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Nella SICILIA che ci preparano…un DESERTO MESSICANO ci mancava!

Pronti? Via!. Come hai fatto fino ad ora a vivere senza il guayule?. Come sei sopravvissuto senza le sue proprietà ipoallergeniche?. Come faremmo a combattere i “cambiamenti climatici” –quelli senza Equazione, e vabbè- ma d’ora in poi con il guayule tutto s’aggiusta, anche l’Equazione colorata dell’I.P.C.C.!. La Matematica è elastica, come la gomma di guayule.

Ma che minkia è stu guayule?. Una pianta esotica…no, non si mangia: anche le capre la schifiano. E cosa c’entra con la Sicilia?. Niente, fino all’altroieri.

Il caso vuole che la benemerita ditta vel-ENI –attraverso la sua Versalis  e dopo 50 anni di carità petrolchimica- ha pensato ancora una volta allo “sviluppo” della sua SiciliAfrica Orientale -interrando ogni colpa sotto le presunte “bonifiche” e progettandoci sopra campi fotovoltaici –la cui corrente paghiamo il doppio in bolletta- ed esotiche distese di guayule, un contributo ecologico al paesaggio siciliano che ci giunge dal deserto di Chihuahua (Messico)-a far compagnia alle patate siracusane e pure alla caponata catanese.

Ma come abbiamo fatto fino ad ora a vivere senza il guayule?. La sua “coltivazione sperimentale” è cominciata in primavera nell’ambito del “Protocollo di Intesa per l’Area di Gela”, sottoscritto dalla multinazionale tricolorata con gli enti locali della Sicilia italienata, sotto la regìa benevola del MISE, il Ministero dello Sviluppo Economico di ROMAFIA Capitale.

Il SOTTOSUOLO siciliano non gli bastò, ora si fanno anche il LATIFONDO?.

Il progetto di Eni-Versalis prevede di estrarre dal guayule quantità industriali di lattice di gomma naturale: per i copertoni delle auto, non meno che per guanti casalinghi (preservativi no? col cane a sei zampe!).

Al momento si sa che ENI-Versalis (supportata dall’Ente Sviluppo Agricolo della Regione italienata) sviluppa “esperimenti” in tre zone differenti. Ci aspettiamo anche tantikkia di fumo negli occhi sul recupero di cosiddette “aree marginali” (le frane le blocchiamo con la gomma di guayule!- vuoi mettere le frane elastiche: elastic landslides, verranno da tutto il mondo per vederle!).

Cosa ci sia da “experimentare” non si sa. Già da circa un secolo, sulla base degli studi del grande botanico americano Asa Gray -in California di questa pianta sanno tutto. Nel corso della seconda G.M. il blocco navale giapponese nell’Oceano Pacifico, indusse il governo statunitense ad avviarne la produzione su larga scala (ma la guerra finì prima, e ripresero a importare lattice di gomma dalla Malesia: i suoli californiani servivano a produrre cibo per cento milioni di persone, chiamali scemi!).

Il guayule ci risulta sia stato verificato  anche come ottima base nella produzione di biocarburanti, ma sulla materia prima “siciliana” pare ci sia già una opzione di Tronchetti Provera per i suoi nuovi copertoni (PIRELLI >CHEM CHINARosneft- Fidim della famiglia Rovati, Gwm di Sigieri Diaz Pallavicini- Intesa Sanpaolo e Unicredit).

Il guayule occulta una logica micidiale. Se la vediamo oltre le nebbie, le paludi, i campi minati dello SPETTACOLO COLONIALE è perché gli strumenti teorici che utilizziamo ce lo permettono: “un poco di Teoria e di Calcoli ci risparmiano il 90% del Lavoro” (Nicola Tesla).

Vigiliamo anche sui Fondi n-europei –quattro soldi propagandistici riciclati dalla nostra IRPEF miliardaria. Ci manca solo che l’Operazione GUAYULE venga finanziata dal P.S.R. et similia!. Per scongiurarlo, come sciamani siciliani, ci affidiamo alla Madonna Nera di Guadalupe e a tutte le altre divinità del pantheon azteco. Guayule è lingua nāhuatl = significa “gomma”. Una bella colata di gomma per cancellare 50 anni di crimini coloniali dell’imperialismo petrolchimico italiano in Sicilia. E mettere a profitto il deserto, dopo averlo sviluppato!. Questa ci mancava.

Tutti i massmedia coloniali e ammuccalapuni saranno mobilitati per tessere le lodi elastiche e spirituali  della miracolosa pianta messicana. Mancu fussi Peyote!. Si inventeranno anche la Sagra del Guayule, mentre una manciata di “posti di lavoro” verranno impugnati come una clava ipocrita da chi trae PROFITTI MILIARDARI dal saccheggio coloniale della SiciliAfrica Orientale.

Gli INDIPENDENTISTI siciliani di TERRAELIBERAZIONE, ci è riconosciuto, siamo da un trentennio l’unica voce r/esistente, durevole e solida su questi temi. Le nostre porte sono aperte a chi vuole impegnarsi su un Cammino di LiberAzione organizzato nella CoScienza, alzando uno sguardo siciliano sulle cose della Vita e del Mondo. E’ uno STILE di VITA > passi pratici quotidiani e serenamente concepiti sul Tempo storico. Studiare per Capire > Capire per Agire. 

La nostra battaglia profetica per la SOVRANITA’ AGRO-ENERGETICA del POPOLO SICILIANO individuò il LATIFONDO TECNOLOGICO-PARASSITARIO negli anni Ottanta: le wind farm dell’eolico coloniale arrivarono 20 anni dopo. A breve dovremo invece fare i conti con una sofisticata logica coloniale da “deserto messicano” pronta a spazzare il PAESAGGIO siciliano, come interfaccia della sua folklorizzazione. Anche in questo caso ci arriviamo attrezzati, grazie al nostro studio del 2005 su quelle Energie che in Sicilia di “pulito e rinnovabile” hanno solo i profitti coloniali.

@14/11/2016. TERRAELIBERAZIONE (Mario Di Mauro-Salvo Di Stefano)

*INTERFERENZE n°1 –EdizioniTerraeLiberAzione.

INTERFERENZE  1 copertinaINTERFERENZE -monografia aggiornata

 

 

17 APRILE 2016. REFERENDUM “TRIVELLE”.

I REFERENDUM PASSANO- I COLONIALISTI RESTANO.

Le TRIVELLE -cosiccome le “WIND FARM” EOLICHE- producono PROFITTI per l’Imperialismo NORDICO &C. -> possono essere smantellate solo dalla mobilitazione sovranista del Popolo Siciliano.

Vota pure “SI!” -se vuoi- ma senza ILLUSIONI REFERENDARIE!.

Non esistono ENERGIE sporche, né ENERGIE pulite. Esistono solo i PROFITTI di pochi, prodotti dallo sfruttamento e dallo spreco di immense RISORSE NATURALI e UMANE.

@TERRAELIBERAZIONE-> NO TRIV! dal 1985.

30 marzo 2016

C.V.S.

Come Volevasi Dimostrare

Fallito il QUORUM anche in SICILIA. Affluenza al 28%. Sciacca è l’unico centro a superare il quorum con un numero di votanti pari al 53 per cento. In Sicilia tra i votanti i Sì sfiorano il 90 per cento.

I votanti per provincia: Trapani 33 per cento, Catania 29, Caltanissetta 22, Enna affluenza al 25 per cento. In provincia di Palermo ha votato il 27 per cento, Ragusa il 29, Messina il 28, Agrigento il 30 per cento, in quella di Siracusa il 27 per cento.

A Pozzallo – al largo delle cui coste c’è la piattaforma Vega – ha votato il 21 per cento dei cittadini: il sindaco Luigi Ammatuna aveva fatto campagna per l’astensionismo: “Non andrò a votare e invito i miei concittadini a disertare le urne”. A Gela, “dove l’Eni ha appeso il futuro della raffineria al via libera a nuove trivelle in terra e mare”, l’affluenza tocca il fondo: 15 per cento. Il sindaco Domenico Messinese, ex grillino, ha votato scheda bianca. 

20160308_182025CON DON PALMIRO PRISUTTO, PER LA VERITA’ E LA GIUSTIZIA.

