Terra e Liberazione Niscemi2 001

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Dichiarazione di Niscemi

IN MEMORIA DELLO “STATUTO SICILIANO”

Doppia Sentenza Definitiva

L’Atto Finale di una TragiCommedia lunga 70 anni.

Lo Statuto del 1946, col suo fondamentale Art.1, sancisce già il non riconoscimento del Popolo Siciliano come soggetto storico. Basta leggerlo.

La Carta dell’Autonomia vigilata (da ROMAfia e da Washington+GLADIO) è ormai solo cartapesta da impupare nel Carnevale della Sicilia italiana al Tempo del MUOStro e del Protettorato coloniale di Bruxelles. Un ciclo storico si è definitivamente chiuso. E’ il ciclo storico dell’“Autonomia vigilata”. Un giro a vuoto lungo 70 anni.

E’ Tempo di Assemblea Costituente del Popolo Siciliano.

Nessuno degli attuali soggetti istituzionali ha alcun titolo per produrre qualsivoglia riforma dello Statuto e della Relazione tra la Realtà-Sicilia e lo Stato italiano. Questo non accadrà?. Non è un problema nostro. Noi indichiamo la soluzione, che può passare semplicemente dall’ABROGAZIONE SECCA dell’Art.1 – Il resto verrà da sé.

Lo Statuto nasceva, sulle macerie della seconda G.M. e come pompiere della sacrosanta Rivolta per l’Indipendenza, il 15 Maggio 1946 (Regio Decreto Lgt. N°455). E’ spirato, insieme al suo ultimo organo vitale funzionante, il Consiglio di Giustizia Amministrativa –alla vigilia del 70°- il 6 Maggio 2016. Il C.G.A. si suicida depositando la sua stessa Sentenza definitiva sulla più complessa questione che abbia mai affrontato fin dal suo primo insediamento: IL MUOS FA BENE ALLA SALUTE. LO DISSERO DA WASHINGTON, LO SOTTOSCRISSERO A ROMA. Questa STORICA SENTENZA SUICIDA è stata scritta -de facto- dalla sezione “United States European Command Office of Defense Cooperation” dell’Ambasciata degli Stati Uniti d’America a Roma. I dati pare siano stati prodotti dal mitico “Space and Naval Warfare System Center”.  E’ un tragicomico copia&incolla, che seppellisce col C.G.A. anche lo Statuto del 1946, quel poco che ne rimaneva in vigenza. Mai rilevato niente del genere, neanche in Uganda. Quanto a ROMAfia Capitale…

Col suicidio definitivo del Consiglio di Giustizia Amministrativa-la sopravvissuta Fortezza Bastiani, l’ultimo baluardo dell’Autonomia Siciliana Vigilata (da Roma e Washington)- seppelliamo anche lo Statuto neocoloniale “con concessioni” che l’aveva istituito –in buona compagnia: Alta Corte, Tesoreria…- come ORGANO COSTITUZIONALE: era il Consiglio di Stato nella SiciliAfrica italiana. E’ vittima di un sofisticato “bombardamento chirurgico”, che non sorprende nessuno. (per approfondire: http://www.terraeliberazione.wordpress.com)

Nella sua qualità di Segretario di Stato, Hillary Clinton fu chiara a Pekino: in Sicily niente Hub aeroportuale sulla Via della Seta. “Nella nostra Region 1 ci facciamo il MUOS!”. All’A.M.G.O.T. ci pensa ROMAfia, che la sostenne e tirò un sospiro di sollievo: per le Riserve sicilindiane, paesane e metropolitane -dissanguate dalla Coercive Engineered Migration-  avrebbe significato una Ri-Evoluzione economica e antropologica, l’accesso diretto al Mondo civile per far decollare il sistema-Sicilia: una grande opportunità se non altro!. E la necessità di imparare un paio di lingue, finalmente non per emigrare, che sarebbe ora.

La SiciliAfrica è la migliore “carta geopolitica” che ROMAfia Capitale può giocare nel caos delle proprie velleità che evocano l’atlantismo mediterraneo, in forma parodistica, dalle memorie della Sinistra democristiana al tempo “miracoloso” del boom toscopadano, alimentato dalla pianificata COERCIVE ENGINEERED MIGRATION siciliana e meridionale.

La maschera dell’Autonomia e del suo Statuto cade su un tema grande: non ci sono più alibi. “La Sicilia è peggio di Portorico!”. L’Istituto TerraeLiberAzione, in questi 31 anni di vita, non ha sofferto di “allucinazioni”: per noi, nella Regione che vanta il record n-europeo anche nel consumo di psicofarmaci- è comunque una buona notizia!. L’attuale impalcatura formale delle istituzioni coloniali che governano e amministrano la Sicilia è sostanzialmente una allucinazione collettiva. Liberi di crederci. Liberi anche di drogarvi. Ma non liberi di spacciare!.

6/5/2016. STORICA SENTENZA SUICIDA. Depositata la Sentenza definitiva del Consiglio di Giustizia Amministrativa. IL MUOS FA BENE ALLA SALUTE. LO DISSERO DA WASHINGTON, LO SOTTOSCRISSERO A ROMA. E dopo anni di tribolazioni e notti insonni lo sentenziarono esausti anche i “magistrati autonomistici”  del “CONSIGLIO DI GIUSTIZIA AMMINISTRATIVA” DI PALERMO .

IL C.G.A. E’ ORGANO STATUTARIO COSTITUZIONALE (ART.23). Il CGA è l’equivalente del Consiglio di Stato nella Regione Speciale ad Autonomia Vigilata (da Roma e Washington- +GLADIO).

Questa STORICA SENTENZA SUICIDA è stata scritta -de facto- dalla sezione “United States European Command Office of Defense Cooperation” dell’Ambasciata degli Stati Uniti d’America a Roma.

Effetto collaterale: è il suicidio definitivo del C.G.A.-la Fortezza Bastiani sopravvissuta, l’ultimo rottame dell’Autonomia Siciliana Vigilata (da Roma e Washington). Il C.G.A. ha svolto in Sicilia le funzioni di “Consiglio di Stato” -(Statuto art.23). E’ Caduto su un Tema Grande, se non altro. Condoglianze.

In questa SiciliAfrica peggio di Portorico, è perfino fisiologico che una Sentenza del CONSIGLIO DI GIUSTIZIA AMMINISTRATIVA di Palermo –in tema di danni ambientali e rischi alla salute, materie di competenza parzialmente regionale- ma afferenti il MUOS, impianto strategico della Marina Militare USA- sia fondata su documenti trasmessi al Collegio delle “Verificazioni” dalla sezione “United States European Command Office of Defense Cooperation” dell’Ambasciata degli Stati Uniti d’America, la Mission a Roma.

La sentenza “definitiva” pro-MUOS del C.G.A. di Palermo giunge al termine di un lungo contenzioso, che ha visto il variegato e sorprendente nostro Movimento NO-MUOS resistere a tutti i livelli a questa violenza colonialista e militarista. La lotta continua. Si è guadagnato Tempo. Anni. Non è poco.

Col C.G.A., istituito dall’art.23 dello Statuto, cade la fortezza Bastiani di un equivoco lungo 70 anni. Crolla l’ultimo bastione dell’Autonomia Siciliana “SPECIALMENTE VIGILATA” (da Roma e Washington-via GLADIO). Era l’ultimo organo qualificante del defunto Statuto 1946 ancora in vita. Lo abbiamo definito –anni fa- la “Fortezza Bastiani” di un giro a vuoto lungo 70 anni.

Il C.G.A. era ormai un relitto alla deriva, una zattera di naufraghi di uno Statuto neocoloniale “con concessioni” amministrative e tributarie, dotate di autonomia legislativa esclusiva o concorrenziale, del tutto riassorbite da ROMAfia Capitalia, attraverso una qualificata raffica di Sentenze della Corte Costituzionale, fin dal 1957 –fino ai colpi devastanti degli ultimi anni in materia di energie rinnovabili, ma pochi lo sanno- fino alla soppressione del Commissario dello Stato, paradossale breccia al COMMISSARIAMENTO ROMANO PERMANENTE in forme volgari, ricattatorie, banditesche: neanche nel CentrAmerica degli anni Sessanta una Repubblica delle Banane del “Cortile di Casa” degli USA venne calpestata con paragonabile esibita arroganza.

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Non è stata una vita facile la sua. Lo Statuto della Sicilia italiana (che non menziona del tutto il Popolo Siciliano)  nasce sulle macerie della seconda G.M., come pompiere della sacrosanta Rivolta per l’Indipendenza. Insomma, nasce “reazionario”, supera l’infanzia (la buona prima Legislatura del suo “Parlamento più antico del Mondo”). Poi cominciano i problemi: i congelamenti e gli espianti di Organi e funzioni nell’assenza di Forza Mentale che lo tutelasse, per quel poco che valeva. Fu una Sfinge: per metà Stato per metà Provincia. Sviluppista e Riparazionista. A legislazione esclusiva, usata per farsi male; e concorrenziale per ricattare ROMAfia Capitale.

La Regione della borghesia coloniale della Sicilia italiana è stata una Macchina formidabile di controllo e coesione sociale, sebbene priva di autentica forza mentale nella società isolana. In effetti, Palermo è lontana…e i treni veloci non si devono fare. La città di Palermo è la Regione. Punto.

La “costituzione formale” cede alla “costituzione reale”, che è quella del “compromesso moderato” con ROMAfia Capitale: consenso sociale (ed elettorale) in cambio di riciclaggio clientelare di spesa pubblica, sostenuto però, in larga misura, dal gettito contributivo siciliano e dalle rimesse dei nostri emigrati in Padania e Germania, in Belgio e in Svizzera. Il proletariato esterno –con i suoi sacrifici operai- ha salvato la Sicilia, non “Mamma Regione” che dilapidava e riciclava, costruendo un blocco sociale parassitario, che è l’unica sua eredità. Un problema del PD. Non ci riguarda.

Va chiarito bene. La SiciliAfrica italiana è una “carta pesante” di ROMAfia Capitale, giocata nella cruciale e perfino autolesionista RELAZIONE STRATEGICA con Washington (e coi petrodollari insanguinati delle monarchie arabiche). Il MUOS in SiciliAfrica lo ha voluto ROMAfia, non meno di Washington, che valutava piuttosto Cipro, dove accaddero anche “cose strane”, che la TROIKA chiarì poi affamando la Grecia –per dare un esempio a noi “mediterranei pigri e parassiti”. Quanto al MUOS –(che peraltro è operativo dall’Africa all’Artico, dal Mediterraneo al Miedzymorze, la demenziale nuova “cortina di ferro” anti Russia)- è una Base Strategica cruciale anche nelle ipotizzate “Guerre del Caos” i cui Fulmini si intravedono nelle Nebbie di una micidiale spirale di Tempeste che può essere spezzata: basta volerlo per davvero. Metaforiche o meno, questo lo vedremo: speriamo mai. La GeoIngegneria può avere applicazioni civili magnifiche, per migliorare la Vita su questo Pianetino. Al Tempo dei Satelliti, di Internet, del volo aereo a costo d’autobus: piccola si fece la Terra, ma è l’unica che abbiamo. Stringiamoci e impariamo a coltivarla come un Giardino-Paradiso. Sarebbe ora, no?. Atterriamo.

L’Imperialismo NORDICO ci sta facendo a pezzi, costruendo anche tifoserie razziste antitunisine. Le SERRE COLONIALI della SiciliAfrica alienata producono coi loro FRUTTI MARCI anche i SEMI AVVELENATI del razzismo demenziale contro i Tunisini che nell’epopea di quelle Serre sono gli unici Eroi, sebbene usati a migliaia come Attrezzi Umani a soffocare a 50° respirando bromuro di metile- a vantaggio di chi si fece i cessi coi rubinetti d’oro ma si ritrovò i figli drogati cascare come rondini sulle strade abusive di Vittoria. Solo TerraeLiberAzione faceva la Cosa Giusta. Dettagli.

La Sicilia, che per la Flotta Corsara delI’Imperialismo NORDICO è l’Isola del Tesoro, per i Siciliani è l’Isola dei Poveri. Oltre metà dei 5 milioni di abitanti sopravvivono boccheggiando sotto la “soglia europea” della POVERTA’. Più grande ancora è la MISERIA=ASSENZA DI RISERVE. E’ urgente l’istituzione –in forme articolate- di una MONETA SOCIALE D’EMERGENZA. La MONETA SOCIALE “GRANO” (proposta da Progetto Sicilia, che sosteniamo)- applicando l’Art.41 senza bis del defunto Statuto, è teoricamente possibile. Copiatela, fatela vostra, miglioratela, idioti!. Poi uscite coi vostri piedi dal Palazzo che fu dei nostri gloriosi Emiri e Re. Il Palazzo di Federico II, REX dei Siciliani. Lì ci costruiamo la sede centrale del Museo-Fabbrica multimediale della Civiltà Siciliana, il più grande del Mondo. Per la nostra Dignità e per i 10 milioni di visitatori che riceverà ogni anno. FORA,MERCENARI!. Andate a chiacchierare e sbuvettare altrove: la Regione possiede centinaia di immobili, fate pure.

Per fortuna siamo INDIPENDENTISTI, contro la FARSA dell’AUTONOMIA VIGILATA (da ROMAfia e Washington).

Il ceto politico siciliano ha una sola fortuna: è espressione di una massa informe sprofondata nell’alienazione coloniale e priva di anticorpi.

Un ciclo politico lungo 70 anni si chiude, un altro, n/europeo, se ne apre. E’ un cambio di quinte su una invariante scena tragica. Show must go one!. Lo spettacolo coloniale della SiciliAfrica al Tempo del MUOSstro e del Protettorato di Bruxelles, un DOM, Dominio d’Oltre Mare, un’Isola del Tesoro per la Flotta corsara dell’Imperialismo NORDICO. Il Vento siciliano ce l’hanno già in poppa, le Acquedolci ce le rivendono “a 18 volte per 40 anni”. Trivelle e Inceneritori: il PD mercenario di Faraone spalancherà porte e portoni: lo ha detto, almeno è stato leale. Se la lava valesse di più si smonterebbero anche l’Etna.

