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Paolo Borsellino

“Mi uccideranno, ma non sarà una vendetta della mafia, la mafia non si vendica. Forse saranno mafiosi quelli che materialmente mi uccideranno, ma quelli che avranno voluto la mia morte saranno altri”.  Paolo Borsellino

1992. Operazione BRITANNIA e GOLPE SOFISTICATO in ITALIA che travolge anche il ceto politico della PRIMA REPUBBLICA. Le STRAGI palermitane sono episodi da rileggere in questo SCENARIO. Sullo sfondo -invariante- si staglia l’eterna GUERRA SEGRETA per il “controllo strategico” dell’Isola CONTESA. E’ la nostra lettura dei fatti fin dal 1992.

Domande a noi stessi: BORSELLINO CERCAVA GLADIO?. Chiese aiuto ai SERVIZI SEGRETI TEDESCHI?. L’AGENDA ROSSA: era così importante?.

Corone di fiori tricolorati e buffoni istituzionali sull’attenti all’inno nazionale di ROMAfia Capitale.

Noi non partecipiamo dal 1986 a queste pagliacciate.

Se i FAMILIARI dei CADUTI dovessero chiedercelo

-> ci andremo: con le “chiavi di acciaio”.

Ma quando la finiscono di OFFENDERE il POPOLO SICILIANO?.

La Commissione AntiMAF va sciolta. Nè rivendichiamo “commissioni parlamentari d’inchiesta”. Ma su cosa?. Sull’OPERAZIONE BRITANNIA e su GLADIO vorremmo sperare…o si vuol credere ancora alla “mafia pecoraia” e ai “politici onnipotenti”? 

I “politici onnipotenti” della “prima repubblica” furono ANCHE LORO VITTIME -non RESPONSABILI-> delle STRAGI del 1992. Lo sosteniamo fin dall’estate di quell’anno: fu un GOLPE SOFISTICATO.

Ora…basta con le pagliacciate celebrative tricolorate!. Restatevi a ROMAfia Capitale, andatevene a mare, andatevene dove vi pare.

QUI NON VI VUOLE NESSUNO!

 @Catania-Palermo-Berlino. 16/7/2016. TERRAELIBERAZIONE.

NE’ MAF – NE’ ANTIMAF!

SICILIA INDIPENDENTE!

Pubblichiamo -qui sotto- un paio di schede utili…Le domande restano tali.

30 marzo 2016

 SOL 3

Dicembre 2013. Milano, Carcere di Opera. “Signor Riina, buongiorno!. Come va… ecco il caffè, ehm… c’è posta per Lei, qualcuno la pensa…”.

Lettera. “Riina #staisereno, chiudi la bocca, ricordati che i tuoi familiari sono liberi, al resto ci pensiamo noi”. La firma è : Falange Armata. Siamo alla vigilia della sigla del “Patto del Nazareno” fra Renzi e Berlusconi (18 gennaio 2014). L’insediamento del governo Renzi avviene, nella tempistica del GOLPE TECNICO, il 22 febbraio 2014. Chi lo ha deciso?. Lasciamo perdere.

“Come va… ecco il caffè!”.

Sentiamo l’ex ambasciatore Fulci -già capo del CESIS (la superstruttura dell’Intelligence italiana): “All’interno dei Servizi c’è una cellula che si chiama OSSI, che è molto esperta nel fare guerriglia urbana, piazzare polveri, fare attentati”. O.S.S.I.=Operatori Speciali Servizio Italiano.

Chi sono?. “Personale specificatamente addestrato per svolgere in territorio ostile e in qualsiasi ambiente, attività di carattere tecnico e operativo connesse con la condotta della guerra non ortodossa”. (Fonte: documento riservato del Sismi). Olè!.

Un commandos di 15 agenti segreti (11 “gladiatori”).

Domanda: Dove si trovavano il 23 maggio e il 19 luglio del 1992?.

Risposta: “Riina #staisereno, chiudi la bocca, ricordati che i tuoi familiari sono liberi, al resto ci pensiamo noi”. La firma si scrive Falange Armata, ma si legge…GLADIO, organizzazione militare costituita all’interno della NATO e operativa nella rete Stay Behind.

Subito dopo le STRAGI POLITICHE del 1992 il Governo Amato (Andò) instaura l’ennesimo “stato d’assedio” in Sicilia.