AUGUSTA (12 MARZO 2016)-…LA PASTORALE CRISTIANA PER LA VERITA’ SICILIANA SULL’OLOCAUSTO NEL VEL-ENI-STAN. ECCO COSA ATTACCANO LE TERREDIMEZZO COLONIALI…DON PALMIRO E’ TESTIMONE VIVENTE DI VERITA’…E’ UN PRETE NORMALE. ANORMALE E’ IL VESCOVO!. DOMANI MATTINA SCRIVEREMO A PAPA FRANCESCO, LUI LEGGE TUTTO!. NON NE ABBIAMO SOLO IL DIRITTO, MA ANCHE IL DOVERE CIVILE. PADRE PRISUTTO NON E’ SOLO. E NON SOLO AD AUGUSTA. NON HA BISOGNO DI DIFENDERSI…ALTRI STANNO DIFENDENDO INTERESSI INDICIBILI TORMENTANDO IL CAMMINO DI FEDE E DI LIBERAZIONE DELLA COMUNITA’ MEGARESE”.

@TERRAELIBERAZIONE.

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SiciliAfrica.

Gela si sta svegliando.

Buongiorno Gela!

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Gela, 13 Gennaio 2016. Dopo mezzo secolo di nebbia e veleni, corruzione e repressione,  illusioni e pane avvelenato, Gela si sta svegliando, comincia a realizzare in quale Spettacolo coloniale ipnotico e totalitario è stata imprigionata, una allucinazione collettiva in cui si riuscì perfino a insorgere in difesa del Pet Coke, cioè della corda con la quale i gelesi venivano impiccati, ogni giorno, ogni notte, ad ogni boccata d’aria, ad ogni pianto di neonato, nel paradosso di una capitale industriale mondiale che vive nelle condizioni e nelle subculture, più o meno “stiddhare”, della peggiore riserva sicilindiana. E quando ci andavamo, a diffondere TerraeLiberAzione, ci dissero perfino: “ma chi minchia vuliti, catanisi!”.

Li aizzava Saro Crocetta, un uomo dei vel-Eni, perfetta sintesi politico-ideologica del capitalismo di stato in versione colonialista, una maschera tragicomica nel teatrino della SiciliAfrica.  Eschilo, che a Gela ci visse, l’avrebbe capovolta nel Prometeo incatenato!. Qui, l’hanno perfino votata!.

Gela si sta svegliando. La vera notizia è questa. Per noi -che da oltre trentanni denunciamo l’Olocausto Siciliano, le malformazioni neonatali e gli aborti epidemici, i profitti miliardari di pochi  “in cambio” di un pezzo di pane avvelenato, la vera notizia è questa.

Da mezzo secolo la premiata ditta vel-ENI è il cervello dell’Idra dalle Sette Teste che devasta la Sicilia e i siciliani  (i proletari siciliani, in primo luogo, che non hanno alcuna difesa e si ritrovano anche i sindacati più subalterni d’Europa, svenduti  alla premiata ditta vel-ENI e all’ideologia delle magnifiche sorti e progressive del capitalismo di stato, testa d’ariete della colonizzazione industriale dell’Isola).

Gela si sta svegliando da un sogno ch’era invece un incubo, carico di illusioni. La ristrutturazione globale dell’ENI, l’exit strategy: prima dalla chimica, ora, gradualmente, dalla petrolchimica… Versalis ha le ore contate, parlerà amerikano; Saipem è già alla deriva, voleva parlare russo, ma Washington ha detto no: complimenti!. Povero Mattei!. Eravamo noi “critici” a non avere “cultura industriale”!. Ancora me li vedo i pupi sindacali dei pupari colonialisti, i mercenari con la “tessera del partito” in una tasca e il “sol dell’avvenire” nell’altra. E leggevano pure Gramsci e Lenin, di cui non capivano manco una riga!. Poveracci!.

Gela si sta svegliando. Ma state attenti. Non deve ingannare il ricatto occupazionale, e non date ascolto a sindaci e presidenti: se li comprano, perfino aggratis. Gela, per la multinazionale italiana, è una base strategica: non esiste alcun nesso logico, se non di tipo ricattatorio coloniale e pure fasullo, tra “nuovi investimenti”, implementati con “fondi europei”, e il procedimento in sede civile nato dalla raccolta firme promossa da due avvocati gelesi. La sete di profitti dell’imperialismo europeo rimodula in piattaforma bioenergetica la sua SiciliAfrica. Vedrete.

Gela si sta svegliando. Ma state attenti. Il legale dell’ENI, con arroganza al limite della demenza, urla: «Ricorso eversivo». All’avv. Lotario Dittrich diciamo solo che di eversivo, in Sicilia, c’è il modus operandi delle multinazionali colonialiste, il cui modello standard, da oltre mezzo secolo, è l’ENI che lei sta difendendo. Mister Dittrich, faccia il suo lavoro, ma si renda conto che sull’Olocausto Siciliano ci vorrebbe un Processo di Norimberga: altro che “eversivi”!.

Intanto sosteniamo i 500 siciliani di Gela che hanno trascinato in giudizio gli Intoccabili e Impunibili vertici della multinazionale colonialista italiana, che, peraltro, sta distruggendo perfino se stessa. Ma questo è un altro discorso. Ha a che fare con l’idiozia dell’imperialismo straccione italiano, a trazione massomafiosa tosco-padana fin dal 1860: Roma demente che distrugge la Libia e uccide l’ultimo Re dell’Africa, che stava lanciando la moneta africana di sviluppo. Il nostro amico Gheddafi, l’unico alleato importante che avevamo in tutta l’Africa!. Dementi!.

«Nelle 99 pagine di memoriette che Eni ha prodotto, Gela viene descritta come un’oasi di benessere. Invece è la stessa legge a stabilire che il danno ambientale, che è accertato, rimane perdurante fino a quando non si effettuano le bonifiche».  Sosteniamo l’avvocato Fontanella, difensore dei diritti del Popolo siciliano. Tenga duro. Non possono opporre nulla se non il loro potere eversivo, corruttore, ipocrita, negazionista della Verità. Una arroganza da fare paura, ma che ora deve fare solo sorridere!. L’arroganza di chi, nell’impunità e nel consenso coartato, ha imposto un modello di saccheggio coloniale i cui effetti impattano su tutto il sistema-Sicilia.

Gela è una cavia, una riserva sicilindiana “speciale”. Se e quando il Popolo siciliano istruirà il suo Processo di Norimberga li andremo a riesumare anche dalle tombe, da Cefis in poi!. Con Gela, è la nostra SiciliAfrica che si sta svegliando!.

Ecco la difesa di Eni: «l’aspettativa di un ambiente salubre non può essere avanzata dai singoli richiedenti e di fronte un eventuale danno ambientale solo il ministero è legittimato ad agire». Capito?. Lo dicono loro!. Solo lo stato colonialista italiano può “sindacare” sull’operato di una sua azienda!. L’ENI verrà assolta?. Probabile. Ma si vada avanti lo stesso. Verso Norimberga.

Gela si sta svegliando. Buongiorno Gela!

Mario Di Mauro-Fondatore di “TerraeLiberAzione”

SIMBOLO M33 GLI INDIPENDENTISTI SICILIANI DI “TERRAELIBERAZIONE” ESPRIMONO SOLIDARIETA’ E SOSTEGNO ATTIVO AL MOVIMENTO CINQUESTELLE DI GELA, “ESPULSO” DAL LORO EX SINDACO, CHE DEFINISCONO “UN VENDUTO” ALLA PREMIATA DITTA VEL/ENI. HANNO FATTO BENE A DENUNCIARLO SUL PIANO POLITICO. NON IMPORTA SE LA VITTORIA ELETTORALE SI SIA TRASFORMATA IN UNA SCONFITTA. IL VERO SCONFITTO E’ IL SINDACO ASSERVITO A UN CRIMINE COLONIALE LUNGO 50 ANNI.
CATANIA, 29/12/2015.  –
L’ORGANIZZAZIONE INDIPENDENTISTA “TERRAELIBERAZIONE”

 

GIUGNO 2007

Dalla NIGERIA alla SICILIA:

NO AI VELENI!

Scarcerato Dokubo Asari!

Detenuto politico, da due anni, nelle prigioni del regime nigeriano, il leader della Resistenza popolare contro la devastazione compiuta dalle multinazionali petrolifere, ENI in testa, nel Delta del Fiume Niger, è stato portato in trionfo da migliaia di persone. Le azioni della Resistenza nigeriana e la Solidarietà internazionale, alla quale abbiamo contribuito, hanno salvato la Vita di Dokubo-Asari e l’hanno restituito alla sua gente e alla sua giusta Lotta.