Nelle nebbie dell’Autonomia vigilata (da Roma e Washington+GLADIO) vigeva una “costituzione materiale”, che assunse la forma ben negoziata del “compromesso moderato” fondato apertamente sullo scambio tra “coesione sociale” nel consenso tricolorato e riciclaggio clientelare di spesa pubblica. Fu l’epopea dell’Ascaro, il notabile democristiano&C., che a ROMAfia non ci andava per svendere le Casse regionali, come un Crocetta qualunque, ma si presentava con milioni di voti (e la pistola carica). A modo loro furono grandi interpreti del brokeraggio, dell’intermediazione della dipendenza coloniale della SiciliAfrica italiana. Non furono solo grandi redistributori di risorse, ma capaci di visioni sofisticate nella manutenzione dell’Ascensore sociale e di vere e proprie operazioni di “ingegneria sociale”. Fino all’invenzione della “forestale amazzonica”, dell’Art.23 nei Comuni senza più concorsi, del mega 118 senza ambulanze, dei corsi di formazione senza formati. Alcuni di loro provarono –in epoche diverse- ad alzare uno sguardo oltre il recinto della Riserva SicilIndiane. Sono stati ammazzati o neutralizzati regolarmente.

La retorica del “Laboratorio”, tra larghe intese e unità autonomistiche, fu solo fumo nelle nebbie di uno Spettacolo coloniale, inscenato sulle quinte della “Region 1”: l’Autonomia Vigilata non ammette esperimenti. La Sicilia è peggio di Portorico: laggiù almeno lo sanno di essere una COLONIA. Nessuno lo nasconde.

Al Tempo del MUOS e del “protettorato coloniale” di Bruxelles –nello spaccio di spot e fondi n/europei che non sposteranno il PIL di un solo punto- ci resta solo –nella recita Maf.&Antimaf- “una borghesia mercenaria inutile e nociva…che non arriva più a strappare concessioni spettacolari” (F. Fanon,“Disavventure della coscienza nazionale”).

Si stanno scannando in vista della quotazione in Borsa della SAC-Fontanarossa in una Battaglia dell’Aria che si combatte da anni nelle CamCom e nei traffici di influenze in cui sta sprofondando il Partito dell’Ordine Antimaf in versione confindustriale. Nessuno di loro possiede aerei, né alberghi, né altro. Trafficano influenze e posizioni sull’Ascensore sociale. Più o meno di contrabbando. Anche nella Battaglia dell’Aria che vede già il nostro Cielo popolato di droni, compagnie straniere e santi che non funzionano. Ecco, questo è un CAMPO DI BATTAGLIA PROLETARIA per la SOVRANITA’ SICILIANA. IL NEMICO avrà pure le sue logge e cosche, le sue cricche e i suoi ”quartierini”: ma è una CLASSE SOCIALE, con una sua storia e una sua precisa funzione in questa storia.

Sovranità sul Terramare e sul corrispondente Spazio Aereo, nel rispetto del Diritto Internazionale. Sarebbe la normalità. Anormali sono gli “altri”. Sei tu che non ci capisci!. Claros?.

L’unica via di uscita dal circolo vizioso della dipendenza neocoloniale che strozza il Popolo Siciliano  e ne disperde le Energie vitali nello spreco e nella COERCIVE ENGINEERED MIGRATION coincide, senza equivoci e tatticismi di alcun genere, col Cammino Operaio e Contadino verso la piena Sovranità della Sicilia nel Mondo del Secolo XXI.

Nell’avanzare ventennale -bando dopo direttiva, direttiva dopo bando- del “protettorato coloniale” di Bruxelles, “la Regione” -l’ente amministrativo della SiciliAfrica italiana- è ormai del tutto gestita da Roma, attraverso proconsoli e commissari. E’ una forma di gestione coloniale inevitabile, determinata da fatti e da processi economici e istituzionali le cui dimensioni e dinamiche possono essere comprese in profondità solo dal Realismo Dialettico, che le osserva “dal Mondo” e non solo “dalla Finestra sul Cortile”.

***

Come Garibaldi nel 1860, che promise “terra e libertà” ai contadini siciliani, anche nel 1946 “…ci fecero molte promesse, più di quante ne ricordi, ma ne mantennero una sola: promisero di prendere la nostra terra. E se la presero.” (Nuvola Rossa).

Lo Statuto, che sancisce l’Autonomia amministrativa della Sicilia italiana, fu uno dei tanti “prodotti” che sigillarono la fine della Seconda Guerra Mondiale, dando forma giuridica ai nuovi equilibri geopolitici.

Che lo Statuto Siciliano del 1946 valga meno di un qualunque vecchio “Trattato di Pace” tra il Governo americano e gli Indiani delle Riserve, è chiaro da decenni. Dal 1957, per la precisione.

Come altri “Trattati” anche questo “Statuto” non ha avuto vita facile. In verità venne già stato “abrogato” nel 1957, con la “sospensione” dell’Alta Corte (in realtà di quasi tutto il Titolo Terzo art.24-25-26…un golpe bianco in piena regola!). Quell’Alta Corte che, de facto ancor più che de jure, lo avrebbe potuto e forse anche dovuto far applicare integralmente e correttamente. Dobbiamo discutere del Nulla?.

Lo “Statuto” venne sottoscritto in fretta e malafede il 15 Maggio del 1946 -sulle macerie fumanti della seconda G.M.- solo per spegnere la sacrosanta Rivolta per l’Indipendenza, a due settimane dal Referendum “Monarchia o Repubblica”.

La Consulta che lo elaborò si era trascinata improduttiva per mesi, svegliata infine dall’Avv. Guarino Amella che vi innestò il Titolo V col suo art.41 che fece inorridire Einaudi: “ma questi Siciliani possono battere anche moneta!”. Tranquillo, tutto si ammuccia, si svuota, si mascaria. Così gli dissero al grande economista e futuro Presidente della Repubblica che stava per nascere.

Lo Statuto “coloniale con concessioni” assume la forma di Autonomia vigilata (da ROMAfia e Washington+GLADIO). La Sicilia, che il fondamentale “Trattato di Parigi” del 1947 imponeva SMILITARIZZATA, rimase, “leading from behind”, la Region 1 di Washington al centro del Mediterraneo.

La “Sicilia peggio di Portorico”, ma senza l’A.M.G.O.T. e nelle nebbie speciali dell’Autonomia vigilata. Una sofisticata dominazione neocoloniale, che è stata studiata in diverse occasioni, di recente nel quadro del negoziato per l’Autonomia del Kurdistan irakeno.

La SiciliAfrica italiana è stata ed è una “carta pesante” di ROMAfia Capitale e delle Massomafie toscopadane, giocata nella loro relazione strategica con Washington (e coi petrodollari insanguinati delle monarchie arabiche). Il MUOS in SiciliAfrica lo ha voluto ROMAfia, non meno di Washington!.

La SiciliAfrica è la sua migliore “carta geopolitica” che può giocare nel caos delle proprie velleità che evocano l’atlantismo mediterraneo, in forma parodistica, dalle memorie della Sinistra democristiana degli anni “miracolosi” del boom toscopadano.

Hillary Clinton fu chiara a Pekino: in Sicily niente Hub aeroportuale sulla Via della Seta. Lì ci facciamo il MUOS. ROMAfia la sostenne e tirò un sospiro di sollievo: per le Riserve sicilindiane avrebbe significato una Ri-Evoluzione antropologica, l’accesso diretto al Mondo civile per far decollare il sistema-Sicilia: una grande opportunità se non altro!.

Lo Statuto del 1946, col suo fondamentale Art.1, sancisce già il non riconoscimento del Popolo Siciliano come soggetto storico.

La Carta dell’Autonomia vigilata (da ROMAfia e da Washington+GLADIO) è ormai solo cartapesta da impupare nel Carnevale della SiciliAfrica italiana al Tempo del MUOStro e del Protettorato coloniale di Bruxelles. Un ciclo storico si è definitivamente chiuso. E’ il ciclo storico dell’“Autonomia vigilata”. Un giro a vuoto lungo 70 anni.

Uno Statuto svuotato già nel 1957 (sospensione dell’Alta Corte paritetica), è stato crivellato nel tempo da una raffica di sentenze della Corte costituzionale: ecco, basterebbe pubblicarne una antologia. La storia dell’Autonomia vigilata –nella rigidità paralizzante dei suoi vincoli esterni- è stata scritta con le pallottole. Se ne può parlare?. No.

Lo Statuto del 1946  -Carta di valore costituzionale- non ha in verità mai avuto forza mentale, non è mai stato applicato nella sua “logica sviluppista” (Guerino Amella), venne afferrato nella sua “logica riparazionista” (La Loggia) come arma di riserva nel negoziato permanente con ROMAfia Capitale.

La costituzione materiale della Sicilia italienata “specialmente autonoma” e il suo diritto consuetudinario, presero la forma di un “compromesso moderato” che fabbricava consenso tricolorato, nella redistribuzione di risorse, attraverso il riciclaggio clientelare delle notevoli entrate tributarie che i contribuenti siciliani garantirono fin quando fu possibile, oltre che ai sopravalutati trasferimenti “riparazionisti” che, va detto, il notabilato democristiano sapeva negoziare senza troppi complimenti.

La Regione ad Autonomia Vigilata (da Roma e Washington+GLADIO) fu la prima “industria” dell’Isola. L’Ascarismo politico ne fu l’abile “agente sociale”.

Quel “Trattato di Pace” che  resta comunque un “Atto di Accusa” e una occasione persa anche per la “nostra” borghesia coloniale, la peggiore borghesia coloniale del Pianeta. Un giro a vuoto lungo 70 anni.

L’Ascaro mediava a ROMAfia Capitale la dipendenza coloniale della SiciliAfrica italiana. Gli attuali proconsoli e mercenari possono al più trafficare influenze e gestire le porte girevoli dell’Isola del Tesoro, regolando il traffico della flotta corsara dell’imperialismo NORDICO che la saccheggia nelle nebbie fitte dello Spettacolo coloniale e nello sprofondamento mentale di massa, alimentato dall’Accademia della SiciliAfrica risorgimentata, che da 156 anni gestisce sofisticate SERRE COLONIALI che riproducono FRUTTI MARCI e SEMI AVVELENATI: alienazione, sradicamento, autolesionismo culturale. Nell’assenza di una qualunque Coscienza GeoStorica di Sé, l’immaginario sicilianoide è un libero pascolo abusivo anche per i pusher più rozzi del razzismo più demenziale: oggi tocca ai cugini di una vita, i Tunisini, in attesa dei Marziani!.

I n-eurodeputati sicilianoidi “conquistano” il marchio Geo a Bruxelles per poter dire che siamo un’ isola (dunque isolati, periferici e svinturateddhi!). I dementi ubriacati dallo Spettacolo coloniale che li svuota e impoverisce, imprecano contro l’Olio tunisino –che è merce dell’Agrobusiness & G.D.O. dell’IMPERIALISMO NORDICO, ed esultano per l’IGP che li autorizza a poter dire che un ulivo fa l’olio e che l’olio si chiama olio. Lasciamoli imprecare contro i cugini di una vita, i Tunisini, che sono spremuti due volte e più fritti di noi, chè l’olio glielo saccheggiano i grandi gruppi dell’Agroalimentare e della G.D.O. dell’imperialismo Nordico. Lo stesso che ci trivella il Mare. Il Mare dei Siciliani e dei Tunisini: eccovi serviti, terroni periferici delle banlieux n/europee!. Discendono dagli antichi Romani e Caribbaddo li venne a liberare: da sé stessi e dal fastidio di pensare con la propria testa. DA “FRATELLI DI TAGLIA” A L’EUROPACELOCHIEDE, L’EUROPACELODA, L’EUROPACELOTOGLIE. “Anche Dio vede cadere il passero, ma neanche Dio può farci niente” (J.Steinbeck).

L’Ideologia dominante è sempre l’Ideologia della Classi dominanti”-Marx dixit.

IL NEMICO E’ A CASA NOSTRA!. E non è il lavoratore tunisino, l’ambulante senegalese, il muratore rumeno, la badante polacca, la ragazza cinese che parla 4 lingue e la massaggiatrice colombiana che le capisce tutte. L’IMMIGRATO E’ NOSTRO ALLEATO!. – PRIMA CHI HA FAME!. Ma senza pietismi e ipocrisie “umanitariste”: la PolitiGuerra, economica e militare, dell’Imperialismo NORDICO, produce profughi.

IL NEMICO E’ A CASA NOSTRA.  E’ L’IMPERIALISMO NORDICO con le sue basi militari e i suoi “fondi n/europei”. Demolita ogni possibilità di situare sè stessi nella geo-storia umana, è gioco facile per il carnevale spettacolare sulla “Sicilia povera e periferica, svinturateddha e irredimibile,  bisognosa di caritatevole aiuto”. Arrivano i Fondi!. Totem miracolistici. Diluviano Miliardi, sacre piogge di miliardi n/europei e tricolorati, destinati benignamente ad irrigare i Deserti della SiciliAfrica. FESR-PSR 2015-2020. 7 miliardi in 7 anni. Meno della sola IRPEF che paghiamo in un anno a ROMAfia Capitale e alla sua Regione coloniale. Renzi,“Patto per il Sud”: l’ennesimo “MILIARDO ROMANO” è riciclaggio spettacolare e taglieggiato di “trasferimenti ordinari”. L’EUROPACELOCHIEDE, L’EUROPACELODA, L’EUROPACELOTOGLIE.

IL NEMICO A CASA NOSTRA!- E’ la borghesia coloniale della SiciliAfrica italiana, selezionata, nell’obbedienza tricolorata, sull’Ascensore sociale dello Stato-Nazione inventato dalle massomafie tosco-padane sulle macerie prodotte dal GolpeGuerra anglo-piemontese e colorato del 1860, che distrusse, nel Caos e nell’Illegalità, lo Stato delle Due Sicilie.

IL NEMICO A CASA NOSTRA!- E’ la borghesia coloniale della SiciliAfrica italiana, coi suoi onesti “funzionari” e i suoi brillanti “filibustieri”: la L.E.G.A.L.I.T.A’, nella costituzione materiale e nel suo diritto consuetudinario, è la SERRA in cui la classe mediatrice della dipendenza, sempre più inutile e parassitaria, meno ascara e più mercenaria, riproduce sé stessa nel pubblico impiego, nelle carriere liberali, nel più audace brokeraggio fino al contrabbando. Accade unnegghjiè: dalle paludi di uno Stato fallito alle terredimezzo del “traffico di influenze” e del contrabbando di carogne con gli Avvoltoi stranieri che popolano il cielo di un’Isola del Tesoro ridotta a una colonia di miserabili. Un Cielo popolato di droni, di compagnie straniere e di santi che non funzionano.