La denominazione è uno stupro colonialista della Storia, la chiamarono “Operazione Vespri Siciliani”. Nella pratica fu una farsa spettacolare: 7000 “soldati piemontesi” furono mostrati in assetto di guerra per le strade dell’Isola e lasciati di piantone sotto il solleone ferragostano a presidiare il Nulla dei Palazzi dei Corvi e della massoneria togata.

In quei Palazzi, come una interferenza, camminarono un gruppo di DEAD WALKING, erano soli i GIUDICI SICILIANI DEL GLORIOSO POOL DI CAPONNETTO, GIOVANNI E PAOLO E GLI ALTRI che senza illusioni avevamo sostenuto sulle strade, camminando addhitta. A differenza di troppi altri, sapevamo quanto basta di Gladio amerikana e massomafie della SiciliAfrica italiana. Sapevamo che sarebbe finita male, ma ci si doveva provare.

Questa è la posizione di TERRAELIBERAZIONE su quel 19 Luglio 1992. Eravamo in Corsica alle “Ghijurnate Internazionali delle Isole del Mediterraneo”. Una Festa degli indipendentisti delle Isole del Sole, divenne il nostro “Venerdì Nero”. Gli spazi politici che il “crollo” del Muro di Berlino stava aprendo ovunque, in Sicilia si chiusero quel giorno.

Secondo Fulci, ex capo del Cesis, la “Falange armata” e il servizio segreto Sismi erano la stessa cosa

Avrebbero rivendicato le stragi del 1992-1993. 15 agenti esperti di bombe e guerriglia urbana non furono indagati. Tra di essi c’erano 11 “gladiatori”.

“C’era questa storia della Falange Armata e allora incaricai questo analista del Sisde, si chiamava Davide De Luca (oggi deceduto ndr), gli chiesi di lavorare sulle rivendicazioni. Dopo alcuni giorni De Luca venne da me e mi disse: questa è la mappa dei luoghi da dove partono le telefonate e questa è la mappa delle sedi periferiche del Sismi in Italia, le due cartine coincidevano perfettamente, e in più De Luca mi disse che le chiamate venivano fatte sempre in orario d’ufficio”.

È l’incipit della deposizione resa il 26 giugno 2015 dall’ex ambasciatore Francesco Paolo Fulci, al vertice del Cesis (Comitato esecutivo per i servizi di informazione e sicurezza) tra il maggio del ’91 e l’aprile del ’93 e oggi presidente della Ferrero, nell’aula bunker del carcere Ucciardone, davanti alla corte d’Assise di Palermo, che vede alla sbarra boss politici e mafiosi e alti ufficiali dei carabinieri ritenuti i protagonisti della trattativa Stato-mafia.

La scoperta delle cartine sovrapponibili avviene nella primavera del ’93, poco prima della conclusione del suo incarico al Cesis e della sua partenza per New York (dove viene nominato rappresentante dell’Italia presso le Nazioni Unite).

Fulci è stato già interrogato dai Pubblici ministeri (Pm) di Palermo Roberto Tartaglia e Nino Di Matteo in trasferta a Milano il 4 aprile del 2014 ai quali ha spiegato di “essersi convinto che tutta questa storia della Falange Armata faceva parte di quelle operazioni psicologiche previste dai manuali di Stay Behind, facevano esercitazioni, creare il panico in mezzo alla gente e creare le condizioni per destabilizzare il Paese”.

Non solo. Fulci ha rivelato inoltre che nei due anni che fu a capo Cesis scoprì che dentro la VII divisione del Sismi (l’ex servizio segreto militare oggi denominato Sid) ossia lo stesso reparto K responsabile di Gladio, operava un servizio speciale coperto composto da 15 agenti segreti super addestrati e super esperti nella cosiddetta guerra non convenzionale che svolgevano missioni “totalmente estranee ai compiti istituzionali”. E forse non è un caso che proprio all’interno del Sismi cominciò la sua carriera tra il ’72 e il ’75 il generale Mario Mori, comandante del Ros dei carabinieri, oggi tra gli imputati eccellenti del processo di Palermo.