Qui di seguito pubblichiamo un importante documento della Fratellanza Siciliana “Terra e LiberAzione”. Da leggere e far circolare. Grazie.


Cos’è e cosa vuole il M.E.N.D. – Movimento per l’Emancipazione del Niger Delta- e perchè è necessario sostenerlo?

COS’E’ E COSA VUOLE IL M.E.N.D. – MOVIMENTO PER L’EMANCIPAZIONE DEL NIGER DELTA-.

Nel febbraio del 2007, il sito siciliano terraeliberazione.org rilanciava in vari ambiti un appello urgente del MEND:

“Siamo 10mila combattenti. Vogliamo la liberazione del nostro grande leader, Halaji Dokubo-Asari. E una più equa ripartizione degli utili del petrolio. …Noi combattiamo per la nostra libertà. Vogliamo una più equa distribuzione degli utili petroliferi. Chiediamo semplicemente giustizia. Il governo nigeriano è corrotto e non ha mai mantenuto le proprie promesse. Per questo abbiamo imbracciato le armi”.

L’appello è stato accolto anche dal presidente Raffaele Lombardo e dai deputati del M.P.A.: “Halaji Dokubo-Asari è detenuto dal 2005 in una cella sotterranea, non gli si riconosce il diritto alla difesa. Chiediamo la sua liberazione insieme all’immediata eliminazione del Pet-Coke dagli impianti “nigeriani” dell’ENI a Gela…”.

Mentre altri hanno fatto orecchie da mercante: corrotti nello Spirito, e forse anche in altro.

Com’è il Delta del Niger, uno dei più lunghi fiumi del Mondo?.

“Brulicante di vita, di uccelli e di pesci, con gigantesche felci e torreggianti mangrovie… i ruscelli e le paludi del Delta del fiume Niger sono collocati sopra una delle più grandi riserve di petrolio del nostro pianeta: 34 miliardi di barili di oro nero. La regione, un labirinto acquatico che si estende su 50.000 chilometri quadrati nella Nigeria meridionale, è anche la casa di alcuni dei popoli più poveri dell’Africa, e sede della più terribile devastazione ambientale del paese.

Ci sono villaggi senza corrente elettrica, senza acqua, privi di ospedali o scuole; ci sono oleodotti che feriscono la terra; chiazze di petrolio che scintillano sui fiumi; fiaccole che ardono chiare e rumorose, bruciando il gas che si spinge verso la superficie assieme al greggio.

La maggior parte della gente che vive nel Niger Delta è talmente povera, che alcuni sono disposti a rischiare la vita per ottenere una secchiata di carburante. La settimana scorsa, oltre 150 persone sono morte quando un oleodotto alla periferia della città più grande della Nigeria, Lagos, è scoppiato in una immensa palla di fuoco, lasciandosi dietro decine di cadaveri bruciati in maniera irriconoscibile…”.

Con queste parole il “sovversivo” Times di Londra (14-05-06) dipingeva la situazione del Delta del Niger, dove sono attive diverse formazioni guerrigliere che legittimamente chiedono la fine del saccheggio delle multinazionali occidentali; che combattono contro un governo federale fantoccio e corrotto all’inverosimile…

Con la solita spocchia la stampa italiana ha dipinto il MEND (Movimento per l’Emancipazione del Niger Delta) come accozzaglia di volgari banditi.

I dirigenti dell’ENI, italianissima multinazionale che partecipa alla colossale e ordinaria rapina ai danni di interi popoli nonche’ allo stupro dell’ecosistema dalla Nigeria alla…Sicilia, sanno bene che non e’ cosi.

Il 70% delle popolazioni del Delta Niger vive con meno di un dollaro al giorno, falcidiata da una altissima mortalità infantile e privata dei più elementari presupposti infrastrutturali. E mentre un fiume di petrolio viene loro sottratto da sotto i piedi è a loro ignoto anche l’uso delle semplici lampadine elettriche. E città di cartone e fogne a cielo aperto fanno da sfondo ai mefitici vapori degli avveniristici impianti estrattivi. E tutto ciò a beneficio di una classe politica locale che -intermediaria delle multinazionali- intercetta ed incamera il pizzo e se la spassa.

La Resistenza popolare è sempre stata attiva. Nel 1990, per l’impulso dello scrittore Ken Saro-Wiwa (autore, tra l’altro, di un capolavoro della letteratura africana del Novecento: “Sozaboy”) nasce il MOSOP, Movement for the Survival of Ogoni People.

L’arresto e l’esecuzione di Ken Saro-Wiwa, la repressione di questo eroico movimento nonviolento, e l’eccidio di 700 Ogoni che protestavano disarmati, non hanno però ucciso la dignità dell’Uomo, pronta a risorgere sempre più determinata.

Il Mend (Movimento di Emancipazione del Niger Delta) e il NDPVF (Niger Delta People’s Volunteer Force) ne sono l’ultima, disperata espressione. Armata fino ai denti.

***Dopo le elezioni truccate di primavera -(fonte: dichiarazione del premio nobel nigeriano Wole Sowynka)- abbiamo appreso dell’appello di tre governatori di stati-regionali in favore di Dokubo-Asari e di una soluzione negoziata della crisi in Niger Delta.

Il 17/6/2007 abbiamo avuto conferma telefonica della notizia battuta il 15 da alcune agenzie africane: “Le autorità giudiziare nigeriane hanno ordinato la scarcerazione, dopo due anni, per motivi di salute e su cauzione, di Mujahid Dokubo Asari, leader dei popoli del Niger Delta River e in particolare degli Ijaw”. Stop.

La sua scarcerazione era una delle richieste dei movimenti di resistenza popolare, in particolare del Mend, il più organizzato e politicamente preparato, responsabile di decine di azioni armate contro le infrastrutture delle multinazionali, in particolare l’italiana ENI, accusata anche di armare il governo nigeriano.

All’uscita di prigione, Dokubo Asari ha detto: “Sarà impossibile rispettare l’ordine delle autorità che mi hanno intimato di non impegnarmi in alcuna attività politica, tuttavia sono pronto al dialogo con il governo federale, guidato da Umaru Yar’Adua”.

Dokubo Asari è stato portato in trionfo da migliaia di uomini e donne, in un lungo corteo notturno, nella grande città di Port Harcourt.

Da quanto ci è stato confermato un paio di giorni fa, Dokubo è rientrato nella foresta di mangrovie, nel labirinto di acqua e paludi, i creeks del Niger Delta River: “Ho imparato a essere un leader e le multinazionali che devastano il Niger Delta farebbero bene a stare attente. Se ho accettato di scendere a patti non significa che non li tenga sotto tiro. Possiamo attaccare da un momento all’altro”.

E’ inutile cercare queste notizie sulla grande stampa italiana. I “Poteri Forti” dell’italo-imperialismo hanno imposto il “silenziatore”.

Non importa: quello che conta è che Dokubo sia rientrato al suo posto di combattimento e che la resistenza in Niger Delta River è ormai una Potenza politica capace di condizionare, al momento, il prezzo mondiale di un oro nero che gronda sangue umano in tutti Continenti.

L’assenza di un autentico e solido Movimento mondiale del socialismo internazionalista pesa come un macigno sulle condizioni concrete di ogni lotta di liberazione dal saccheggio del lavoro umano e delle risorse della Terra.

Se il Mend vince è solo merito suo. Se il Mend perde è solo colpa “nostra”. Chi può capire, capisca.

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***Esiste, sia chiaro, anche una dimensione interna di questo conflitto. Non solo tra popolazioni rapinate e governi corrotti tenuti in piedi dalle corporation energetiche e dalle diplomazie degli Stati “occidentali” che rispondono ai loro ordini…

Veniamo al dunque:

Certi conflitti antichi non possono trovare soluzione storica dentro uno Stato che è e resta una invenzione neocoloniale, e fuorvianti appaiono gli “scioperi generali a oltranza” convocati dai sindacati nigeriani contro…l’aumento del prezzo della benzina: pare una commedia delle parti, già vista e rivista mille volte, specie in Italia.

Ma la Nigeria, con la sua complessità, è anche conflitti antichi. Antichi e irrisolti. Da quando le civiltà “musulmane” degli Yoruba e degli Haussa nel Cinquecento sottomisero gli Ibo per trarne schiavi da vendere ai “cristiani” Portoghesi, fino a che nel 1861 (e che non sfugga la data!) il Regno Yoruba e nel 1865 quello Haussa non furono ridotti a protettorato, e quindi federati in colonia (1914) sotto dominio britannico.