NON C’E’ UNIVERSITA’, SCUOLA, CHIESA, PARTITO, SINDACATO, TELEVISIONE, ROCKSTAR, PORNOSTAR…che ponga al centro del suo agire la Questione della SOVRANITA’ SICILIANA, che coincide esattamente col Diritto  dei Siciliani all’Evoluzione. C’è la Sicilia che fa i Siciliani. E c’è uno Spettacolo coloniale che la devasta fin dentro i cervelli vuoti dei sicilianoidi: le creature prodotte dalla Macchina. Siculi, Sikani, Sikeliani, Siqillyani, Sicilienses, Siciliani…MAI ESISTITI. La Civiltà del Terramare Siciliano ha una GeoStoria PROPRIA, lunga diecimila anni.  Gli Accademici della SiciliAfrica italiana, la sbiancano, la mascarìano, l’ammucciano. Per annichilirci. Demolita ogni possibilità di situare sè stessi nella geo-storia umana, è gioco facile per il carnevale spettacolare sulla “Sicilia povera e bisognosa di caritatevole aiuto”. Non ci sono Anticorpi.

Nel Romanzo coloniale della SiciliAfrica italiana, il siciliano “discende dagli antichi romani”: glielo spiegarono in culla quando alla minna materna, fosse pure analfabeta, si sostituì il biberon tricolorato; glielo fecero scrivere insieme alle aste nella scuola risorgimentata; lo ascoltò alla radio canticchiando faccettanera, ma poi lo disse anche la televisione, dunque certovero ha da essere.

Certovero il sicilianoide risorgimentato, il siculitaliano, “discende dagli antichi romani” (sebbene sia verocerto il contrario!), ma resta comunque Figlio di NN, risultato bastardo di 13 dominazioni (inclusa quella delle selvagge Tribù del Barocco!).

Sikani e Siculi, Sikeliani e Siqillyani, Sicilienses e Siciliani…MAI ESISTITI. Vespro 1282?. Non pervenuto. Archimede?. Archimede, chi?. Disneyland!.

Dopo secoli di inutile attesa, finalmente arrivò l’autorevole e albionica conferma: la Civiltà senza Popolo esiste! E’ inscenata al British Museum!.Che onore, parlano della Sicilia!. Non può che essere vero!. Anche la Cassazione conferma, sigillando, certovero, una “sentenza editoriale”: “LA SICILIA IRREDIMIBILE, PARASSITA E MAFIOSA” E’ UNA NUOVA MATERIA SCOLASTICA (7/4/2016).

Al British Museum: “Sicily: Culture and Conquest”. E via con la litanìa delle 13 dominazioni (inclusa l’invasione delle selvagge Tribù del Barocco che devastarono le macerie del Terremoto del 1693 trasformando il Vallo di Noto in un orrendo museo all’aperto che inscena pietre mostrificate e città antisismiche!). Il Popolo Siciliano non esiste. Missione compiuta, don Peppino Caribbaddo!.

E’ la prima civiltà di fantasmi in tutta la Storia dell’Umanità, fin dal tempo dei Cyclopi, che gli Omeri propagandisti dell’imperialismo marinaro descrissero come pastori barbari e cannibali, ma la Teogonia di Esiodo, che quel mondo lo osservava dalle Montagne Sacre, li vide Figli di Poseidon, Dio del Mare e delle Lave profonde: sapienti forgiatori di Armi nelle Fucine dell’Etna.

Che i Ciclopi non fossero delle bestie cannibali ce l’ha detto Esiodo, nel 700 a.C.: furono loro a forgiare per Zeus il Tuono e la Folgore, le Armi per Governare il Mondo. La MeteoGuerra al Tempo dei Cyclopi!. Anche questo hanno sbiancato!. E quando il Mito crolla, il Cielo si popola di droni e “santi che non funzionano”. E non v’è più Salvezza neanche per la Storia.

Ciò malgrado, tenendo fede alla nostra scelta lungimirante del 1985, lo ripetiamo chiaro e forte:

E’ Tempo di Assemblea Costituente del Popolo Siciliano.

L’A.R.S. va abrogata a fine legislatura. Nessuno degli attuali soggetti istituzionali ha alcun titolo per produrre qualsivoglia riforma dello Statuto e della Relazione tra la Realtà-Sicilia e lo Stato italiano. Questo non accadrà?. Non è un problema nostro. Noi indichiamo la soluzione: L’ABROGAZIONE SECCA dell’Art.1. Il resto verrà da sé. Ci è chiaro dal 1985 –Tesi di Fondazione.

Buonanotte coloniale a tutti.

IL “QUADRO STORICO” E’ COMUNQUE CAMBIATO PROFONDAMENTE DAL 1989, COL “CROLLO DEL MURO” DI BERLINO E L’APERTURA DEL “CICLO POLITICO EUROPEO” IN TORMENTATO SVILUPPO E A RISCHIO DERAGLIAMENTO. SENZA “SOVRANITA’ POLITICA” –DA INVESTIRE CON INTELLIGENZA NEL MONDO DEL SECOLO XXI- NON SI VA DA NESSUNA PARTE.

Alziamo uno sguardo sul Mondo del Secolo XXI, “la patria che abitiamo nel Tempo”. Solo CAMMINO DEL SICILIANU NOVU verso una inedita SOVRANITA’ SICILIANA, solidale e internazionalista, si incontrano Alleati nel Mondo, non meno che Nemici a casa nostra. E’ la Lotta di Classe Internazionalista, che lo Spettacolo coloniale teme più di una epidemia di colera o di un crollo in Borsa, che per loro è anche peggio!. La solidarietà internazionalista si costruisce sul cammino organizzato della Ri-Evoluzione di Specie, nella valorizzazione della biodiversità e della pluralità delle EcoNazioni e delle BioRegioni. L’Arcipelago di Trinakria ne costituisce un Cantiere perfetto. Semu Simenza!.

BONU STATU E LIBBIRTA’!

SICILIA INDIPENDENTE E SMILITARIZZATA!

VIVA CANEPA!

@Niscemi, 15 Maggio 2016. Gli Indipendentisti Siciliani di “TerraeLiberAzione”

1860-1866. LA CONQUISTA ANGLO-PIEMONTESE DELLA SICILIA: NASCITA DI UNA COLONIA

Una nuova pagina tematica-Si tratta di sintesi dall’ARCHIVIO dell’Istituto TERRAELIBERAZIONE. Verrà implementata via via che verranno digitalizzati molti documenti-schede-schemi di relazioni…ci vorranno anni. Incluse un centinaio di pagine manoscritte di Zitara (Lettere a TerraeLiberAzione).

 

LE CRONACHE E GLI ATTI

TUTTA LA VERITA’ SU UN “PASSATO CHE NON VUOLE PASSARE”

Che dopo oltre 150 anni si possa ancora credere che Mille Eroi vennero a liberarci, peraltro sbaragliando l’Esercito e la Marina del grande Stato delle Due Sicilie, come fosse un videogioco della Marwell, deve far dubitare sulla salute mentale di milioni di persone, che, d’altronde, ammuccano lapuni colorati, ribelli scalcagnati che insorgono contro gli Stati canaglia di turno, previsioni catastrofiche sul “clima” prive di una qualunque Equazione previsionale…Vabbè, perché non dovrebbero credere anche all’Opra dei Pupi garibaldesca?

il nostro grazie al fratello  Antonio PAGANO – Direttore della rivista “DUE SICILIE”

 

 Istituto TERRAELIBERAZIONE -> Ass. DUE SICILIE – @Archivio 1998+

I NOVANTA GIORNI di GARIBALDI in SICILIA

 In-> Archivio di TerraeLiberAzione (1985-2005)

LA PARTENZA DA QUARTO

Il 6 maggio Garibaldi partí con 1.089 avventurieri da Quarto sui vapori Piemonte e Lombardo, concessi dal procuratore della compagnia di Raffaele Rubattino, un tale G.B. Fauché, affiliato alla loggia “Trionfo Ligure” di Genova. Le due navi erano state acquistate con un regolare atto segreto stipulato a Torino la sera del 4 maggio alla presenza del notaio Gioacchino Vincenzo Baldioli tra Rubattino, venditore, e Giacomo Medici, in rappresentanza di Garibaldi, acquirente. Garanti del debito furono il re Vittorio Emanuele II e Camillo Benso conte di Cavour, come da accordi avvenuti il giorno prima a Modena con Rubattino, presenti anche l’avvocato Ferdinando Riccardi e il generale Negri di Saint Front, appartenenti ai servizi segreti piemontesi e che avevano ricevuto l’incarico dall’Ufficio dell’Alta Sorveglianza Politica e del Servizio Informazioni del presidente del Consiglio. La spedizione era, dunque, organizzata consapevolmente e responsabilmente dal governo piemontese. I “mille” provenivano per oltre la metà dalla Lombardia e dal Veneto, poi, in ordine decrescente, vi erano toscani, parmensi, modenesi. Tra costoro vi erano 150 avvocati, 100 medici, 20 farmacisti, 50 ingegneri e 60 possidenti. Quasi tutti stavano scappando da qualcuno o da qualcosa, spinti soltanto dal desiderio di avventura e di saccheggi. Il giorno 7 Garibaldi arrivò nel porto di Talamone, vicino ad Orbetello, dove venne rifornito dalle truppe piemontesi, comandate dal maggiore Giorgini, di 4 cannoni, alcune centinaia di fucili e centomila proiettili. Sbarcarono anche 230 uomini, comandati da Zambianchi, con il compito di promuovere una sommossa negli Abruzzi, ma subito dopo Orvieto, a Grotte di Castro, furono messi in fuga dai decisi gendarmi papalini. L’8 maggio Garibaldi fu costretto a ordinare che tutti rimanessero a bordo, dopo gli episodi di saccheggi e violenze che i garibaldini avevano fatto in Talamone. Successivamente, dopo aver imbarcato circa 2.000 “disertori” piemontesi, carbone e altre armi a Orbetello, scortato dalle navi piemontesi, ripartí il 9 maggio e sbarcò a Marsala il giorno 11.

LO SBARCO A MARSALA

Le due navi piemontesi furono avvistate con “ritardo” dalle navi borboniche. Erano in servizio in quelle acque la pirocorvetta Stromboli, il brigantino Valoroso, la fregata a vela Partenope (comandata dal traditore capitano Guglielmo Acton) ed il vapore armato Capri. Avvistarono i garibaldini la Stromboli e il Capri. Quest’ultimo era comandato dal capitano Marino Caracciolo che, volutamente, senza impedire lo sbarco, aspettò le evoluzioni delle cannoniere inglesi Argus (capitano Winnington-Inghram) e Intrepid (capitano Marryat), che erano in quel porto per proteggere i garibaldini. Solo dopo due ore il Lombardo, ormai vuoto, fu affondato a cannonate, mentre il Piemonte, arenato per permettere piú velocemente lo sbarco, venne catturato e rimorchiato inutilmente a Napoli. A Marsala parte della popolazione si chiuse in casa, altri fuggirono nelle campagne. I garibaldini, accolti festosamente solo dagli inglesi, per prima cosa abbatterono il telegrafo, poi alcuni si accamparono nei pressi della città praticamente vuota, mentre Garibaldi, temendo la reazione popolare si rifugiò con altri nella vicina isola di Mozia. Il governo borbonico, tramite il ministro Carafa, protestò il giorno 12 a Torino contro quell’inqualificabile atto di pirateria sostenuto dal Piemonte. Cavour dichiarò sulla Gazzetta Ufficiale che il governo piemontese era del tutto estraneo alle azioni dei “filibustieri garibaldini”. Intanto in tutto il Piemonte, con l’appoggio proprio del governo sardo, erano state attivate le società operaie di mutuo soccorso, le dame della Torino bene e altre logge per raccogliere fondi per “l’eroica impresa garibaldina”.

LA BATTAGLIA DI CALATAFIMI

Il giorno 13 Garibaldi, entrato in Salemi, dove il barone Sant’Anna aveva affiancato i suoi “picciotti” all’orda garibaldina, si proclamò dittatore della Sicilia. Nel frattempo il governatore Castelcicala spingeva all’azione le forze duosiciliane, comandate dal generale Landi. Costui, con circa tremila uomini ai suoi ordini, inviò da Alcamo il giorno 14 un solo battaglione verso Calatafimi, con l’ordine di non attaccare il nemico e, se attaccato, di … ritirarsi. Il maggiore Sforza, comandante dell’8° Cacciatori, con sole quattro compagnie, incontrò il giorno 15 i garibaldini e non poté fare a meno di assalirli. I garibaldini, che ebbero trenta morti, vennero sgominati e tentarono di rifugiarsi sulle colline, ove furono inseguiti dallo Sforza. In quel mentre il generale Landi, invece di inviare altre forze per il completamento del successo, ordinò la ritirata senza neanche avvisare lo Sforza, il quale avendo terminate le munizioni fu costretto a riportare i suoi verso il grosso che si stava incredibilmente allontanando. Ne seguí un caos indescrivibile, un po’ perché la truppa non riusciva a capire il motivo della ritirata, un po’ perché qualche sfrontato garibaldino, tornato indietro, si era messo a sparare sulla retroguardia duosiciliana. Il giorno 17 il Landi, dopo aver fatto fare inutili giri alle sue truppe, si ritirò incomprensibilmente in Palermo. Ad Alcara Li Fusi i sovversivi scatenarono una violenta rivolta, durante la quale furono depredati ed assassinati molti civili. Garibaldi, per scopi demagogici e per calmare la situazione, decretò l’abolizione della tassa sul macinato e sui dazi. Il comportamento del Landi fu comprensibilissimo, quando si scoprí che aveva ricevuto dagli emissari carbonari una fede di credito di quattordicimila ducati come prezzo del suo tradimento. La cosa piú incredibile fu che al Landi non fu mosso alcun rilievo e fu solo sostituito nel comando dal generale Lanza.

