G., rispettivamente proposti dalla Legambiente e dal No Muos);

c) una volta riconosciuta la legittimazione ad agire della Legambiente e del No Muos, il Tribunale ha giudicato fondati i due ricorsi; più in dettaglio, il T.a.r. ha ritenuto che tale illegittimità discendesse da tre distinte cause, rispettivamente correlate alla qualificazione degli atti “revocati” risalenti al marzo 2003 (v., subito infra, c.1.), nonché a una duplice carenza istruttoria (v., infra, c.2. e c.3);

c.1) (illegittimità conseguente alla qualificazione degli atti ritirati) il Tribunale ha difatti ritenuto fondata la doglianza con la quale la Legambiente e il No Muos avevano dedotto che le revoche del 29 marzo 2013, prot. n. 15513, e prot. n. 15532, fossero da qualificare più esattamente come annullamenti d’ufficio e, quindi, con effetto ex tunc, con la conseguenza che i lavori medio tempore eseguiti si sarebbero dovuti considerarsi abusivi, perché privi ab origine di titolo legittimante; la revoca del 24 luglio 2013 (c.d. revoca delle revoche) sarebbe stata, invece, tale, avendo essa tenuto conto di un dato sopravvenuto, ossia della relazione dell’ISS (Istituto superiore di sanità) e, quindi, essa – avendo efficacia ex nunc – non avrebbe spiegato alcun effetto ripristinatorio, con la conseguenza che si sarebbero dovuti nuovamente acquisire i prescritti nulla osta e pareri; in sostanza, secondo l’avviso espresso dal T.a.r., l’amministrazione regionale non avrebbe potuto adottare una revoca senza aver disposto, prima, la riedizione del relativo procedimento implicante la nuova acquisizione dell’autorizzazione paesaggistica (in quanto quella resa nel 2008 era da reputarsi irrimediabilmente scaduta non potendosi fare applicazione, per varie ragioni, dell’art. 39 del D.L. n. 69/2013) e anche del nulla osta dell’Azienda regionale delle foreste demaniali (poiché quello rilasciato il 10 aprile 2008, prot. n. 2610, era del pari da considerarsi scaduto giacché avente validità annuale); in altri termini, la revoca delle revoche non avrebbe potuto far salve le autorizzazioni rilasciate nel 2011 e definitivamente eliminate dal mondo giuridico; più in particolare, gli atti del 29 marzo 2013, attinti dalla revoca del 24 luglio 2013, sarebbero stati, in realtà, degli annullamenti d’ufficio (con esclusione, peraltro, della necessità di prevedere un indennizzo a favore dei soggetti direttamente interessati dai provvedimenti di primo grado), in quanto, in disparte il (non determinante) nomen iuris utilizzato, i due atti riprendevano il contenuto della delibera di Giunta n. 61/2013 e si fondavano, quindi, sulla mancanza di indagini preliminari circa le interferenze del Muos rispetto alla navigazione aerea relativa all’aeroporto di Comiso e di studi in materia di tutela della salute dalle esposizioni elettromagnetiche e di tutela ambientale, e invocavano poi il principio comunitario di precauzione; sennonché tali valutazioni non si basavano su alcun fatto né su alcuna valutazione di interessi sopravvenuti tra la data di rilascio delle autorizzazioni e l’intervento in autotutela, ma ribadivano unicamente una carenza originaria di tipo procedimentale, ossia un radicale vizio di legittimità dell’originario provvedimento, sub specie del difetto d’istruttoria (e non già una nuova valutazione dell’interesse pubblico); sicché detti atti avrebbero avuto efficacia retroattiva ex tunc;

c.2) (illegittimità dovuta alla prima carenza istruttoria) posto che le autorizzazioni del 2011 erano state propriamente annullate ex tunc per mancanza di studi inerenti, non soltanto alla salute, ma anche all’ambiente e al traffico, l’amministrazione, una volta optato per un nuovo e contrario intervento in autotutela, avrebbe dovuto integrare l’istruttoria su tutti e tre i riferiti profili, rinnovando la valutazione di incidenza e l’indizione della conferenza dei servizi, atteso che non sarebbe stato possibile ritenere sufficiente e determinante l’acquisizione di un solo parere scientifico reso ab externo del procedimento da un organismo tecnico di promanazione ministeriale;

c.3) (illegittimità discendente da una seconda carenza istruttoria) in ogni caso detto studio dell’ISS non era attendibile né adeguato, dal momento che in esso non si dava conto della posizione contraria espressa dai componenti designati dalla Regione siciliana e tenuto anche conto della circostanza che il verificatore nominato dal Tribunale aveva ritenuto che le osservazioni critiche dei predetti esperti fossero condivisibili e che l’ISS si fosse basato su procedure di calcolo semplificate, non in grado di fornire indicazioni accettabili nell’ottica del “caso peggiore”, e che, quindi, fossero necessari ulteriori approfondimenti; né, del resto, si sarebbe potuta considerare la motivazione postuma di cui alle osservazioni fatte pervenire dalla difesa erariale in data 14 e 15 ottobre 2014 (controdeduzioni dell’Ispra, dell’ISS e dell’Enav, depositate nei ricorsi promossi dal Ministero), poiché estranee al procedimento nell’ambito del quale, invece, tutte le indagini avrebbero dovuto eventualmente essere condotte:

d.) i due ricorsi proposti dal Ministero della difesa (n. 808/2013 e n. 950/2013), diretti contro le “revoche” (annullamenti) regionali, erano invece da respingere perché:

– erano infondati i motivi coi quali il Ministero aveva denunciato l’incompetenza della Regione (trattandosi, invero, di atti in autotutela essi erano stati correttamente posti in essere dalla stessa autorità che aveva adottato i provvedimenti ritirati);

– sussisteva in ogni caso la rilevata carenza istruttoria dovuta alla mancanza d’indagini preliminari circa le eventuali interferenze del Muos sulla navigazione aerea in partenza dall’aeroporto di Comiso (il quale non rimase chiuso dopo l’inaugurazione, come invece aveva asserito il Ministero), siccome confermato dai pareri resi dall’Enav (nei quali si individuano procedure strumentali di volo potenzialmente interessate dal fascio Muos) e dal verificatore nella propria relazione, richiamando anche quanto dichiarato proprio dal dott. Bufo dell’Enav nel corso della seduta del 5 febbraio 2013;

– tale circostanza rendeva superfluo qualunque ulteriore approfondimento sui motivi di interesse pubblico all’annullamento in autotutela;

– era pure irrilevante il richiamo ai “motivi imperativi di rilevante interesse pubblico” di cui al comma 9 dell’art. 5 del D.P.R. n. 357/1997, che avrebbero giustificato la realizzazione dell’opera posto che di detta speciale disposizione non risultava essersi fatta applicazione nel corso del procedimento di valutazione di incidenza;

e) infine del ricorso promosso dal Comune di Niscemi avverso i due atti autorizzativi del 2011 doveva esser dichiarata l’improcedibilità per omessa impugnativa del provvedimento del 24 luglio 2013; peraltro, l’annullamento in via giurisdizionale di quest’ultimo atto e il rigetto delle impugnative promosse dal Ministero della difesa, sortendo l’effetto di conservare gli interventi in autotutela del 29 marzo 2013, privavano comunque il Comune di qualunque interesse alla coltivazione del proprio ricorso.”

Orbene, avverso la sentenza del T.A.R. n. 461/2015, i cui contenuti sono stati appena ricordati, è insorto con appello principale il Ministero della Difesa.

Sono stati proposti inoltre appelli incidentali da parte del Comune di Niscemi e di Legambiente (gravami i cui contenuti sono stati descritti nei paragrr. 16 e 17 della sentenza parziale del C.G.A. n. 581/2015).

Si sono costituiti in giudizio, altresì, i Comuni di Vittoria, Ragusa, Modica e Gela, l’associazione Movimento No MUOS, nonché le ulteriori associazioni e i cittadini elencati in epigrafe.

Occorre ora sinteticamente ricordare quanto questo Consiglio ha già deciso con la propria citata sentenza non definitiva n. 581/2015, per identificare gli aspetti che rimangono da definire.

Con tale sentenza il Consiglio, in primo luogo:

– ha respinto le eccezioni che erano state sollevate in primo grado dal Comune di Niscemi, e da questo riproposte con il suo appello incidentale, nel senso dell’inammissibilità, irricevibilità e improcedibilità dei due ricorsi proposti dinanzi al T.A.R. dal Ministero della Difesa (paragrr. 19-20);

– ha confermato, con riferimento all’atto regionale recante la c.d. revoca delle revoche, l’approdo del primo Giudice circa l’illegittimità di tale provvedimento, e quindi la necessità del suo annullamento, sia pure attraverso un iter logico diverso da quello seguito dal Tribunale (paragr. 22);

– in tale contesto ha confermato, segnatamente, la valutazione del T.A.R. che gli atti di autotutela formanti oggetto della suddetta “revoca delle revoche” avevano natura giuridica di atti di annullamento (paragr. 22);

– in accoglimento dell’appello ministeriale, invece, ha riformato la sentenza di primo grado nei contenuti di cui al suo par. 2.2, osservando che l’autorizzazione paesaggistica non era scaduta il 17 giugno 2013, bensì aveva beneficiato del regime di prolungata efficacia introdotto dall’art. 39 del d.l. n. 69/2013;

– sempre in accoglimento dell’appello ministeriale, il Consiglio ha riformato la sentenza di primo grado anche nella parte in cui il T.A.R. aveva accertato l’intervenuta scadenza del nulla osta rilasciato dall’Azienda regionale Foreste demaniali il 10 aprile 2008 (paragr. 25);

– ha disatteso per manifesta infondatezza le due questioni di legittimità costituzionale sollevate nell’appello incidentale di Legambiente con riferimento all’art. 146, comma 4, del d.lgs. n. 42 del 2004, nonché circa la pretesa contrarietà degli accordi internazionali conclusi tra il Ministero della Difesa e il Dipartimento della Difesa degli U.S.A. rispetto agli artt. 80, 87 e 11 della Costituzione (paragrr. 26 e 34-35);

– ha confermato l’illegittimità della c.d. revoca delle revoche, e quindi il suo annullamento, in particolare, sotto il profilo che tale atto si era occupato della sola problematica della salute umana trascurando le altre questioni che erano state sollevate, quali la sicurezza del traffico aereo e l’ambiente (paragr. 27);

– in accoglimento dell’appello ministeriale sotto altro profilo, ha riformato la sentenza di primo grado anche nella parte in cui questa aveva giudicato validi gli atti di autotutela del 2013, che sono stati invece giudicati illegittimi sotto più profili (paragrr. 28-31);

– il Consiglio ha dato infine atto che “per effetto delle superiori statuizioni”, a seguito della necessaria caducazione tanto della c.d. revoca delle revoche quanto degli atti di autotutela che ne avevano formato oggetto, il contenzioso in esame regrediva all’esame del solo originario ricorso proposto dal Comune di Niscemi (paragr. 32: “A questo punto il Collegio osserva che, una volta rimossi in via giurisdizionale sia la revoca delle revoche sia gli annullamenti d’ufficio (poi ritirati), l’esame della controversia inevitabilmente regredisce allo scrutinio dei motivi dedotti dal Comune di Niscemi con il ricorso n.r.g. 1864/2011”).

Questo Consiglio, una volta ridefinito nei termini esposti l’ambito del giudizio residuo, sempre con l’anzidetta sentenza parziale:

– ha ricordato i motivi d’impugnazione formulati a suo tempo dal Comune di Niscemi mediante il ricorso n. 1864/2011 R.G. e riproposti in appello (paragr. 33);

– ha respinto, dei relativi quattro motivi di gravame, il terzo, il quarto, e la seconda parte del secondo (paragrr. 36-37);

– ai fini della decisione sui motivi restanti, ossia il primo e la prima parte del secondo, ha disposto infine una verificazione, formulando i seguenti quesiti:

– “Accerti il collegio dei verificatori:

1) quale sia l’effettiva consistenza e quali siano gli effetti, anche sulla salute umana, delle emissioni elettromagnetiche generate dall’impianto Muos, quando funzionante, considerato sia isolatamente sia in cumulo con gli impianti di radiotrasmissione già esistenti e ricadenti all’interno del territorio siciliano potenzialmente suscettibile di essere investito dalle emissioni prodotte dal suddetto impianto;

2) se tali emissioni siano conformi, o no, alla normativa (sovranazionale, nazionale e regionale) in materia di tutela dalle esposizioni elettromagnetiche, di tutela ambientale delle aree SIC e di prevenzione antisismica;

3) se le emissioni elettromagnetiche dell’impianto Muos possano mettere in pericolo, tenendo conto anche della possibilità di un errore di puntamento delle antenne, la sicurezza del traffico aereo civile.

I verificatori incaricati dell’incombente hanno depositato una (prima) relazione il 29 gennaio 2016.

Di lì a poco, peraltro, il Consiglio, con ordinanza n. 59 del 26 febbraio 2016, ha disposto il completamento delle operazioni di verificazione mediante l’effettuazione delle necessarie misurazioni in sito con l’impianto in funzione.

I verificatori hanno quindi depositato una relazione integrativa il 24 marzo 2016.

Nelle frattempo, le parti costituite hanno ripreso e ulteriormente approfondito le loro rispettive tesi con l’ausilio di molteplici scritti difensivi.

Alla pubblica udienza del 14 aprile 2016 la causa è stata trattenuta definitivamente in decisione.

IN RITO

Ia Si desume da quanto è stato fin qui esposto anche in ordine alle decisioni già assunte con la sentenza parziale n. 581/2015, nonché dai principi processuali, che il Collegio non può prendere in esame in questa sede censure ulteriori rispetto a quelle dedotte nel ricorso del Comune di Niscemi n. R.G. 1864/2011 e riproposte in appello (non a caso, le sole indicate dalla sentenza parziale quali doglianze che residuavano).

Non possono pertanto essere presi in considerazione rilievi addizionali nemmeno di altre parti costituite: e questo anche ove, come nel caso di Legambiente, a suo tempo sollevati mediante atto d’intervento spiegato nell’ambito del medesimo giudizio n. 1864/2011, e indi riproposti in questa sede mediante appello incidentale (è il caso, ad es., della questione della violazione del limite di edificabilità di cui al regolamento della Riserva Naturale “Sughereta di Niscemi”, questione dall’associazione ripresa sino alla memoria autorizzata del 9 aprile 2016).

Tanto per la fondamentale ragione che, per pacifica quanto notoria giurisprudenza, dalle facoltà dell’interventoread adiuvandum esula quella di modificare il thema decidendum proprio del giudizio nel quale viene spiegato il suo intervento.

Deve invero ricordarsi, in primo luogo, che nel giudizio amministrativo è di norma inammissibile l’intervento adesivo spiegato in primo grado da parte di un soggetto legittimato alla proposizione di un ricorso autonomo, e come tale esperito in contrasto con la regola che l’intervento ad adiuvandum può essere proposto, nel processo amministrativo, solo dal titolare di una posizione collegata o dipendente da quella del ricorrente in via principale, e non anche dal portatore di un interesse che lo abilitava a ricorrere in via principale (C.d.S., IV, 12 giugno 2013, n. 3252; V, 8 marzo 2011, n. 1445).

E infatti sia nella previgente disciplina, sia secondo il disposto dell’art. 28, comma 2, C.P.A., l’intervento nel processo amministrativo non è litisconsortile autonomo, bensì adesivo dipendente, ossia a sostegno delle ragioni altrui, ed è consentito a condizione che il soggetto, se legittimato, non sia decaduto dal diritto di impugnare il provvedimento: sarebbe quindi inammissibile l’intervento ad opera del soggetto che sia comunque legittimato a proporre direttamente ricorso in via principale avverso il medesimo atto impugnato da terzi nel processo in cui ritiene di intervenire, eludendosi altrimenti il rispetto dei termini decadenziali imposti dalla legge (C.d.S., IV, 29 febbraio 2016, n. 853; analogamente, nel senso che l’intervento adesivo autonomo o litisconsortile, traducendosi, diversamente dall’intervento adesivo dipendente, nella proposizione di un vero e proprio ricorso, dovrebbe indefettibilmente essere spiegato nel termine di decadenza previsto per impugnare in via autonoma lo stesso provvedimento, si veda C.d.S., VI, 25 marzo 2011, n. 1843).

Una volta acquisito, dunque, il punto fermo che l’intervento tipicamente consentito nel processo amministrativo è quello di natura adesivo-dipendente, fatto valere dai soggetti titolari di un interesse giuridicamente rilevante ma solo riflesso rispetto a quello azionato in via di principalità, e non direttamente coinvolto dall’atto impugnato dal ricorrente, si comprende come l’interventore adadiuvandum, in ragione di tale propria posizione, non sia legittimato a proporre domande nuove rispetto a quelle fatte valere dal ricorrente, dovendo invece limitarsi ad aderire a quest’ultimo (C.d.S., V, 31 marzo 2015, n. 1687).

All’interveniente ad adiuvandum è invero precluso di modificare o ampliare il thema decidendum rappresentato dai motivi di ricorso formulati avverso i provvedimenti impugnati (C.d.S., VI, 31 gennaio 2011, n. 698); e, analogamente, nel processo amministrativo d’appello è precluso all’interveniente ad adiuvandum di modificare o ampliare il thema decidendum definito mediante i motivi dedotti avverso la sentenza impugnata (C.d.S., V, 20 aprile 2012, n. 2325).

Dal carattere dipendente dell’intervento ad adiuvandum deriva, infatti, che l’interveniente, come non può ampliare il thema decidendum, così non è legittimato a impugnare la sentenza che definisce il giudizio, se non per ragioni attinenti all’ammissibilità dell’intervento e alla condanna delle spese (C.d.S., IV, 10 luglio 1996, n. 835).

Richiamati questi principi, in relazione alla fattispecie concreta va sottolineato che, mentre il ricorso del Comune di Niscemi è stato proposto nel mese di settembre del 2011, gli interventi adadiuvandum spiegati nel relativo giudizio, in presenza di una vicenda, oltretutto, di ampio rilievo e risonanza, sono stati proposti soltanto nel 2013, almeno un anno e mezzo dopo (e senza effettive spiegazioni in merito al tempo frattanto decorso).

Tant’è che il T.A.R. con la sentenza n. 461/2015, nel suo paragr. 4, dopo aver dato atto che in tutti e cinque i giudizi pendenti erano stati proposti atti d’intervento da parte di enti, associazioni e soggetti privati, aveva inequivocabilmente escluso la possibilità di una presa in esame delle “censure ulteriori eventualmente spiegate nei suddetti atti, pena l’elusione dei termini decadenziali di impugnativa individuati dalla legge.”