Il metodo dell’amministrazione indiretta introdotta nel 1898 dall’alto commissario sir F. Lugard ebbe cura di conservare i capi tradizionali nell’esercizio dei loro poteri, all’occorrenza “marcati stretti” da un consigliere britannico.

L’indipendenza statuale (1960) organizzata in repubblica federale e presidenziale su modello statunitense, non rimuovendo le dipendenze economiche e non armonizzando le differenze etniche, ha rilanciato il poker per la supremazia locale, necessario per mantenere e riscuotere la sensalia per l’intermediazione attuata con i “nuovi portoghesi”.

I regimi militari, di “golpe” in “golpe”, nel 1966, nel 1983, nel 1993, eloquentemente narrano della conflittualità endemica nella borghesia compradora cresciuta all’ombra della rendita neocoloniale. In più, la federazione coatta di popoli e storie diversi ha costruito un sub-imperialismo interno di predazione sistemica e sanguinaria.

Un esempio, che nell’italietta degli anni sessanta venne ben mediatizzato: più di un milione di morti costò la repressione dell’insorgenza autonomista del Biafra (1967-’70), la cui vittoria avrebbe sottratto il controllo degl’ingenti giacimenti sulle terre degli Ibo ai discendenti dei negrieri di Lagos e ai loro nuovi “padroni occidentali”.

Del Biafra è stato rimosso anche il nome dalle carte geografiche (Golfo di Bonny), ma non le ragioni dell’ingiustizia, a volte sancite nella sobria veste di un decreto amministrativo, quale fu quello del 1978 emanato dal presidente Ubasanjo, che attribuendo al governo federale la proprietà esclusiva di tutte le risorse del sottosuolo del Delta del Niger ne riservava quasi tutti i proventi delle royalties alla sua classe dirigente.

L’attuale Costituzione prevede un misero 13%, peraltro usato in corruzione e poc’altro.

L’analogia con la situazione siciliana è di tutta evidenza. Ovviamente presupponiamo lettori ben informati e intelligenti.

***In conclusione, ecco cosa ci dicono oggi i giovani Combattenti per la Libertà del Niger Delta River:

“Abbiamo perso abbastanza tempo a rivendicare carte scritte e a…farci uccidere!. Ora l’abbiamo capito. Se sequestri un milione di Negri non succede niente. Se catturi un semplice straniero…si ritrovano davanti almeno una Ambasciata”.

“Sia chiaro: ormai non escludiamo neanche di distruggere totalmente le capacità di esportazione del governo nigeriano”.

Questo può non interessare a quanti sbraitano per l’immigrazione “clandestina” che proviene da quelle terre rapinate anche dall’italo-imperialismo. Ma a tutti gli altri deve interessare: abbiamo un dovere politico e morale verso i giovani combattenti del Niger Delta River.

Intanto s’avanza in certi ambienti del regime nigeriano l’ipotesi scellerata di un massiccio attacco militare contro la Resistenza in Niger Delta, con tanto di armi chimiche. E il Mend sostiene che anche l’ENI fornisce armi a quel regime, cosiccome sappiamo che nei depositi dell’Esercito Italiano ce ne sono tonnellate: per fare cosa?.

Mentre la Verità su tutto questo viene silenziata o taroccata. Silenziata come le centraline di monitoraggio del rischio nell’aria, a Priolo -con la furberia delle celle a mercurio anzichè a membrana-. Silenziata come la verità sulle ragioni della spedizione militare italiana in Irak… Taroccata come i “contatori” del gasdotto italoalgerino a Mazara del Vallo, perchè l’ENI possa evadere anche un bel po di tasse e magari oleare la burocrazia vendipatria al potere nella tragica Algeri. Anche lì: elezioni truccate, il mese scorso.

Dalla Nigeria alla Sicilia: “No ai VelEni!”. Il nemico è a casa nostra!

@Giugno 2007. Fratellanza Siciliana “Terra e LiberAzione”

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Avanti finché non piegherò l’Eni

Intervista a Raffaele Lombardo (Mpa)

da: Italia Oggi – quotidiano finanziario- del 02/03/2007

di EMILIO GIOVENTÙ

Valori normali, poi una febbre a 40, il calcio che comincia a scendere. Infine, la trasfusione e le flebo. Lo sciopero della fame a base di tre arance zuccherate al giorno si deve interrompere, ma la «battaglia» continua. Per Raffaele Lombardo, 55enne leader del Movimento per l’autonomia, parlamentare europeo, ma soprattutto siciliano, di Catania per la precisione, la battaglia è quella contro la centrale termoelettrica con l’annessa raffineria Eni-Agip di Gela. 

«Secondo una direttiva europea doveva adeguarsi agli standard ambientali entro l’ottobre di quest’anno», invece continua a essere «l’unica centrale alimentata da combustibile petcoke», catrame grezzo, prodotto della raffinazione del petrolio, «di cui c’è una disponibilità di 900 mila tonnellate», forse molto di più perché secondo Raffaele Lombardo «c’è da verificare se nella centrale termoelettrica di Gela non si usi pet-coke importato da altre raffinerie e da altri paesi».

E il pet-coke che brucia nella raffineria di Gela «immette nell’aria 13 mila tonnellate di Sox un prodotto a base di zolfo altamente tossico, per non parlare di idrocarburi e diossine». Per Lombardo si tratta di un disastro ambientale che arriva fino al mare di Augusta «dove sono state riversate tonnellate di veleni tra i quali il mercurio che attraverso i pesci finisce nella nostra catena alimentare».

Le conseguenze sono «i casi, numerosi, di malformazioni neonatali, soprattutto a Gela dove, ogni 10 mila neonati, 500 hanno malformazioni rispetto alla media siciliana che non supera i 180 casi. E poi c’è un elevatissimo indice di malattie tumorali». Per non parlare delle «falde acquifere il cui livello si è abbassato notevolmente e sono sovrastate da uno strato di petrolio e residui di lavorazione penetrati nel terreno dai serba toi che sono stati costruiti negli anni 70 senza essere a tenuta stagna».

Domanda. Lombardo, come ha replicato l’Eni alle vostre accuse?

Risposta. Innanzitutto è stato riconosciuto che malformazioni e tumori sono causate dal pet-coke. Tanto è vero che l’Eni attraverso una sua società ha pagato come risarcimento preventivo, per evitare si costituissero parte civile, a un centinaio di famiglie qualcosa come 11 milioni di euro. Una media di 100 mila euro a pratica. Comunque, l’Eni è in possesso di una tecnologia in grado di eliminare una parte consistente delle sostanze tossiche sprigionate nell’aria. Ma non vuole applicarla perché ritiene l’investimento ammortizzabile in un lunghissimo arco di tempo, tempi per me invece più che ragionevoli.

D. Forse la questione è il costo dell’investimento.

R. Stiamo parlando di somme che, confrontate con gli utili stratosferici che la raffinazione del petrolio e la produzione dell’energia elettrica portano nelle casse dell’Eni e di altri petrolieri, non sono affatto insostenibili.

D. Avete avuto contatti con l’amministratore delegato di Eni, Paolo Scaroni?

R. No, non ci siamo parlati. Qualche contatto c’è stato con il presidente Roberto Poli.

D. Segretario, resta la questione politica.

R. Abbiamo incontrato il ministro dell’ambiente, Alfonso Pecoraro Scanio, e il presidente della camera, Fausto Bertinotti. Abbiamo avuto grande attenzione e partecipazione. Il nostro interlocutore non è tanto l’Eni quanto il governo nazionale. La nostra costituzione è fondata sul diritto al lavoro ma c’è anche quello alla salute. Ma il problema è ancora più grave perché l’Eni è partecipata dal Tesoro, quindi lo stato, e il nostro stato non pub limitarsi a dichiarare ad alto rischio sismico l’area di Gela e Niscemi senza intervenire sul disastro ambientale. Bisogna cominciare a parlare di risanamento ambientale e risarcimento anche perché dovrebbero comprendere che si tratta della nostra salute. Non vorrei che anche questa storia finisse nel giochino ridicolo di questo bipolarismo italiano. Non vorrei che il centro-sinistra non aiuta Lombardo perché alleato del centrodestra con il suo Movimento per l’autonomia, sia nel governo regionale sia alla provincia di cui sono presidente a Catania.

 

D. Potevate approfittare delle trattative aperte in questi giorno dal centro-sinistra per assicurarsi i voti dei senatori per la fiducia al governo.