Dichiarazioni e riscontri che costituiscono il cuore dell’inchiesta bis sulla trattativa Stato-mafia che, stando alle affermazioni di Fulci, si snoda lungo un unico filo nero che unisce la Falange Armata, Sismi e Cosa nostra. In aula l’ex capo del Cesis ha ribadito che: “All’interno dei Servizi c’è una cellula che si chiama Ossi, che è molto esperta nel fare guerriglia urbana, piazzare polveri, fare attentati”. In particolare l’ex ambasciatore si riferisce agli Operatori Speciali Servizio Italiano, che un documento riservato del Sismi definisce come “personale specificatamente addestrato per svolgere in territorio ostile e in qualsiasi ambiente, attività di carattere tecnico e operativo connesse con la condotta della guerra non ortodossa”.

Si tratta proprio dei quindici agenti segreti, fra cui anche 11 gladiatori, sospettati di essere i protagonisti delle stragi e degli assassini che hanno insanguinato l’Italia nel biennio 1992/1993 a partire dai delitti nel carcere di Opera a Milano e della banda della Uno bianca dei fratelli Savi a Bologna passando per le stragi mafiose di Capaci e Via D’Amelio e fino alle bombe di Roma, Firenze e Milano con le relative rivendicazioni telefoniche fatte all’Ansa a nome della Falange Armata che partivano proprio dalle sedi in cui all’epoca il Sismi aveva localizzato le sue basi segrete periferiche. La prima rivendicazione è del 27 ottobre 1990 quando al centralino dell’Ansa di Bologna arriva una chiamata che rivendica l’omicidio di Umberto Mormile, educatore carcerario del penitenziario milanese di Opera, ucciso sei mesi prima. “Il terrorismo non è morto, ci conoscerete in seguito” recita una voce al telefono: è la prima rivendicazione della Falange Armata, che, guarda caso, arriva appena due giorni dopo il discorso con cui il 24 ottobre 1990 Giulio Andreotti rivela alla Camera dei deputati l’esistenza di Gladio, affiliata alla rete Stay Behind: l’organizzazione militare segreta costituita all’interno del Patto Atlantico in funzione anticomunista e collegata con i servizi segreti di tutti i Paesi che ne fanno parte.

Inquietante è anche la circostanza che da un certo punto in poi vede la Falange mettere la firma non solo sugli omicidi ma anche sulle stragi mafiose e soprattutto su fatti e accadimenti di natura politica, come ad esempio i messaggi di compiacimento per l’avvicendamento al Viminale fra Vincenzo Scotti e Nicola Mancino e la nomina di Adalberto Capriotti e Francesco Di Maggio ai vertiti del Dipartimento amministrazione penitenziaria al posto di Niccolò Amato. Come se la Falange fosse un interlocutore del governo, un soggetto politico seduto a pieno titolo al tavolo della trattativa in atto fra Stato e mafia.

Mancino è imputato nel processo palermitano per falsa testimonianza in riferimento alle confidenze fatte con l’ex capo dello Stato Napolitano tramite il suo ex consigliere giuridico, Loris D’Ambrosio, morto nel luglio 2012.

Fulci però non collega esplicitamente le telefonate della Falange a Gladio, ma quando gli inquirenti gli fanno notare che all’epoca delle rivendicazioni della Falange armata l’operazione Gladio è ufficialmente cessata, Fulci si lascia sfuggire: “forse in effetti si trattava di qualche nostalgico”.

Nei due anni trascorsi al vertice del Cesis Fulci scopre anche di essere spiato nella sua stessa abitazione; quindi chiede e ottiene l’elenco di tutti i 15 agenti che fanno parte di quel reparto speciale: “Li copiai su un foglietto che nascosi poi nella mia libreria, dicendo a mia moglie che se mi fosse successo qualcosa era lì che bisognava cercare”. Ma, ha aggiunto Fulci: “quando pochi mesi dopo aver lasciato l’incarico al Cesis ed essere andato a New York alle Nazioni Unite cominciai a leggere che per le bombe a Firenze e a Roma i giornali facevano cenno ai soliti servizi deviati, mi dissi: questa cosa si può chiarire. Presi il foglietto e lo portai al generale dei carabinieri Luigi Federici spiegandogli: per essere certi che i servizi non c’entrano niente, questi sono i nomi delle persone che sanno maneggiare esplosivi all’interno dei servizi… sono gli unici che fanno questo lavoro, andate a vedere dove erano la notte degli eventi, se questi non erano a Roma, a Firenze, mi pare che potete stare tranquilli”. Ai quindici nomi, però, Fulci ne aggiunge un altro: quello del colonnello Walter Masina, che però non fa parte della VII divisione e degli Ossi. “Non avrei dovuto farlo ma volevo fargliela pagare, dato che Masina era quello che spiava la mia abitazione”.