L’INGRESSO A PALERMO

Il porto di Palermo, intanto, si affollava di navi straniere, tra cui il vascello inglese Annibal che arrivò il giorno 20 con a bordo l’ammiraglio Rodney Mundy. Questi ebbe molti colloqui con il Lanza nei giorni successivi. Lo stesso giorno Garibaldi istituí il “Comitato per il sequestro dei fondi per le esattorie” a cui avrebbero dovuto far capo tutti i sequestri di danaro necessario per alimentare le sue bande.Nel frattempo i continui solleciti di Francesco II per assaltare gli invasori costrinsero il Lanza all’azione. Inviò il giorno 21 due colonne militari, una formata dal 3° battaglione estero, comandata dal maggiore Von Meckel, e l’altra formata dal 9° Cacciatori, comandata dal maggiore Ferdinando Beneventano del Bosco (nella figura a fianco), per un totale di tremila uomini e quattro obici da montagna. Un primo scontro avvenne verso Partinico, ove circa mille “filibustieri” furono rapidamente messi in fuga dal Meckel. In questo scontro vi morí Rosolino Pilo. Il resto delle bande garibaldine, con lo stesso Garibaldi, si rifugiò sul monte Calvario, due miglia sopra il Parco, ove si trincerò. Il Meckel invece di attaccare subito, aspettò inopinatamente per due giorni l’arrivo d’altre truppe, chieste al Lanza, per circondare completamente i ribelli. Arrivarono, invece, e solo il giorno 23, appena due battaglioni al comando del colonnello Filippo Colonna. Il giorno successivo, al primo attacco dei borbonici, le orde del Türr si sbandarono e Garibaldi, quasi circondato, fuggí fortunosamente nella notte con il resto verso Corleone. I garibaldini poi si divisero in due gruppi al quadrivio di Ficuzza, uno con il Garibaldi si diresse per Palermo, ove sarebbero stati sicuramente protetti dal Lanza e dalle predisposte sommosse carbonare, l’altro al comando di Orsini prese la strada per Corleone. Ad inseguire Garibaldi furono i reparti di Von Meckel, mentre le truppe di Bosco inseguirono l’Orsini. L’Orsini si era attestato con i suoi a Corleone, ove fu immediatamente investito dal Bosco che, con un rapido e violento assalto, disintegrò le bande, eliminandole definitivamente dalle operazioni belliche. Il Meckel, intanto, aveva inviato velocemente parte delle sue truppe con il Colonna a posizionarsi al ponte delle Teste, poco fuori Palermo, per tagliare la strada ai filibustieri. A Palermo, il Lanza, che aveva lasciate a bella posta praticamente sguarnite le porte S. Antonino e Termini, ordinò al Colonna, che non aveva ancora fatto in tempo a posizionarsi, di entrare in città e di acquartierarsi, cosicché quegli ingressi rimasero difesi solo da 260 reclute. Garibaldi, rinforzate le sue bande con altri tremila e cinquecento uomini raccolti nella delinquenza siciliana, nella notte tra il 26 ed il 27 maggio assalí Palermo proprio attraverso la porta S. Antonino, prevalendo facilmente sulle poche truppe borboniche. Il quel momento il Lanza disponeva di circa sedicimila uomini, i quali su suo ordine erano stati rinchiusi nei forti di Quattroventi, Palazzo, Castellammare e Finanze. All’ingresso dei garibaldini nella città, le truppe duosiciliane, invece di essere impiegate a massa, furono impiegate a piccoli gruppi che furono facilmente sopraffatti, anche perché disturbati dal cecchinaggio dei sovversivi palermitani.

L’ARMATA DI MARE DELLE DUE SICILIE

Nel porto di Palermo in quei giorni l’Armata di Mare Duosiciliana era formata da quattro fregate a vapore ed una a vela in prima fila; in seconda fila una corvetta a vapore, tre avvisi ed una pirofregata con tre vapori armati; in terza fila dodici bastimenti mercantili. All’alba del 28 da Napoli giunsero in rada il 1° ed il 2° battaglione esteri inviati da Re Francesco II, a seguito di richiesta dello stesso Lanza. Le truppe erano già pronte per entrare in azione, ma il Lanza le lasciò incredibilmente sui bastimenti fino al giorno 29, quando diede ordine di farle sbarcare e di rinserrarle nel palazzo reale. Nel frattempo a tarda sera del 28 era arrivato il grosso delle truppe del Von Meckel a Villabate, tre miglia distante da Palermo. Per tutta la giornata del 28, la pirofregata Ercole, comandata dal capitano di fregata Carlo Flores, aveva bombardato la città con i suoi obici paixhans calibro 68, provocando inutili danni. Il giorno 29 vi fu anche una ribellione da parte dei cittadini di Biancavilla contro i soprusi dei garibaldini che si erano acquartierati nella cittadina. L’Armata di Mare aveva collaborato in modo del tutto inefficace alle forze di terra, limitandosi a scortare i convogli ed al trasferimento di truppe da un porto all’altro. Gli ufficiali erano ormai quasi tutti votati al tradimento, mentre i marinai nella stragrande maggioranza erano rimasti fedeli alla Patria. Nel porto vi erano anche navi piemontesi che impunemente rifornivano i garibaldini di armi e munizioni. Garibaldi, praticamente indisturbato, s’impossessò del palazzo Pretorio, designandolo a suo quartier generale. Poi liberò circa mille delinquenti comuni dal carcere della Vicaria e dal Bagno dei condannati, aggregandoli alle sue bande che assommavano cosí a circa cinquemila persone.

VON MECKEL ATTACCA PALERMO

Le truppe del Von Meckel, dopo essersi organizzate, all’alba del 30 attaccarono i garibaldini, sfondando con i cannoni Porta di Termini ed eliminando via via tutte le barricate che incontravano. L’irruenza del comandante svizzero fu tale che arrivò rapidamente alla piazza della Fieravecchia. Nel mentre si accingeva ad assaltare anche il quartiere S. Anna, vicino al palazzo di Garibaldi, che praticamente non aveva piú vie di scampo, arrivarono i capitani di Stato Maggiore Michele Bellucci e Domenico Nicoletti con l’ordine del Lanza di sospendere i combattimenti perché … era stato fatto un armistizio. La rabbia dei soldati fu tale che vi furono episodi di disobbedienza con il proposito di combattere comunque nella notte, ma vennero fermati dal colonnello Buonopane per il fatto che “non era finita la tregua”. Il Garibaldi ed il Türr, insieme agli emissari borbonici Letizia e Chretien, si recarono il 31 maggio sul vascello inglese Annibal, ove, presenti anche ufficiali americani, conclusero i patti dell’armistizio. Il Garibaldi, il giorno dopo, annunciò boriosamente che aveva concesso la tregua per umanità. Tra gli accordi, però, pose come condizione che venisse consegnato al Crispi il denaro del Banco delle Due Sicilie di Palermo e scambiati i prigionieri. I garibaldini si impossessarono cosí di oltre cinque milioni di ducati in oro e argento. Tale somma, che successivamente venne impiegata in parte per la “conversione” di altri ufficiali duosiciliani, fu distribuita ai garibaldini, compresi i capi.

SCONTRI A CATANIA

Il 31 maggio a Catania, i garibaldini, dopo aver fatte molte barricate, assalirono anche alcuni soldati. Comandante di tutte le truppe duosiciliane concentrate a Messina era il maresciallo Clary, il quale, tuttavia, si sentiva le mani legate perché aveva avuto l’ordine dal ministro Pianell di stipulare una convenzione con Garibaldi per l’abbandono della Sicilia da parte di tutte le truppe. Alla forzata inazione del Clary, reagí di sua iniziativa il tenente colonnello Ruiz de Ballestreros che in sole sette ore sgominò i banditi, liberando Catania. Il giorno successivo, tuttavia, il Clary, costretto dagli ordini del traditore Pianell, fece sgombrare la città, portando tutte le truppe verso Messina, unitamente ai rinforzi comandati da Afan de Rivera. In Sicilia le truppe borboniche presidiavano in pratica soltanto Siracusa, Augusta, Milazzo e Messina. A Catania i garibaldini, entrati nelle casse comunali, s’impossessarono di 16.300 once d’oro, una vera fortuna.

NUOVI SBARCHI PIEMONTESI

Il 1° giugno la nave piemontese Governolo sbarcò a Messina altri agitatori con il compito di organizzare una rivolta antiborbonica sulle due sponde dello stretto. Lo stesso giorno arrivò a Marsala il vapore Utile, che era partito da Genova con un carico di circa 5.000 fucili e relative munizioni. Questo stesso vapore, rientrato a Genova, ripartí il giorno 9 avendo a rimorchio il clipper nordamericano Charles & Jane con a bordo 930 “volontari” del Medici. Alla sera del 10 le navi furono intercettate dalla pirofregata borbonica Fulminante che li rimorchiò a Gaeta, dove arrivò il giorno 11. Il rapido e deciso intervento del console U.S.A. a Napoli, Joseph Chandler, fece liberare le navi, che successivamente furono condotte a Genova. Questi “volontari” ripartirono poi per la Sicilia il 14 luglio con la nave Amazon. Tutti quelli che venivano chiamati “volontari”, erano in realtà soldati piemontesi ufficialmente fatti congedare o disertare, come si rileva dalla circolare nr. 40 del Giornale Militare del Piemonte del 12.8.1861 (per i “volontari”) e dalla Nota nr. 159 del G. M. del 5.9.1861 (per i “disertori”), le quali prescrivevano per essi l’iscrizione a matricola della “campagna dell’Italia meridionale 1860 in Sicilia e nel Napoletano”. I “disertori”, inoltre, vennero in seguito amnistiati “opportunamente” con decreto reale del 29.11.1860. Ai primi di giugno Garibaldi inviò a Marsiglia Paolo Orlando e Giuseppe Finzi per l’acquisto di tre vapori ribattezzandoli Washington, Oregon e Franklin, sotto bandiera americana. Il contratto d’acquisto venne perfezionato l’8 giugno a Genova presso il console americano W.L. Patterson e vi figurò acquirente un cittadino U.S.A., William de Rohan, che pagò il prezzo in buoni del tesoro piemontesi, coperti da una parte dell’oro rapinato in Sicilia e inviato a Torino. Il 2 giugno Garibaldi emanò un decreto con il quale autorizzava la divisione delle terre demaniali, assegnandone la maggior parte ai combattenti garibaldini, cioè ai Siciliani che avessero voluto arruolarsi con lui. Il 4 giugno vennero assassinati i capi della rivolta antigaribaldina scoppiata a Biancavilla con la farsa di un processo popolare.

L’ARMATA ABBANDONA PALERMO

L’8 giugno le truppe duosiciliane, composte da oltre 24.000 uomini, lasciarono Palermo per recarsi ai Quattroventi per imbarcarsi, tra lo stupore della popolazione che non riusciva a capire come un esercito cosí numeroso si fosse potuto arrendere senza quasi neanche avere combattuto. La rabbia dei soldati la interpretò un soldato dell’8° di linea che, al passaggio a cavallo di Lanza, uscí dalle file e gli disse “Eccellé, o’ vví quante simme. E ce n’avimma î accussí?” Ed il Lanza gli rispose : “Va via, ubriaco!”. Mentre l’Armata Napoletana procedeva alle operazioni d’imbarco, la Washington e l’Oregon partirono il 10 giugno da Cornigliano, imbarcando circa 2.000 uomini comandati dal Medici, ed arrivarono il 17 a Castellammare del Golfo. L’altra nave, la Franklin, imbarcò a Livorno 838 “volontari” comandati da Malencini, sbarcandoli a Favarotta qualche giorno dopo. Il 13 giugno il Garibaldi sciolse alcune squadre di volontari siciliani, i quali, resisi conto che è per l’annessione al Piemonte, e non per l’indipendenza della Sicilia, il motivo per cui combattevano, avevano incominciato a ribellarsi. In quegli stessi giorni il Nizzardo fu accettato nella Loggia massonica di Palermo ed in seguito elevato al grado di Maestro e poi di Gran Maestro.

MASSACRI E SACCHEGGI A PALERMO

Il 16 giugno fu il giorno piú atroce per Palermo, dove Garibaldi diede carta bianca alle sue orde che commisero violenze, stupri e saccheggi d’ogni genere. Moltissimi poliziotti e le loro famiglie furono assassinati in modo veramente barbaro e sotto gli occhi dell’indifferente e del tutto consenziente Garibaldi Il 19 giugno terminarono le operazioni d’imbarco delle truppe borboniche che arrivarono nel golfo di Napoli il 20. Il Lanza con il suo Stato Maggiore, per ordine del Re, fu posto agli arresti e confinato ad Ischia per essere sottoposto a giudizio da una commissione militare. Garibaldi, nel frattempo, formato un governo siciliano, ordinò l’emissione di altri buoni del tesoro per quattrocentomila ducati, portando il debito pubblico siciliano a circa sedici milioni di ducati. Furono confiscati tutti i beni ed il danaro del clero, in particolare dei Gesuiti che vennero espulsi. Nel frattempo, l’accozzaglia di gente al seguito del Garibaldi continuava a scatenarsi con delitti, saccheggi e stupri. Veramente atroci quelli commessi da un certo Mele e dal La Porta, che Garibaldi aveva addirittura nominato ministro della sicurezza pubblica.

LA LEGIONE STRANIERA GARIBALDINA

Furono arruolati numerosi avventurieri francesi, inglesi, tedeschi, ungheresi, polacchi, americani e perfino africani, insomma la feccia giunta da tutte le nazioni. Numerose, infatti, furono le presenze straniere al servizio della spedizione dei Mille, anche queste spesso volutamente dimenticate dalla storia ufficiale e dai testi scolastici. Inglese era il colonnello Giovanni Dunn, cosí come inglesi furono Peard, Forbes, Speeche (il cui nome Giuseppe Cesare Abba, non potendo sottacere, trasformò nell’italiano Specchi). Numerosi gli ufficiali ungheresi: Turr, Eber, Erbhardt, Tukory, Teloky, Magyarody, Figgelmesy, Czudafy, Frigyesy e Winklen. La legione ungherese divenne preziosa per l’occupazione della Sicilia e per tante battaglie. La “forza” dei “volontari” polacchi aveva due ufficiali superiori di spicco: Milbitz e Lauge. Fra i turchi vi era anche il famoso avventuriero Kadir Bey. Fra i bavaresi ed i tedeschi di varia provenienza si deve ricordare Wolff, al quale fu affidato il comando dei disertori tedeschi e svizzeri, già al servizio dei Borbone. Vi fu pure l’apporto di battaglioni di algerini (Zwavi) e di Indiani, messi a disposizione di Garibaldi dal Governo di Sua Maestà britannica.