R. Non ci saremmo mai sfilati dalla nostra attuale collocazione. Lo abbiamo detto con molta serenità. Dateci qualche segnale serio di inversione di tendenza rispetto al mezzogiorno. Sembra che l’unico problema del Sud sia quello della sicurezza. Ma la questione meridionale non è una questione di polizia.

D. L’interruzione dello sciopero della fame rischia di abbassare l’attenzione anche all’interno del movimento?

R. No, sono in discussione due disegni di legge all’ordine dell’assemblea regionale ché gode di una sua autonomia e ha anche le sue responsabilità. Noi oggi esprimiamo l’assessore al territorio e all’ambiente, da quando siamo nati siamo promotori di alcuni disegni di legge che cercano di rimettere ordine compreso la rivendicazione delle stesse accise. Perché lo stato italiano per il petrolio lavorato, non per la tassa sulla benzina, ma per il patrimonio lavorato in Sicilia incassa qualcosa come 8 miliardi euro l’anno. Se per esempio una parte di questa somma servisse per il risanamento sarebbe già un’altra cosa.

D. Di solito quando c’è di mezzo un indotto, in questo caso l’Eni, c’è il rischio che tutto si fermi davanti al ricatto occupazionale, al rischio della perdita di posti di lavoro.

R. Ormai nella raffineria di Gela si tratta di una manciata di posti di lavoro. Trenta anni fa l’Eni dava lavoro a 15 mila persone, oggi gli occupati sono 1.800 e presto si perderanno altri 500 posti perché alcune produzioni vengono trasferite altrove. Ma i posti di lavoro che si perdono sono di più se si tiene conto del disastro ambientale in area con un mare bellissimo ma dove oggi nessuno si sognerebbe di costruire un albergo con vista raffineria, e con produzioni agricole di qualità, dalla zona del pachino fino alle terre dei vini doc. Origine controllata, ma che bel controllo sono prodotti con marchi di infamia.

D. Lombardo che consenso ha la sua battaglia?

R. Nel 2002 c’è stata una grande manifestazione di piazza a Gela che ha coinvolto l’intero paese e tutte le forze politiche. Anche i sindacati che difendono i posti di lavoro, ma questi, parliamoci chiaro, difendono gli interessi dei petrolieri. Ebbene, di tutta risposta il governo ha fatto un decreto legge per cui il petcoke per legge è stato espunto dall’elenco dei prodotti nocivi.

D. Questo con il governo Berlusconi.

R. Con tutti i partiti d’accordo. Perché la gente stava impazzendo perché intanto l’Eni come sempre fa, e mi auguro non voglia fare anche questa volta, aveva imposto un ricatto occupazionale. Voglio proprio vedere come farebbero a chiuderla con tutto quel denaro che la raffineria gli produce. Teniamo conto anche di un’altra porcheria che subiamo. Gela è la città nella quale approda il metanodotto (libico). Quindi sarebbe quanto mai naturale alimentare la centrale con il metano che ci arriva invece che col pet-coke. Ma non se ne parla perché questo porterebbe a chiudere la raffineria. Comunque non ci fermiamo.

D. Ha di recente incontrato il commissario italiano Frattini, quali sono gli altri passi a livello europeo?

R. A Frattini ho detto che presenterò un reclamo alla commissione. Al tempo stesso farò un’interrogazione, cercando di coinvolgere quanti più parlamentari europei possibili, in parlamento. Spero che così, costretto a fornire informazioni alla commissione, lo stato italiano mi risponda. Comunque ho intenzione di incontrare Hans Poettering, l’attuale presidente del parlamento europeo.

D. Senta Lombardo, tra i due italiani rapiti nel delta del Niger c’è un cittadino di Gela. Lei non a caso ha paragonato la situazione ambientale siciliana a quando sta avvenendo in Africa, comune denominatore sempre l’Eni.

R. Un nostro amico, Mario Di Mauro, fondatore di Terra e Liberazione, è in contatto con il movimento per la liberazione e l’emancipazione del delta del Niger dove l’Eni adotta la stessa politica. Mi dicono che gli ostaggi dovrebbero essere liberati a maggio. Intanto si sentono quotidianamente con i loro parenti in Italia. Abbiamo aperto un contatto di solidarietà, c’è qualcuno che sta dialogando attraverso persone in Francia. Noi abbiamo tradotto un volantino sulle nostre ragioni e lo abbiamo messo in internet perché lo leggessero. Siamo accomunati dallo stesso disastro.

SIMBOLO TERRA LOTTA

IL MARE COLOR DEL MERCURIO

Questo nostro intervento è uscito nel 2002… anche su diversi giornali (La Sicilia ecc.) e siti web.

Priolo (Sicilia)- L’hanno visto in tanti il mare color del mercurio il 10 settembre scorso su quella che fu, un tempo, la costa degli Dei. Sikani e Siculi, pacifici coloni megaresi e mercanti punici, oltre tremila anni fa, celebravano la Vita a Thapsos e in quelle terre che galleggiavano sulle dolci acque di un’immenso lago sotterraneo… Questa natura generosa permise fioriture di civiltà almeno fino alla caduta della Siracusa di Archimede nella trappola di Roma, che saccheggiò la pentapoli aretusea e ridusse la Sicilia in granaio e galera di schiavi, i quali si rivoltarono in più occasioni restituendo all’uomo la dignità che un Potere devastante gli aveva sottratto.

Questa Sicilia ne ha viste di tutti i colori…ma il mare color del mercurio, e i pesci morti, e i criaturi che nascono deformi, e i nostri amici di Priolo, e Melilli, ed Augusta, e Belvedere… che a quarantanni se li porta via il cancro fulminante, accuddhì… tutto questo non s’era mai visto. Ora, una tempesta giudiziaria nel mare color del mercurio, ci sta restituendo le cifre di quello che sapevamo già, anche se pochi hanno avuto il coraggio di parlarne, in questi anni di silenzi complici, ricatti e paure: 1100 bambini nati deformi, migliaia di aborti “terapeutici” (quasi uno al giorno!), cancro di massa…devastazioni ambientali irrimediabili. Se non è colonialismo questo!

Il sottosuolo è stato svuotato d’acqua pura dall’idrovora del petrolchimico, per decenni, e riempito di melme all’arsenico e al nichel, al benzene e all’ammoniaca…Hanno bruciato pare il 40-50 per cento dell’acqua siciliana: ogni discorso sulla crisi idrica dovrebbe cominciare da questi dati (qualcuno li renda noti, c’è uno studio della Regione ammucciato ora non so dove, ma c’è!). Il novanta per cento dei rifiuti speciali prodotti in Sicilia finiscono non si sa dove, in violazione di ogni legge e di ogni regola di buon senso.

Profitti! Profitti! Non vedono altro, e pure scherza qualcuno sulla morte della Terra: “butta a mare, sduvaca…che avveleniamo tutto!”, questo si dicevano certi di impunità…alcuni dei dirigenti Enichem arrestati il 16 gennaio 2003 su ordine della Procura di Siracusa, per “illegale smaltimento di rifiuti tossici”.Vorrei sperare che non finisca come a Marghera: tutti assolti, perchè non potevano sapere, lì, che il CVM provoca il cancro…In verità è addirittura dal 1949 che il CVM è segnalato come epatossico, causa del morbo di Raynaud e altre sciagure. La Corte marziale ci vuole e il reato è quello di strage!

Ecco: la Verità ci serve, tutta. Per restituire questo pezzo di Sicilia alla sua Bellezza originaria. E la Regione non faccia “spettacolo” annunciando di volersi costituire parte civile, veda piuttosto di porre fine alla cecità, di star vicina alle famiglie delle vittime che in massa, loro, dovrebbero costituirsi parte civile; la Regione, la Politica siciliana tutta, veda di elaborare un avvenire post-industriale per l’area siracusana, magari alzando uno sguardo siciliano sul Mondo, per scoprire che in Germania, nella Ruhr, che fu il cuore dell’industria tedesca (carbone ecc.), hanno messo in campo e realizzato in soli 10 anni ben 120 progetti integrati per la riconversione in polo culturale, turistico, per la ricerca e perfino per l’ecologia. Sarebbe la cosa da fare, ma non fra centanni. Intanto il mare ha ancora il color del mercurio e l’aria il sapore della morte.