Tale specifico capo di decisione non ha formato tuttavia oggetto d’impugnativa da parte dell’appellante incidentale (cfr. il suo atto introduttivo alle pagg. 7-8), che nemmeno ha censurato la sostanza della relativa motivazione (limitandosi a un’astratta e apodittica affermazione di avere spiegato intervento “allorché è venuta a conoscenza dei provvedimenti autorizzatori, nonché del ricorso presentato nel 2011 dal Comune di Niscemi avverso questi ultimi”). L’associazione ha proceduto solo, e sic et simpliciter, a una irrituale riproposizione delle proprie precedenti censure addizionali a quelle comunali.

Va da sé, infine, che l’inammissibilità delle autonome censure introdotte in via di intervento non può non riflettersi anche sull’oggetto del presente secondo grado di giudizio, che soggiace, oltre tutto, anche al divieto dinova confermato dall’art. 104 C.P.A.. Sicché la circostanza che siffatte irrituali censure siano state riproposte mediante appello incidentale non vale a far loro conseguire un’ammissibilità della quale esse erano in radice prive.

Ed è appena il caso di aggiungere che il fatto che le tematiche oggetto dei cennati, irrituali rilievi formino anche materia di un giudizio penale in atto non può in alcun modo ovviare alla loro ininfluenza ai fini propri del presente diverso giudizio, che è naturalmente governato da una disciplina processuale autonoma e sua propria.

Ib Proseguendo questa ricognizione preliminare, il Collegio osserva inoltre di non poter prendere in esame le contestazioni che sono state mosse alle valutazioni espresse dal C.G.A. in occasione della sentenza parziale già emessa (tra l’altro, sul significato e la portata del principio di precauzione), valutazioni le quali non sono suscettibili di riesame da parte del Consiglio, che comunque non potrebbe che ribadire le proprie precedenti osservazioni e statuizioni.

Ic Il Consiglio in questa sede deve richiamare e confermare, infine, le considerazioni svolte nella propria ordinanza n. 59/2016 con le quali sono stati già respinti tanto la richiesta di sospensione del presente giudizio d’appello avanzata da taluni degli appellati sul rilievo della pendenza di un’impugnazione per revocazione della sentenza parziale n. 581/2015 e in attesa della definizione del relativo giudizio, quanto le critiche indirizzate dalle stesse parti sulla composizione del collegio di verificazione (posta in discussione soprattutto per l’asserita mancanza di terzietà di alcuni dei suoi membri).

SUL MERITO

II Si può a questo punto procedere all’esame dei motivi di ricorso residui.

Con la sentenza parziale n. 581/2015 è stato osservato che la disamina dei relativi temi meritava un approfondimento istruttorio. La verificazione disposta in primo grado giustificava invero dei dubbi, quali quelli palesati dal Comune, senza però fornire in proposito una risposta che potesse reputarsi già convincente e conclusiva, alla luce tanto del principio di precauzione (ricostruito nella sua effettiva portata nel paragr. 29 della stessa sentenza parziale) quanto degli altri elementi in atti.

Da ciò la conclusione interlocutoria del Consiglio che l’incertezza fattuale ravvisabile in merito potesse trovare soluzione -e dovesse appunto essere risolta- attraverso la nuova verificazione che in concreto è stata in seguito espletata.

IIa Vanno allora senza indugio qui illustrati, pur se in forma sintetica, modalità ed esiti di tale seconda verificazione.

Quest’ultima si è svolta attraverso una prima fase di natura teorica, sulla base di modellistica e predizioni mediante simulazioni di campo elettromagnetico le quali facevano già prevedere “con ampi margini di cautela che alle frequenze di trasmissione del sistema MUOS i livelli di campi in aree esterne alla base … fossero lontani dai riferimenti di legge (ove presenti)”: tanto che il collegio incaricato non riteneva nemmeno necessaria l’effettuazione di una sessione di misure presso l’impianto in funzione (relazione di verificazione del 29 gennaio 2016, pag. 5).

Questa prima fase d’indagine, che portava a ritenere -tra l’altro- che già le misurazioni svolte da ARPA Sicilia nel giugno 2014, sui sistemi MUOS e UHF, nonché da ISPRA nel 2013, sui sistemi NRTF HF e LF, fossero “sufficientemente rappresentative della effettiva entità delle emissioni di campo elettromagnetico prodotte da tali impianti” (relazione cit., pag. 27), si concludeva quindi in sintesi per l’assenza di criticità (cfr. le conclusioni di cui alle pagg. 48-50 della relazione).

I verificatori rilevavano, in particolare:

– che il contributo allo scenario espositivo generato dalle antenne MUOS paraboliche e da quelle UHF non presentava criticità a distanze superiori a circa 50 metri, e rispettivamente 80 metri, dalle antenne stesse;

– che, rispetto alle aree SIC, né la relativa normativa nazionale di tutela ambientale, né le linee guida e gli standard sovranazionali, recavano previsioni sulla tutela della fauna, flora, e ambiente naturale in genere con riferimento all’esposizione ad emissioni elettromagnetiche.

La seconda fase d’indagine dei verificatori si è invece sostanziata in accertamenti e misurazioni eseguiti in locopresso l’impianto in funzione, ed è culminata nella relazione di verificazione integrativa del 24 marzo 2016.

La nuova fase ha portato a una sostanziale conferma dei valori di campo elettromagnetico che erano stati predetti in fase di simulazione. E’ accaduto anzi che alcune misurazioni hanno fatto emergere (relazione integrativa, pag. 43) che i corrispondenti valori elaborati in precedenza erano stati sovrastimati a causa delle ipotesi cautelative allora introdotte (in particolare, secondo il modello c.d. del “caso peggiore”, l’ipotesi di ritenere nulle le perdite di potenza del sistema di trasmissione: cfr. le pagg. 23 e 48 della relazione), il che ha condotto a rettifiche che hanno permesso di escludere la possibilità che le emissioni delle antenne UHF portassero a un superamento dei livelli di immunità elettromagnetica previsti per le apparecchiature elettromedicali.

Alla luce dei concreti risultati ottenuti la relazione integrativa puntualizzava, pertanto, che l’impianto MUOS “non contribuisce in modo apprezzabile all’emissione di campo elettromagnetico irradiato da tutti i sistemi di radiotrasmissione della base NRTF nell’ipotesi di cumulo” (rel. integrativa, pag. 42; cfr. anche la “Motivata Posizione del Collegio sulla relazione finale depositata in giudizio dai consulenti tecnici delle parti”, pag. 6).

In merito alla problematica antisismica, inoltre, i verificatori, che avevano già valorizzato che l’impianto delle antenne paraboliche era dotato di un sistema di spegnimento automatico ove l’elevazione del fascio principale fosse scesa sotto una determinata soglia, e avevano suggerito all’uopo che il relativo limite d’intervento fosse fissato ad un angolo non inferiore agli 8 gradi, hanno accertato poi sul campo che l’angolo in questione era fissato, in realtà, in corrispondenza ai 10 gradi, e verificato anche l’esistenza e l’efficacia di tale sistema di spegnimento (cfr. la Motivata Posizione del Collegio cit., pag. 12). I verificatori davano altresì atto che la committente aveva dichiarato che il progetto e il susseguente contratto di costruzione si era conformato alle previsioni nazionali antisismiche, per il che la relativa certificazione era in corso di finalizzazione.

E nemmeno relativamente al traffico aereo civile erano riscontrati elementi di criticità, venendo superate con motivazione circostanziata e appagante le obiezioni mosse dai consulenti tecnici di parte (cfr. la relazione cit., pagg. 39-47 e 49-50; Motivata Posizione cit., pagg. 12-15).

IIb Tali essendo le risultanze della verificazione, il Consiglio deve subito prendere in esame le critiche di ordine metodologico che sono state formulate avverso l’operato dei tecnici che l’hanno condotta.

Tali critiche si polarizzano sostanzialmente su tre addebiti principali:

– l’insufficienza del contraddittorio;

– l’utilizzazione di materiale documentale estraneo al fascicolo processuale, fornito dall’Ambasciata Americana;

– la circostanza che le misurazioni dei verificatori erano state effettuate portando le antenne a una potenza (200 W) che sarebbe stata inferiore al relativo valore massimo (in tesi, 1600 W).

Queste critiche sono destituite di fondamento.

A) Con riferimento al contraddittorio la sentenza parziale prescriveva che i verificatori avrebbero dovuto preventivamente comunicare ai tecnici nominati dalle parti la data, il luogo e l’ora dell’inizio delle operazioni di verificazione e delle successive sedute; sottoporre la prima versione della relazione di verificazione alla valutazione degli stessi tecnici; redigere, infine, una versione definitiva che tenesse conto delle loro osservazioni.

La pronuncia del Consiglio intendeva pertanto assicurare il contraddittorio dei verificatori con i consulenti tecnici delle parti.

Ciò premesso, se è vero che i consulenti di parte hanno lamentato difficoltà in tema di contraddittorio (tanto da spingersi all’affermazione che questo sarebbe in pratica venuto a mancare), è però almeno altrettanto vero che tale loro doglianza è stata espressa, in realtà, muovendo dalla considerazione delle condizioni che in astratto sarebbero state “ottimali” per lo svolgimento del mandato di parte. I consulenti delle parti non si sono infatti rivelati in grado di denunciare dei precisi profili di effettiva violazione delle garanzie ed esigenze sostanziali del contraddittorio, avendo essi fatto riferimento, piuttosto, essenzialmente al ridotto tempo messo loro a disposizione (il che è tuttavia valso in primis, per la verità, per la verificazione nel suo complesso), alla brevità del preavviso ricevuto, e infine alla circostanza che la bozza di relazione integrativa loro trasmessa sarebbe stata di difficile lettura e interpretazione.

La documentazione in atti attesta, per contro, che la verificazione ha debitamente coinvolto anche i consulenti di parte, che sono stati posti in condizione di fornire il loro pieno contributo alle valutazioni istruttorie.

La verificazione risulta pertanto regolarmente condotta.

Non merita poi miglior sorte la critica che vorrebbe far risalire la violazione del contraddittorio alla mancanza di comunicazioni del collegio di verificazione ai difensori delle parti, i quali, si lamenta, sarebbero stati conseguentemente impediti dal partecipare alle sedute di tale collegio e alle operazioni di verificazione.

La verificazione è un incombente tecnico, e tanto comporta che il naturale e principale interlocutore del verificatore sia il consulente tecnico di parte. Ciò posto, va rilevato che la gran parte degli appellati aveva nominato dei consulenti, che erano complessivamente in numero di sei: e che anche per loro tramite i legali delle parti potevano essere notiziati dell’andamento delle operazioni.

Quel che è decisivo osservare, però, è soprattutto il fatto che risulta per tabulas la partecipazione anche di almeno alcuni dei legali di parte alle operazioni della seconda fase della verificazione, quella delle verifiche sul campo: emerge invero dagli atti come fossero state date disposizioni per permettere l’accesso al sito di tutti gli avvocati delle parti costituite che ne avessero fatto richiesta (cfr. gli all. 3 e 4 alla relazione integrativa e le pagg. 6-9 di tale documento).

Né è stato addotto alcun elemento per far comprendere quale reale vulnus sarebbe stato cagionato dal mancato coinvolgimento formale dei legali delle parti nelle operazioni teoriche di simulazione, invero squisitamente tecniche, che hanno connotato la fase istruttoria precedente.

B) Le appellate si sono altresì dolute dell’acquisizione e utilizzazione da parte dei verificatori di materiale documentale estraneo al fascicolo processuale, che era stato loro fornito dall’Ambasciata Americana: materiale che definiva i parametri tecnici sulla cui base sarebbe stato poi elaborato il modello impiegato nella verificazione.

Osserva il Collegio che la relazione dei verificatori illustra tuttavia con chiarezza le ragioni dell’acquisizione documentale.

I verificatori, rilevata “la notevole ambiguità sui dati di effettivo funzionamento dell’impianto riscontrata nella documentazione allegata al fascicolo”, tale per cui “alcuni dati radioelettrici caratterizzanti l’impianto MUOS risultavano incerti e non chiaramente definiti”, in tale contesto hanno ragionevolmente ritenuto “opportuno richiedere al Ministero della Difesa italiano la comunicazione dei dati radioelettrici completi dell’impianto”.

La relazione avverte inoltre con la stessa trasparenza che la verificazione è stata basata, appunto, “sui dati relativi alle caratteristiche dell’impianto MUOS, così come sottoscritte nei documenti trasmessi al Collegio dalla sezione “United States European Command Office of Defense Cooperation” dell’Ambasciata degli Stati Uniti d’America a Roma … del 12, 15 e 22 gennaio 2016” (documenti acclusi alla relazione quali suoi all. 5 e 6).

Dalle dette fonti documentali sono stati pertanto tratti dati di funzionamento dell’impianto quali la massima potenza di esercizio, le direzioni e la tipologia delle antenne, ecc. (relazione cit., pagg. 4, 6-7 e 47).

Anche questa contestazione si presenta allora infondata.

La verificazione, essendo intesa ad accertare quale fosse “l’effettiva consistenza e quali siano gli effetti, anche sulla salute umana, delle emissioni elettromagnetiche generate dall’impianto Muos, quando funzionante”, non poteva evidentemente prescindere da una cognizione certa dei dati di funzionamento dell’impianto.

I detti dati, d’altra parte, non potevano essere acquisiti se non dalla committente e titolare di quest’ultimo.

Sicché la loro acquisizione, riguardando documenti valutabili come “indispensabili ai fini della decisione della causa” ai sensi e per gli effetti dell’art. 104 cpv. C.P.A., deve senz’altro essere convalidata dal Consiglio, che in difetto avrebbe dovuto esso stesso disporla adottando apposita ordinanza istruttoria (anche la relazione dei consulenti di parte, dopotutto, alla pag. 89, conviene che i suddetti documenti contengono “molti importanti elementi, non presenti nel progetto e mai resi noti”).

C) Le appellate hanno dedotto infine che le misurazioni dei verificatori sarebbero state effettuate portando le singole antenne del MUOS al valore di potenza di 200 W, intesa quale potenza massima di trasmissione, laddove tale dato sarebbe però stato inferiore alla relativa indicazione progettuale, che riportava il ben superiore valore di 1600 W. Di conseguenza, il valore utilizzato non sarebbe stato coerente con la corrispondente indicazione del progetto; e, soprattutto, l’utilizzazione di un dato di potenza più basso di ben otto volte di quello risultante dal progetto avrebbe falsato i risultati dell’istruttoria.

Nemmeno questa contestazione risulta persuasiva.

Tanto la relazione del 28 gennaio 2016 (pag. 6) quanto la relazione integrativa del marzo 2016 (pag. 4) avvertono con chiarezza che le risultanze cui la verificazione è approdata si basano sui dati di funzionamento dell’impianto che sono stati sottoscritti e trasmessi dall’Ambasciata degli Stati Uniti, e figurano dagli allegati 5 e 6 alla prima di tali relazioni; i verificatori hanno quindi coerentemente sottolineato che le conclusioni esposte non sono direttamente applicabili a differenti condizioni di funzionamento dell’impianto.

Da tanto emerge che i verificatori, sia nella prima fase, sia nella seconda delle loro operazioni, hanno assunto l’impianto come funzionante alla massima potenza dichiarata nelle effettive condizioni di funzionamento quale desumibile dalle fonti documentali appena dette, ossia al valore di 200 W. Tanto per le antenne paraboliche quanto per le antenne MUOS UHF è stato dunque puntualizzato che la potenza massima di trasmissione di ciascuna antenna è di 200W (relazione cit., pagg. 16-17, 21; relazione integrativa, pagg. 7-8).

Ciò posto, i verificatori non hanno mancato di spiegare (relazione cit., pag. 7) l’apparente incongruenza derivante dal richiamarsi di alcuni documenti del fascicolo al diverso valore massimo di potenza di 1600W. Il che è stato fatto osservando che tale maggior valore di potenza non può rappresentare, “in condizioni effettive di funzionamento, il valore massimo di potenza che l’antenna può irradiare, in quanto è definito come il valore al di sopra del quale il feeder può subire danneggiamento a causa dell’elevato valore di campo”.

Pertanto, come si legge nella “Motivata Posizione del Collegio sulla relazione finale depositata in giudizio dai consulenti tecnici delle parti” (pag. 7), “il valore di 200W è stato utilizzato sulla base delle dichiarazioni dell’Ambasciata Americana, che conferma tale valore come corrispondente a quello massimo di potenza trasmessa nelle condizioni di effettivo utilizzo del sistema MUOS a 30-31 GHz. … Per tale tipologia di sistemi, i valori di dimensionamento di potenza dei singoli componenti del sistema sono ben al di sopra dei valori di massima potenza di funzionamento che garantiscono le prestazioni effettive richieste al sistema di radiotrasmissione nella modalità di funzionamento prevista.”

Da parte degli appellati si è tentato infine di contestare la bontà del dato di potenza massima attestato dall’Ambasciata Americana: ma non sono stati forniti elementi di consistenza a sostegno delle loro deduzioni, che pertanto non possono che essere disattese.

D) Un’ulteriore critica di metodo ha poi investito il mancato cumulo dell’antenna operante in banda LF a 46 KHz.

I verificatori hanno tuttavia motivato in modo ben preciso la loro impostazione tecnica (cfr. la relazione cit. alle pagg. 29-30, la Motivata Posizione cit. alla pag. 6, nonché la relazione integrativa alla pag. 43), facendo notare che era proprio la normativa vigente a stabilire che l’antenna, in quanto estranea alla banda 100 KHz – 300 GHz, non dovesse essere considerata in occasione del calcolo del cumulo. E questa loro trasparente motivazione non ha formato oggetto di persuasiva confutazione.

IIc Il Collegio, constatata così la correttezza complessiva del modus procedendi dei verificatori, desidera a questo punto sottolineare la qualificata attendibilità dei risultati cui i medesimi sono pervenuti. Vanno difatti richiamati l’ampia collegialità e multidisciplinarietà dell’organo, composto di cinque membri, la trasparenza delle operazioni da questo condotte, ordinatamente e linearmente motivate, e, infine, l’unanimità con cui lo stesso organo si è espresso (laddove il provvedimento che lo aveva investito facultizzava esplicitamente anche l’espressione di dissensi, purché motivati).

L’attendibilità dell’esito dell’incombente è confermata dal fatto che nella fase di verifica delle effettive emissioni dell’impianto le misurazioni compiute hanno corroborato le previsioni e simulazioni precedenti (a loro volta convergenti con i dati tratti dalle misurazioni svolte da ARPA Sicilia nel giugno 2014 e da ISPRA nel 2013).

Non può quindi fondatamente sostenersi che le misurazioni sarebbero state prese in assenza di un preciso modello previsionale, né che le stesse sarebbero prive di rigore scientifico.

L’attendibilità della verificazione induce pertanto il Consiglio a ritenere superabili le critiche di merito mosse alle sue risultanze dai consulenti di parte e dalle difese delle appellate, critiche che non risultano atte a inficiare la solidità dell’istruttoria compiuta e la sostanza dei risultati cui la stessa è approdata.