FRANCESCO II RIPRISTINA LA COSTITUZIONE

A Napoli, il Re Francesco II, fraudolentemente consigliato, decretò a Portici il 25 giugno il ripristino della Costituzione del 1848, con ampia amnistia. Tra i consiglieri favorevoli alla concessione vi furono il Conte d’Aquila e il Conte di Siracusa, zii del Re, che avevano avuto tali suggerimenti da Napoleone III a seguito della missione diplomatica di Giacomo De Martino a Parigi. I contrari furono i ministri Troya, Scorza e Carrascosa. Quest’ultimo anzi affermò che: “la Costituzione sarà la tomba della Monarchia”. In occasione del ripristino della Costituzione queste furono le parole di Francesco II: “Desiderando dare a’ Nostri amatissimi sudditi un attestato della nostra Sovrana benevolenza, ci siamo determinati di concedere gli ordini costituzionali e rappresentativi nel Regno, in armonia co‘ principii italiani e nazionali in modo da garentire la sicurezza e la prosperità in avvenire, e da stringere sempre piú i legami che Ci uniscono a‘ popoli che la Provvidenza Ci ha chiamati a governare”. Ma la concessione della costituzione fu veramente inopportuna in quel frangente, perché contribuí a creare ancora piú disordine, in quanto permise a molti pericolosissimi fuoriusciti di rientrare nel Regno e di occupare molti incarichi importanti nell’amministrazione del governo. In quei frangenti l’avvocato Liborio Romano s’incontrò a Napoli nel Palazzo Salza, alla Riviera, con il conte Brenier console francese a Napoli. Il 26 giugno, ancora su consiglio del suo governo, il giovane re Francesco II stabilí, inoltre, che la nuova bandiera nazionale fosse quella tricolore, rossa, bianca e verde, conservando nel mezzo le armi della dinastia borbonica.

IL PIEMONTE INVIA ALTRE TRUPPE

Nel frattempo, ad iniziare proprio dal 26 giugno, partirono da Genova, La Spezia e Livorno per la Sicilia numerose navi, con una media di una ogni tre giorni, che fino al 21 agosto trasportarono in Sicilia altri 21.000 “volontari” piemontesi.

NASCITA DELLA CAMORRA DI STATO

Francesco II il 27 giugno nominò Capo del Governo Antonio Spinelli, che diede l’incarico di prefetto di polizia al leccese Liborio Romano, già in combutta con la camorra per preparare l’ingresso di Garibaldi in Napoli, cosí come era avvenuto a Palermo con l’aiuto della delinquenza locale. Fu, dunque, proprio con l’invasione piemontese che la delinquenza fece un salto di qualità, trovando terreno fertile nell’alleanza con la nuova classe politica che si andava affermando soprattutto attraverso le speculazioni. Il conte d’Aquila venne nominato comandante supremo dell’Armata di Mare. Il Ministero della guerra, a cui era preposto l’onesto e anziano Ritucci, venne affidato al generale Giuseppe Salvatore Pianell, che lasciò il Comando Territoriale degli Abruzzi al generale De Benedictis. Per effetto del ripristino della costituzione, il 1° luglio vennero nominati in ogni provincia nuovi intendenti, quasi tutti massoni. Il Cavour, intanto, allo scopo di intavolare defatiganti trattative con il governo borbonico, aveva inviato a Napoli il diplomatico Visconti Venosta. Subito dopo, il 3 luglio, si ebbero le prime manifestazioni contro i “galantuomini” e la guardia nazionale a Salerno e ad Avellino, dove significativamente il popolo manifestava al grido di “Viva ‘o Rre Francesco” contro la costituzione. Per lo stesso motivo anche a Vasto si ebbero violente sommosse da parte di alcune centinaia di contadini armati di sole falci.

IL TRADIMENTO DELL’ARMATA DI MARE

Il giorno 5 luglio il capitano di fregata Amilcare Anguissola, al ritorno da una missione per il trasporto di 800 uomini del 1° reggimento da Messina a Milazzo, invece di rientrare a Messina, proseguí per Palermo, dove consegnò la pirofregata Veloce al contrammiraglio piemontese Carlo Pellion di Persano. Questi la cedette a Garibaldi, che la fece ribattezzare Tuckery, ma su 144 uomini di equipaggio i traditori che aderirono ai garibaldini furono solo 41. Il Re Francesco, allora, ordinò al capitano di vascello Rodriguez al comando della pirofregata Tancredi di catturare la nave, dandogli di rinforzo altre tre pirofregate, ma il conte d’Aquila fece fallire tale decisione con defatiganti disposizioni. Nacque da questi episodi di tradimento l’esclamazione tipica dei napoletani: “mannaggia ‘a Marina” che ancora oggi è diffusissima.

COSTITUZIONE DELLA GUARDIA NAZIONALE

In Messina, intanto, si concentravano oltre 24.000 soldati inviati dagli Abruzzi e da Gaeta. Nella parte continentale del Regno, invece, per effetto del ripristino della Costituzione, fu organizzata la Guardia Nazionale in tutti i comuni, formandola con gli elementi liberali piú facinorosi. A causa dell’atmosfera politicamente malsana e dei disordini verificatisi in Napoli, la Regina madre decise di rifugiarsi a Gaeta. Fino a questo periodo, nel Regno delle Due Sicilie non vi erano stati che trascurabili episodi di delinquenza comune. La marea della delinquenza piú pesante incominciò a montare con l’avvento dei garibaldini. La stessa Sila, che divenne in seguito il perenne ricettacolo del banditismo, fino al 1860 si poteva liberamente percorrere senza tema d’incontrarne.

LA BATTAGLIA DI MILAZZO

Nonostante i ripetuti ordini del Re di inviare truppe verso Barcellona (Messina), dove si erano concentrati 4.000 piemontesi e circa 600 ribelli, il Clary adduceva inutili pretesti per tenere fermi i reggimenti. A Barcellona e a Milazzo la maggior parte degli abitanti abbandonò le proprie case. Alla colpevole inerzia del Clary si oppose Beneventano del Bosco, nel frattempo promosso colonnello, che riuscí ad ottenere un minimo di tre battaglioni del 1°, 8° e 9° Cacciatori per un totale di circa 2.600 uomini per proteggere Milazzo, ma con l’ordine di non attaccare per primo. Il Bosco uscí da Messina il 14 luglio con le sue truppe, dirigendosi verso Milazzo. A Napoli nel frattempo giunsero il 16 luglio molti agenti provocatori inviati da Cavour allo scopo di fomentare sommosse. Fu cosí che la camorra iniziò a scatenarsi, protetta e addirittura inquadrata nella polizia da Liborio Romano. Il giorno 17, in Sicilia, vi fu un primo scontro sulla strada costiera per Barcellona, dove furono catturati circa cento piemontesi, trovati con il foglio di congedo in tasca. Ad Archi vi fu un altro scontro vittorioso contro i garibaldini del Medici, che furono dispersi. Radunati tutti i suoi uomini, il Bosco si accinse alla difesa di Milazzo. La decisa azione del Bosco, che aveva respinto una richiesta d’abboccamento, spaventò il Medici che il giorno 18 chiese soccorso a Garibaldi. Costui arrivò il giorno 19 con oltre 4.000 piemontesi, sbarcando a Patti, mentre il Clary, che teneva inutilizzate oltre 22.000 uomini in Messina, rispose negativamente alle pressanti richieste di truppe da parte del Bosco, che era sicuro di poter sgominare facilmente le bande garibaldine. Il 20 luglio vi fu una cruenta battaglia, dopo la quale i valorosi soldati duosiciliani, che ebbero solo 120 caduti, mentre i piemontesi ne ebbero 780, furono costretti per il mancato invio dei rinforzi, dato il numero preponderante degli assalitori, a ritirarsi nel forte di Milazzo. Eroici, e da ricordare, furono i valorosi comportamenti del Tenente di artiglieria Gabriele, del Tenente dei cacciatori a cavallo Faraone e del Capitano Giuliano, che morí durante un assalto. Il forte, intanto, era mitragliato dalle navi garibaldine, che tuttavia furono tenute distanti per le efficaci cannonate dell’artiglieria organizzata rapidamente dal Bosco. Un’altra incredibile occasione persa, per la incredibile incapacità militare (o tradimento) del Clary, di sgominare definitivamente le orde garibaldine che si erano tutte concentrate a Milazzo e che, quindi, sarebbero potute essere circondate e certamente battute dalle numerosissime truppe lasciate inoperose a Messina. Questo episodio è la dimostrazione concreta che Garibaldi aveva assaltato Milazzo sicuro che nessuno lo avrebbe assalito alle spalle. Il giorno 22 fu intimato al Bosco di cedere il forte, ma alla sua sprezzante risposta, Garibaldi si rivolse direttamente al comando dell’Armata di Mare a Napoli. Cosí furono inviate da Napoli tre fregate col colonnello di Stato Maggiore Anzani, che, dopo aver concordato rapidamente una capitolazione del Forte, fece imbarcare le eroiche truppe del colonnello Bosco per trasferirle a Napoli.

DEPRETIS NOMINATO PRODITTATORE

Il 22 luglio, su richiesta dello stesso Garibaldi, sbarcò in Sicilia il deputato piemontese Agostino Depretis, spedito da Cavour in sostituzione del La Farina, con il quale Garibaldi era entrato in forte contrasto. Il giorno dopo, incontratosi con Garibaldi, questi lo nomina Prodittatore con un decreto.

L’ARMATA ABBANDONA LA SICILIA

Il 24 luglio, senza nemmeno aver accennato a combattere, il Clary dichiarava impossibile la “difesa” della città e concordava con il Garibaldi la resa delle truppe, che avrebbero evacuata la Sicilia, tranne per la cittadella militare di Messina. Appresa la strabiliante notizia, vi furono episodi di sommossa di alcuni soldati contro il Clary, che dovette nascostamente fuggire a Napoli. Il giorno 27, la flotta del siciliano Vincenzo Florio si pose al servizio di Garibaldi per il trasporto delle sue bande lungo la costa siciliana e d’altri “volontari” da Genova. Intanto nel Napoletano avvenivano numerose manifestazioni contro le nuove istituzioni nate dalla concessa costituzione: guardie nazionali e i nuovi esponenti dell’amministrazione. Furono sgombrate il 28 luglio anche le fortezze di Augusta e Siracusa, dove si recò per l’esecuzione il generale Briganti. La Cittadella di Messina fu affidata al valorosissimo e fedele generale Gennaro Fergola. La guarnigione della Cittadella era formata da oltre 4.000 soldati e 200 ufficiali, che occupavano anche i forti S. Salvatore, La Lanterna ed il Lazzaretto.

I TRADITORI SI RIVELANO APERTAMENTE

Nel frattempo, il 29 luglio, Cavour, dopo aver organizzato con Ricasoli una spedizione di armi e denaro nel Napoletano, ricevette a Torino l’avvocato napoletano Nicola Nisco. Costui gli annunciò che poteva fare pieno affidamento su Liborio Romano, che mediante il controllo sulla polizia avrebbe facilmente fatto sollevare la popolazione al momento opportuno e instaurato un governo provvisorio. Al Cavour consegnò anche una lettera del generale Alessandro Nunziante, che, avendo grande influenza sull’esercito, si dichiarava disponibile a mettere la sua spada ai piedi del sovrano sabaudo. Cavour, ormai sicuro di poter agire all’interno stesso del governo borbonico, diede opportune disposizioni all’ammiraglio Persano. Costui doveva partire da Palermo con la nave Maria Adelaide e recarsi a Napoli, con la scusa di proteggere la principessa sabauda moglie del conte di Siracusa, ma in realtà per mettersi in contatto con il marchese Villamarina, ambasciatore piemontese in Napoli, che aveva costituito una buona rete di agenti incaricati di sollevare disordini al momento opportuno.

ALTRI MASSACRI IN SICILIA

Nell’interno della Sicilia, ormai abbandonata a se stessa, col pretesto di perseguitare i funzionari del governo, molti sovversivi, a cui si erano aggiunti numerosi delinquenti liberati dalle carceri, commisero le piú truci nefandezze. In Trecastagni, S. Filippo d’Argirò e Castiglione, nella provincia di Catania, vi furono efferati omicidi e saccheggi. Cosí pure nella provincia di Messina, a Mirto, Alcara e Caronia, dove i garibaldini e i piemontesi si scatenarono in violenze, omicidi e saccheggi. Furono saccheggiati anche tutti i monasteri, vennero imposte taglie e rapinato ogni genere di vettovaglie.

L’ECCIDIO DI BRONTE

In Bronte, il 1° agosto vi fu il primo esempio di come agivano i “liberatori” piemontesi. A Bronte esisteva la Ducea di Nelson, una specie di feudo di 25.000 ettari concesso da Ferdinando I all’ammiraglio Nelson, come ricompensa per gli aiuti forniti al Reame nel 1799. Alle notizie delle avanzate garibaldine, i contadini insorsero contro i padroni delle terre, aizzati dai settari che, dovendo sollevare comunque dei tumulti, promettevano loro le terre secondo i proclami garibaldini. Essi insorsero il 2 agosto, commettendo violenze nei confronti dei notabili, saccheggiando e bruciandone le case. Furono uccisi una decina di “galantuomini”. Cosicché il 4 agosto furono inviati a Bronte ottanta uomini della guardia nazionale, comandati dal questore Gaetano de Angelis, i quali però fraternizzarono con gli insorti, addirittura consentendo che venissero uccisi nella località detta Scialandro altri quattro “galantuomini”. Garibaldi fu immediatamente sollecitato, con numerosi dispacci, dal console inglese che gli intimava di far rispettare la proprietà britannica della Ducea, e anche perché erano iniziate delle rivolte simili a Linguaglossa, Randazzo, Centuripe e Castiglione, confinanti con le proprietà inglesi. Fu cosí che per non danneggiare gli inglesi, Garibaldi preoccupatissimo inviò il 6 agosto sei compagnie di soldati piemontesi e due battaglioni cacciatori, l’Etna e l’Alpi, al comando di Nino Bixio. Queste orde circondarono il paese, ma poiché i rivoltosi erano già scappati, Bixio fece arrestare l’avvocato Nicolò Lombardo, ritenendolo arbitrariamente il capo dei rivoltosi e poi facendolo passare anche per reazionario borbonico, mentre invece era stato l’unico che aveva cercato di pacificare gli animi di tutti. Lo stesso giorno 6 agosto Bixio emise un decreto con il quale intimava la consegna di tutte le armi, l’esautorazione delle autorità comunali, la condanna a morte dei responsabili delle rivolte e una tassa di guerra per ogni ora trascorsa fino alla “pacificazione” della cittadina. Bixio si rivelò in questa vicenda un feroce assassino. Per terrorizzare ulteriormente i cittadini, uccise personalmente a sangue freddo un notabile che stava protestando per i suoi metodi. Nei giorni successivi raccolse piú di 350 tipi di armi e incriminò altre quattro persone, tra le quali un insano di mente. Il giorno 9 vi fu un processo farsa che condannò a morte i cinque imprigionati, che erano del tutto innocenti e che fece fucilare spietatamente il giorno successivo. Per ammonizione, all’uso piemontese, i cadaveri furono lasciati esposti al pubblico insepolti. Bixio ripartí il giorno dopo portando con sé un centinaio di prigionieri presi indiscriminatamente tra gli abitanti. La Sicilia, nel frattempo, venne posta praticamente in stato d’assedio dalla flotta piemontese, con l’aiuto delle navi francesi ed inglesi, che effettuarono un blocco dei porti e delle coste, causando il crollo dei commerci marittimi e di ogni altra attività produttiva dell’isola.