Il risultato però è ben diverso da quello sperato da Fulci nel senso che, a finire sotto inchiesta con l’accusa di “avere montato un depistaggio con gli americani” è proprio l’ex ambasciatore e non i responsabili dei servizi segreti. “Mi arriva una telefonata del presidente della Repubblica Scalfaro – racconta Fulci – e mi dice: dia subito i nomi anche a Vincenzo Parisi (all’epoca capo della Polizia, ndr). Dopo manco una settimana mi chiama Parisi: eh, ambasciatore, quel materiale era talmente grave che l’ho portato subito ai magistrati” che infatti pochi giorni dopo incriminano Fulci. Comunque sia, da quel momento in poi le stragi e gli ammazzamenti rivendicati dalla Falange finiscono all’improvviso. Mentre sul bagno di sangue compiuto dalla Falange in combutta coi servizi segreti e la mafia cala silenzio. Un’omertà impenetrabile rimasta tale almeno fino al dicembre del 2013 quando, al carcere di Opera a Milano, proprio lì da dove tutto era partito, arriva una lettera indirizzata al superboss Totò Riina che evidentemente si lascia andare a qualche confidenza di troppo durante l’ora d’aria. Nella missiva c’è scritto: “Riina chiudi la bocca, ricordati che i tuoi familiari sono liberi, al resto ci pensiamo noi”. La firma è sempre la stessa: Falange Armata. Siamo alla vigilia della sigla del Patto del Nazareno fra Renzi e Berlusconi del 18 gennaio 2014, e l’insediamento di Renzi a Palazzo Chigi del 22 febbraio 2014.

Torniamo all’estate del 1992. Operazione BRITANNIA e GOLPE SOFISTICATO che travolge anche il ceto politico della PRIMA REPUBBLICA. Una domanda: BORSELLINO CERCAVA GLADIO?. Chiese aiuto ai SERVIZI SEGRETI TEDESCHI?.

(Fonti utili-> per le notizie: “Il Fatto” quotidiano; per le buone sintesi: “Il Bolscevico”-settimanale, che si distingue da decenni nell’analisi e nella denuncia delle Forze MENTALI che agiscono attraverso entità come GLADIO. Il “Piano” di Gelli -per esempio- venne spiegato già negli anni ottanta e con grande lucidità solo da questo storico settimanale maoista che al momento -per difficoltà finanziarie- esce solo sul sito http://www.pmli.it).

@Istituto TERRAELIBERAZIONE –Archivio Centrale

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dal quotidiano -> http://www.inuovivespri.it

Via D’Ameliio, S.Borsellino: “Di Matteo braccato, magistrati imbavagliati”

In via D’Amelio non c’era la folla pagata. Ma tutte persone che hanno qualcosa da raccontare e che ancora lottano per la verità. Sul banco degli imputati lo Stato “traditore” “colluso” “assassino”. Ed una assenza pesante: quella dei magistrati….

via D'Amelio

E’ una Palermo ferita a morte quella che parla in via D’Amelio. Sul palco, allestito davanti la casa della madre di Paolo Borsellino, lì dove 24 anni fa il tritolo dilaniò la vita di uno dei più grandi eroi siciliani e dei suoi angeli custodi (Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina), si susseguono storie drammatiche. Nessun politico, nessun ministro, nessun pappagallo ammaestrato per l’occasione, ma testimonianze dei familiari delle vittime.

Mogli, fratelli, figli di siciliani morti ammazzati e nessuno sa ancora perché. Nessuno di loro crede alla ‘favoletta’ del mafioso arrivato dalla campagna. Tutti parlano di “uno Stato colluso”, di uno “Stato assassino” di “depistaggi” di “traditori ai più alti livelli”. Il fratello di Peppino Impastato, Giovanni,  è tra i più espliciti: “Non c’è contrapposizione tra mafia e Stato, la mafia è dentro lo Stato”.  Ma anche gli altri non scherzano. 