Enrico Mattei si vantava spesso “di aver violato per ottomila volte leggi, decreti, ordinanze, perchè l’Agip potesse svolgere i propri lavori senza rispetto per i suoli e per i centri abitati”…Qualcuno lo vorrebbe pure santificare. Oggi qualche magagna viene a galla, ora che l’ENI sta uscendo dalla chimica e che l’unico indotto in espansione è quello rappresentato dalle cliniche oncologiche e affini (dopo mille denunce, perfino l’O.M.S., l’Organizzazione Mondiale per la Sanità, parla di abnorme incidenza dei tumori nelle città siciliane della chimica, nonchè del 7 per cento di bambini nati deformi …Anche se Cuffaro, a Gela, disse: “l’inquinamento non esiste!” nè si può tacere di quella nota associazione ambientalista che promuove campagne nazionali coi danari della Montedison!).

Nella petrolchimica lo scenario è da sempre globale…Anche stavolta ciò che accade in Sicilia, accade nel Mondo. Ma neanche nella disperata Nigeria una multinazionale si può permettere di fare quello che stanno facendo in Sicilia e nel modo in cui lo stanno facendo. E la logica da petrolkiller è la stessa che, dai tempi di Cefis, punta solo a massimizzare i profitti considerando la sicurezza e la salute “un dogma da distruggere” (cito da un documento di programmazione della Montedison per il triennio 1978-1980).

In questi ultimi decenni di saccheggio neocoloniale del territorio siciliano sono riusciti anche a far scomparire nel “nulla” qualcosa come 150 milioni di tonnellate di rifiuti nocivi della petrolchimica: e non ci si venga a dire che è colpa della mafia, perchè quella, semmai, è solo una lurida “società di servizi”, nonchè il più comodo alibi spettacolare della dominazione neocoloniale sulla Sicilia. U pisci feti da testa e, sebbene di teste fetenti ce ne siano molte anche qui, questa non è in Sicilia.

@ 2000-2003.

petrolchimico

 

DIMENTICARE GELA

di Mario Di Mauro

Dal “Mare colore del vino”, Leonardo Sciascia: “Sono stato per molto tempo fuori d’Italia: in America, in Persia… Ora in Sicilia, a Gela. -Petrolio? -Petrolio…-E allora mi dica in confidenza: c’è o non c’è a Gela petrolio? – domandò il professore abbassando la voce ad un sussurro. -Ma certo che c’è -Perché, vede, corre voce che sia, come dire?, tutta una montatura: che petrolio ce n’è tanto poco che il gioco non vale la candela. -Ma è pazzesco! – disse l’ingegnere.

-…Che uno, a trentotto anni, non conosce la Sicilia: ebbene, non lo faccio apposta, ma mi viene una certa rabbia… Perché poi (si capisce che parlo in generale), senza conoscere, senza sapere, dall’alto del loro bum o, come si chiama, del loro miracolo economico, insomma, tagliano e arrostono questa povera Sicilia come piace e pare a loro… E io allora dico: bum un corno, questo bum voi lo fate sulla nostra pelle, voi ci state friggendo con lo stesso olio nostro…

-E’ stato separatista – disse la signora a spiegare la passione del marito. -Indipendentista – corresse il professore – e lo sono ancora.

– Ora avete il petrolio – disse l’ingegnere, a consolarlo.

– Il petrolio?… Mi creda: se lo succhiano – disse il professore – se lo succhiano… Si ricorda il Musco nel San Giovanni di Martoglio? Teneva una lampada ad olio:”vieni qualche divotu, o qualche divota, con farso inganno, e s’asciuga l’ogghiu d’a lampa…”. E cosí finisce col petrolio: una canna lunga da Milano a Gela, e se lo succhiano… I devoti, si capisce, quelli che per la Sicilia si preoccupano, si accorano…

Estate 2003. Gela è sempre là, consapevole che tutto v’è fatto accadere in funzione di “cose più grandi”, ristrutturazioni globali e pacchetti azionari che si spostano nella notte facendo cambiare padrone a questa o a quella “ciminiera”. Gela è là, che aspetta l’oleodotto libico, l’uscita dalla chimica degli attuali padroni del vapore…Gela è là, col suo Sindaco nuovo di zecca, “alternativo”, che ha ingaggiato Klaus Davi per rilanciare l’immagine della città: di Saro Crocetta abbiamo stima, ma noi a certe cose non crediamo. Modificare lo sguardo sulla Realtà, a volte, è operazione necessaria, soprattutto dove la Bellezza è stata violentata, stuprata, come a Gela: ma il rischio è quello di elaborare una cosmetica del neocolonialismo, che nasconde la Realtà, offende la Verità, produce una idea distorta di Bellezza. Gela è sempre là…i suoi mali sono la metafora di mezzo secolo di Storia siciliana: Gela è una ferita nel cuore antico del Mediterraneo, altro che maquillage, occorrono interventi di chirurgia sociale che al momento stanno del tutto nel cervello di…Giove. Nella sua “eccezionalità” Gela è un ordinario caso di sviluppo neocoloniale… Dimenticare Gela, dichiararla perduta a qualunque idea di Bellezza, è il più grande atto d’Amore che possiamo compiere per una città che ogni Siciliano deve portare con sé, nella Coscienza civile.

Marzo 2002. Per dire che si furrìa ammàtula, che si gira a vuoto, e che la strada intrapresa è vicolo cieco, la lingua siciliana ha coniato una espressione che ha, come sempre, il pregio della sintesi colorita: ammuttari u fumu cca stanga, spingere il fumo con una sbarra, come pestare l’acqua nel mortaio. Se poi il fumo è quello del petrolchimico gelese -che da 40 anni fa strage di vita nell’impunità fatta regime neocoloniale- a prendere corpo, più che una perdita di tempo, è una tragedia infinita, proprio nella città in cui l’inventore della Tragedia, Eschilo, riposa, pressocchè ignorato, da 25 secoli. Ci sono voluti ventanni di “inchieste autogestite” e di denunce promosse da piccoli uomini coraggiosi -eroi solitari in una massa che gli eroi ama seppellirli vivi nel suo silenzio-, ventanni di “verità gridate dai tetti”, come insegnava San Paolo, per far apporre dei sigilli cautelativi al fine di spingere la proprietà a mettere in sicurezza gli impianti (ci sono, giacenti tra Roma e Palermo dal 1994, anche 150 miliardi pubblici, di noi tutti, per finanziare almeno una parte di questi interventi privati… comunque poca cosa).

Ma a chi, negli anni, sollevava la questione ambientale, quando gli andava bene gli mandavano contro il “sindacalista organico” di turno con la litanìa: “ma tu non hai cultura industriale!”. Cosiccome, è chiaro, non pare avere “cultura industriale” manco l’OMS, l’Organizzazione Mondiale della Sanità che ha classificato il polo gelese tra i più pericolosi del Pianeta.

Sono una dozzina le raffinerie in Italia, quasi la metà stanno in Sicilia, una a Gela (settima città italiana per l’export!). Gli stabilimenti gelesi, dai quali passano ogni anno circa 5 milioni di tonnellate di petrolio “made in Sicily”, sono gli unici, tra tutti, ad usare il pet-coke, il carbone di scarto, come combustibile per alimentare la stessa raffineria dove si producono benzine, gasolio, gas, asfalti e, appunto, il coke…riciclato in violazione della legge Ronchi, come momento di una organica “filosofia gestionale contraria alle norme sullo smaltimento dei rifiuti e maggiormente attenta al profitto a discapito della salubrità ambientale”, come scrive -a ventanni dalle prime denunce- la Procura gelese nel decreto di sequestro preventivo eseguito nei confronti dell’Agip Petroli Sapa di Gela.

Enrico Mattei si vantava spesso “di aver violato per ottomila volte leggi, decreti, ordinanze, perchè l’Agip potesse svolgere i propri lavori senza rispetto per i suoli e per i centri abitati”; lo riferisce il suo biografo, Nico Perrone (“Enrico Mattei”, il Mulino 2001).

Lo stesso Mattei che nel 1949, in un incontro di dirigenti democristiani, inneggiava alla “difesa degli interessi della colletività contro gli interessi capitalistici” ponendo le basi di quella micidiale mistificazione che fu il capitalismo di stato in salsa italica, santificato dal PCI, mentre lo stesso Mattei, tra un taxi e l’altro, cooptava il partito di Togliatti nella strategia ENI di espansione in Medio Oriente, nella quale una efficace concorrenza alle Sette Sorelle veniva abilmente ammantata di “antimperialismo” e “anticolonialismo” alla moda. Se Gela è rimasta imbottigliata in un vicolo cieco, costretta ad ammuttari l’aria cca stanga, è anche perchè in questi decenni più che una moderna “cultura industriale” è mancata clamorosamente una vera“cultura sindacale”, coniugata con un autentico senso dell’Identità e del rispetto di sè.