IId Con riferimento alla tutela dell’area SIC della “Sughereta di Niscemi”, in particolare, le parti appellate si sono diffuse nel sostenere che, pur in assenza di una normativa di riferimento fissante, in tema di campi elettromagnetici, dei valori e limiti precisi a salvaguardia di simili aree protette, soltanto un’approfondita verificaad hoc -nella specie asseritamente omessa- avrebbe potuto far concludere nel senso della mancanza di effetti pregiudizievoli per l’integrità del sito.

Il Consiglio tuttavia, dopo aver richiamato le riflessioni già svolte in occasione della propria sentenza parziale n. 581/2015 intorno al principio di precauzione, deve esprimere l’avviso che anche sotto questo profilo le deduzioni degli oppositori dell’impianto debbano essere disattese.

Con la sentenza parziale, invero, nella più ampia prospettiva delle tematiche della tutela paesaggistica e ambientale rilevanti ai fini di causa il Consiglio ha già puntualizzato quanto segue:

– che l’autorizzazione paesaggistica rilasciata il 18 giugno 2008 dalla Soprintendenza ai BB.CC.AA. non era scaduta il 17 giugno 2013, bensì aveva conservato la propria efficacia nel tempo (paragr. 24);

– che l’efficacia del nulla osta rilasciato il 10 aprile 2008 dall’Azienda regionale Foreste demaniali, cui la Riserva Naturale era affidata in gestione, non era decaduta, e che comunque la volontà amministrativa dell’Azienda era rifluita nel favorevole atto conclusivo della conferenza dei servizi del 9 settembre 2008 (paragr. 25);

– che erano illegittimi gli atti regionali del 29 marzo 2013 di ritiro delle due precedenti autorizzazioni del giugno 2011 (di cui una, quella del 1° giugno 2011, era stata rilasciata proprio con riguardo ai profili ambientali relativi alla conservazione degli habitat di cui al d.P.R. n. 375/1997, e resa ai sensi dell’art. 5 di tale fonte): autorizzazioni le quali erano state accordate a suo tempo previa valutazione degli esiti, tutti favorevoli, degli atti istruttori acquisiti, a conclusione di un’articolata istruttoria tecnica dalla quale non era emersa alcuna evidenza circa l’effettiva sussistenza di rischio che le esposizioni elettromagnetiche potessero creare per la flora e la fauna del SIC (paragr. 29);

– che ai fini di causa risultava comunque rilevante anche la previsione dell’art. 5 del d.P.R. cit., che, come l’art. 6, comma 4, della direttiva europea del 21 maggio 1992, consentiva la realizzazione di un progetto per motivi connessi alla sicurezza pubblica anche in caso di negativa valutazione di incidenza ambientale: e questo tanto più in quanto nella specie non vi era stata nemmeno alcuna valutazione negativa del genere (paragr. 31).

Inoltre, con il paragr. 37 della stessa sentenza parziale questo Consiglio ha respinto la seconda parte del secondo motivo del ricorso del Comune di Niscemi n. 1864/2011 svolgendo le seguenti, incisive considerazioni.

Per le medesime ragioni va anche ripudiata la tesi secondo cui l’assessorato avrebbe espresso una valutazione di incidenza in aperta violazione dell’art. 5, comma 10, del D.P.R. n. 357/1997, in quanto a) non sarebbero sussistite le specifiche esigenze, tassativamente indicate dalla norma che eccezionalmente consentirebbero l’esecuzione di costruzioni all’interno delle aree SIC e b) l’assessorato regionale non avrebbe richiesto, come sarebbe stato asseritamente suo obbligo, il parere preventivo della Commissione europea, prescritto dalla norma citata in caso di “motivi imperativi di rilevante interesse pubblico” (comunque non esplicitati dall’assessorato). Si ribadisce, al riguardo, che il Comune di Niscemi espresse in conferenza dei servizi il proprio parere favorevole e solo oltre un anno dopo, in autonomia, annullò in autotutela il nulla-osta del 9 settembre 2008. Non ricorre dunque un’ipotesi sussumibile nella previsione del richiamato comma 10.

In ogni caso, anche a voler ritenere, come mera ipotesi argomentativa, che, a seguito del riesame in autotutela del nulla-osta, fosse necessario acquisire una nuova valutazione di incidenza, non può essere obliterato il dato che fu lo stesso Comune di Niscemi con la nota del 25 maggio 2011, prot. n. 10824, a chiedere, in sostanza, l’intervento sostitutivo dell’assessorato a norma dell’art. 1, comma 3, della L.R. n. 13/2007, invocando quest’ultima disposizione e trasmettendo la documentazione per i provvedimenti di competenza. Assume allora i contorni di una condotta contraria alla buona fede, e dunque non tutelabile, il contestare contra factum proprium l’avvenuto rilascio della valutazione di incidenza in via sostitutiva laddove tale adempimento risulti esser stato sollecitato dallo stesso Ente sostituito.”

Emerge dunque una volta di più la latitudine dell’accertamento giurisdizionale compiuto dal Consiglio in occasione della propria sentenza parziale. E non occorre qui certo ripetere che le valutazioni già operate non potrebbero essere rimesse in discussione.

Vale semmai aggiungere alle considerazioni così ricordate che:

– il progetto in controversia coinvolge l’habitat protetto nella misura, irrisoria e già ex se ai limiti della trascurabilità, dello 0,0085 % dell’intero SIC, ossia lo investe per appena un quarto di ettaro su un totale di ettari 2939,37 di estensione del sito protetto;

– l’orientamento delle antenne del MUOS è verso l’alto: nella relazione di verificazione (pag. 20), in particolare, con riferimento alle antenne paraboliche si legge che, “in corrispondenza del minimo angolo di elevazione di effettivo funzionamento delle parabole (11.2 °), l’asse del fascio si localizza a una quota maggiore di 40 m rispetto alla quota della piattaforma sulla quale sono installate le antenne, per una distanza dal basamento dell’antenna di 155 m nella direzione di propagazione del fascio. Il fascio prodotto dall’antenna parabolica ha forma approssimativamente cilindrica … con diametro approssimativamente pari circa al diametro della parabola. Al di fuori di tale regione il campo decade molto rapidamente, passando da valori prossimi a 30.5 V/m a valori inferiori a 1 V/m spostandosi … di soli 3-4 m”;

– infine, le prospettazioni di parte in tema di ipotetici rischi per l’ habitat protetto sono state formulate solo in termini del tutto generici e congetturali, e pertanto insuscettibili di denotare vizi istruttori nelle valutazioni compiute dall’Amministrazione.

IIe Tirando le fila di tutto quanto precede, il Consiglio non può che convenire che per principio generale la legittimità dei provvedimenti amministrativi debba essere accertata con riferimento allo stato di fatto e di diritto esistente al momento della loro emanazione.

Nondimeno, quando sia in discussione la dedotta lacunosità di un’istruttoria della P.A., non pare dubbio che il giudizio sull’effettiva esistenza del relativo vizio possa ben acquisire lumi da una puntuale riflessione sulla materia che di tale istruttoria formava oggetto, atteso che è soprattutto il modo di essere della materia stessa che può permettere di concludere, in definitiva, se l’istruttoria volta a conoscerla sia stata o meno effettivamente deficitaria.

Orbene, l’esito dell’approfondita verificazione espletata denota proprio che le inadempienze istruttorie denunziate dal Comune di Niscemi attraverso i motivi di cui residuava l’esame integrano incompletezze formali cui non corrisponde, tuttavia, alcuna reale lacuna sostanziale, essendo emerso con sufficiente sicurezza come l’impianto in discussione non generi emissioni illegali né faccia sorgere le altre criticità che erano state ipotizzate dall’Ente locale (fermo restando, beninteso, che la rilevanza dell’installazione esige comunque che l’Amministrazione non manchi di monitorarne le emissioni nel tempo).

Ne consegue che anche le censure del ricorso del Comune di Niscemi n. 1864/2011 che rimanevano da vagliare devono essere respinte, e pertanto il relativo gravame va per intero rigettato.

CONCLUSIONI

III Si ricorda che questo Consiglio, con la propria sentenza parziale, nel mentre ha confermato, pur con motivazione parzialmente diversa da quella svolta dal T.A.R., l’accoglimento dei ricorsi di primo grado nn. 1825 e 2397/2013 avverso il provvedimento regionale n. 32513 del 24 luglio 2013 (“revoca delle revoche”), in riforma della sentenza impugnata, invece:

– ha accolto i ricorsi di primo grado del Ministero della Difesa nn. 808 e 950 del 2013, e per l’effetto annullato gli atti di ritiro che ne avevano formato oggetto;

– ha parzialmente respinto il ricorso di primo grado del Comune di Niscemi n. 1864/2011.

Ebbene, con la presente decisione quest’ultimo ricorso viene respinto anche per la parte che residuava, stante l’immunità complessivamente emersa delle autorizzazioni impugnate e degli atti conseguenti dai vizi dedotti dalla detta Amministrazione comunale.

SULLE SPESE

IV Il Collegio deve disattendere l’appello incidentale di Legambiente nella parte in cui inteso a contestare il rigetto, da parte del T.A.R., della sua richiesta di ammissione a patrocinio a spese dello Stato. Avverso l’approfondita motivazione svolta al riguardo dal Tribunale (cfr. il par. 5 della sentenza sub 2.2), infatti, alcuna puntuale critica l’appellante incidentale ha mosso in termini tali da poter evidenziare la presenza di un errore nella decisione (cfr. le pagg. 43-44 del gravame incidentale).Venendo alla controversia nel suo insieme, infine, il Collegio ritiene che le spese processuali del doppio grado di giudizio debbano essere compensate tra tutte le parti in causa -come del resto già stabilito dal Giudice di prime cure- in considerazione della particolare complessità della controversia, della natura dei soggetti in essa coinvolti e dello spessore pubblicistico degli interessi che vi si sono confrontati.

Le spese di verificazione dei due gradi, invece, secondo una valutazione di maggiore aderenza all’esito del giudizio vanno definitivamente poste, in solido, nella misura di due terzi a carico dell’Amministrazione regionale siciliana, e, per il residuo terzo, a carico del Ministero della Difesa, istituzionale titolare degli interessi pubblici che hanno dato causa al procedimento che ha generato il relativo contenzioso di legittimità.

Gli oneri della verificazione eseguita nell’ambito del presente giudizio saranno liquidati con successivo decreto.

P.Q.M.

Il Consiglio di Giustizia Amministrativa per la Regione Siciliana, in sede giurisdizionale, definitivamente pronunziando nel giudizio in epigrafe a seguito della sentenza parziale n. 581 del 3 settembre 2015, dichiara la parziale inammissibilità dell’appello incidentale di Legambiente nei termini di cui in motivazione e respinge il ricorso di primo grado del Comune di Niscemi n. 1864/2011 nella parte che rimaneva da decidere.

Compensa integralmente tra le parti in causa le spese processuali del doppio grado di giudizio, con esclusione degli oneri delle verificazioni dei due gradi.

Le spese di verificazione, quelle del primo grado nei termini in cui già liquidate dal T.A.R., e quelle del grado d’appello nei termini da liquidare con separato decreto, sono definitivamente poste, in solido, per due terzi a carico dell’Amministrazione regionale, e per il residuo terzo a carico del Ministero della Difesa.

Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall’autorità amministrativa.

Così deciso in Palermo nella Camera di consiglio del giorno 14 aprile 2016 con l’intervento dei magistrati:

Claudio Zucchelli, Presidente

Hadrian Simonetti, Consigliere

Nicola Gaviano, Consigliere, Estensore

Giuseppe Mineo, Consigliere

Alessandro Corbino, Consigliere

L’ESTENSORE IL PRESIDENTE

DEPOSITATA IN SEGRETERIA

Il 06/05/2016

IL SEGRETARIO

(Art. 89, co. 3, cod. proc. amm.)

LA “MOZIONE FANTASMA”

NELLA REGIONE DEGLI ZOMBI.

PALERMO, APRILE 2016.-IL GOVERNATORE-MERCENARIO, SARO CROCETTA, E’ STATO DEMOLITO DALLA “MOZIONE FANTASMA” (MPA) -CHE DA MESI VAGAVA ALLA RICERCA DI UN CONSENSO…-.

NELLA “REGIONE DEGLI ZOMBI”, ALCUNI SOPRAVVISSUTI DEL VECCHIO “MOVIMENTO PER L’AUTONOMIA” RIESCONO A IMPALARE IL GOVERNATORE-MERCENARIO, CHE “HA REGALATO 5 MILIARDI A ROMA”, RINUNCIANDO AL CONTENZIOSO -ORMAI VINTO- CHE A SUO TEMPO VENNE ATTIVATO DAL PRESIDENTE RAFFAELE LOMBARDO…

E’ UNA SUA VITTORIA POSTUMA, MENTRE E’ COSTRETTO A DOVERSI DIFENDERE DA UN CASTELLO KAFKIANO DI ACCUSE MAFIOSE E ANTIMAF.

L’APPROVAZIONE IN AULA DELLA “MOZIONE FANTASMA”, CHE IMPALA IL GOVERNATORE-MERCENARIO, E’ ANCHE UN SIPARIO CHE CALA, COI TITOLI DI CODA, SU UNA STAGIONE POLITICA SEGNATA DAL TENTATIVO ESTREMO E DISPERATO DI “SALVARE IL SALVABILE” E PUNTARE PIU’ IN ALTO, ALL’AUTODETERMINAZIONE DEL POPOLO SICILIANO…PER “VIA ISTITUZIONALE”. IL GOLPE MEDIATICO-GIUDIZIARIO DEL 2010 HA STRONCATO QUEL TENTATIVO, CONTRADDITTORIO E GENEROSO. L’AUTONOMIA VIGILATA (DA ROMA E WASHINGTON) NON AMMETTE ESPERIMENTI. CHI LO CAPISCE, LO CAPISCE…PUNTO.

ALL’A.R.S. E’ ANDATO IN SCENA UN BEL COLPO DI CODA DEL VECCHIO MPA…NON SERVE A “SALVARE LA PATRIA”, MA CERTAMENTE E’ UTILE A SALVARE LA FACCIA. ANCHE QUELLA DEL “PARLAMENTO PIU’ INUTILE DEL MONDO”.

MA LA LOTTA PER L’INDIPENDENZA E’ ALTRA COSA. – La Regione coloniale della SiciliAfrica italiana non va salvata, ma rasa al suolo. NIENTE PAURA: CI RIUSCIRANNO DA SOLI. E CE NE FAREMO UNA ReGIONE.

@TERRAELIBERAZIONE.

La cronaca del lieto evento parlamentare la consegniamo alla STORIA E ALL’EPICA nella chiara versione  del blog I NUOVI VESPRI (Antonella Sferrazza).

vespro 2016 -2

Un sussulto di dignità del Parlamento siciliano porta all’approvazione della mozione contro la rinuncia ai contenziosi con lo Stato. 37 i voti favorevoli su 69 presenti, 31 i no. Prossimo passo una commissione di indagine per valutare il danno fatto ai Siciliani. Tutti i nomi

L’Assemblea regionale siciliana è tornata riunirsi per il secondo capitolo della questione ‘scippi romani’. In questo caso, parliamo della mozione contro la rinuncia ai contenziosi con lo Stato  firmata nel 2014 dal Presidente della Regione, Rosario Crocetta. Rinuncia firmata all’insaputa di tutti e che ha privato la Sicilia di svariati miliardi di euro che avrebbe potuto incassare grazie ad alcune sentenze favorevoli della Corte Costituzionale. La mozione chiede al Governo siciliano di rivedere quel patto scellerato, che altro non è se non un bel regalino al governo Renzi.

Ieri, come sappiamo, la mozione in questione – la numero 439 del Maggio 2015 (primo firmatario Toti Lombardo, Mpa)- è arrivata a Sala d’Ercole, ad un anno esatto dalla sua presentazione. Un anno di boicottaggi da parte di chi non voleva affrontare il tema in Aula. Tanto che ormai l’avevamo definita ‘la mozione fantasma’. Ma  evidentemente, nei giorni scorsi, i capigruppo non hanno più voluto accontentare il governo regionale, e hanno così deciso di metterla all’ordine del giorno. Meglio tardi che mai….

Sappiamo come è andata ieri (qui i dettagli):il PD, per bocca della capogruppo, Alice Anselmo, prima ha chiesto di rinviare la discussione e la votazione per l’assenza del governatore Rosario Crocetta (c’era solo l’assessore, Alessandro Baccei che ha minimizzato i danni arrecati dalla rinuncia, ma che comunque non è responsabile). Poi, visti i mugugni dei deputati, sempre il PD ha fatto venire meno il numero legale. Così il rinvio ed arriviamo ad oggi.

La seduta si è aperta alle 16.30. A presiederla, Giovanni Ardizzone (ieri era stato Giuseppe Lupo) che, in apertura di seduta, e qui la prima ‘sorpresa’-  ha proposto di discutere prima  la mozione 559 del Movimento 5 Stelle, ovvero la censura contro l’assessore all’Agricoltura, Antonello Cracolici.

Mossa che non è piaciuta a Toti Lombardo, il quale ha fatto  notare che sarebbe stato opportuno occuparsi prima della sua mozione, visto che era già stata discussa il giorno precedente e che doveva solo essere votata, prima di aprire un nuovo fascicolo.

E già, a pochi minuti dall’apertura delle seduta, l’atmosfera si è fatta tesa e i lavori sospesi. Dopo qualche minuto di pausa, i deputati si mostrano decisi: si vota la mozione contro la rinuncia ai contenziosi. E, a sorpresa,  viene approvata: 37 voti favorevoli su 69 presenti, 31 i no (in calce all’articolo l’elenco con tutti i voti e il testo della mozione).

Crocetta non ha detto una parola (ha votato no, ovviamente), nonostante ieri Il PD avesse annunciato un suo intervento sul tema (motivo per cui hanno chiesto il rinvio).

Per chiarezza di informazione bisogna dire che la mozione non vincola Crocetta, ma la sua approvazione ha una grande valenza politica. Innanzitutto dimostra che il governatore ha fatto una magagna in combutta col Governo nazionale in danno dei siciliani e di nascosto all’Ars; conferma che il ‘furto’ c’è stato e mette in difficoltà la maggioranza che ne esce sconfitta. Non ultimo, rivela un sussulto di dignità del Parlamento Siciliano contro uno scippo che grida vendetta in un momento in cui la Sicilia è senza un soldo (qui una panoramica della situazione finanziaria).

Soddisfatto Toti Lombardo: “E’ stata una fatica arrivare alla votazione di questa mozione- dice ai Nuovi Vespri.it- ma ce l’abbiamo fatta. Crocetta ora dovrebbe trarne le conseguenze politiche, 37 deputati gli hanno detto che deve reimpostare i rapporti con lo Stato scardinando le ruberie”.