NAVI PIEMONTESI A NAPOLI

Nel frattempo, il 3 agosto, una squadra navale piemontese con a bordo circa tremila soldati, agli ordini dell’ammiraglio Carlo Pellion di Persano, era entrata nella rada di Napoli – ove si trovavano già navi francesi, inglesi e spagnole – con la scusa di proteggere la contessa di Siracusa, nata Savoia-Carignano, come ordinato da Cavour. A Napoli era arrivato anche il Nisco che fece appena in tempo a parlare con Nunziante, il quale, essendo stato scoperto del suo tradimento, la sera stessa abbandonò Napoli, facendo perdere le sue tracce. Il Nisco, tuttavia, con l’appoggio del Liborio Romano, riuscí a far sbarcare dal piroscafo Tanaro alcune casse contenenti tremila fucili e relative munizioni, necessarie per la rivolta.

LA SICILIA VIENE ANNESSA AL PIEMONTE

Lo stesso 3 agosto in Sicilia il Depretis, fatto prodittatore da Garibaldi, emanò un decreto con il quale impose lo Statuto piemontese quale legge fondamentale per tutta l‘isola. Venne imposto a tutti i pubblici funzionari di giurare fedeltà a Vittorio Emanuele, pena il licenziamento. Nell’isola intanto la forza occupante era arrivata ad ammontare a circa 36.000 uomini. La maggior parte di essi erano stranieri (vi erano addirittura indiani), circa 18.000 erano “volontari o disertori” piemontesi, qualche migliaio di traditori siciliani. Insomma la feccia dei popoli. Il 5 agosto il conte di Siracusa, zio di Francesco II, si recò a bordo della Maria Adelaide, dove apertamente (con disgusto degli stessi ufficiali savoiardi) si pronunziò a favore dei Savoia.

PREPARATIVI PER LO SBARCO IN CALABRIA

Nei giorni precedenti lo sbarco di Garibaldi sul continente , nelle Calabrie erano stanziati circa ventimila soldati borbonici divisi in quattro brigate: il generale Ghio in Monteleone (Vibo Valentia), il generale Cardarelli in Cosenza, il generale Marra in Reggio ed il generale Melendez con vari reparti scaglionati nella provincia di Reggio. Comandante di tutte le forze era il generale Giambattista Vial, barone di Santa Rosalia, che senza alcuna ragione militare aveva disseminate le truppe in ampie zone. Successivamente, a seguito di contrasti tra il generale Marra, comandante della 3ª Brigata, che accusava il Vial di incapacità, il Ministro della guerra, il massone Pianell, fece sostituire il Marra con il generale Fileno Briganti, anch’egli massone. Nel frattempo tutte le autorità civili delle Calabrie erano state destituite dal Liborio Romano, che al loro posto aveva nominati esponenti carbonari. Il 6 agosto Garibaldi lanciò un proclama e incominciò a prepararsi per lo sbarco nelle Calabrie, facendo approntare circa 200 barcacce dietro il Capo di Milazzo per il trasbordo delle sue orde. Il generale Melendez avvisò di questi preparativi il ministro Pianell, che non prese alcun provvedimento. L’8 agosto circa 150 garibaldini sbarcarono a Cannitello, dove, scambiata qualche fucilata con alcuni soldati borbonici, riuscirono a rifugiarsi nei boschi, protetti da elementi della Guardia nazionale, rivelatisi cosí già ostili. Il giorno 9 in Sicilia furono imposte le leggi sarde sulla marina mercantile. Il 12 agosto Garibaldi s’imbarcò sul Washington per recarsi in Sardegna allo scopo di farsi assegnare circa 9.000 uomini, che erano agli ordini del Pianciani, il quale li aveva destinati ad invadere i territori pontifici. Intanto, avvenivano altri modesti sbarchi a Bianco e a Bovalino, mentre le fregate Fulminante e Ettore Fieramosca, che incrociavano quel tratto di mare, ‘non videro’ alcun movimento di battelli. Il comportamento del comandante del Fieramosca, capitano Guillamat, indignò profondamente l’equipaggio, che lo chiuse nella stiva insieme ad altri ufficiali, dirigendo poi la nave verso Napoli. Ma qui gli ufficiali traditori furono liberati, mentre i fedeli marinai furono rinchiusi nel Castel S. Elmo come insubordinati. Nelle Puglie si ebbero dei moti popolari. Particolarmente gravi furono quelli a Ginosa e a Laterza contro esponenti liberali, verso cui i contadini reclamavano la restituzione delle terre demaniali e l’abolizione della Costituzione.

ASSALTO FALLITO NEL PORTO DI NAPOLI

La notte del 13 agosto, su ordine di Persano, la nave Tüköry, piena di 150 garibaldini al comando di Piola Caselli, partita da Palermo il giorno prima, entrò furtivamente nel golfo di Napoli. Il Caselli, in accordo col capitano massone Vacca, comandante del vascello Monarca, tentò di abbordare quest’ultimo con alcune barche per impossessarsene. Scoperto il movimento dalle sentinelle, che reagirono con un fuoco infernale, una sola barca riuscí a stento a rientrare sul Tüköry che si allontanò approfittando del buio della notte, ma lasciando numerosi assalitori morti. Il traditore Vacca trovò rifugio sulla nave piemontese Maria Adelaide ferma nella rada. A Napoli, in quei giorni, furono stampati e diffusi apertamente numerosi fogli antiborbonici con evidenti inviti alla rivolta, senza che dalla polizia fosse preso alcun provvedimento. Il 15 agosto un battaglione di bersaglieri piemontesi fu fatto arrivare segretamente nel porto di Napoli e tenuto sotto coperta per essere impiegato al momento opportuno. Il 16 agosto in Basilicata, a Corleto Perticara, alcuni settari manifestarono a favore dell’unità d’Italia, contemporaneamente anche a Catanzaro furono organizzate manifestazioni a favore dei garibaldini. In Potenza, il comandante dei gendarmi, capitano Salvatore Castagna, ebbe da un prete, don Rocco Brienza, l’offerta di duemila piastre e il grado di maggiore se avesse riconosciuto un governo provvisorio rivoluzionario. Per il suo diniego fu poi perseguitato e dovette rifugiarsi tra i monti, unitamente ai suoi gendarmi.

NASCE LA PRIMA RESISTENZA ORGANIZZATA

Il 17 agosto in Sicilia furono emanati dei decreti, come quello del corso legale della moneta piemontese, che in pratica significavano l’annessione dell’isola al Piemonte. In quel giorno fu ucciso a Pantelleria il collaborazionista Antonio Ribera, comandante della guardia nazionale, della cui morte i garibaldini accusarono i giovanissimi nipoti perché filoborbonici. Questi riuscirono tuttavia a sfuggire ai traditori e formarono da quel momento, unitamente ad altri legittimisti, la banda insorgente dei fratelli Ribera. A causa dei continui rastrellamenti, tuttavia, la banda Ribera dopo qualche tempo dovette lasciare l’isola per rifugiarsi a Malta.

SBARCO IN CALABRIA

Rientrato a Palermo, la sera del 18 Garibaldi fece rotta per Giardini, vicino Messina, sul piccolo piroscafo Franklin, mentre Bixio era sul piroscafo piú grande, il Torino. Le due navi trasportavano circa duemila uomini provenienti da Genova e che furono fatti sbarcare la mattina dopo sulla spiaggia di Rombolo, presso Melito di Porto Salvo. La località era stata scelta perché alcuni traditori del luogo, i massoni Tommaso Nardella, giudice, ed il sedicente colonnello Antonino Plutino, avevano provveduto a far occupare l’ufficio telegrafico e gli uffici comunali, dove nei giorni precedenti erano state depredate le casse comunali, con alcuni garibaldini sbarcati il giorno 8 agosto. Il comando di quei predoni era stato sistemato nel Casino Ramirez, già approntato dai traditori il giorno prima. Dopo lo sbarco arrivarono le navi duosiciliane Fulminante e l’Aquila, comandate dal Capitano Salazar. Questi, incontrato il Franklin (battente bandiera americana) che si recava al Faro per chiedere aiuto per il Torino, arenatosi accidentalmente sulla spiaggia, lo lasciò passare, vedendolo vuota (ma a bordo c’era il Garibaldi). In seguito, visto sulla spiaggia il vuoto Torino, si limitò a incendiarlo ed a cannoneggiare i garibaldini che si erano accampati nella pianura di Rombolo. Garibaldi, avendo udito i colpi da lontano, si diresse nuovamente verso Melito, dove sbarcò per ricongiungersi ai suoi.

 2° INTERFERENZE-V2-001 (1)INTERFERENZE-X

 

16 – 22 Settembre 1866 . La Rivoluzione Siciliana del Sette e Mezzo

“Fora st’Italia! Viva Santa Rosalia!”

Nel 150° della “COMUNE di PALERMO”

Lezioni attuali dalla Rivoluzione siciliana del “Sette e Mezzo”.

“Viva la Sicilia! Viva la Repubblica! Viva Santa Rosalia!”

bandiere rosse pulite

SETTEMBRE NERO 1866. La Rivoluzione ANTICOLONIALE e proletaria del “Sette e Mezzo” per l’Indipendenza OPERAIA del Popolo Siciliano venne massacrata dall’Italia risorgimentata e dalla sua aristo-borghesia isolana.

La sollevazione popolare del Settembre 1866, non fu una semplice rivolta come hanno voluto farci credere,  ma molto di più. Una rivoluzione anticoloniale e proletaria che anticipa, per molti aspetti, e certo anche nella malasorte, la Comune di Parigi del 1871. Resta la pagina più importante della Storia del Popolo lavoratore siciliano degli ultimi 150 anni. Non vedremo folla nel ricordarlo, ma ci siamo abituati…

@TerraeLiberAzione.

La Rivoluzione ANTICOLONIALE e proletaria del “Sette e Mezzo” per l’Indipendenza OPERAIA del Popolo Siciliano venne massacrata dall’Italia risorgimentata e dalla sua aristo-borghesia isolana.

Il “Sette e Mezzo” –dalla durata dei suoi giorni, “non si inscrive nel lungo elenco delle revolutions improvisées, come le chiamano i francesi…”. (Marx)

Fu piuttosto una Rivoluzione POLITICA che anticipa, per molti aspetti e certo anche nella malasorte, la Comune di Parigi del 1871. Non fu dunque una “RIVOLTA”. E’ una “RIVOLUZIONE” che determina, come vedremo, una situazione di DOPPIO POTERE. La RIVOLUZIONE siciliana del Settembre 1866 -detta del “Sette e Mezzo” per la durata dei suoi giorni- fu ANTICOLONIALE e proletaria.

Nella pluralità delle sue componenti e nella forma che tentò di darsi si configura come la COMUNE di PALERMO.

Solo i suoi giorni vennero infine contati. L’unica cosa sicura è la cifra: 7 e mezzo. Non vennero contati i morti. In migliaia non hanno nome. Fosse comuni nelle macerie dei bombardamenti con cui la Marina italiana demolì interi quartieri di Palermo. E’ probabile che ne camuffarono centinaia tra i 65.000 morti causati dall’epidemia di COLERA scoppiata proprio in seguito alla rioccupazione coloniale dell’Isola da parte delle truppe tricolorate rientrate dall’aggressione al Veneto insieme al MORBO. Nulla ci fecero mancare. Anche gli UNTORI!.

Eroi e Martiri senza nome, migliaia di Siciliani caddero combattendo per Terra e Libertà, anche sotto i bombardamenti scatenati dalla flotta militare tricolorata che rientrava dalla disfatta di Lissa nella guerra antiaustriaca, che ci viene spacciata come Terza Guerra per l’Indipendenza -> delle massomafie tosco-padane.

Tutte le Fonti storiche sono state inquinate. Ancora oggi le sole tracce ufficiali si trovano sui siti dell’Arma dei Carabinieri etc. Inutile dire cosa riportino. Si illuda chi vuole, ma questo è il nostro “PASSATO che NON PASSA”. Quel che a tanti appare solo “ricerca storica” sul PASSATO, più o meno “inutile”, per la nostra Scuola del REALISMO DIALETTICO, è AZIONE POLITICA nel PRESENTE.

IL CONTESTO-

“Nel 1859 i sudditi sabaudi si ritrovavano uno Stato piegato dai debiti , senza che le industrie liguri e piemontesi fossero in condizione di varare un piroscafo o di costruire più di due locomotive all’anno. Ma pare che la fortuna aiuti gli audaci, e anche i giocatori che bluffano. Difatti, il conto, lo pagheranno le regioni annesse”. (N.ZITARA)

Va detto che l’obiettivo iniziale del cosiddetto “Risorgimento” non è l’espansionismo piemontese, né l’annessione coloniale delle Due Sicilie, ma l’emancipazione della borghesia toscopadana degli affari, che il predominio austriaco tagliava fuori dal moto borghese promosso dall’Inghilterra e dalla Francia. Il suo miglior “involucro politico” è lo Stato-Nazione nella formula costituzionale e parlamentare.

Casa Savoja, indebitata fino al collo coi banchieri di mezza Europa per le sue “imprese militari” al rimorchio di Parigi e della Prussia contro l’Austria, agganciò in corsa le Forze mentali dell’imperialismo britannico lanciandosi all’assalto del Tesoro delle Due Sicilie.

Solo “vittorie straniere” determinarono le fortune del Piemonte nelle celebrate “guerre d’indipendenza” che riempiono di glorie inesistenti il romanzo dell’italietta risorgimentata.