Intanto “il coke costa meno e se inquina e ammazza non importa, tanto sti terroni ci sono abituati…”, questo, nei fatti, pensano i vertici della multinazionale italiana. Ed hanno “ragione”: “questi terroni tengono tutti famiglia” e stucchevole è lo spettacolino offerto da quanti hanno cercato di maritare le chiacchiere e di ammuttare altro fumo cca stanga, farfugliando di sviluppo ecosostenibile… confondendo le cose e trasformando, ancora di più, operai e cittadinanza in massa di manovra dei vertici di una multinazionale per la quale esiste una sola legge: quella del profitto. Peggio della mafia.

Cosa fanno visto che a mettere con le spalle al muro la multinazionale italiana è una legge italiana (la benemerita Ronchi)? Si impone l’adeguamento degli impianti e la rinuncia al coke? No, qui ci si mobilita per cambiare la Legge, in modo che quello che ieri era vietato domani sarà autorizzato e vuoi vedere che, con un buon “marketing”, riusciranno pure a dimostrare che le esalazioni del coke fan bene alla salute? Perchè non venderle in buatta? Certo, qualche problema di concorrenza, con quel nome, “coke”, ci sarebbe…

Nella petrolchimica lo scenario è da sempre globale…Anche stavolta ciò che accade a Gela, accade nel Mondo. E accade sulle macerie di Kabul, in piena oil rush caucasica, a poche settimane -salvo probabilissimi imprevisti- dall’ingresso della Sabic saudita nella proprietà della petrolchimica “siciliana”, e sullo sfondo di un passaggio storico inedito che vedrà l’ENI uscire, in pochi anni, dalla chimica (tra polveroni mediatici anti-binladen e un pò razzistoidi ai quali solo i fessi prestano attenzione, l’Eni cede ai sauditi, per 3.500 miliardi, con “Polimeri Europa”, il core business della chimica italiana: aromatici, fenolo, cumene, olefine, dimetilcarbonato, stirenici, elastomeri). L’intera “Polimeri Europa” -nata nel 1995 da una joint-venture con l’Union Carbide, quella della strage di Bhopal, è valutata oggi 1,55 miliardi di euro dalla banca Jp Morgan per conto dei sauditi- è passata in questi mesi da 1500 a 6500 dipendenti, con una operazione di mobilità interna che alleggerisce quasi della metà le maestranze dell’Enichem in Italia.

Altre cifre rispetto agli anni settanta, quando nella sola Gela gli occupati nel Polo erano 4.200 nel diretto e altrettanti nell’indotto. Oggi l’unico indotto in espansione è quello rappresentato dalle cliniche oncologiche e affini (dopo mille denunce, perfino l’O.M.S. parla di abnorme incidenza dei tumori nelle città siciliane della chimica, nonchè del 7 per cento di bambini nati deformi …Anche se Cuffaro dice: “l’inquinamento a Gela non esiste!”). Certi rischi, ci si dice in questi giorni, sono connaturati con l’industria stessa…Ma è poi vero? Con l’industria o con i profitti? Certo, oggi le due cose coincidono. Ma la chimica industriale non è solo inquinamento e i suoi prodotti non sono tutti superflui. Ancora una volta il marcio non è nelle “forze produttive”, ma nei “rapporti capitalistici di produzione”, con l’aggravante tipica di tutte le “questioni neocoloniali”.  E non si tratta solo di Pet Coke, bensì di tutto un “modello” che va dall’uso delle acque, al monitoraggio dell’aria, alla messa in sicurezza degli impianti… Perfino per la costruzione del famoso Snox -per l’abbattimento parziale dei veleni nell’aria- c’è voluto un Dpr, nel 1988, che lo imponesse e dieci anni di attesa prima di vederlo in funzione! Ha 40 anni che le multinazionali in Sicilia fanno quello che minchia gli pare: e si sono accattati tutti quelli che si dovevano accattare. Roba da “corte marziale”, altro che Procura gelese!.

La Sicilia è all’asta, ed ormai è tutto uno spot sui “vantaggi competitivi” dell’isola, mentre la politica regionale si risolve in pessimo “marketing territoriale” e, a ben vedere, anche la “rivolta gelese” di questi giorni verrà letta in questi termini: venghino siori, venghino! Ecco, la “rivolta dei terroni”: in cui non si riesce a distinguere il diritto al lavoro e alla salute, dagli interessi della multinazionale di turno, che ha dominato e corrotto Gela, mentre la città cresceva in modo distorto, priva di identità autentica, e il tessuto sociale produceva, con oggettività sistemica, quelle combriccole affaristiche e mafiose, che hanno solo completato l’opera. Con un eufemismo, a suo tempo, qualcuno ha parlato di “industrializzazione senza sviluppo”; in verità il “modello gelese” può essere studiato scientificamente solo come un classico caso di “sviluppo neocoloniale”, finendola, anche qui, di ammuttari u fumu cca stanga.

Il 18 gennaio 2002 il sindaco di Gela, Franco Gallo, gettava la spugna, e pare mediti di lasciare la città. A metà febbraio la Procura, facendo seguito a diverse denunce, mette i sigilli a tre impianti (il PM ne aveva chiesti 8, il Gip ne ha autorizzati 3). Scoppia la “rivolta dei terroni” -sostenuta da tutti i partiti parlamentari-. Si invoca, infine, l’intercessione del governatore Cuffaro presso Berlusconi, perchè anche questa legge venga “rimodulata ad hoc”, sperando poi che Bruxelles non si metta di traverso.

Ci manca solo la processione appresso a san Rocco (ma non sarebbe da “cultura industriale”!), mentre la città si è autoassediata, quasi posta in quarantena, come afflitta dalla peste nera, incompresa (e forse è anche vero), dolente. Non c’è nulla di più demoralizzante del vittimismo delle vittime, del senso di sconfitta inevitabile, comunque vada a finire, che risale dal fondo… Eppure, la sera del 7 marzo, tutti cantano vittoria e i giornali possono titolare: “Gela respira!” (in tempi di “guerre umanitarie” e di inversione diabolica del linguaggio si può dire di tutto e di più: anche che Gela, finalmente , respira). Grazie alla “lotta dei lavoratori” -ma guarda un pò, tutti “operaisti” diventarono!- da oggi non solo a Gela, ma in tutta Italia sarà possibile fare ciò che prima era possibile solo nella colonia siciliana: la Sicilia laboratorio di larghe intese colpisce ancora!?. Ecco, si è toccato il fondo: neanche nella disperata Nigeria una multinazionale si può permettere di fare quello che stanno facendo a Gela e nel modo in cui lo stanno facendo. E la logica è la stessa che, dai tempi di Cefis, punta solo a massimizzare i profitti considerando la sicurezza degli impianti “un dogma da distruggere” (cito da un documento di programmazione della Montedison per il triennio 1978-1980). In questi ultimi decenni di saccheggio neocoloniale del territorio siciliano sono riusciti anche a far scomparire nel nulla (?!) qualcosa come 150 milioni di tonnellate di rifiuti nocivi della petrolchimica: e non ci si venga a dire che è colpa della mafia, perchè quella, semmai, è solo una lurida “società di servizi”, nonchè il più comodo alibi spettacolare della dominazione neocoloniale sulla Sicilia. Cosiccome l’intero ammontare del pizzo che le cosche impongono a qualunque saracinesca che abbia sopra una insegna commerciale non supera neanche il dieci per cento di quanto il sistema Italia estorce al (sotto)sistema Sicilia attraverso la fiscalizzazione truffaldina del petrolio e derivati “made in Sicily”: se una cosa del genere accadesse in Baviera o in Lombardia, li prenderebbero a calci nel sedere. Qui, invece, i calci ce li diamo da soli e, al più, partoriamo rivendicazioni da riserva indiana del tipo “benzina a mille lire” (forse non si è compreso neanche che questo scippo annuale ammonta, per dare una idea, a una cifra sufficente a comprarsi la Fiat in 5 anni o, investendo su qualche buona idea, a uscire del tutto dal sottosviluppo pilotato, in 10 anni!).