Poi in una nota aggiunge:

“Oggi è una giornata storica per il Parlamento siciliano e per il popolo che rappresenta: con il voto che ha approvato la mozione presentata dal MpA, il Governo Crocetta e la sua maggioranza trasformista a guida PD escono sconfitti e dovranno ora tornare a Roma per cancellare il punto 6 dell’accordo del 5 giugno 2014 sottoscritto dal Presidente, un accordo che aveva calpestato 60 anni di autonomia. Oggi il Parlamento siciliano- continua Lombardo-  ne ha giustamente fatto una questione di dignità ed orgoglio, su una vicenda che vale 5 miliardi di euro ed apre una stagione fondata sullo smantellamento dell’impalcatura finanziaria di ruberie e saccheggi impostata negli ultimi anni dal governo regionale, con atteggiamento prono ai voleri del governo centrale. Oggi – chiosa il deputato- si avvia una stagione nuova proiettata ad una maggiore autonomia e capacità di autodeterminazione del popolo siciliano”.

Prossimo passo, annuncia il giovane deputato del Mpa, – d’accordo con Ardizzone-  l’istituzione di una commissione di indagine sul valore economico delle sentenze favorevoli a cui Crocetta ha rinunciato, visto che le stime parlano di 5 miliardi di euro, mentre ieri in Aula, Baccei aveva ridotto la cifra a meno di un miliardo.

Gemelli

Abbiamo U PIACIRI di proporre ai nostri lettori un piccolo capolavoro di Anonimo Siciliano. Ci è stato inviato dagli amici del blog U BABBIU, animato da Rino Piscitello e altri.

Nel nostro giudizio, anche politico-letterario, questo testo è degno del grande poeta rivoluzionario del Settecento, Micio Tempio.

Complimenti all’Autore.

@ L’Istituto TerraeLiberAzione.

I QUATTRU GEMELLI !

dal blog U BABBIU.

 

Na vota li chiamavanu patruna. Ora li chiamassiru mbrugghiuna.

Sunnu in Sicilia di la Confindustria ‘i capi. Ma tutti li sò affari nun c’è nuddu ca li sapi.

Li chiamanu li gemelli di la legalità e di li sò chiacchiri n’abbastanu ‘a mità.

30 marzo 2016

Dicivanu ca lu pizzu nun s’avia a pajari, ma sta cosa la dicivanu sulu ppi cuntari.

Lu primu nta la fotu era lu chiù carusu. Gemelli si chiamava; era propriu fitusu.

Truvau na bedda fimmina, figghia di nu ndustriali e pinzau d’arricchirisi in modu originali.

Idda persi la testa, iddu si ni futteva e pinzava sulu zoccu ci vuscava.

E siccomu a lu tintu l’aiuta la furtuna, la ficiru ministru e iddu truvò la luna.

A li so mbrogghi ci spuntaru l’ali, parrannu cu putenti, riccuna e generali.

Nfilava currezioni nta li liggi e cu lu cuntrastava putia fari li valigi.

Travagghiava pi li multinazionali ma a idda la trattava sempre mali,

sulu a lu pitroliu iddu ora pinsava e comu na cammarera sempri la utilizzava.

Ma, si sapi, a lu telefunu fa mali parrari, specie quannu è la custura ca ti voli acchiappari.

E l’avvintura di lu primu finiu daccussì, lu stissu spiramu fussi ppi l’autri tri.

30 marzo 2016

Allatu nta la fotu ci sta lu capu in testa, Montante si chiama, e pur’iddu è sutta inchiesta.

Chi grandi cummidianti senza nuddu disagiu, iddu facia la vittima china di curaggiu.

Parraru li pintiti e sapiti chi nisciu? Ca era amicu di la mafia e l’immagini spariu.

Ma comu nun si sapeva stu fattu camurriusu? Ca puru a li sò nozzi lu testimoni era ‘n mafiusu.

E macari ca è sutta indagini di la magistratura, iddu nun s’arritira e voli cupirtura

di tutti l’amici e di tutti li putenti di cui forsi sapi cosi di cui nun sapemu nenti.

Respunsabili Confindustria di la legalità, fa tanticchia mprissioni a diri ‘a virità,

ca chista è propriu mancanza di decenza, comu daricci a Dracula di l’AVIS ‘a Prisidenza.

30 marzo 2016

Poi ci sta lu viciprisidenti, Catanzaro è lu sò nomu e nun è omu differenti.

A lu so capo ha statu sempri divotu, e sutta a iddu è misu nta la fotu.

La munnizza è lu sò affari principali, e li dinari nun fetunu e mancu su immorali

pi chiddi ca li naschi ci l’hannu ntuppati e cori e cuscienza ci l’hannu addurmisciuti.

Sò e di li sò frati è la discarrica di Siculiana, ma a cu apparteni davero? Chista è na bella grana.

30 marzo 2016

Pinzati ca ci sunnu na pocu di cristiani, ca vulissinu dire c’apparteni a lu comuni.

Ma nun ci putemu cridiri, nun po’ essiri veru, livamunillu di la testa stu pinzeru,

ca nun c’è omu di la legalità ca facissi sta vastasata a la sò cumunità.

E poi a la fini c’è lu veru centru di sta battaria, la testa di l’acqua, chiamatilu vossia,

la pinzau iddu tutta la nvinzioni, amici, alliati, putenti e prutizioni.

Lo Bello è lu sò nomu e fa lu mprendituri, ma di chi cosa nun si sapi e mancu si pò sapiri,

nasciu ndustriali senza ndustria, pi dirittu, comu diventa curnutu senza corna cu sta zittu.

Ora fa finta di nenti e fa ‘u marpiuni, talia nta l’aria e canta na canzuni,

e cerca di scansari la timpesta, ca, siddu arriva, la sò è la prima testa.

30 marzo 2016

E nui ca li taliamu, cchi putemu diri? Ca sta gran camurria putissi macari finiri.

E sti finti generali putissiru pruvari pi tutti na jurnata iddi stissi a travagghiari.

Pi battiri la mafia nun servunu patenti. Servunu omini, liggi e boni sintimenti.

E sti quattru gemelli fatti cu lu stissu stampu, spiramu ca quantu prima sparisciunu nta ‘n lampu.

@2016. Anonimu Sicilianu.

CATE

LO STATUTO-ZOMBI E I SUOI BECCHINI “RIFORMATORI”.

LO STATUTO-ZOMBI DELLA SICILIAFRICA ITALIANA, AL TEMPO DEL PROTETTORATO COLONIALE DI BRUXELLES, LO DOBBIAMO SEPPELLIRE NOI INDIPENDENTISTI, PRIMA CHE QUESTI “STATISTI” SBAGLINO PURE LA TOMBA.

crastuna

ARS-XVI Legislatura-Seduta del 15.03.16- Commissione  Riforma Statuto- eletta Segretario Bernadette Felice Grasso (ma –a oggi, 28/3- non c’è scritto, mancando del tutto il Resoconto Ufficiale dal sito istituzionale, anche in relazione ai “programmi di lavoro”). La Commissione, in deroga all’articolo 29 bis del Regolamento interno, si compone di 17 membri e le è assegnato, per l’espletamento dei suoi lavori, il termine di sei mesi dall’insediamento. Ha il compito di esaminare i disegni di legge in materia di revisione dello Statuto della Regione, procedere ad una verifica delle disposizioni statutarie rimaste inattuate ed elaborare una proposta organica di nuovo Statuto.

ARS-Seduta n. 2- del 23.02.16- XVI Legislatura RESOCONTO SOMMARIO  Il giorno  23  febbraio  2016  la  Commissione  Riforma Statuto é  stata convocata con il seguente ordine del giorno. 1. Elezione dell’Ufficio di Presidenza. Membri: Panarello Filippo (PD).• Anselmo Alice (PD).• Cordaro Salvatore (GRANDE SUD-PID CANTIERE POPOLARE verso FI).• D’Asero Antonino (NCD).• Di Giacinto Giovanni (MEGAFONO-PSE).• Fazio Girolamo (MISTO).• Lombardo Salvatore Federico (PARTITO DEI SICILIANI-MPA).• Lupo Giuseppe (PD).• Panepinto Giovanni (PD).• Ragusa Orazio (UDC Unione Di Centro).• Savona Riccardo (FORZA ITALIA). Il PRESIDENTE comunica l’esito della votazione….avendo ottenuto la prescritta maggioranza assoluta dei  voti,  proclama  eletto  Presidente  l’on. Antonino D’ASERO….VICE: Hanno ottenuto voti i deputati: Panarello, 7; Savona, 4…eletti Vice Presidenti.

30 marzo 2016

TUTTI ALL’ARENA.

IL RITORNO DI TORO SCATENATO?.

NO. E’ CROCETTA NELL’ARENA DI GILETTI.

untitled IL GRANDE JACK LA MOTTA. TORO SCATENATO, QUELLO VERO. ORGOGLIO DEI SICILIANI NEL MONDO.

Crocetta, il Torero nell’Arena di Giletti, a RAI 1?. Ma chi se ne frega?. E’ Domenica!. Ma pensate a pregare, a leggere, a camminare, a passiare figli e cani…  Giletti?…PERCHE’ NON INTERVISTA IVAN LO BELLO? (E MONTANTE, E LA SAGUTO, E…ANCHE DON CIOTTI). – IL PARTITO ANTIMAF-CONFINDUSTRIA COMANDA ANCHE ALLA RAI…- ALTRO CHE GILETTI!. – IL CLUB DELL’HOTEL BERNINI E’ ANCORA IN PIEDI. IN ATTESA DI ESSERE GAMBIZZATO, NELLE FAIDE CHE STANNO PER TRAVOLGERE TUTTI, UNO E CENTOMILA. O NESSUNO!. VIVA PIRANDELLO!. NE’ MAF. NE’ ANTIMAF. – LIBERARE LA SICILIA E I SICILIANI!. Buona Domenica.

VIVA JACK LA MOTTA, TORO SCATENATO. ORGOGLIO DEI SICILIAN’S NEL MONDO. AL DIVOLO CROCETTA, GILETTI, LA RAI COLONIALISTA…LA RAI E’ SPUTOSA.
13/3/2016. Ore 14.10. @TERRAELIBERAZIONE.
*Segnaliamo l’intervista di Mario Barresi al giudice Marino sul quotidiano “La Sicilia” di oggi. Dice cose che sosteniamo da dieci anni…e intuiamo da 30 anni. E’ una paginata assai ben fatta. Bravo Mario, quannu ci vo, ci vo!.

12 ANNI PER “SCOPRIRE” QUELLO CHE ERA DAVANTI AGLI OCCHI DI TUTTI- LI ABBIAMO VISTI: fin dal 1987…!!!- Quando ci vennero a cercare, per fare una Cosa Nuova che sarebbe stata “Libera”—. MARINO DICE, OGGI: “..questo modo fittizio di gestire l’antimafia di Confindustria in diverse occasioni, anche nel 2003 e nel 2004. Anche una volta in cui Lo Bello era relatore. La cosa che mi fa specie è che fior fiori di prefetti e di uomini delle Istituzioni hanno tessuto le lodi o si sono fatti fotografare al momento della firma dei protocolli di legalità, che erano la finzione più grande. Chiunque, anche l’uomo della strada poteva accorgersene. Eppure gli uomini delle istituzioni hanno fatto finta che fossero altro».- FRA 12 ANNI QUALCUNO PARLERA’ ANCHE DI FINMECCANICA, DEL BUSSINES INTERNAZIONALE DI ARMI…FRA 24 ANNI…SI SCOPRIRA’ CHE TUTTO QUESTO ERA NORMALE. “E’ IL CAPITALISMO, BELLEZZA!”

NE’ MAF.-NE’ ANTIMAF.!

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ORA TE LA RIBEVI!. TI SCAPPO’…

MASSIMO COSTA (SEDICENTE “MESSIA” DELLA PATRIA SICILIANA E DEL SUO “INDEPENDENCE DAY”-CHE SBAGLIA INNO NAZIONALE E CONTI DELLA REGIONE-LEADER DEL MICROSCOPICO PARTITO POLITICO “SICILIANI LIBERI”)-IN UN RIGURGITO DI ODIO CONTRO LA JAMAHYRIA LIBICA DI GHEDDAFI, AVENDO PURE SIMPATIZZATO A FAVORE DEL GOLPEGUERRA ANTI-LIBICO DEL 2011-DICE: “Se vuole iscriversi una persona che vuole aprire una discussione interna sulla democraticità di Stalin o di Hitler, finché ho i poteri provvisori che ho, questa discussione non può avere diritto di cittadinanza nel nostro movimento. Essere d’accordo con Massimo Costa non c’entra nulla. La pregiudiziale democratica è essenziale e, questa sì, indiscutibile. Se vuoi, per queste idee c’è Terra e Liberazione“. –
M. COSTA E’ LIBERO DI PENSARLA COME GLI PARE. CIOE’ -SPESSO- COME IMPONE LO SPETTACOLO TELEVISIVO…MA A UN GRUPPO STORICO E FORTE – di radice TROTSKJSTA – COME TERRAELIBERAZIONE, QUESTE COSE NON PUOI DIRLE.
LA NOSTRA DEMOCRAZIA E’ DIRETTA O NON E’. DELLE TUE IDEE SEI PADRONE TU. MA HAI PISCIATO FUORI DAL RINALE. ORA TE LA RIBEVI.- TI SCAPPO’. E’ GIA’ ARCHIVIATA. E’ STATO UN EQUIVOCO, NE SIAMO CERTI.
Grazie a Cecilia M. per averlo stanato.
@3/3/2016. TERRAELIBERAZIONE.

***

COMICHE PARLAMENTARI

ASSEMBLEA REGIONALE SICILIANA

INSEDIATA L’ENNESIMA “COMMISSIONE RIFORMA STATUTO”.

PRIMO RESOCONTO SOMMARIO DELLA SUA BRILLANTE ATTIVITA’.

Il giorno 2  febbraio  2016,  al  termine  della  seduta d’Aula, la Commissione é stata convocata con il seguente ordine del giorno: 1. Insediamento; 2. Elezione dell’Ufficio di Presidenza.

Assume la Presidenza il Vice  Presidente  dell’Assemblea regionale siciliana, onorevole Giuseppe Lupo.

La seduta inizia alle ore 18.25.

Il PRESIDENTE dichiara aperta la seduta e passa al primo punto  all’ordine  del  giorno.  Dichiara  insediata  la Commissione ed invita il deputato più  anziano  di  età, onorevole Filippo Panarello, ad assumere la Presidenza. Assume la Presidenza l’onorevole Filippo Panarello. Il PRESIDENTE rinvia la trattazione  del  secondo  punto all’ordine del giorno recante ‘Elezione dell’Ufficio  di Presidenza’ a martedì 16 febbraio 2016, alle ore 15. Non sorgendo osservazioni, così rimane stabilito. Il PRESIDENTE, non  avendo  altri  chiesto  di  parlare, dichiara chiusa la seduta. La seduta è tolta alle ore 18.30.

LA RIUNIONE DEL 16-2-2016 –H.15 (SALA ROSSA) E’ STATA DISDETTA.

Riassunto: la Sessione plenaria è durata minuti 5. La seconda Sessione è stata annullata. Perché?. Boh?. Non lo sanno neanche tutti i membri della Commissione. Quale Commissione? Ah, si, quella della rifomma. Si, rifomma. Fomma e Rifomma. Abbiamo “battesimato” anche i “rifommisti”.

NEBBIA FITTA SUL FUTURO, SUL PASSATO E SUL PRESENTE.

Abbiamo sempre seguito le vicende tragicomiche del “riformismo regionista”. Anche se la cosa ci interessa poco, gli dedicheremo qualche attenzione come redazione giornalistica. Per la Cronaca.

@18/2/2016. TERRAELIBERAZIONE-NEWS

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Febbraio 2016. INTERNO ARS-CORRIDOI DEI PASSI PERDUTI-VOLANO GLI STRACCI-L’ON. KAPPA INSULTA L’ON. PINCOKAPPA?.NON CE NE PUO’ FREGARE DI MENO!. IL FILM DA VEDERE LO DECIDIAMO NOI…NON L’OPRA DEI PUPI DEL DEFUNTO “PARLAMENTO PIU’ ANTICO DEL MONDO”!. L’ARS E’ UN DORMITORIO DI LUSSO. VA CHIUSO. A PALAZZO REALE APRIAMO IL PIU’ IMPORTANTE MUSEO DEL MONDO: IL MUSEO DELLA NAZIONE SICILIANA. E’ NECESSARIO FARNE UN “BIVACCO PER I NOSTRI MANIPOLI”?. NON CI BASTANO IDDHI?- Non trattiamo merce avariata. Serve una Assemblea Costituente del Popolo Siciliano. Punto. Il resto non ci interessa. Niente. NON VOTIAMO. @TERRAELIBERAZIONE.

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RESET!

QUANDO LA FINIREMO DI IDENTIFICARE IL POPOLO SICILIANO CON LA “REGIONE FALLITA” DELLA BORGHESIA COLONIALE DELLA “SICILIA ITALIANA”, AVREMO FATTO UN PASSO AVANTI.

Lo Statuto del 1946 è il Trattato di Pace delle Massomafie toscopadane con le Riserve sicilindiane. Fu “concesso”, con un “impianto pattizio”, ma in assoluta malafede, sulle macerie del Dopoguerra e in risposta al movimento popolare per l’Indipendenza del Popolo Siciliano.

LO STATUTO E’ ORMAI SOLO UN FETICCIO, UN ALIBI. NULLA DI PIU’. E’ SCADUTO NEL 1957 CON LA SOSPENSIONE DELL’ALTA CORTE E NEL 1970 COL SUO SEPPELLIMENTO DEFINITIVO.

BRUCIAMO IL TOTEM DELLO “STATUTO SPECIALE” DEL 1946, LA TRAPPOLA DELL’AUTONOMIA VIGILATA DELLA RISERVA SICILINDIANA. UN GIRO A VUOTO LUNGO 70 ANNI. MA COSA CE NE FACCIAMO DI UN PEZZO DI CARTA -CHE NESSUNO HA MAI DIFESO, NEANCHE QUANDO SI POTEVA?- UN PEZZO DI CARTA GIA’ SCARICATO NELLE FOGNE DI MAASTRICHT, NEL 1992?.

Lo abbiamo studiato, difeso, spiegato, lo Statuto, quando tutti cascavano dalle nuvole o ci ridevano in faccia. Quando le nostre bandiere giallorosse venivano satireggiate come “gli ultras della Roma”, quando la nostra Sacra Trinakria veniva declassata a marchio della Birra Messina.

Lo abbiamo impugnato il Titolo Quinto dello Statuto, nella lezione di Guarino Amella e di Natale Turco, come un’arma tattica che legittimava il nostro Cammino, lo “riparava” dalle aggressioni del Regime coloniale.

Ne abbiamo posto la centralità, ma anche la necessità di una Riforma attuativa rafforzandone il profilo sovranista, quando abbiamo dato vita, insieme a pochi altri Siciliani Vivi, alla Federazione Noi Siciliani, alla metà degli anni Novanta.