Da Sebastopoli (Crimea 1855: vittoria pirrica contro la Russia da parte di anglo-francesi e Ottomani col piccolo Piemonte all’incasso di credito diplomatico). A Solferino (1859: vittoria francese sull’Austria, col piccolo Piemonte che riscuote la Lombardia). Da Sadowa (Boemia,1866: vittoria prussiana sull’Austria, che devasta però nella battaglia navale di Lissa, in Adriatico, la flotta neoitaliana che virerà su Palermo INSORTA bombardandola senza se e senza ma, anche per mandare un “segnale forte” alle cancellerie europee!). Fino a Sedan (1870-vittoria prussiana sulla Francia, che apre la…breccia di Porta Pia, ma anche la via al massacro della Comune di Parigi). Le 4 “S” straniere che fecero del piccolo Piemonte l’unificatore truffaldino di un paesaggio geo-politico avviato a ben più vasti e positivi sviluppi. Altro che “stato-nazione” creatore illuminato di equilibrati mercati patriottici e vettore “uno e fatto” di “magnifiche sorti e progressive”!.

Quella del 1860-66 fu una guerra coloniale che ci lascia legati mani e piedi non solo a un Re savojardo che puzzava di stalla e alle fameliche massomafie tosco-padane, coi loro Banchieri alla Bombrini e i loro generali alla Cialdini, ma soprattutto a una BORGHESIA COLONIALE siciliana, mercenaria e incapace di conquiste spettacolari (Fanon). E’ IL NEMICO A CASA NOSTRA.

“La colonia assicurava alle manifatture che sbocciavano il mercato di sbocco di un’accumulazione potenziata dal monopolio del mercato. Il tesoro catturato fuori d’Europa direttamente con il saccheggio coloniale, l’asservimento, la rapina e l’assassinio rifluiva nella madre patria e qui si trasformava in capitale…”. (Karl Marx-Das Kapital-Cap.24)

Il meccanismo “accumulazione originaria-colonialismo” si ripropone nel processo di formazione dello Stato-Nazione italiano. Per quante sofisticherie e fumi spettacolari possano annebbiarne la Realtà: “dualismo”, “questione”, “mezzogiornismo” e altre cavolate – è un Fatto che il ciclo del debito tosco-padano e delle sue millantate “guerre di indipendenza” viene colmato col saccheggio delle Due Sicilie e rilanciato in un modello di accumulazione parassitaria e intrallazzista a trazione massomafiosa tosco-padana. E’ così, oggi. Né può essere altrimenti senza una Rivoluzione politica indipendentista.

La Tempesta perfetta del 1860-

Nel 1860, nella dialettica combinata delle correnti imperialiste francesi e inglesi, in corsa verso l’apertura del Canale di Suez, si scatena la Tempesta perfetta sul Regno delle Due Sicilie. L’inettitudine di Napoli e il secolare e irrisolto conflitto con l’Isola-Nazione dei Siciliani fecero il resto. Una Catastrofe. Il Canale di Suez accorciava Spazio e Tempo, ci si doveva attrezzare. Quella visione sansimoniana delle magnifiche sorti e progressive, che Cobden mise coi piedi per terra, imponeva, in nome del liberoscambismo oligopolistico, la liquidazione di ogni resistenza protezionista. Il grande Stato delle Due Sicilie ne fu “vittima predestinata”.

L’operazione di false flag dei garibaldeschi venne finanziata dalla massoneria inglese con una cassa di piastre d’oro turche (moneta franca nel Mediterraneo del tempo) pari a molti milioni degli attuali dollari. Ma nella primavera colorata del 1860, dietro i “Mille”, avanzava nell’ombra un corpo di spedizione di 22.000 militari, sostenuto dall’imperialismo britannico e costituito da vere e proprie “legioni straniere” di ungheresi, indiani e… zuavi, già mercenari di Parigi nell’esportazione della civiltà nei villaggi dell’Algeria e sui monti della Kabilya; nonchè da soldati e carabinieri piemontesi, momentaneamente posti in ‘congedo’, e riarruolati come ‘volontari’ nella missione d’invasione. Anche allora v’era un certo “affollamento militare” nei mari del Mediterraneo!.

Gli obiettivi di Londra erano chiari.

L’imperialismo britannico è una talassocrazia, un SEA POWER che vive sul MARE e si nutre di insularità strategiche:

1-distruggere, peraltro illegalmente, lo Stato sovrano delle Due Sicilie, a partire dalla sua grande flotta commerciale, in vista dell’apertura del Canale di Suez.

2-controllare “zolfi + salnitro = polvere da sparo”, che facevano della Sicilia la Miniera di quel Mondo. La Sicilia –oltre al suo millenario SEA POWER strategico- produce polvere da sparo e forza motrice per l’Impero in espansione di Sua Maestà britannica.

I piccoli Savoia e la loro borghesia aristocratoide di tipo terriero-militare si ritrovano in regalo un Regno millenario di cui forse non comprendevano nulla. Per sei anni la loro “Italia Una e Fatta” scatenò –con 120.000 militari ben addestrati- una guerra coloniale che assunse forme di vera e propria “pulizia etnica” e viene tutt’oggi presentata come “guerra di civiltà contro il brigantaggio e alla reazione” (da Scalfari a Galli della Loggia: e chi dovrebbe “rispondere”? Non c’è un solo quotidiano, né una Tv…che non siano sotto il controllo mentale delle massomafie toscopadane; per non dire delle università e delle grandi case editrici, mentre la nicchia terronica dello Spettacolo democratico e colorato è stata riservata a fenomeni da circo come Pino Aprile: copia&incolla, ma l’Italia riparte da Sud: si, per emigrare a Nord!).

Lo Stato d’assedio-

Nell’agosto 1863 un proclama del Re Vittorio Emanuele, affisso in tutte le città del Sud continentale, annuncia l’instaurazione dello stato d’assedio interno. Era la legge Pica contro la RESISTENZA PARTIGIANA delle DUE SICILIE, che dall’Italia truffaldina già Una e Fatta venne definita “brigantaggio”. La legge Pica del 1863 è la licenza di uccidere i terroni che non si arrendono ai piemontesi civilizzatori. La giurisdizione dei Tribunali Militari e le procedure del Codice Penale Militare rimangono in vigore fino al 31 dicembre 1865.

Anche in Sicilia –laddove più sofisticate furono le promesse garibaldine (TERRA ai contadini, AUTONOMIA bancaria, ASSEMBLEA Costituente)- giunse, con l’estensione all’Isola della logica coloniale di STATO d’ASSEDIO, anche il Tempo della CoScienza: svanite le nebbie tricolorate, come i mesi e gli anni dal calendario cadevano una dopo l’altra tutte le promesse e le illusioni create dallo “Sbarco dei Mille”. Sono gli anni del disincanto, che cambiarono il quadro e anche la visione perfino di protagonisti di rilievo del cosiddetto “moto risorgimentale”. La crisi di Aspromonte fu un punto di svolta. Il 29 agosto 1862: scontro a fuoco dei garibaldini in “Marcia su Roma” sconfitti dalle truppe di occupazione italiane del generale Cialdini.

Settembre Nero 1866-

La leva obbligatoria agiva come un micidiale prelievo fiscale sulle famiglie proletarie, a decine di migliaia i giovani proletari siciliani si diedero alla macchia, spesso armandosi per sopravvivere: “banditi e traditori” della patria tricolorata, rischiavano la fucilazione senza tanti complimenti, pur di non andare a crepare per uno Stato percepito correttamente come NEMICO. Sul piano delle FORZE che permettono l’INSURREZIONE il fenomeno della diserzione di massa è un fatto determinante.

E venne Settembre del 1866. Il “Sette e Mezzo” –dalla durata dei suoi giorni, “non si inscrive nel lungo elenco delle revolutions improvisées, come le chiamano i francesi…”. (Marx)

“Nel pomeriggio del 15 settembre 1866… a Monreale si registrava un clima di sommossa e un certo numero di BANDIERE ROSSE erano state viste sventolare in città”. Lo scriveva un cronista, peraltro un denigratore: V. Maggiorani (“Il sollevamento della plebe di Palermo e del circondario nel settembre 1866” -Palermo 1867).

“In politica avviene come in poesia. Le rivoluzioni non sono mai fatte su ordinazione”. (Marx)

La mattina del 16 settembre la Città di Palermo è svegliata da decine di migliaia di INSORTI che giungono dal circondario–con seguito di rifornimenti, ben organizzati e disciplinati. Furono alzate barricate, le comunicazioni telegrafiche con l’Italia vennero interrotte, uffici governativi furono occupati con ordine.

Il Procuratore Generale della Corte d’Appello stimò in 40.000 il numero degli INSORTI, che sconfissero ripetutamente le truppe dell’esercito italiano: per sette giorni e mezzo in città (e per dodici giorni nelle campagne e nei paesi dell’entroterra palermitano).

L’insurrezione è fulminante e vittoriosa. Il Regime italiano è subito travolto. Scortati dalla guarnigione piemontese, il prefetto Luigi Torelli e il sindaco Antonio di Rudinì, si rifugiano a Palazzo Reale: “non verranno toccati”.

Il 18 settembre, a Palermo, si costituisce il Comitato rivoluzionario al quale aderiscono con grande coraggio anche alcuni Siciliani che avevano tutto da perdere: guidati dal principe di Linguaglossa, ricordiamo anche il barone Pignatelli, il barone Riso, il principe di Ramacca, il principe di Galati, il barone Sutera, il principe di Niscemi, il principe di San Vincenzo e monsignor d’Acquisto.

Lo stesso giorno a Torino il primo ministro Bettino Ricasoli nomina il generale Cadorna, il Macellaio, commissario straordinario di Palermo, con pieni poteri civili e militari. La mobilitazione italiana contro la COMUNE di PALERMO si configura come una vera e propria spedizione militare coloniale, sostenuta da una campagna di criminalizzazione “a mezzo stampa” contro i siciliani ”barbari e maffiosi”, sostenuta dall’aristoborghesia siciliana che trova il suo precoce campione nel giovane marchese Antonio di Rudinì, sindaco di Palermo e futuro primo ministro italiano: “il popolo palermitano ha una congenita predisposizione alla corruzione e all’insubordinazione”.

Nel 1861 la Sicilia è una potenza demografica mediterranea, coi suoi 2.392.000 abitanti. Nella visione delle sue “classi alte” è indubbiamente costituita da “plebaglia corrotta, ladra e sempre pronta a rispondere all’appello dei malfattori”, nella sintesi che il senatore siciliano Torremuzza fornì al primo ministro Ricasoli nel corso dei festeggiamenti per lo “scampato pericolo” seguiti al massacro della Comune di Palermo dei Sette Giorni e Mezzo.

Vediamo alla sbarra dei PROCESSI –davanti alla CORTE MARZIALE e sotto la mannaia del Codice Penale Militare- alcune centinaia di questi “plebei maffiosi, ladri e nullafacenti”, definiti: “la CLASSE PERICOLOSA”.

Una grande mole di atti processuali è probabilmente andata distrutta sotto i bombardamenti “alleati” del 1943 (cfr. Alatri, “Lotte politiche in Sicilia”).

Se ne conosce comunque quanto basta al nostro ragionamento. Dei 124 imputati dichiarati colpevoli dai tribunali militari quasi tutti avevano un’occupazione nel settore artigianale o commerciale o nei servizi: osti, carrettieri, facchini, garzoni, fruttivendoli, panettieri, macellai e barbieri. Nella lista dei condannati c’erano anche commercianti, agricoltori, falegnami, sarti, conciatori, fabbri, cordai, carpentieri e muratori… ma anche “sette poliziotti o soldati, una guardia campestre e altri sette ufficiali di basso rango”. (Ryall 1996)

Peraltro tutti i condannati di cui sappiamo erano incensurati, tranne uno…il povero Luciano Coniglio che aveva disertato l’esercito tricolorato nel 1863!. Un “pericoloso criminale”!. Nelle liste degli inquisiti figuravano anche decine di studenti e professionisti…

In breve, la tipologia degli imputati del MAXI PROCESSO “Sette e Mezzo” è quella delle “rivoluzioni urbane” animate dalle vere “classi pericolose” dell’Ottocento europeo: i vagabondi e manigoldi non fanno Rivoluzioni!. Mentre ci è noto che la REPRESSIONE si accanisce contro gli “agenti sociali di collegamento”: osti, sarti e barbieri, nei quartieri popolari…non meno del retrobottega di tanti farmacisti, hanno avuto un ruolo di rilievo nella R/esistenza siciliana sconosciuta.

Nel Settembre del 1866, una Rivoluzione anticoloniale e proletaria, in soli Sette Giorni e Mezzo, mette a nudo la Realtà. Questo è un potere immenso che solo le Rivoluzioni autentiche riescono a dispiegare.

In Sicilia precipitano del tutto caratteri politici e processi sociali profondi già visibili nel Quarantotto, in cui solo il popolo lavoratore difese l’indipendenza: non sorprende l’adesione subalterna dei ceti borghesi urbani all’annessione tricolorata del 1860.

Lo storico Rosario Romeo -nel suo fondamentale “Il Risorgimento in Sicilia”- sottolinea che la Rivoluzione siciliana del 1866 “…non divenne insurrezione generale dell’isola e potè essere facilmente domata solo per la mancata collaborazione dei ceti dirigenti…”.

Il 23 settembre 1866 venne dichiarato lo “STATO d’ASSEDIO”: l’Italia risorgimentata gettava ufficialmente la maschera. Da quel giorno uno STATO COLONIALISTA occupa l’Arcipelago dei Siciliani. Per mesi le processioni di giovani incatenati attraversano terrorizzanti le vie di città e paesi dell’Isola. Dei processi tenuti davanti alle Corti marziali armate di Codice penale militare diremo in seguito.

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La RIVOLUZIONE siciliana del Settembre 1866 -detta del “Sette e Mezzo” per la durata dei suoi giorni- fu ANTICOLONIALE e tendenzialmente SOCIALISTA. Non è una “RIVOLTA”. E’ una “RIVOLUZIONE”. La differenza è immensa.

Le cause profonde della “crisi siciliana” –che è tanto crisi di rigetto quanto verifica di integrazione in relazione allo Stato risorgimentato- non vanno cercate nei materiali vaganti psico-ideologici prodotti dal disfacimento delle illusioni risorgimentali, tra mazziniani arrabbiati ed ex-garibaldini reduci dall’umiliazione d’Aspromonte, che costruiscono barricate insieme agli indipendentisti e ai duosiciliani fedeli al perduto Regno… Sebbene di un qualche interesse storiografico siano le biografie di alcuni protagonisti del “Sette e Mezzo”, come i “cospiratori professionali” Badia e Bonafede. Il ruolo degli individui e le loro stesse ideologie si configurano regolarmente come fattori secondari.