C’è anche chi parla di Gladio, dei fili dell’alta tensione. Lo fa una ragazza che legge alcuni passi della relazione che Paolo Bolognesi, presidente dell’Associazione delle vittime dei familiari della strage della stazione di Bologna, ha divulgato in occasione dell’approvazione del reato di depistaggio per cui ha lottato anche il movimento Agende rosse:

“Il 5 Luglio 2016 è una data storica perché è stato approvato il reato di depistaggio e forse oggi avremmo avuto giustizia se ci fosse stato prima. E’stato approvato  23 anni dopo la strage di Bologna”. “I mandanti – legge ancora la ragazza sul palco- non si sono mai seduti sul banco degli imputati. Negli anni dello stragismo abbiamo compreso che all’interno dello Stato c’è un Anti Stato: alti ufficiali piduisti che hanno agito per deviare il corso della giustizia usando anche Gladio o l’Anello, implicati nelle più torbide vicende della nostra storia.  Prove distrutte, testimoni morti ad orologeria. Un depistaggio che dura ancora oggi”.

Riferimenti di certo non casuali che ci rimandano a quanto sostenuto dal movimento Terra e LiberAzione (lo abbiamo conosciuto qui), ovvero che le stragi palermitane sono da rileggere nel contesto del “golpe che travolge la prima Repubblica e che si caratterizza anche per l’operazione Britannia” (ve ne accenniamo qui), quell’operazione, cioè, che portò le élite della finanza mondiale a decidere del destino (la privatizzazione) degli asset più strategici del Paese.

“Borsellino- si chiede Terra e LiberAzione in questo post– cercava Gladio”?

Tornando in via D’Amelio, a prendere la parola anche Vincenzo Vullo, l’unico sopravvissuto della strage del 19 Luglio 1992: “Sconfiggiamo la mafia dice lo Stato, ma non hanno mai dato un senso a queste parole”. La sua storia è quella di un uomo segnato profondamente dal tragico episodio di cui è stato vittima (ferito nel corpo e nell’anima), anche se si è salvato.

Di “Stato assassino” parla senza giri di parole Rossella dell’associazione Cento per cento in movimento, nata anche grazie al fratello di Beppe Montana. “Altro che patrigno, è uno Stato assassino che ci ha tolto i figli migliori”. 

Ci sono anche i sindacati di polizia. Che ironizzano, amaramente, sulla lotta alla mafia: “Non c’è un politico che si salva. Ci lasciano pure senza giubbotti anti proiettili. Solo parole”.

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Tutti gli interventi sono legati da un tragico filo rosso: sul banco degli imputati c’è lo Stato. Non solo per il passato, ma anche per il presente. 

Lo fa notare Salvatore Borsellino, fratello di Paolo, che si sofferma sulla “pesante assenza dei magistrati da via D’Amelio”. Una assenza non casuale, ha detto Borsellino che ha parlato di Nino Di Matteo: ”Mi ha detto che si sente braccato e se oggi non è qui è perché hanno imbavagliato i magistrati. Non c’è lui e non ci sono altri magistrati”.

Borsellino si riferisce alla direttiva del Procuratore, Francesco Lo Voi, che impedisce ai magistrati della Procura di parlare con la stampa.

“Sapete cosa dicono quando mostriamo la nostra preoccupazione per Di Matteo? Che ha 14 uomini della scorta. Il che vuol dire solo- ha continuato Borsellino- che se decidono di fare un attentato rischieranno la vita 14 uomini. Solo questo sanno dire”.

Non è stato l’unico a parlare di Di Matteo. Tutti d’accordo sul perché del suo isolamento: le indagini sulla trattativa Stato-mafia. “Che ci sia stata- commenta il sindaco di Palermo, Leoluca Orlando- non c’è dubbio. Manca la verità processuale e dobbiamo lottare per averla”

E’ una Palermo che piange quella che abbiamo visto in via D’Amelio. Per i suoi morti, ma ancora di più per una verità negata. Per una giustizia che non c’è.

Qualcuno dice che non c’era tantissima gente in via D’Amelio, ma di certo c’erano persone disposte a raccontare qualcosa, disposte a sfidare l’omertà di Stato. Poco importa se il ministero non ha speso un euro per organizzare una gita palermitana ai ragazzi di tutta Italia. Poco importa se non c’erano ministri, pupi e pupari pronti a farsi commuovere dalle loro stesse parole, soprattutto quando una telecamera li inquadra.

Questa è la Palermo che non si accontenta delle pupiate. E che ancora lotta. 

dal quotidiano -> http://www.inuovivespri.it

Paolo Borsellino

“Mi uccideranno, ma non sarà una vendetta della mafia, la mafia non si vendica. Forse saranno mafiosi quelli che materialmente mi uccideranno, ma quelli che avranno voluto la mia morte saranno altri”.  Paolo Borsellino

 

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