Abbiamo sdoganato la Bannera Siciliana e molti temi dell’Autonomia sviluppista.

L’operazione “Noi Siciliani” venne pianificata nel 1994, come tentativo di insediare un soggetto politico dinamico e plurale nello Spazio pubblico siciliano, cogliendo al volo l’opportunità che la crisi devastante del vecchio sistema dei partiti ci offriva.

Abbiamo fatto il possibile, con materiale umano generoso ma non sempre all’altezza, rimettendoci anni delle nostre vite, sudore, soldi. Oltre un miliardo.

L’idea di “Noi Siciliani” siamo riusciti a proiettarla nell’Immaginario di massa, l’Organizzazione no. Da quella “non-vittoria” abbiamo tratto una Lezione.

Il Cammino di TerraeLiberAzione riprese con l’apertura della grande Casa Trinakria a Catania, come luogo qualificato di aggregazione. Centinaia di uomini e donne, partecipando alle attività che vi si svolgevano, ma anche avvicinati dall’impegno civile che il gruppo sviluppava nella città, hanno potuto maturare una idea di Sicilianità ripulita da folklorismi e da soggezioni. Molti venivano a trovarci per ritrovarsi. Ritrovarsi. Questo è il Cammino di TerraeLiberAzione: una Casa del Sicilianu Novu. (…)

Cartapesta da impupare è quello Statuto che al suo art.1 sancisce già il non riconoscimento del Popolo siciliano come soggetto storico.

Quel Trattato che  resta comunque un “Atto di Accusa” e una occasione persa anche per la “nostra” borghesia coloniale, la peggiore borghesia coloniale del Pianeta. Un giro a vuoto lungo 70 anni.

Nelle nostre Tesi di Fondazione -1985- avevamo posto, con errato ottimismo, il tema dell’urgenza di una vera Assemblea Costituente del Popolo Siciliano. Era e resta la nostra posizione: ragionevole, onesta, argomentata, urgente. Che fa paura: quasi a Tutti. Perché lascia Tutti Liberi di Essere Liberi. Ma chi è nato schiavo non sa neanche di cosa stiamo parlando.

Un ciclo storico si è definitivamente chiuso. E’ il ciclo storico dell’“Autonomia vigilata” (da Roma e Washington). Un giro a vuoto lungo 70 anni.

L’unica via di uscita dal circolo vizioso della dipendenza neocoloniale che strozza il 97% del Popolo Siciliano coincide, senza equivoci e tatticismi di alcun genere, col Cammino verso la piena Sovranità della Sicilia nel Mondo del Secolo XXI.

Sovranità sul suolo, sul sottosuolo, sulle acque territoriali e sullo spazio aereo, nel rispetto del Diritto internazionale vigente.

Nulla di straordinario. Sarebbe la vera “normalità”. La soluzione storico-naturale e giuridica della “Questione Siciliana”. Un Cammino di Liberazione, organizzato e strutturato, che ponga al centro, come sua forza motrice, la Questione dei Diritti civili e sociali di ciascuna persona, alzando uno sguardo condiviso, critico e solidale, sulle cose della Vita e del Mondo.

L’Organizzazione sociale autonoma è la chiave di tutto. Niente “partitini”, prego!.

Nel “Palazzo” non c’è un bel niente da Riformare. Qualunque numero moltiplicato per zero da zero. Zerotituli. Buona fortuna. Abbiamo altro da Fare.

Il Cammino del Sicilianu Novu si sviluppa in piena autonomia dallo Spettacolo coloniale della Sicilia italiana e n/europea. Caminamu Addhitta!.

@TERRAELIBERAZIONE.

pa concaL’ABC. Quattro cose chiare…

1-QUANDO LA FINIREMO DI IDENTIFICARE IL POPOLO SICILIANO CON LA “REGIONE FALLITA” E -DUNQUE- COL SUO LEGITTIMO PADRONE ITALIANO, AVREMO FATTO UN PASSO AVANTI. LASCIATE PERDERE QUEL PEZZO DI CARTA “STATUTARIA”: LEGGETENE BENE L’ART.1…IL RESTO E’ GIA’ NULLIFICATO DALL’ART.1. LO STATUTO DEL 1946 E’ UN ATTO DI SOTTOMISSIONE ALL’ITALIA, NEL QUADRO, FORSE INEVITABILE, DI UNA RESA CONDIZIONATA. E’ UN “TRATTATO DI PACE” CON GLI INDIANI DELLE RISERVE. UN TOTEM CHE NON FA MIRACOLI PERCHE’ NON LI PUO’ FARE.
SIMBOLO M33
2-IL “RIPARAZIONISMO” DELLA MACCHINA BUROCRATICA DEL NI/ENTE INUTILE, IL “REGIONISMO”,SERVE SOLO ALLA “SICILIA ITALIANA”, UNA E FATTA: ALLA BORGHESIA COLONIALE, AGLI ASCARI, AI MERCENARI E LACCHE’, DELLO SPETTACOLO COLONIALE CHE IMPRIGIONA UN POPOLO DISSANGUATO DALL’EMIGRAZIONE E PLAGIATO FIN DALLA CULLA.
CHE FALLISCA SUBITO, QUESTA “REGIONE”, CON TUTTO IL SUO BLOCCO SOCIALE IN DISFACIMENTO. LA REGIONE FALLITA E’ PARTE DEL PROBLEMA NON DELLA SOLUZIONE. PER QUANTO CI RIGUARDA “ROMA” SE LA PUO’ PURE …MANGIARE!. NON LO FARA’!. GLI SERVE!.
UNA ORGANIZZAZIONE DI LOTTA QUOTIDIANA, CONTRO IL COLONIALISMO E PER L’INDIPENDENZA, SI SVILUPPERA’ MEGLIO QUANTO PRIMA FINISCE QUESTO EQUIVOCO, QUESTO GIRO A VUOTO LUNGO 70 ANNI.
SIMBOLO M33
3-LO STATUTO DEL 1946, IL TRATTATO “SPECIALE” DELLA FALSA AUTONOMIA E’ IL “MARCHINGEGNO” DEL NOSTRO SUICIDIO INDOTTO.
 VA BRUCIATO, DA NOI INDIPENDENTISTI!
LO STATUTO TRADITO RESTA UN ATTO D’ACCUSA CONTRO “ROMA”. UN ATTO D’ACCUSA COME TANTI ALTRI ATTI D’ACCUSA. ANCHE PIU’ GRAVI. IL DISSANGUAMENTO PIANIFICATO (EMIGRAZIONE), L’ISOLA DEI VEL-ENI, LA TANA DELLA BESTIA AMERIKANA, L’ISOLA DEL TESORO SACCHEGGIATO DAI LADRI COLONIALISTI, QUESTA “COMPAGNIA DELLE INDIE” CHE HA PUPARI EURO-TOSCO-PADANI + MAFIOSI E ANTIMAF NOSTRANI- LADRI DI ACQUA, SOLE, VENTO, BOSCHI…MARE, CIELO, PETROLIO, GAS…LA SICILIA E’ UN BANKOMAT MILIARDARIO, ALTRO CHE “POVERA E BISOGNOSA DI CARITATEVOLI AIUTI”!.
SIMBOLO M33
 
4-LA LOTTA PER L’INDIPENDENZA E’ LOTTA DI CLASSE E SI SVILUPPA NELLA SOLIDARIETA’ INTERNAZIONALISTA CONTRO L’IMPERIALISMO E LE SUE GUERRE! LA LOTTA PER L’INDIPENDENZA FARA’ CRESCERE NUOVE FORZE, LIBERANDO NUOVE ENERGIE, SVILUPPANDO UN NUOVO IMMAGINARIO SICILIANO, UNA NUOVA COSCIENZA DI SE’, UNA INEDITA CAPACITA’ DI ALZARE UNO SGUARDO SULLE COSE DELLA VITA E DEL MONDO.
NON E’ LOTTA PER IL “POTERE”. ABBIAMO LA POSSIBILITA’ PARADOSSALE DI COSTRUIRCI COME CIVILTA’ SICILIANA E NON COME “STATO” DI VECCHIO TIPO. LA LOTTA PER L’INDIPENDENZA E’ LOTTA PER RESTARE UMANI!. E’ LOTTA QUOTIDIANA, VITTORIA QUOTIDIANA.
NON SI TRATTA DI ISSARE UNA BANDIERINA AL POSTO DI UN’ALTRA, NE’ DI ASPETTARE CHISSA’ QUALE “ORA X”. LA NOSTRA TERRA LA DOBBIAMO DIFENDERE PALMO A PALMO, OGNI GIORNO. ESSERE SICILIANI NUOVI E’ UN MESTIERE. E NESSUNO CI POTRA’ TOGLIERE LA GIOIA DI VIVERE IN QUESTA TERRA IMPAREGGIABILE. ALTRI SE NE DEVONO ANDARE.
SIMBOLO M33
LO “STATUTO SPECIALISSIMO”?. MA COSA CE NE FACCIAMO DI UN PEZZO DI CARTA -CHE NESSUNO HA MAI DIFESO, NEANCHE QUANDO SI POTEVA!- UN PEZZO DI CARTA GIA’ SCARICATO NELLE FOGNE DI MAASTRICHT, NEL 1992?.
LA BATTAGLIA PER L’INDIPENDENZA -NEL NOVECENTO- L’ABBIAMO PERSA IL 17 GIUGNO DEL 1945. A RANDAZZO. E’ TEMPO DI CHIAREZZA. INTANTO SPAZZIAMO VIA LA MISERIA DEL “SICILIANISMO” E IL “SICILIANISMO” DELLA MISERIA.
FARE CHIAREZZA. SICILIA INDIPENDENTE E SMILITARIZZATA!
SIMBOLO M33 @1985-2015. TERRAELIBERAZIONE.

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Breve cuntu intitolato: Vincenzo e l’Inno scambiato. Vincenzo è l’Autore dell’Inno Nazionale Siciliano.

PARTE PRIMA

A un recente congresso fondativo di un partitino sicilianista, a Enna, -laddove, scrivendo una “memorabile pagina di Storia”, è stata avviata l’ennesima liberazione del nostro popolo da sé stesso- le masse colà convenute per l’inedito “Independence Day”, hanno, come è giusto che sia, intonato commosse l’Inno Nazionale Siciliano.

Il loro Lider Maximo, da sempre dirigente politico indipendentista (addirittura da sei mesi!) , sfidando Tutti i Nemici della Sicilia, tranne quelli Veri, ma sfidando sopratutto il rischio del ridicolo, dirige il coro dei malcapitati 166 accorsi al vattìo:

“Sicilia terra mia …/Tra le tue braccia è nata la Storia / sulla tua bocca «Fratelli d’Italia»!/e per difenderti io morirei/Madreterra di Uomini e Dei”.

Alcuni, il cerchio magico del Lider Maximo, lo hanno imparato a memoria. Gli altri –inclusi i tanti curiosi, imbucati e spie (anche nostre)- lo cantano per la prima volta. Magnifico!.

Una pagina di storia della musica patriottica e indipendentista!. La Sicilia è in buone mani!. Dopo 30 anni spesi inutilmente sulle barricate spirituali e materiali, a volte anche affumicate e manganellate, noi indipendentisti sociali di TerraeLiberAzione, ci possiamo anche sciogliere, magari unendoci al coro dell’Inno Nazionale Siciliano composto dal nostro grande Vincenzo.

Inno Siciliano? Vincenzo?. Al suddito medio della Sicilia italiana, di cui quell’Inno è coerente espressione, suonerebbe comunque aramaico!. Ma quello che è accaduto a Enna ha del tragicomico, di cui avremmo preferito non occuparci. Si dichiarano “indipendentisti”: e non ce ne eravamo accorti?.

Viva Vincenzo!. Bellini?, No, è Spampinato. E l’Inno? Non era quello vero, che suona la tromba intrepida, gridando: Libertà! (Bellini, Vincenzo macari iddhu!).

Hanno scambiato Vincenzo e pure l’Inno*. Càpita, a dirigenti di lungo corso per demenza senile; ai neofiti, per presunzione: bastava chiedere all’Istituto TerraeLiberAzione, invece di insultarci e di scappare.  Ne abbiamo visti, megghji ri vuatri, perdersi nelle nebbie coloniali…”Siciliani liberi” di perdervi come meglio vi pare!. Ma senza fare danno, please!.

Cantate pure :“sulla tua bocca «Fratelli d’Italia»!/e per difenderti io morirei”. E’ l’Inno della Sicilia italiana, della sua Regione fallita, è l’Inno di Cuffaro (e Fabio Granata). Ecco cosa avete cantato: “sulla tua bocca «Fratelli d’Italia»!/e per difenderti io morirei”. Io morirei?. Passate avanti, prego!. Noi tocchiamo ferro, zinco, ramu, nzokkegghjiè!. Macari i baddhi ru Liothru!.

E’ proprio questo l’Inno che TerraeLiberAzione, nel giugno 2003, criticò in diretta e sui giornali dopo averlo ascoltato in anteprima al Teatro antico di Taormina: una critica dura la nostra, ma ben congegnata, che scatenò un piccolo putiferio negli ambienti della Sicilia sveglia. Sempre da soli, controcorrente, contro lo Spettacolo coloniale, ma da tutti rispettati, anche da Spampinato: perché non sbagliamo Inno, non sbagliamo Vincenzo, non sbagliamo Secolo!. (La nostra Nota ufficiale, intitolata “L’INNO DI UNA COLONIA”,  uscì il 18/6/2003, in grande evidenza, sul quotidiano “La Sicilia”, lanciata dai nostri siti web di allora; ebbe oltre 200.000 lettori e una serie di ottimi commenti, sia favorevoli che critici: come è giusto che sia-la riproporremo a parte).

Breve cuntu intitolato: Vincenzo e l’Inno scambiato. Vincenzo è l’Autore dell’Inno Nazionale Siciliano.

PARTE SECONDA

Suoni la tromba intrepida/E io pugnerò da Forte/ E’ bello affrontar la morte/Gridando: Libertà!

Vincenzo Bellini nasce a Catania il 3 novembre 1801. Si spegne a Parigi, a Puteaux, stroncato da una malattia, il 23 settembre 1835. I Puritani è l’ultima sua Opera. Venne eseguita per la prima volta a Parigi il 24 gennaio 1835. Fu un successo immenso, che sorprese anche Vincenzo.

Suoni la tromba intrepida/E io pugnerò da Forte/ E’ bello affrontar la morte/Gridando: Libertà!

Intorno al 1944, Attilio Castrogiovanni, leader del Movimento per l’Indipendenza della Sicilia, tra i pochi attenti ai temi identitari, dopo aver definito la Bannera Naziunali, indica anche l’Innu Naziunali Sicilianu, traendolo genialmente dall’Opera “I Puritani” del nostro Vincenzo Bellini.

Suoni la tromba intrepida/E io pugnerò da Forte/ E’ bello affrontar la morte/Gridando: Libertà!

E’ l’Inno degli Indipendentisti  Siciliani: di ieri, di oggi, di domani. Ci sono anche versioni in lingua siciliana. Oziosa e sterile è la diatriba linguistica: noi Siciliani siamo azionisti di maggioranza della lingua franca italiana. E’ nostra, quanto nostre sono le decine di lingue siciliane che hanno generato non solo suoni, ma anche gestualità e modi, che un colonialismo feroce non è ancora riuscito a sterilizzare del tutto. Ci siamo quasi?. Re sesan ires!. E’ lingua sicula arcaica: alzi la zampa chi ne conosce il significato!.

Suoni la tromba intrepida/E io pugnerò da Forte/ E’ bello affrontar la morte/Gridando: Libertà!

Il tema della coscienza linguistica e geostorica è stato sviluppato a livelli altissimi in una serie di Cuncumi di TerraeLiberAzione. Quanto all’Inno, noi indipendentisti ce l’abbiamo!. E’ l’Inno degli Indipendentisti che porteremo in dono, come proposta, all’Assemblea Costituente del Popolo Siciliano, se e quando dovesse essercene una. Non è l’Inno “nazionale”, in verità: perchè “una nazione è un plebiscito di tutti i giorni” (Renan). E in Sicilia, i siciliani coscienti sono solo una minoranza r/esistente, nelle nebbie e nelle paludi dello Spettacolo coloniale. Comunque, l’Inno della Lotta per l’Indipendenza ce l’abbiamo. Non ce ne servono altri, grazie!. Soprattutto non ci serve un sicilianismo, sebbene sincero, che sbaglia pure l’Inno!. O meglio, in verità, non lo hanno sbagliato: è l’inno dei regionisti, in quanto tale è corretto. L’Inno di Cuffaro!.

Suoni la tromba intrepida/E io pugnerò da Forte/ E’ bello affrontar la morte/Gridando: Libertà!

L’Inno vero, U Sicilianu Novu lo deve imparare a cantare…anche sotto la doccia della Sraddha!.

Suoni la tromba intrepida/E io pugnerò da Forte/ E’ bello affrontar la morte/Gridando: Libertà!

E poi a cantarlo insieme. E’ l’Inno di Bellini, quello adottato genialmente da Attilio Castrogiovanni. Altre sono le cose di cui ci si deve sbarazzare: noi lo abbiamo fatto. Niente zavorre, niente scheletri negli armadi, niente riesumazioni di carte e mummie che la Storia ha liquidato. Ma l’Inno è ottimo. E ce lo teniamo. Grazie a Vincenzo B. e ad Attilio C.!.

Suoni la tromba intrepida/E io pugnerò da Forte/ E’ bello affrontar la morte/Gridando: Libertà!

Quando migliaia di Siciliani rinati canteranno l’Inno vero, col Sintimentu, sicula concrezione di Cuore e Cervello…ne riparleremo. P’accamora, cca, nun si canta e ‘un si sona!. E’ nebbia fitta, anche nei cervelli di tanti che intuiscono la Realtà coloniale ma non vogliono o non possono vederla.

Del folklore politico e delle illusioni culturali del sicilianismo, al Sicilianu Novu di TerraeLiberAzione non è mai interessato nulla. Se non la confusione che alimenta nelle molte persone in buona fede.

C’è poi un altro sicilianismo, di alto bordo: quello può essere pericoloso, è l’altra faccia borghese dell’unitarismo allucinato della Sicilia italiana. Ma non è il caso dei nostri “sbagliatori di Inno”. Iddhi su fratuzzi e suruzzi nostri, anche Massimo Costa.

Cosiccome è per amicizia e con dispiacere che ne rileviamo i limiti. Questi limiti li vediamo bene, perché riconosciamo i nostri, e abbiamo una storia lunga e sofferta, ma decisamente Gloriosa!.

Noi di TerraeLiberAzione siamo alla Terza Generazione di Indipendentisti r/esistenti. L’Ultimo dei Ragazzi di Canepa è tuttora Militante Attivo nelle nostre file: a 91 anni e sei mesi. Il più giovane dei nostri militanti in formazione ha 16 anni e ce vorranno almeno altri 4 prima di poterlo immettere in ruolo pubblico. Altro che “distribuzione di tessere” al primo che capita, e “moltiplicazione di pani e pesci” nella sagra delle illusioni e della sciatteria.