E’ un lavoro di ricerca da sviluppare, sulla Lotta tra le Classi nella Sicilia dell’Ottocento, le cui forze storico-sociali fondamentali si riducono al secolare “movimento comunista” per la fruizione del Demanio statale e l’accesso ai più vasti USI CIVICI (si pensi alla legna per cucinare e riscaldarsi!) e la privatizzazione borghese del Feudo senza Feudatario, in un’Isola che è “formazione capitalistica” da secoli, altro che “immobile e arretrata”!. La nuova Questione della Terra era posta da almeno un secolo, fu oggetto di conflitti dall’alto e dal basso, ma non aveva trovato una vera sistemazione. Una indecisione che venne pagata a caro prezzo non solo dalla casa regnante, che tentò senza riuscirci soluzioni “illuminate”, ma dallo stesso STATO SOVRANO delle DUE SICILIE che finì per implodervi, in particolare nell’Isola irrequieta, che produceva più “Rivoluzioni” della stessa Francia!.

Intanto vediamo chi erano gli INSORTI del “Sette e Mezzo”.

Indubbiamente vi parteciparono centinaia di legittimisti delle Due Sicilie, autonomisti e indipendentisti, radicali e azionisti, garibaldini pentiti e cattolici tradizionalisti. E migliaia di giovani latitanti sfuggiti alla leva obbligatoria (che peraltro agiva come un micidiale “prelievo fiscale in natura” sulle famiglie PROLETARIE).

Per quasi un secolo nessuno racconta nulla di serio sulla COMUNE di PALERMO del SETTEMBRE 1866. Il primo studio appena onesto è quello di Brancato (che poi ritratterà!) seguito un paio di anni dopo, nel 1954, dall’opera fondamentale dello “storico marxista” Paolo Alatri il quale –peraltro- intuisce che la documentazione dei tribunali militari era stata probabilmente distrutta dai bombardamenti di Palermo durante la seconda guerra mondiale. (P. Alatri, Lotte politiche in Sicilia sotto il governo della destra, 1866-1874, Torino 1954. Mai più ristampato! Lo fotocopiamo da 30 anni!).

Rilevava Alatri: “I funzionari, per lo più settentrionali… consideravano spesso le popolazioni affidate alle loro cure come non ancora pervenute al loro stesso grado di civiltà, come barbari o semibarbari… Questo estremo disprezzo, intollerabile per un popolo d’antica civiltà come quello siciliano, unitamente a molte altre cause tra cui, non secondarie, la crescente miseria, l’introduzione di misure poliziesche inutilmente vessatorie e di nuovi e gravosi balzelli, provocava l’impossibile: l’alleanza tattica dei gruppi filoborbonici con i circoli del radicalismo democratico, cioè l’ala oltranzista del vecchio partito filo-garibaldino, e di questi due con gli autonomisti e gli indipendentisti, componenti politiche quest’ultime perennemente presenti nella storia dell’isola”.

Un “laboratorio politico di prim’ordine”: altro che “caos ideologico”!. Fu la massacrata, denigrata e tuttora incompresa COMUNE di PALERMO, che precede di cinque anni la giustamente celebrata e non meno “caotica” e altrettanto massacrata COMUNE di PARIGI.

Se sul piano politico è DOPPIO POTERE…sul piano delle determinazioni storico-materiali a INSORGERE è il COMUNISMO degli usi civici del Demanio e non solo… –si pensi per dirne una alla legna per cucinare e riscaldarsi che tutti potevano procurarsi in periodi stabiliti!- e si rifletta sul welfare prodotto dalla rete assistenziale della Chiesa i cui Beni minacciati dall’italietta massonica risorgimentata sono –sia chiaro- un patrimonio sociale frutto dei donativi delle famiglie siciliane ai figli che prendevano i voti dedicandosi alla vita monastica (in tutti i sensi assai più produttiva di quanto non si creda!).

Il movimento storico dei COMUNISTI era veramente “lo spettro che si aggirava per l’Europa”. Che lo “spettro comunista” indossasse perfino il saio del monaco inneggiando “Viva Santa Rosalia!” con la bandiera rossa in mano e un fucile nell’altra può sorprendere solo chi della Sicilia non ha capito nulla.

Ci sarebbe voluto un Marx a Palermo, ci siamo ritrovati invece con 150 anni di accademici tricolorati devoti ai vari Crispi e Di Rudinì. Nelle serre accademiche si sono riprodotti i frutti marci e i semi avvelenati dell’IDEOLOGIA ITALIANA, spettacolo di un Imperialismo straccione a trazione massomafiosa toscopadana, al quale ormai “in automatico” aderisce la borghesia coloniale della Sicilia italienata –il nostro NEMICO di CLASSE- che ha una storia breve e miserabile: la sua gestazione è avviata nel tradimento politico e militare della Rivoluzione indipendentista del 1848.

Sul piano sociale, poi, il cosiddetto Assolutismo Illuminato dei Borbone, cioè dello Stato delle Due Sicilie, nella sua indecisione purtroppo poco “assolutista” che gli fu fatale, era comunque più avanzato del caos mentale che suicidò il giovane Stato siciliano. In Sicilia quasi tutto si giocava sulla Questione della TERRA –del modo di produzione, ancor prima che delle sue forme di proprietà e possesso- come leva strategica di mobilità sociale e di sovranità.

La formazione di una borghesia coloniale nella Sicilia italienata può essere indagata materialisticamente fin dalla metà dell’Ottocento. E’ una borghesia urbana che si ri-formava tricolorata sfilando per censo nei suoi Teatri, confabulando nei suoi Circoli professionali e “di alienazione”, esibendo talora erudizione sui suoi tantissimi giornali più che nei Salotti che cominciava appena ad arredare con gusto kitsch vieppiù stupefacente e perfino esotizzante. Non erano in sé cattivi, né buoni: la borghesia coloniale è trasformista nelle forme, coerente negli interessi, a-morale, incolore, inodore, insapore. Non ha prodotto nulla che non fosse inutile o devastante, ma… “u sapiti com’è!”, direbbe Martoglio.

La borghesia coloniale della Sicilia italianata è un capolavoro sofisticato di socio-ingegneria prodotto nel tempo dall’Ascensore sociale che venne imposto dalle Massomafie tosco-padane nel 1860. Vi accede solo chi spaccia le balle spaziali dell’italietta risorgimentata, sradicando l’Albero di Trinakria, con pianificata violenza sbiancatrice e desertificante. Il 1860 è il suo anno di nascita. Il 1866 è l’anno di battesimo.

La COMUNE DI PALERMO venne massacrata dall’Esercito e dalla Marina militare italiana che bombardò la città dal mare. Ma a seppellirla viva furono le classi tricolorate della neonata Sicilia italienata.

L’Italia risorgimentata nasce REAZIONARIA e “controrivoluzionaria” anche sul piano del più classico processo di formazione degli Stati-Nazione borghesi. Le guerre, vinte e perse, di Napoleone III, fecero del piccolo Piemonte una parodia intrallazzista e truffaldina della potenza prussiana che afferrava invece le forze dinamiche delle borghesie urbane dei cento staterelli tedeschi, combinando lo Zollwerein, l’unione doganale avviata intorno al 1830, e la potenza di quella vera tradizione militare che ricostituì il Reich nel 1870.

Non fu il sostegno degli inesistenti “feudatari” al “moto risorgimentale”, ma l’adesione convinta della borghesia urbana catanese e palermitana oltre che paesanazza, a consegnare la Sicilia allo Stato-Nazione delle massomafie toscopadane. Le “classi pericolose” ne vennero emarginate e tormentate per decenni. Per inventarsi una Sicilia italiana a livello popolare ci misero 50 anni, fino alla prima Guerra Mondiale. E non risparmiarono nulla in tema di altri “stati d’assedio”, massacri e deportazioni. Ma la repressione della Comune di Palermo aveva stroncato sul nascere ogni possibilità di diversa evoluzione delle cose.

La SICILIA ITalienata prende Forma popolare -carambolando dal Porto di Catania sulla Quarta Sponda- tra il 1911 e il 1915, già nelle mobilitazioni studentesche e infine di massa a sostegno della ““IMPRESA di LIBIA” animate dal massone social imperialista e protofascista onorevole De Felice, che dopo aver cavalcato i “Fasci dei Lavoratori”, fece carriera sventolando il tricolore colonialista in parlamento e la bandiera rossa sulle piazze. Un altro mito da sfatare, una buona volta per tutte.

La Sicilia popolare viene del tutto italienata nella GRANDE GUERRA -> per quanto recalcitrante in profondità venne infine addomesticata nel Ventennio della “nazionalizzazione delle masse” che portò a termine il Risorgimento truffaldino avviato nel 1860 dall’imperialismo inglese, in vista dell’apertura del Canale di Suez.

Il “Sette e Mezzo” resta la pagina più importante della Storia del Popolo lavoratore siciliano degli ultimi 150 anni. Non vedremo folla nel ricordarlo, ma ci siamo abituati.

Onore ai Martiri della Comune di Palermo!

In alto le sue BANDIERE ROSSE!

“Viva Santa Rosalia!”

@Mario Di Mauro.

A proposito di “Foreign Fighters”

proponiamo questa ricerca di Annamaria Pisapia, che ringraziamo. @TERRAELIBERAZIONE 

UNITA’ D’ITALIA”

“GRAZIE” A GARIBALDI, O ALL’AMERICANO WILLIAM DE ROHAN?

Un americano ha svolto un ruolo significativo per l’unità d’Italia. William De Rohan, ufficiale di marina, esploratore, inventore di cannoni e navi da guerra, Nell’archivio del Mariners’ Museum degli Stati Uniti d’America, è custodito un disegno di una corazzata da guerra che De Rohan raffigurò sulla carta intestata ufficiale del Garibaldi Special Fund di Londra, si tratta di due bandiere incrociate: quella di destra riporta “Italy- Victory- Garibaldi” quella di sinistra: “British Legion”. Questa carta serviva al De Rohan per inviare la corrispondenza a Francesco Crispi, e ad altri. L’americano De Rohan servì da reclutatore per la British Legion e fu membro del Garibaldi Special Fund dell’Inghilterra. De Rohan mise numerose inserzione pubblicitarie per reclutare volontari. Ma questa missione veniva etichettata sotto la voce,” excursion” nell’Italia meridionale.  Questo era il modo per aggirare e evitare il processo per la legge del Foreign Enlistment Act, che vietava qualsiasi reclutamento di uomini e denaro per combattere in un paese straniero con il quale i sudditi britannici erano in pace. L’invasione di Garibaldi fu appoggiata dal Segretario di Stato americano William Henry Seward, così come da molti altri diplomatici. Lo stesso De Rohan aveva messo a disposizione tre navi: la Washington, Oregon , e Franklin. Al comando della Washington vi era lo stesso De Rohan; al comando della Oregon vi era  il comandante Nevins, segretario del console americano Patterson; al comando della Franklin vi era il comandane Francesco Origoni cittadino americano, amico di Garibaldi. Le tre navi viaggiavano sotto la protezione degli Stati Uniti, e partirono il 9 giugno 1860 da Genova, ufficialmente  in direzione Atene. Ma lo stesso console americano Patterson, informò il ministro degli Stati Uniti che: le navi sosteranno al porto di Cornegliano per caricarle di uomini e armi da guerra e che queste “are engaged in the affairs of Sicily”. Il 26 giugno 1860, il ministro Daniel da Torino invia un dispaccio a Lewis Cass in Washington per informare il Segretario di Stato che quattro navi viaggiavano sotto bandiera americana “trasportando truppe e munizioni(  queste offerte  anche da uno dei sostenitori, Samuel Colt inventore del “famoso” revolver), verso la Sicilia”.

Oltre alla Washington, Franklin e Oregon, si era aggiunta la Charles and Jane di Baltimora. La Charles e Jane, insieme alla nave a vapore sarda, Utile, furono mandate  in avanscoperta come esca dallo stesso De Rohan, come scrisse successivamente all’ambasciatore statunitense, furono intercettate  e accerchiate dalle forze navali napoletane. Fu soltanto dopo tre settimane  che i governanti del Piemonte e dell’America riuscirono a farle liberare. Questo stratagemma servì al De Rohan per distogliere l’attenzione sulle altre navi americane che trasportavano 2500 uomini più 7500 fucili   450.000 cartucce e rifornimenti per la battaglia di Milazzo, dove De Rohan venne ferito. Il 27 giugno 1860 Vittorio Emanuele inviò una lettera al De Rohan, dichiarando la sua profonda gratitudine, per il notevole contributo reso per la causa dell’unificazione.  Spesso ci si è chiesto come mai Francesco II  pur possedendo una imponente flotta non fosse riuscito a fronteggiare l’azione di Garibaldi: semplicemente perchè le navi battevano bandiera americana. Infatti il 20 agosto del 1860, Garibaldi era sulla nave Franklin per attraversare lo stretto di Messina, quando due navi della Marina Borbonica borboniche  la circondarono  per catturarla,  fu allora che egli diede l’ordine di alzare la bandiera americana; così quando fu chiesto al comandante di dichiarare la loro rotta, il comandante Origoni italoamericano fece finta di non capire rispondendo in inglese. Questa testimonianza fu rilasciata da  Giuseppe Bandi, (conosciuto come giornalista scrittore, ma forse sarebbe meglio dire come assassino, contro l’inviato della “Gazzetta d’Italia” il quale  pubblicò due articoli contro Garibaldi nel 1879, a cui rispose lo stesso Bandi: se il signor Ferenzona, autore degli articoli, era stanco di vivere….il giorno dopo  il Ferenzona fu trovato morto e il Bandi venne sospettato dell’omicidio), “la bandiera americana seppe fare questo miracolo”.  Ad unificazione avvenuta De Rohan presentò rivendicazioni e richieste di risarcimento per le tre navi  messe a disposizione  al governo italiano, ma malgrado le promesse di Vittorio Emanuele non riuscì ad ottenere alcun risarcimento, tranne l’appoggio politico e morale da parte degli Stati Uniti e di Garibaldi.  

In conclusione: non ho mai creduto alla “codardia” di Francesco II  che, invece, seppe fronteggiare la situazione in maniera egregia, nè tantomeno alla possibilità che l’unità fosse avvenuta solo per il tradimento di ufficiali borbonici. Ora queste testimonianze, scoperte per caso, credo aprano nuovi scenari,  e nuovi interrogativi anche per coloro che, ancora adesso, gettano ombre su una delle figure più importanti della dinastia dei Borbone: Francesco II delle Due Sicilie.

Annamaria Pisapia