Ciò che accade a Gela, accade in Sicilia. Ed ecco, nella sua evidenza, la tragedia nella tragedia, l’immagine di un intero Popolo privo di classi dirigenti autentiche e di cultura civile: dimenticare Gela?.

La vicenda gelese conferma la specificità neocoloniale della dominazione imperiale sulla Sicilia, che si desume dalle forme di esercizio del potere pubblico, ma anche dalla propensione all’automutilazione che caratterizza la realtà siciliana contemporanea. Il “Caso Gela” sarebbe da sciopero generale del Popolo Siciliano contro la petrolchimica neocoloniale (che, ricordiamolo, è anche una idrovora che ha succhiato per decenni il 50 per cento dell’acqua siciliana, un fiume grande quanto il Simeto in piena, giorno e notte: altro che crisi idrica!). Ma il Popolo Siciliano, in quanto soggetto, non esiste: non ha idee e forza mentale, partiti e sindacati, grandi giornali, tv e quantaltro faccia, normalmente, di una massa umana un Popolo. E’ il circolo chiuso della miseria che alimenta la Palude del P.U.C., il “partito unico del colonialismo”; e non se ne esce con le sentenze di un tribunale, nè con gli “eroi solitari” (abbiamo già dato), quanto con l’emergere di una nuova soggettività culturale dal seno del Popolo Siciliano, le cui pratiche politiche siano autenticamente fondate sull’Amore per questa Terra e su un autonomo progetto di Liberazione delle sue energie migliori. In questa prospettiva, almeno per testimoniarne il valore, agisce l’Associazione “Terra e LiberAzione”. Per non essere anche noi vittime passive di una malanova in cui puoi solo emigrare, aderire al P.U.C. o ammuttari u fumu cca stanga, consolandoti che “l’arte è troppo più debole del Fato” al quale “neanche Zeus potrà mai sfuggire” (Eschilo, Prometeo incatenato). Per resistere, dunque, col cervello e coi sensi attenti e svegli.

@ 8 marzo 2002. Mario Di Mauro.

 

Scheda

VelENI nel Mondo. Obiettivo Nigeria.

Eni è presente nel settore dell’esplorazione e produzione degli idrocarburi in Nigeria dal 1962.

Attualmente l’Eni opera in Nigeria attraverso la Nigerian Agip Oil Company (NAOC), l’Agip Energy and Natural Resources (AENR) e la Nigerian Agip Exploration Ltd (NAE), società interamente controllate. L’Eni partecipa inoltre, con una quota del 5%, nella NASE, che è la principale joint-venture petrolifera del Paese (dispone di 36 blocchi nell’onshore).

La NAOC è operatore in 4 blocchi nel Delta del fiume Niger. L’AENR, che produce petrolio dal campo offshore di Agbara, ha inoltre sviluppato, in collaborazione con la Nigerian Production Development Company, i giacimenti di Okono e Okpoho, entrati in produzione nel 2002 e nel 2003. L’Eni conduce inoltre attività di esplorazione in acque profonde, attraverso la Nigerian Agip Exploration (NAE), che funge da operatore in alcuni permessi e detiene quote di partecipazione in altre aree. La NAE ha scoperto i giacimenti di Bonga e Abo. Quest’ultimo è entrato in produzione nel 2003.

Nel 2004, la produzione di petrolio e gas naturale in quota Eni in Nigeria è stata di circa 161 mila barili di olio equivalente al giorno (boe/giorno).

Nel settembre 2005 Eni ha acquisito due nuove partecipazioni nell’offshore nigeriano, situate a circa 200 chilometri dalla costa, nelle concessioni di sviluppo denominate “120” e “121”.

Progetto Bonga

Il progetto di sviluppo del giacimento Bonga (quota Eni 12,5%), situato ad una profondità d’acqua compresa tra 950 e 1.150 metri, prevede la realizzazione di una piattaforma galleggiante per la produzione, lo stoccaggio e il caricamento del petrolio (FPSO), con una capacità di trattamento di 225 mila barili/giorno. Il gas associato al petrolio sarà convogliato all’impianto di liquefazione di Bonny Island.

Liquefazione del gas naturale

Nella settore della liquefazione del gas naturale l’Eni partecipa in due joint-ventures: la Nigerian LNG (NLNG) e la Brass LNG (BLNG).

La Nigerian LNG (NLNG) Ltd, società nella quale l’Eni detiene una quota del 10,4%, ha realizzato e gestisce l’impianto di liquefazione del gas naturale di Bonny Island. Questo impianto attualmente comprende tre linee che producono complessivamente circa 8,7 milioni di tonnellate/anno di LNG. La capacità dell’impianto è destinata ad aumentare fino a circa 22 milioni di tonnellate/anno di LNG, al completamento della quarta, quinta e sesta linea di liquefazione. In tal modo la Nigeria si collocherà tra i maggiori produttori al mondo di LNG.

Si segnala inoltre che, nell’ottobre del 2003, è stato firmato l’accordo per la costituzione della Brass LNG (BLNG) Ltd, società preposta alla realizzazione e gestione di un impianto di liquefazione del gas naturale nel terminale petrolifero di Brass, sul Delta del fiume Niger, operato dall’Eni. La BLNG Ltd è costituita da quattro società.

Centrale termoelettrica di Okpai

Nell’aprile del 2005 è stato inaugurato l’impianto di generazione di energia elettrica di Okpai, nel Delta State, con una capacità installata di 480 MW. Si tratta del primo impianto di questo tipo realizzato in Nigeria da una società petrolifera e si inserisce nel piano di valorizzazione del gas naturale avviato dall’Eni nel 1999. Il progetto comprende anche una linea di trasmissione da 130 kW, lunga 54 chilometri, che attraversa il fiume Niger e collega l’impianto alla rete di distribuzione nazionale e un gasdotto di 14 chilometri, per il trasporto del gas alla centrale.

Per quanto concerne le attività d’ingegneria e costruzioni, Snamprogetti e Saipem hanno realizzato diversi importanti progetti in Nigeria, tra i quali si segnalano la raffineria di Warri, il gasdotto Escravos-Lagos (454 km) e le piattaforme di produzione del campo offshore di Agbara.

La Snamprogetti ha inoltre fornito l’ingegneria per l’oleodotto Escravos-Warri e ha partecipato al consorzio costituito per la progettazione e costruzione dell’impianto di liquefazione del gas naturale di Bonny Island.

La Saipem, in joint-venture con altri partner internazionali, ha partecipato ai lavori di costruzione dell’impianto per il trattamento del gas naturale di Soku, il sistema galleggiante di produzione, stoccaggio e caricamento del greggio (FPSO) del giacimento di Erha, le infrastrutture di produzione dei giacimenti offshore di Yoho e Awawa, le infrastrutture dell’East Area Additional Oil Recovery Project (Qua Iboe) e ha partecipato inoltre ai lavori d’ampliamento dell’impianto di liquefazione di Bonny Island.

Nel 2004, la Saipem si è aggiudicata il contratto per la costruzione di un metanodotto di circa 82 km nel Delta del fiume Niger, per collegare Rumuji, a 30 km a nord-est di Port Harcourt, all’impianto di liquefazione della NLNG nell’Isola di Bonny e la commessa relativa all’ampliamento della capacità di trattamento gas dell’impianto di Soku.

Nel maggio 2005 la Saipem si è aggiudicata il contratto per lo sviluppo sottomarino del giacimento Akpo, situato a circa 200 chilometri a sud di Port Harcourt, a una profondità di 1.350 metri.

Nel febbraio 2006 Saipem si è aggiudicata un contratto da 420 milioni di dollari per l’ingegneria, l’approvvigionamento e la posa di condotte, di cavi elettrici ad alto voltaggio e di cavi in fibra ottica che collegheranno i giacimenti di Gbaran, nello stato del Bayelsa nel delta del Niger, con l’impianto di trattamento dell’area. Il contratto è stato assegnato dalla Shell Petroleum Development Company of Nigeria (SPDC) nell’ambito del Gbaran/Ubie Integrated Oil & Gas Project. I lavori, che riguardano tra l’altro la posa di 340 chilometri di condotte, si concluderanno alla fine del 2008. La gestione del progetto, l’ingegneria e i servizi di approvvigionamento verranno realizzati dalle strutture di Saipem di Port Harcourt.

Nel maggio 2006 Saipem si è aggiudicata il contratto di ingegneria, approvvigionamento, costruzione e messa in servizio della base logistica del giacimento di Gbaran Ubie.

Fonti: ENI e Archivio “Terra e LiberAzione”.

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