L’Indipendentismo sociale è scienza, metodo del Realismo dialettico: un’Arma del Sintimentu, sicula concrezione di cuore e cervello, che ti permette di fendere le nebbie dello Spettacolo coloniale e di alzare dalla Cima dell’Etna uno sguardo critico e solidale sulle cose della vita e del Mondo. Il Secolo XXI è la nostra patria che abitiamo nel Tempo. Non una fantasmatica Sicilia italiana che canta il suo suicidio.

Dalla Cima dell’Etna, il Sicilianu Novu canta il suo Inno immortale:

Suoni la tromba intrepida

E io pugnerò da Forte

E’ bello affrontar la morte

Gridando: Libertà!

Forse dell’Alba al sorgere il Nemico ci assalirà…

Morrà! Morrà!

Gli sia voce di terror

Patria! Vittoria! Onor!

All’Alba! All’Alba!

Alba che sorgi a un popolo

Che a Libertà s’affidi

Felice a lui sorridi

Nunzia d’eterno Sol!

Alba che sorgi

Ai perfidi tiranni della Terra

Sii nunzia a lor di guerra

Alba d’eterno dolor!

Suoni la tromba intrepida

E io pugnerò da Forte…

Sicilia Indipendente e smilitarizzata!

Smascherare senza pietà l’ideologia sicilianista, per salvarne le vittime in buonafede.

Il sicilianismo, comunque mascherato, è una falsa flag dello Spettacolo coloniale, spacciata nelle sue Nebbie!. La Ri-Evoluzione culturale, il Cammino del Sicilianu Novu, lo deve avere ben chiaro.

Semu simenza. Pani, Pacenzia e Tempu.

Mario Di Mauro-Fondatore di “Terra e LiberAzione”

*Scusa Vincenzo, Vincenzo Spampinato, per la precisione; amico nostro ca tu meriti, vacci lisciu: diritti d’autore, sicilianistiche liberatorie, cosi e cunti: lassa peddiri! Tu si bonu cristianu, ri kori ranni! Avà, vabbè ca u sapeviti, o no?, anzammà c’arrifriscata nesci ‘n avvucatu, e s’allippa a  ssi malassurtati, cà voli i soddi? Vacci lisciu, e mutu cu sapi u joku! Fallu ppa nosthra  Tappallira ru vuvvu e per tutti gli Dei dell’affollato siculo pantheon!. Fai beni e scoddilu. Tutti Devoti!.

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CONTRO IL SICILIANISMO,

SUL CAMMINO DEL SICILIANU NOVU!

di Francesco Vecchio – per l’Istituto “TerraeLiberAzione”

E’ finita! Non c’è più trippa per gatti in Sicilia. Ora che non possono più distribuire pasta e posti, finiranno per andare alle urne gli accoliti e chi nei partiti ha trovato bassa la mangiatoia. Già Crocetta -(che, lo ricordiamo, abbiamo querelato essendone stati diffamati)- sgoverna con il 10%.

E i partitini? si coalizzeranno? si stringeranno alla coorte di questo o quel big per superare lo sbarramento e portare un deputatino all’Ars che tra qualche anno finirà per avere meno funzioni di un consiglio comunale? Spiegatemi di cosa state parlando quando ci dite siete soli!. Soli sono loro, come soli sono tutti quei sindaci che stanno facendo più le funzioni di liquidatori fallimentari che di pubblici amministratori che se pensavano di poter sistemare qualcuno o qualcosa a metà guado si accorgono che … non c’è più trippa per gatti in Sicilia!.

Restano gli affari, quelli grossi succosi grondanti miliardi coloniali (studiatela TERRAELIBERAZIONE, è diventata fonte primaria anche per la stampa “ufficiale”!).  

La “politica” è solo un paravento per continuare ad amministrare la cosa pubblica con criteri privati e ne so qualcosa, forse anche più di qualcosa. Volete confondervi in questo scenario tetro e senza sbocchi?. Prego! Avanti c’è posto, è legittimo. Ma c’è chi pensa che l’Indipendenza è altra cosa che ha che fare con la pulizia e prima ancora di procedere alla ricostruzione di un Sistema, si deve far diventare la denuncia, il bisogno di trasparenza, l’obiettivo di una Sicilia libera da secolari retaggi, Patrimonio Collettivo o la storiella finirà per ripetersi senza fine. Si uniscano i Siciliani non comprabili, tutto il resto è storia vista.

IL NOSTRO ADDIO AGLI AMICI “SICILIANISTI”.

conca L’ORGANIZZAZIONE INDIPENDENTISTA TERRAELIBERAZIONE, DAL 1985, E’ ALTERNATIVA AL “SICILIANISMO REAZIONARIO” IN TUTTE LE SUE FORME.
SONO DUE LINEE LEGITTIME, CONTRAPPOSTE E STRATEGICAMENTE INCONCILIABILI.
LA CHIAREZZA STRATEGICA, IL METODO SCIENTIFICO, IL MODELLO ORGANIZZATIVO: NON ABBIAMO NULLA IN COMUNE, SE NON LA NOSTRA UMANITA’ -CHE VA POSTA AL DI SOPRA DI TUTTO.

NON POSSIAMO AVERE NULLA IN COMUNE CON CHI PROPONE CAMPI DI CONCENTRAMENTO PER I PROFUGHI…FACENDO RETROMARCE PARZIALI IN MALAFEDE: ALMENO SIATE COERENTI!.
NULLA IN COMUNE CON CHI NON VEDE NELLA SOLIDARIETA’ ATTIVA COI MOVIMENTI ANTIMPERIALISTI DEL MONDO UNA COLLOCAZIONE OPERATIVA PER LA LOTTA IN SICILIA.
E’ IL SICILIANISMO REAZIONARIO E CIECO, FUORI DAL MONDO.
IL NOSTRO MONDO, QUELLO CHE LOTTA PER LA SUA LIBERAZIONE…

E’ IL SICILIANISMO CONTABILE DELLA REGIONE FALLITA, CHE VORREBBE PURE “RIFORMARE”, E’ IL REGIONISMO CHE SBAGLIA DI 7,5 MILIARDI I SUOI CONTI…E TERRAELIBERAZIONE LI CORREGGE -SUL QUOTIDIANO “LA SICILIA”: NON SULLA GAZZETTA DI ROCCACANNUCCIA -. E’ LA PALUDE ELETTORALISTA…LASCIAMO PERDERE. SIAMO TROPPO DIVERSI.

IL SICILIANISMO DEL SILENZIO TOMBALE SULLE MULTINAZIONALI DEL SACCHEGGIO COLONIALE DI CUI IGNORA L’ESISTENZA…POSSONO SOLO SCOPIAZZARE QUALCHE DATO DAL LAVORO IMMANE SVILUPPATO DALL’ISTITUTO TERRAELIBERAZIONE (SPECIE DA PARIGI!). NON SAPETE NULLA DI NOI, NE’ POSSIAMO SOVRAESPORCI PIU’ DEL DOVUTO.

IL SICILIANISMO CHE HA NELLA NATO IL SUO RIFERIMENTO GEOSTRATEGICO E NELL’UNIONE EUROPEA DEI “FONDI DROGATI” PER LA BORGHESIA COLONIALE, LA SUA GABBIA… NON ABBIAMO NULLA A CHE SPARTIRE, PRENDIAMONE ATTO.

IL SICILIANISMO REAZIONARIO E’ UNA FORMA DI POLMONITE.
IL CAMMINO DEL SICILIANU NOVU E’ UN SECOLO AVANTI. ANZI, RISPETTO AL 1812, I SECOLI SONO DUE.
E NON SI TRATTA SOLO DEL PARTITELLO DI TIZIO O DEL PARTITINO DI CAIO. SIETE PERDUTI, QUESTO CI DISPIACE.

L’INDIPENDENTISMO E’ LOTTA DI CLASSE INTERNAZIONALISTA.
NOI SAPPIAMO CHI SIAMO, CONOSCIAMO IL NEMICO E SAPPIAMO COME COSTRUIRE NELLA LUCE LE NOSTRE VITE.
CI BASTA QUESTO.
IL DECIMU CUNCUMIU DI TERRAELIBERAZIONE HA IL RESPIRO DEL MONDO, OLTRE LE NEBBIE DELLO SPETTACOLO COLONIALE DI CUI IL “SICILIANISMO REAZIONARIO” E’ PARTE INTEGRANTE, VARIANTE DI CONFUSIONE DI CUI SOLO UNA AVANGUARDIA INTERNAZIONALISTA, CON OLTRE UN SECOLO DI STORIA ED ESPERIENZA, PUO’ COGLIERNE TRATTI SPECIFICI E PSICOLOGIE INFANTILI.
NEL RISPETTO PIU’ ASSOLUTO VERSO LE PERSONE, NEL RISPETTO PIU’ ASSOLUTO VERSO NOI STESSI, VERSO LA NOSTRA FUNZIONE DI AVANGUARDIA POLITICA MILITANTE CHE NON HA SBAGLIATO UNA SOLA PREVISIONE DA ALMENO VENTANNI. SCRIPTA MANENT.
NON PERCHE’ SIAMO “MIGLIORI” DI ALTRI, MA SOLO PERCHE’ LA SCIENZA DEL REALISMO DIALETTICO E’ MIGLIORE DI ALTRE SCUOLE.

UN ESEMPIO: IERI I PADRONI DELL’ACQUA SICILIANA HANNO AVUTO UN NOME PER 340.000 SICILIANI. TERRAELIBERAZIONE GLIELO HA DETTO. SAPETE QUANTO LAVORO DI INCHIESTA E QUANTI RISCHI SI CORRONO PER FARE UNA COSA DEL GENERE?
NO, NON LO SAPETE. E NON LO VEDETE.
LA LOTTA PER L’INDIPENDENZA NON E’ UNA SBANDIERATINA FESTAIOLA…SAREBBE TROPPO BELLO, MA NON E’ ACCUDDHI’.

SCUSATE IL DISTURBO, MA NOI ABBIAMO CENTINAIA DI SICILIANI CHE SI ASPETTANO UNA INDICAZIONE ORGANIZZATIVA PIU’ AMPIA E ADEGUATA, NON ASFITTICA E AUTROPROCLAMATORIA. ABBIAMO DECINE DI MIGLIAIA DI SICILIANI CHE SI ASPETTANO ALMENO UN LAMPO DI VERITA’, UNA INTERFERENZA NELLO SPETTACOLO COLONIALE. ABBIAMO TANTO LAVORO SCIENTIFICO DA SVILUPPARE. TANTE RELAZIONI INTERNAZIONALI DA CURARE. E LA VITA DA VIVERE, SUL CAMMINO DEL SICILIANU NOVU. CI BASTA.

BON ANNU NOVU!.

PANI, PACENZIA E TEMPU.

MARIO DI MAURO-FONDATORE DI “TERRAELIBERAZIONE”

TERRAELIBERAZIONE

La Lezione di Guarino Amella, Grande Avvocato del Popolo Siciliano, il padre dello Statuto tradito.

 di MARIO DI MAURO

Fondatore di “Terra e LiberAzione” (membro  del Comitato scientifico per le celebrazioni del 60° dello Statuto presieduto dal prof. Francesco Renda – promosso dalla presidenza dell’A.R.S. 2006/7).

 

524240_381849148537512_1468202988_n Che lo Statuto Siciliano del 1946 valga meno di un qualunque vecchio “Trattato di Pace” tra il Governo americano e gli Indiani delle Riserve, è chiaro da decenni. Dal 1957, per la precisione. (…)

Ma che questo “Trattato di Pace”, vilipeso e maldigerito quasi quanto la “Pace di Versailles”; questo “Patto Costituzionale” -mai seriamente “normato” né tantomeno applicato-… sia, formalmente, ancora in vigore, mi pare pacifico. Anzi, in tutta la sua vicenda, l’unica cosa “pacifica” è la sua vigenza giuridico-formale.Un convitato di pietra, un fantasma protettivo, un incubo di Verità Storica, un provvidenziale incidente di percorso nella distruzione finale della Nazione Siciliana…Fate voi.

Cominciamo un viaggio: la mente giuridica, quella vera, dello Statuto, è una sola. Ha un nome e un cognome. Anzi, ne ha due+due, non si mai!.

Odoacre Giovanni Guarino Amella.

Nacque a Sant’Angelo Muxaro nel 1872 in una famiglia di contadini poveri, potè studiare a Palermo e conseguire la laurea in giurisprudenza nella simpatia generosa del barone Francesco Lombardo di Canicattì.

Da ragazzo si fa notare per la pubblicazione di articoli polemici verso gli ambienti conservatori della sua Girgenti che uscivano su giornali da lui stesso fondati e animati: “Il Moscone” ” La Fiaccola “, “Il Chiodo”, “Il Risveglio”, ” La Zanzara “.

Intorno al 1891 è impegnato, come migliaia di giovani siciliani, nei Fasci dei Lavoratori, il movimento per i diritti civili che venne schiacciato nel sangue dal governo di Roma, dopo essere stato isolato dagli stessi “socialisti italiani”. Il giovane Amella, per sfuggire all’arresto, si diede alla latitanza.

In quell’esperienza matura -nell’avversione al conservatorismo parassitario interno e, non di meno, al centralismo neocoloniale italiano- una impostazione solidaristica incentrata sullo sviluppo in Sicilia del cooperativismo e della media impresa produttiva, che lo portò ad attaccare il latifondo parassitario in nome della sua amministrazione cooperativistica sulla base di una riarticolazione democratica ma non demagogica degli assetti proprietari. Cosiccome non esitò a impugnare la logica autonomista contro la calata dei gruppi elettrici padani sostenuti dallo Stato e organizzati nella Società Generale Elettrica in Sicilia, divenendo portavoce di una rete di imprese siciliane che operavano già -malgrado tutto- nel settore. Chissà cosa direbbe oggi delle bollette “siciliane” dell’Enel, le “più alte d’Europa”!.

Giovanni Guarino Amella, nel primo Novecento, sempre eletto nella sua Girgenti, fu anche parlamentare per tre legislature nelle file della “Democrazia del Lavoro”, nel 1924 divenne Segretario dell’Aventino, che tentò di trasformare in un Fronte politico di combattimento contro l’avanzata del Fascismo. Si racconta che cacciò fuori da una riunione -con una pistola in pugno- il braccio destro di Mussolini, Farinacci.

Com’è noto, all’Aventino, prevalse la tesi codarda dei vari Amendola. Visse da Antifascista pragmatico, nel Ventennio. E sempre attivo, forte di spirito e protetto da un indiscusso prestigio personale.

Fu tra i pochi a riuscire a criticare apertamente l’operato “fascistissimo” di Cesare Mori, il “prefetto di ferro”, inviato dal Duce nell’Isola a reprimere ogni resistenza comunitaria in nome della “lotta alla mafia”.

“Quelle notti di San Bartolomeo -scriveva- in cui per arrestare un pugno di malviventi si travolgevano nell’abisso interi paesi”. Si legga al proposito il bel libro del Duggan sulla “Sicilia durante il Fascismo”, dal quale Leonardo Sciascia trasse spunto per lanciare l’indimenticata e malcompresa invettiva contro i “professionisti dell’antimafia”. Già nel 1928 gli arrestati, i confinati, i diffidati…erano decine di migliaia. Una azione colonialista in piena regola.

Maturava in questa Resistenza pratica, operaia e operosa, di matrice autonomista e produttivista – una sorta di socialismo corporativo a pianificazione democratica – l’esigenza di elaborare uno strumento giuridico che permettesse lo sviluppo endogeno delle forze produttive, la liberazione delle energie siciliane: l’Autonomia giuridica dell’Isola. Quell’Autonomia, fiume carsico secolare della drammatica vicenda siciliana, che “puntava soprattutto a spezzare l’impalcatura fiscale e doganale che teneva l’isola in condizioni di inferiorità economica, malgrado la bilancia commerciale attiva dei suoi traffici”.

Caduto quel Regime ventennale che completò, nella “nazionalizzazione delle masse”, l’azione imperialista e sanguinaria avviata col cosiddetto “Risorgimento”, quel Fascismo figlio del Nord e profondamente odiato dai Siciliani…il Grande Avvocato del Popolo Siciliano, nominato Sindaco di Canicattì dall’Amgot -ma come, non erano tutti “maffiosi”?- si distinse per aver giustamente violato la legge sull’ammasso coatto del grano che affamava la sua gente. Denunciato dalle autorità militari “liberatrici” viene ancora una volta protetto dalla sollevazione della sua gente.

Nella stessa estate del 1943 promuove, con Andrea Finocchiaro Aprile e Attilio Castrogiovanni, il primo nucleo del movimento per l’Indipendenza –(al quale aderiscono sopratutto esponenti dell’antifascismo liberale, azionista, socialista e comunista, altro che i i dongesualdi e ripuddhuti, pidocchi rifatti, dell’agraria reazionaria; i parassiti dei “Gattopardi”, che almeno furono Grandi!)- sebbene mantenendo un rapporto dialettico ed una marcata autonomia d’azione. Era un realista, vedeva lontano: oltre i Sogni.

Impegnò ben presto il suo prestigio e la sua intelligenza nella battaglia per l’Autonomia Siciliana. Nel progetto di Statuto siciliano che presentò al Congresso Regionale del Partito Democratico del Lavoro, tenutosi a Catania nell’aprile 1945, e poi, come contributo, alla Consulta regionale, Guarino Amella sostenne le ragioni politiche e giuridiche di una Autonomia più vicina al Federalismo, anche nell’organizzazione interna dell’amministrazione incentrata sui liberi consorzi tra Comuni previa abolizione di Province e Prefetture (Art.15, tuttora vigente…si fa per dire!).

Il suo sguardo era rivolto, criticamente, alla lezione della Costituzione Siciliana del 1848, quella che recita, all’Articolo 2: “La Sicilia sarà sempre Stato indipendente” e all’Articolo 3: “La Sovranità risiede nell’universalità dei Cittadini Siciliani”. Ma anche, non v’è dubbio, alla democrazia sociale e autonomista catalana schiacciata dalla tenaglia stalinista e anarco-ministerialista prima e dalla dittatura fascista del Generale Franco poi. Una tragedia immane del Novecento europeo che vide soccombere uno straordinario movimento di liberazione degli operai, dei minatori e dei contadini sotto i colpi della più trasversale coalizione controrivoluzionaria che si fosse mai vista: stalinisti, fascisti, democratici, papisti…pronti a scannarsi tra di loro, ma non prima di aver scannato i minatori delle Asturie, i contadini dell’Andalusia, gli operai della Catalogna, la gente dei Paesi Baschi…per risolversi in una versione tardiva e reazionaria di Stato assolutista.

Giovanni Guarino Amella, come detto, aveva aderito al primo nucleo del movimento indipendentista, già nell’estate del 1943. Nella galleria “ufficiale” dei Padri dell’Autonomia appare di tutto: in verità andrebbe epurata per bene. E prima o poi lo faremo.

Giovanni Guarino Amella fu un padre vero dello Statuto siciliano e poi Presidente della Commissione paritetica Stato Italiano-Regione Siciliana.

L’Autonomismo amelliano -che si inserì nel varco aperto dalla battaglia eroica degli Indipendentisti- nulla ebbe a ché spartire col “riparazionismo” dei vari La Loggia , che si risolse, forse malgrado il suo maggiore propugnatore, in quel politicantismo sicilianoide, piagnone e parassitario, che aprì le porte, in uscita, a milioni di emigranti siciliani, e in entrata al saccheggio italoimperialista e poi multinazionale dell’Isola. Fino ai velENI che, dal Sessanta, seppellirono l’Autonomia conquistata in un mare mefitico di mercurio e di corruzione morale, per non dire altro: Crocetta incluso.

Nel progetto amelliano di Autonomia la competenza legislativa esclusiva della Regione configurava un quasi-Stato (art. 25), ed appariva limitata soltanto dalle materie riservate alla esclusiva competenza del governo dello Stato centrale. Cosiccome non è difficile scorgere il contributo amelliano nell’impostazione di quell’illustre sconosciuto che è l’Art.41 dello Statuto (41 senza Bis!), la cui applicazione organica permetterebbe alla Nazione Siciliana di battere legalmente una sua moneta sociale, come notò inorridito Luigi Einaudi.

Rileva il Gangi: “L’influsso dello Statuto catalano è evidente”. Per dirne una: nel progetto amelliano “le fonti della finanza regionale sono costituite mediante l’avocazione da parte della Regione “del diritto di imporre e di riscuotere imposte, tasse e contributi, sulla ricchezza, sulla produzione, sulle attività personali e commerciali, sulle importazioni e sulle esportazioni…” (art. 31), mentre la Regione in quanto persona giuridica contribuirà al finanziamento di “quei lavori, servizi, funzioni e attività che sono di competenza dello Stato e che si riversano a vantaggio della Regione e comunque riguardano anche la Regione “, mediante una Commissione Superiore di Finanza; nominata pariteticamente da Stato e Regione, essa stabilirà il contributo da versarsi dalla Regione allo Stato”.

Quella del nostro Grande Avvocato era autentica Logica dell’Autonomia intesa come strumento di autogoverno responsabile e virtuoso, non ascaro, parassitario e sprecone. L’Autonomia autorevole perchè fondata sulla promozione del Lavoro produttivo, anch’esso strumento di autogoverno responsabile e virtuoso. Sono le cose che disse fino alla fine. Morì a Palermo, nel 1949.

Nel suo ultimo scritto al momento a me noto intravedo quasi un monito a futura memoria, che propongo volentieri: “La costituzionalità intrinseca dello Statuto deriva, prima ancora che dalla sua recezione nella legge costituzionale 26 febbraio 1948, n.2, dal fatto che essa fu espressione di un equilibrio faticosamente raggiunto a seguito di turbamenti, lotte, sacrifici. Nessuna clausola di tale accordo transattivo è modificabile senza il consenso delle parti (Stato e Regione Siciliana), perché tutte furono sottoscritte come essenziali e tutte sono reciprocamente collegate mediante nessi indissolubili…Le norme in esso contenute erano espressione dell’accordo raggiunto e non potevano essere alterate o integrate che, o col mutuo consenso…” (Guarino Amella, Per l’Autonomia regionale della Sicilia, Tipografia del Giornale L’Ora, Palermo).

Quelli che stiamo vivendo sono anni cruciali. Giovanni Guarino Amella non ci avrebbe dormito la notte. Qui dormono anche di giorno. Anche quando celebrano l’Autonomia (che non c’è).

Resta lo Statuto, la cui vicenda merita di essere conosciuta e compresa seriamente. Lo Statuto speciale della “Sicilia italiana”, concesso in fretta e in malafede per sedare la rivolta indipendentista, è un atto d’accusa che solo il nuovo indipendentismo può formulare con serietà. Per andare oltre.

E resta la Lezione del Grande Avvocato del Popolo Siciliano.

@2007. Palermo. Mario Di Mauro.

guarino amella

IL GRANDE AVVOCATO DEL POPOLO SICILIANO.

GIOVANNI ODOACRE GUARINO AMELLA

(1872-1949)

SIMBOLO M33http://www.terraeliberazione.wordpress.com

 

LA SICILIA ITALIANA.

La confusione, nell’ambiente umano della Sicilianità critica, è dilagante. La cosa non ci sorprende: in molti intuiscono che qualcosa “va fatto”. Ma cosa? E come? E con chi? E contro cosa e contro chi?. E per andare dove?. I rischi sono grandi, la Chiarezza è urgente. L’Attenzione vera, la capacità di ascolto, subiscono distrazioni continue. Il Cammino del Decimu Cuncumiu di “Terra e LiberAzione” è una scommessa aperta. Molti aspetti verrano chiariti. Eccone uno. LA SICILIA ITALIANA ESISTE. I SICULICANI ‘TALIANI ESISTONO! ESSI VIVONO! ATTENTI PERO’ A NON PRENDERCELA CON GLI “ITALIANI VERI”. SONO I NOSTRI MIGLIORI ALLEATI. VEDRETE… IL “SICILIANISMO” E’ CIECO. L’INDIPENDENTISMO DEL SECOLO XXI GUARDA LONTANO, E SA DOVE METTERE I PIEDI. UN GRANDE LAVORO CI ASPETTA.

@TERRAELIBERAZIONE.

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IL NEOPARTITINO REGIONISTA DI MASSIMO COSTA, 

SINTOMO DELLA FASE TERMINALE DEL SICILIANISMO FALLITO.

-L’INDIPENDENTISMO E’ ALTRA COSA-

Nella Notte coloniale non è semplice distinguere le parole e le cose, men che meno la validità di una analisi dal punto di vista della cultura indipendentista avanzata. Che diversi “sicilianisti” confondano lucciole con lanterne non ci ha mai sorpreso. Ecco un esempio, uno dei tanti, non il più grave: <<Siamo la terra che paga il prezzo più alto per i diktat aberranti del Governo italiano nel fiancheggiare l’Unione europea nelle sue follie dell’austerity, così come nella politica dissennata sugli immigrati, volta a fare della Sicilia un unico grande ghetto/hotspot, senza controlli né limiti>> (Massimo Costa o Lega Sicilia-Noi con Salvini?).

Va precisato “solo” che: IL GOVERNO DI ROMA NON FIANCHEGGIA L’UE. NE E’ PARTE FONDAMENTALE. LE MASSOMAFIE TOSCOPADANE (CHE COSTA SCONOSCE!) NE SONO UNO DEI MOTORI PIU’ POTENTI!. E LO HANNO DIMOSTRATO COL GOLPE IN CORSO IN ITALIA DA 4 ANNI. COSTA DICE MINKIATE. “ROMA” NON E’ “ATENE” GIA’ DA QUALCHE MILLENNIO!. HA UN SUO PESO SPECIFICO, RELATIVO, MA OGGETTIVAMENTE DETERMINANTE.

QUANTO ALLE “POLITICHE DELL’IMMIGRAZIONE”,…COSTA, che non vede la Tana della Bestia (Sigonella), scavalca a destra Salvini profetizzando una “Sicilia invasa dai migranti”.  -Che Costa guardi troppa Tv è probabile, che Costa di geopolitica non ha mai capito nulla è sicuro. Sostenne il golpeguerra della Nato contro Gheddafi, quando i veri Indipendentisti sfilavamo sulle strade, rischiando-. Costa è il co-autore principale del documento razzista del suo già ex-partito SICILIA NAZIONE. Un documento che, insistiamo tuttora, va ripensato profondamente. In quel documento SI PROPONGONO CAMPI DI CONCENTRAMENTO PER MIGRANTI E L’ESPULSIONE DEI “PROFUGHI ECONOMICI”: VITTIME DELL’EUROIMPERIALISMO, CIOE’ DEL NOSTRO STESSO NEMICO. NOI INDIPENDENTISTI DI TERRAELIBERAZIONE, “IN AFRICA CI SIAMO”, E SAPPIAMO QUELLO CHE C’E’. NOI CI SIAMO. NOI SAPPIAMO DI COSA PARLIAMO.

QUANTO A FRONTEX…COSTA FA RIDERE: NON RIFIUTA I “FONDI EUROPEI” (CHE DA 20 ANNI TERRAELIBERAZIONE, CON FIOR DI ANALISI E NONSOLO, DENUNCIA COME STRUMENTO DI COLONIZZAZIONE)- COSTA VUOLE I PICCIOLI INFETTATI DELL’UE IMPERIALISTA, PERO’ NON VUOLE LA “POLIZIA EUROPEA”!. DOMANI DIRA’ PURE, FORSE, CHE E’ CONTRO IL MUOS (BENVENUTO!), MA NON CONTRO LA NATO E L’IMPERIALISMO AMERIKANO!

SAPETE DOVE SI TROVA LA CENTRALE SUD DI FRONTEX?. LA CITTA’, LA VIA E IL NUMERO?. COSTA NON LO ABBIAMO MAI VISTO NE’ CONTRO FRONTEX, NE’ A NISCEMI, NE’ CONTRO VEOLIA, ENEL, TERNA, NESTLE, E SACCHEGGIATORI COLONIALISTI VARI. COSTA E’ UN REGIONISTA, IN QUANTO TALE, UN BUON REGIONISTA. IN OGNI CASO, ABBIAMO INVITATO MASSIMUZZO A UN CONFRONTO PUBBLICO, DIVERSE VOLTE.

COSTA HA FONDATO IL SUO PARTITINO: IL PARTITINO N°36, OVVIAMENTE L’UNICO VERO E AUTENTICO, CI MANCHEREBBE. GLI FACCIAMO I MIGLIORI AUGURI. GLI RICORDIAMO SOLO CHE GLI INDIPENDENTISTI STORICI, CHE LUI HA CANCELLATO PERFINO -AUTOPROCLAMANDOSI MESSIA? O COSA? CAPRA! – MERITIAMO RISPETTO. CU VOLI RISPETTU PORTA RISPETTU, PRUFISSUREDDU!. NOI SIAMO SULLE STRADE, NEI QUARTIERI, NEI PAESI. MA ANCHE IN CORSICA, IN CATALOGNA, IN SCOZIA, A PORTORICO, A BERLINO… E DI “UOMINI DELLA PROVVIDENZA” E DI PARTITINI NATI MORTI COME LA PECORA DOLLY NE ABBIAMO VISTI A DECINE. NON CE NE SERVONO.

@1985-2015. TERRAELIBERAZIONE.

 

emigrazione 1

LE ILLUSIONI DEL “REGIONISMO”, IL MALE MINORE?

SALTATE IL FOSSO O CI CASCATE DENTRO!

Massimo Costa scrive, giustamente: “Se il Governo Regionale ha intenzione di togliere norme vitali dallo Statuto, deve prima parlarne in ARS”. – E POI?. DIFENDIAMO ANCORA IL NI/ENTE INUTILE, LA REGIONE FALLITA: IL VERO OSTACOLO AL DISPIEGAMENTO DI UNA VASTA CAMPAGNA D’OPINIONE PRO-INDIPENDENZA.

LO ZOMBI-STATUTO VA PIETOSAMENTE SEPPELLITO: PREVIO ESPIANTO TITOLO V: MA SOLO PER SFIDA, PROVOCAZIONE, TATTICA. E FORSE E’ PURE INUTILE. SI E’ CONCLUSO UN CICLO STORICO, QUELLO DELL’AUTONOMIA VIGILATA: UN GIRO A VUOTO LUNGO 70 ANNI.
IN OGNI CASO QUALUNQUE AZIONE DIFENSIVA -NELLA SUA INUTILITA’- HA VALORE DI TESTIMONIANZA. DUNQUE VA SOSTENUTA CON AFFETTO.
C’E’ UNA RAFFICA DI SENTENZE COLONIALISTE DELLA CORTE COSTITUZIONALE CHE HANNO GIA’ CHIUSO LA QUESTIONE “STATUTO”.
IL TEMA DELL’ASSEMBLEA COSTITUENTE DEL POPOLO SICILIANO CE LO STANNO SERVENDO SU UN PIATTO D’ARGENTO.

IL “REGIONISMO” NON E’ INDIPENDENTISMO DEL SECOLO XXI. SEMPRE MEGLIO DEI PUPI DELL’ARS…MA LA SFIDA ORMAI E’ UN’ALTRA. SALTATE IL FOSSO O CI CASCATE DENTRO! IL “REGIONISMO” E’ UNA “FORTEZZA BASTIANI” NEL DESERTO COLONIALE.
SICILIA INDIPENDENTE E SMILITARIZZATA!
FERMARE IL SACCHEGGIO DELLE RICCHEZZE SICILIANE, FERMARE L’IMPERIALISMO DELLE MULTINAZIONALI: LADRI DI VENTO, SOLE, ACQUA, PETROLIO…DIGNITA’!.

@1985-2015. TERRAELIBERAZIONE (5/12/2015)

copertina 1993

UNA QUESTIONE DI METODO.
L’INDIPENDENTISMO E’ CHIAREZZA.

NOTA FB TERRAELIBERAZIONE.-28-2-2016.

GILETTI (RAI) SPARA SUI DIRIGENTI DELLA REGIONE SICILIANA?. UN COLPO E’ GIUSTO, UN’ALTRO, NO…SBAGLIA MIRA?.
MA CHI SE NE FREGA?. CHIEDERE ALLA RAI DI FARE INCHIESTA SUL COLONIALISMO GLOBALE IN SICILIA E’ COME CHIEDERE ALLA CASA BIANCA DI CONSEGNARCI LE CHIAVI DI SIGONELLA CITY E DI TOGLIERE IL DISTURBO!.
MA QUANTE ILLUSIONI “SICILIANISTE” AVETE ANCORA?. GILETTI HA DETTO MEZZA VERITA’. L’ALTRA MEZZA FORSE NEANCHE LA CONOSCE, O FORSE SI. MA CHI SE NE FREGA?. ABBIAMO BEN ALTRI MOTIVI PER “INDIGNARCI”!. Invece di perdere tempo a guardare lui in tv…
SE VOGLIONO, L’ONORE DEI 1800 DIRIGENTI PARASSITI DELLA REGIONE FALLITA, SE LO DIFENDONO IDDHI, COI LORO SINDACATINI PARASSITARI: UNA CANCRENA NELLA CANCRENA!.

MA PER QUALE “REGIONE” DOVREMMO DIFENDERE I DIRIGENTI DEL NIENTE INUTILE?. AL DI LA DI CAUTELE, CHE POI NESSUNO LEGGE…LA BUROCRAZIA PARASSITARIA DELLA REGIONE FALLITA DELLA SICILIA ITALIANA E’ UN COMODO ALIBI DELLO SPETTACOLO COLONIALE. NEL CASO DELLE AUTOSTRADE E DEI PONTI NON HANNO RESPONSABILITA’?. SULLA CARTA FORSE NO. NELLA REALTA’ CERTAMENTE LE HANNO, ECCOME SE LE HANNO. DA 70 ANNI!. MOLTI DI QUESTI DIRIGENTI HANNO MANEGGIATO DI TUTTO E DI PIU’…HANNO RICATTATO PERFINO GOVERNI: COMANDANO LORO IN REGIONE, NON GLI ASSESSORI!. E LE CONCESSIONI, AUTORIZZAZIONI, ECC. PASSANO DAI LORO UFFICI, NON DA QUELLI DEGLI STESSI ASSESSORI…
COMUNQUE, ESSI SONO VERAMENTE IRRESPONSABILI. IRRESPONSABILI MENTALI E MERCENARI DELLA SICILIA ITALIANA. IL “REGIONISMO” A CACCIA DI VISIBILITA’ RIFLESSA, SI CONFERMA UNA FALSA FLAG CHE NON HA NULLA A CHE VEDERE CON LA LOTTA DI CLASSE PER L’INDIPENDENZA DEL POPOLO SICILIANO.
CHI NON LO VEDE SI PROCURI UN PAIO DI OCCHIALI. -TERRAELIBERAZIONE LE INCHIESTE VERE LE FA E LE COMUNICA. AL MONDO. IN MOLTE LINGUE ORMAI…
LA REGIONE FALLITA DELLA SICILIA ITALIANA -AL TEMPO DEL PROTETTORATO COLONIALE DI BRUXELLES E DI SIGONELLA CITY CAPITALE DEL SICILISTAN- E’ UNA SCATOLA VUOTA. VUOTA COME IL CERVELLO DELLE SUE BUROCRAZIE, DEL SUO INTERO BLOCCO SOCIALE IN DISFACIMENTO. E DEL “REGIONISMO” CHE VORREBBE SALVARLI. A SPESE DI CHI?
DI 5 MILIONI DI SICILIANI?.
NON E’ LA NOSTRA “CASA” CHE STA BRUCIANDO.
E L’INCENDIO L’HANNO APPICCATO LORO STESSI, CON DECENNI DI GESTIONI SCELLERATE E DI INERZIA MENTALE. PRIMA SI TOLGONO DAI COGLIONI E MEGLIO E’.

E’ UN BLOCCO SOCIALE IN DISFACIMENTO. NON NE APPOGGIAMO GLI SCIOPERI REAZIONARI, TANTOPIU’ POSSIAMO RISCHIARE EQUIVOCI IN TEMA DI BUROCRAZIE APICALI, I DIRIGENTI-MERCENARI DELLA SICILIA ITALIANA.
SICILIA INDIPENDENTE E SMILITARIZZATA!
@TERRAELIBERAZIONE.

foto


VERSO IL DECIMO CUNCUMIU DI “TERRA E LIBERAZIONE”

SUL TEMA:

U PARTITU NOVU.

SICILIA INDIPENDENTE E SMILITARIZZATA!

SIMBOLO M33

QUANDO LA FINIREMO DI IDENTIFICARE IL POPOLO SICILIANO CON LA “REGIONE FALLITA” E -DUNQUE- COL SUO LEGITTIMO PADRONE ITALIANO, AVREMO FATTO UN PASSO AVANTI. 
IL “RIPARAZIONISMO” DELLA MACCHINA BUROCRATICA DEL NI/ENTE INUTILE, SERVE SOLO ALLA BORGHESIA COLONIALE, AGLI ASCARI, AI MERCENARI E LACCHE’, DELLO SPETTACOLO COLONIALE CHE IMPRIGIONA UN POPOLO DISSANGUATO DALL’EMIGRAZIONE E PLAGIATO FIN DALLA CULLA.
CHE FALLISCA SUBITO, QUESTA “REGIONE”, CON TUTTO IL SUO BLOCCO SOCIALE IN DISFACIMENTO. LA REGIONE FALLITA E’ PARTE DEL PROBLEMA NON DELLA SOLUZIONE. PER QUANTO CI RIGUARDA “ROMA” SE LA PUO’ PURE MANGIARE!. SALVEREMO TANTO MEGLIO IL NECESSARIO, QUANTO PRIMA FINISCE QUESTO EQUIVOCO, QUESTO GIRO A VUOTO LUNGO 70 ANNI.

LO STATUTO DEL 1946, IL TRATTATO “SPECIALE” DELLA FALSA AUTONOMIA, IL “MARCHINGEGNO” DEL NOSTRO SUICIDIO INDOTTO?
VA BRUCIATO, DA NOI INDIPENDENTISTI!

LO STATUTO TRADITO RESTA UN ATTO D’ACCUSA CONTRO “ROMA”. UN ATTO D’ACCUSA COME TANTI ALTRI ATTI D’ACCUSA. ANCHE PIU’ GRAVI. IL DISSANGUAMENTO PIANIFICATO (EMIGRAZIONE), L’ISOLA DEI VEL-ENI, L’ISOLA DEL TESORO SACCHEGGIATO DAI LADRI COLONIALISTI, QUESTA “COMPAGNIA DELLE INDIE” CHE HA PUPARI EURO-TOSCO-PADANI + MAFIOSI E ANTIMAF NOSTRANI- LADRI DI ACQUA, SOLE, VENTO, BOSCHI…MARE, CIELO, PETROLIO, GAS…LA SICILIA E’ UN BANKOMAT MILIARDARIO, ALTRO CHE “POVERA E BISOGNOSA DI CARITATEVOLI AIUTI”!.

LASCIATE PERDERE QUEL PEZZO DI CARTA “STATUTARIA”: LEGGETENE BENE L’ART.1…IL RESTO E’ GIA’ NULLIFICATO DALL’ART.1. LO STATUTO DEL 1946 E’ UN ATTO DI SOTTOMISSIONE ALL’ITALIA, NEL QUADRO, FORSE INEVITABILE, DI UNA RESA CONDIZIONATA (CON CLAUSOLE FARLOCCHE APPOSTE PER NON ESSERE RISPETTATE!). E’ UN “TRATTATO DI PACE” CON GLI INDIANI DELLE RISERVE…UN FETICCIO, UN ALIBI, UN ATTO D’ACCUSA, APPUNTO. NULLA DI PIU’. BRUCIATELO!.

SICILIA INDIPENDENTE! QUELLO STATUTO NON SERVE A NIENTE NEL SECOLO XXI!. A NIENTE CHE POSSA SERVIRCI!. LO USERANNO ANCORA, PER AUTOFINANZIARE LA REGIONE FALLITA E I SUOI MERCENARI E PARASSITI, SENZA I QUALI NON SAREBBE POSSIBILE IL SACCHEGGIO COLONIALE E PIRATESCO DELL’ISOLA DEL TESORO!.
E SE PER ASSURDO DOVESSERO “APPLICARLO” -LO “STATUTO SPECIALISSMO”-SARA’ SOLO PER MASSACRARCI SENZA LASCIARE TRACCE! 

LO “SPETTACOLO COLONIALE”, CHE CI DESCRIVE FIGLI BASTARDI DI DECINE DI “DOMINAZIONI” (MAI ESISTITE!) E’ UNA PISTOLA PUNTATA DALLE MASSOMAFIE TOSCO-PADANE E DALLA BORGHESIA COLONIALE SICILIANA CONTRO IL POPOLO SICILIANO!

LA LOTTA PER L’INDIPENDENZA E’ LOTTA DI CLASSE E SI SVILUPPA NELLA SOLIDARIETA’ INTERNAZIONALISTA CONTRO L’IMPERIALISMO E LE SUE GUERRE! LA LOTTA PER L’INDIPENDENZA FARA’ CRESCERE NUOVE FORZE, LIBERANDO NUOVE ENERGIE, SVILUPPANDO UN NUOVO IMMAGINARIO SICILIANO, UNA NUOVA COSCIENZA DI SE’, UNA INEDITA CAPACITA’ DI ALZARE UNO SGUARDO SULLE COSE DELLA VITA E DEL MONDO.

NON E’ LOTTA PER IL “POTERE”. ABBIAMO LA POSSIBILITA’ PARADOSSALE DI COSTRUIRCI COME CIVILTA’ SICILIANA E NON COME “STATO” DI VECCHIO TIPO. LA LOTTA PER L’INDIPENDENZA E’ LOTTA PER RESTARE UMANI!. E’ LOTTA QUOTIDIANA, VITTORIA QUOTIDIANA.

NON SI TRATTA DI ISSARE UNA BANDIERINA AL POSTO DI UN’ALTRA, NE’ DI ASPETTARE CHISSA’ QUALE “ORA X”. LA NOSTRA TERRA LA DOBBIAMO DIFENDERE PALMO A PALMO, OGNI GIORNO. ESSERE SICILIANI E’ UN MESTIERE. E NESSUNO CI POTRA’ TOGLIERE LA GIOIA DI VIVERE IN QUESTA TERRA IMPAREGGIABILE. ALTRI SE NE DEVONO ANDARE.

LO “STATUTO SPECIALISSIMO”?. MA COSA CE NE FACCIAMO DI UN PEZZO DI CARTA -CHE NESSUNO HA MAI DIFESO, NEANCHE QUANDO SI POTEVA!- UN PEZZO DI CARTA GIA’ SCARICATO NELLE FOGNE DI MAASTRICHT, NEL 1992?.
LA BATTAGLIA PER L’INDIPENDENZA -NEL NOVECENTO- L’ABBIAMO PERSA IL 17 GIUGNO DEL 1945. A RANDAZZO. E’ TEMPO DI CHIAREZZA. INTANTO SPAZZIAMO VIA LA MISERIA DEL “SICILIANISMO” E IL “SICILIANISMO” DELLA MISERIA. SPAZZIAMOLO VIA ANCHE DALLE NOSTRE MENTI. E’ NEBBIA COLONIALE, PERDITA DI TEMPO, FALSA FLAG, FALSA BANDIERA. E’ “IL NEMICO A CASA NOSTRA”.

FARE CHIAREZZA. SICILIA INDIPENDENTE E SMILITARIZZATA!

 

@1985-2015.TERRAELIBERAZIONE.

SIMBOLO TERRA LOTTA

EDITORIALE

LA REGIONE FALLITA: UN GIRO A VUOTO LUNGO 70 ANNI

E’ TEMPO DI LOTTA SOCIALE PER L’INDIPENDENZA! MA CHI LO CAPISCE?

Come Garibaldi nel 1860, che promise “terra e libertà” ai contadini siciliani (ppi vurricalli!), anche nel 1946 “…ci fecero molte promesse, più di quante ne ricordi, ma ne mantennero una sola: promisero di prendere la nostra terra. E se la presero.” (Nuvola Rossa).

Lo Statuto siciliano del 1946, che sancisce l’Autonomia amministrativa dell’Isola, fu uno dei tanti “prodotti” che sigillarono la fine della Seconda Guerra Mondiale, dando forma giuridica ai nuovi equilibri geopolitici. Come altri “Trattati” anche questo “Statuto” non ha avuto vita facile. In verità venne già stato “abrogato” nel 1957, con la “sospensione” dell’Alta Corte (in realtà di quasi tutto il Titolo Terzo art.24-25-26…un golpe bianco in piena regola!). Quell’Alta Corte che, de facto ancor più che de jure, lo avrebbe potuto e forse anche dovuto far applicare integralmente e correttamente. Dobbiamo discutere del Nulla?. Di improbabili referendum per l’abrogazione del già defunto Statuto “speciale” in nome di una ritrovata “normalità”?. Non serve nessun Referendum abrogativo, nè alcun Commissariamento straordinario, nè un improbabile “Comitato di Salute Pubblica” (la Rivoluzione per insediarlo chi la fa?), né un “Uomo della Provvidenza” (abbiamo già dato!).

Cosiccome, per uscire dalla palude neocoloniale, non servono elezioni anticipate, nè volenterose grosse koalition posticipate, nè (contro)riforme rattoppate, nè illusioni politiciste di alcun genere e colore. Nè servono autoproclamati “Governi provvisori” in questua all’ONU di un de facto inesistente Diritto all’autodeterminazione dei popoli. Nè servono altri partitini ispirati all’ideologia sicilianista, che, nella nostra diagnosi trentennale, consideriamo una forma di polmonite della Sicilianità. Serve piuttosto un inedito e combattivo Sindacato Politico… Lo predichiamo, inutilmente, da decenni. Ma si deve insistere, non c’è altra via. I tentativi di costruirlo, sia dal basso quanto dall’alto, sono finora falliti, tutti.

Un ciclo storico si è definitivamente chiuso. E’ il ciclo storico dell’“Autonomia vigilata”. Meglio così. L’unica via di uscita dal circolo vizioso della dipendenza neocoloniale che strozza il 97% del Popolo Siciliano coincide, senza equivoci e tattiche di alcun genere, col Cammino verso la piena Sovranità della Sicilia nel Mondo del Secolo XXI. Sovranità sul suolo, sul sottosuolo, sulle acque territoriali e sullo spazio aereo, nel rispetto del Diritto internazionale vigente. Nulla di straordinario. Sarebbe la vera “normalità”. La soluzione storico-naturale e giuridica della “Questione Siciliana”. Un Cammino di Liberazione che ponga al centro, come sua forza motrice, la Questione dei Diritti civili e sociali di ciascuna persona, alzando uno sguardo critico e solidale sulle cose della Vita e del Mondo.

L’”Autonomia vigilata” divenne ben presto la foglia di fico di un compromesso moderato semplice ed efficace: mano libera al notabilato politicante e affaristico, ascaro di “Roma”, nel riciclaggio clientelare e parassitario della spesa pubblica, in cambio di voti e controllo sociale, modello “riserve indiane”: al resto ci pensava l’emigrazione di massa, una vera e propria selezione genetica al contrario, una “secessione dei migliori”. Un etnocidio sofisticato completato dalla “società dello spettacolo”. Il sicilianoide medio è del tutto un colonizzato irrecuperabile, è il tipo sociale selezionato dallo Spettacolo neocoloniale nel ciclo storico dell’ “Autonomia vigilata”.  E la nostra Sicilia non ha una classe dirigente, né politica, né economica, né culturale…Quanto al “ceto politico” non può che essere espressione della Palude sociale che lo riproduce come proiezione delle sue miserie culturali. Accuddhì è.

Non cambierà una virgola l’abrogazione formale del vecchio Statuto -Carta di valore costituzionale “concessa” in fretta e furia per spegnere la Rivolta indipendentista e ben presto svuotata di ogni “forza mentale”.  Non cambierà una virgola l’abrogazione formale del vecchio Statuto finalizzata alla trasformazione di questa Regione da “speciale” a “ordinaria”. Non cambierà di una virgola la Realtà siciliana, che è neocoloniale a prescindere.

Sia chiaro: le inadempienze inaudite nell’attuazione dello Statuto siciliano si configurano come un crimine storico attuato con metodo da “Roma” con la complicità di un esercito di ascari che ai partiti centralisti deve le sue miserabili fortune. E questo al di là dell’inadeguatezza strutturale della nostra Regione, di questo niEnte inutile, che è una specie rara di ircocervo, per metà Stato e per metà…Incubo. In realtà il vecchio Statuto –che sancisce la subordinazione politica del Popolo Siciliano allo Stato italiano fin dal suo Art.1- fu concepito per non funzionare, malgrado gli sforzi titanici di Guarino Amella, Grande Avvocato del Popolo Siciliano, “socialista sviluppista” del tutto alternativo al “riparazionismo straccione” dei vari La Loggia. Poi, in tanti, ci hanno messo del loro…

Il ciclo storico della falsa Autonomia, alibi della dominazione neocoloniale sulla nostra Isola, è chiuso: plasticamente, per dirne una, non serve più neanche il Commissario dello Stato, antieroe della commedia autonomistica, infatti, da pochi mesi, è stato sostanzialmente eliminato con sentenza della Corte costituzionale. Era una figura pensata dai padri costituenti per bilanciare i poteri dell’Alta Corte, vera garanzia costituzionale dello Statuto, già “sospesa” alla fine degli anni Cinquanta e poi del tutto cassata. Simul stabunt, simul cadent: ci sono voluti cinquantanni, ma tant’è, nelle colonie il Tempo non esiste, il colonizzato ritrova un senso solo nel Mito, nelle Feste religiose, nella Fantasie…annotava Albert Memmi nel suo Portrait du colonisé. Solo nella Lotta per il suo Risveglio scoprirà che lo Spettacolo neocoloniale, di cui intuisce già l’esistenza, è una allucinazione collettiva. E imparerà a coltivare l’Isola-Giardino, ad aver Cura del grano e delle rose.

Nel Deserto sociale che avanza, dobbiamo come prima cosa riconoscere che un ciclo storico si è chiuso. E’ il ciclo storico che, nello specifico statale della relazione “centro-periferia” e delle sue forme e dosaggi,  possiamo definire dell’ “Autonomia vigilata”, legittimato da uno Statuto che, (tantopiù dal 1992 : Maastricht, le stragi politiche in Palermo, l’Operazione Britannia…)- vale meno di certi Trattati di Pace tra il Governo di Washington e le Nazioni indiane; una “Autonomia vigilata” e subordinata a “Roma”, perché il colonizzato è un mezzo ritardato incapace di camminare da solo nella Vita. Lo ricorderemo come uno Statuto, di natura formalmente “pattizia”, che venne comunque del tutto sterilizzato, già negli anni Cinquanta, malgrado o forse proprio perchè fu oggettiva conquista di indipendentisti come il professore Antonio Canepa, fondatore dell’EVIS, che ci rimise la vita, e di molti altri Siciliani coraggiosi. Un ciclo storico si è definitivamente chiuso. E’ il ciclo storico dell’“Autonomia vigilata”, maschera e alibi di una dominazione neocoloniale volgare per quanto sofisticata. Un giro a vuoto lungo settantanni.               

 @ 17 Giugno 2015. Terra e LiberAzione.

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1945-17 GIUGNO-2015

70° ANNIVERSARIO DELLA PRIMA “STRAGE DI STATO”

GLORIA ETERNA AI COMBATTENTI DELL’ESERCITO VOLONTARIO PER L’INDIPENDENZA DELLA SICILIA!

Catania, mercoledì 17 Giugno, ore 12.

LA FRATELLANZA SICILIANA “TERRA E LIBERAZIONE”, COME OGNI ANNO, HA PORTATO LE SUE ROSE ROSSE AL SACRARIO DEI CADUTI PER L’INDIPENDENZA DEL POPOLO SICILIANO, SITUATO SUL VIALE DEGLI UOMINI ILLUSTRI DEL CIMITERO MONUMENTALE DI CATANIA. LA NOSTRA DELEGAZIONE, GUIDATA DA MIRKO STEFIO, HA COME SEMPRE OSSERVATO UN MOMENTO DI RACCOGLIMENTO E SVILUPPATO UNA SOBRIA RIFLESSIONE, SALUTANDO PER NOME I NOSTRI MARTIRI. TUTTI PRESENTI NEI NOSTRI CUORI.

Anche quest’anno, per la trentesima volta, abbiamo ricordato, riportato ai nostri cuori, le migliaia di Martiri e Combattenti per la Liberazione della nostra Terra Sacra, che hanno scritto, col loro coraggio, pagine gloriose in ogni epoca storica. E’ accaduto nel 70° Anniversario della Strage di Randazzo, la prima Strage di Stato del Dopoguerra, in cui, il 17 Giugno del 1945, su ordine del governo “antifascista” di Roma, vennero trucidati il prof. Antonio Canepa, fondatore dell’Esercito Volontario per l’Indipendenza della Sicilia, e i giovani Carmelo Rosano e Giuseppe Lo Giudice.

Quel giorno, a Murazzu Ruttu, nei pressi di Randazzo, non ci fu nessun conflitto a fuoco né scoppiò alcuna bomba a mano, né partì alcun “colpo diretto” dal posto di blocco dei carabinieri. La versione ufficiale è spudoratamente falsa, a tal punto che lo Spettacolo neocoloniale ha dovuto produrre e spacciare tutta una serie di pillole scadute, sofisticherie e mascariate. Intanto continuano, quasi per inerzia: il silenzio assordante delle “Istituzioni” (ma anche dell’A.N.P.I. e di tutto il “partigianesimo” di marca CLN, peraltro omertoso e complice); la vigliaccheria del “mondo accademico” e la denigrazione “letteraria” ad opera perfino di “islamonazisti esoterici” come Buttafuoco in allegra compagnia con l’asineria storiografica “de sinistra”, tanto di derivazione togliattiana quanto di radice azionista o cattolica: neanche le veline del “Regime” e l’olio di ricino dell’OVRA sarebbero stati capaci di ammucciare per 70 anni una Verità che li inchioderebbe alla Croce della Storia una volta per tutte.

Silenzio, vigliaccheria, denigrazione su una pagina di Storia che illuminerebbe tutta la vicenda italiana fino ai nostri giorni, non sono frutto di sola ignoranza, ma esito di un calcolato interesse non solo storiografico, quanto del tutto Politico. Per questi figuranti prezzolati dello Spettacolo neocoloniale la Sinistra siciliana indipendentista non è mai esistita e l’Indipendentismo è mafia e banditismo, o, quando sono confessati, mito e illusione. Comunque la si pensi, è una Pagina di Storia che merita di essere studiata e meditata seriamente, tantopiù che vennero massacrati nella prima Strage di Stato, il 17 giugno del 1945, al culmine di una “democratica” campagna di repressione che vide il sequestro di persona “legalizzato” dei dirigenti indipendentisti, confinati all’isola di Ponza (ma che il popolo siciliano salvò eleggendoli all’Assemblea Costituente!); la chiusura delle sedi e dei giornali indipendentisti; la caccia al Siciliano libero condotta strada per strada, casa per casa:  la sbirraglia terrorizzava perfino le madri dei giovani patrioti siciliani, mentre l’esercito mitragliava le manifestazioni popolari per il pane e contro la guerra. La “democrazia”, in Sicilia, presentò subito il suo ipocrita bigliettino da visita.

La ricerca della Verità Siciliana sulla “Strage di Randazzo” è un compito morale che abbiamo caricato sulle nostre giovani spalle nel 1985. Una Croce che siamo onorati di portare e di difendere da una Impostura coloniale lunga Settantanni. Nella condivisione militante con quanti a questa Ricerca dedicano sforzo metodico e passione per la Verità. Dal nostro presidente ing. Mignemi, l’ultimo vivente e attivo tra i “ragazzi di Canepa”, al confratello Salvo Barbagallo, che del “Professore guerrigliero” è il massimo e riconosciuto biografo.

GLORIA ETERNA AI COMBATTENTI DELL’ESERCITO VOLONTARIO PER L’INDIPENDENZA DELLA SICILIA!

@Catania, 17 Giugno 2015. La Fratellanza Siciliana “Terra e LiberAzione”.

Canepaultimoatto

 

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