libri perduti

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Maggio-Giugno 1860. Altro che “Insurrezione popolare” ed entrata trionfale di Garibaldi: gli INVASORI anglo-tricolorati avevano bombardato e raso al suolo mezza Palermo!.

Case, conventi, chiese e palazzi… erano stati demoliti dalle granate, delle quali millecento erano state sparate dalla Cittadella e duecento dalle NAVI da guerra.

Questo libro era stato fatto sparire: ne abbiamo recuperata una copia originale. Servirà.

@Istituto TerraeLiberAzione.

SOL 3

“Alle 3 del pomeriggio ricominciò da terra e dal mare il bombardamento della sfortunata città. La mia cabina s’era frattanto riempita di mogli e figlie di mercanti, le quali avevano sperato di trascorrere il resto della sera domenicale riposando tranquillamente invece di dover essere spettatrici di una delle più tremende scene di distruzione originate dalle civili discordie che la storia contemporanea abbia registrato.

La cittadella cominciò il cannoneggiamento lanciando granate in direzione della Piazza del Pretorio, che ben si sapeva essere il quartier generale del terribile dittatore, mentre tirava palle piene di grosso calibro sulle chiese e gli edifici pubblici e privati nei più immediati dintorni.

I piroscafi da guerra, costruiti in Inghilterra solo pochi anni prima ed armati con pezzi da 68 libre del pesi di 95 quintali inglesi [1 Cwt= Kg. 50,8, NdT], aprirono il fuoco subito dopo, e le loro evoluzioni erano dirette con notevole perizia.

Il comandante Flores, dell’Ercole, che aveva pranzato con me in occasione del genetliaco della Regina, superava tutti i suoi colleghi per lo zelo con cui conduceva l’azione e per il modo con cui governava la sua nave; ma si può ben dubitare che il suo equipaggio avrebbe mostrato uguale alacrità se avesse incontrato opposizione.

Girando in cerchio entro poche yarde di distanza dalla boma della Hannibal, egli portava alternativamente in punteria su via Toledo le batterie di dritta e di sinistra, e spazzava col suo pesante metallo l’intera estensione di quella magnifica strada che va dalla marina a piazza del Palazzo Reale con un rettilineo lungo quasi un miglio, non appena il piroscafo scadeva fuori portata di tiro egli si avvicinava nuovamente fino a mezza gomena di distanza dalla riva, e così di seguito ricominciava il circuito di poppa alla Hannibal, tempestando di fuoco i suoi compatrioti, finché l’oscurità non pose termine a questo spietato procedimento.

[…].

Il tenente Wilmot così descrive i danni riportati dalla città per quel che poté vedere in via Toledo e nelle strade che portano alla casa di Mr. Ingham, alla quale si era recato secondo il mio desiderio: con molta difficoltà riuscii a trovare la casa di Mr. Ingham, che è situata nella periferia occidentale della città, vicino al Giardino Inglese.

I danni arrecati a questo quartiere sono assai gravi, specialmente nelle vicinanze del quartier generale di Garibaldi; ma è un fatto singolare che il grande Palazzo del Pretorio che l’ospita non abbia ricevuto un solo proiettile; invece la chiesa, il convento e alcuni edifici pubblici che formano gli altri tre lati della piazza erano crivellati di colpi. Il convento era in fiamme ed era stato completamente distrutto. Cadevano ancora granate, e diverse volte dovetti ripararmi nei portoni per attenderne lo scoppio.

Era anche assai poco piacevole dover attraversare Toledo e le strade che fronteggiano Palazzo Reale e la zecca, poiché erano continuamente battute della fucileria e dai tiri dell’artiglieria da campagna dei regi.

Nei pressi della casa di Mr. Ingham si era certo combattuto duramente, poiché vidi molti cadaveri di soldati e carogne di cavalli dell’artiglieria, che giacevano ancora dove erano caduti.

La gente sembrava felice di vedere un ufficiale britannico girare per le strade e si assiepava sui balconi battendo le mani al mio passaggio. Imploravano ad alta voce di sapere se l’ammiraglio inglese avrebbe fatto cessare il bombardamento.

Fui molto sorpreso nel constatare l’inefficienza delle barricate. Nessuna di quelle che vidi ieri e l’altro ieri avrebbe potuto arrestare per un sol momento l’assalto di qualsiasi deciso reparto di truppe.

In alcuni luoghi non era stato neanche disfatto il selciato e si erano solamente accatastati mobili presi nelle case. In altri, specialmente di fronte alla regia zecca, omnibus, carrozze e travi costituivano l’unica difesa. Questi non offrivano alcuna protezione contro le palle di fucile, e siccome i soldati tiravano a casaccio, sperando di colpire la gente mentre passava, non era affatto piacevole dover attraversare le strade.

[…].

2 giugno 1860 – Questa mattina sbarcai in abito civile, conducendo con me il mio aiutante di bandiera come scorta. Viste dalla riva, le devastazioni si notavano appena, giacché la maggior parte dei proiettili erano stati lanciati al di là degli edifici che si affacciano sulla Marina. Ma l’interno della bella metropoli insulare presentava uno spettacolo che trafiggeva il cuore”.

“Un intero quartiere adiacente al Palazzo Reale [il poverissimo quartiere dell’Albergheria, nota del testo], lungo circa mille yarde [Km. 1,09] e largo cento [m. 109], era ridotto a una massa di rovine ancora fumanti. Famiglie intere erano state bruciate vive all’interno delle case, e le atrocità commesse da taluni miscredenti tra i regi, durante la loro ritirata dai conventi dei Benedettini e dell’Annunziata erano paurose.

A Toledo e in altre strade vicine, conventi, chiese e palazzi della nobiltà, erano stati demoliti dalle granate, delle quali millecento erano state sparate dalla cittadella e duecento dalle navi da guerra, prima che mi fosse riuscito di far cessare il fuoco. Palle piene, mitraglia e granate a pallette, in pari proporzione, erano state lanciate in tutte le direzioni in cui potevano venire puntati i pezzi pesanti, ma il loro effetto sui massicci edifici era stato pressoché nullo, comparato alla potenza distruttiva delle granate da dieci e tredici pollici.

Mr. Herzell, l’agente consolare svizzero, mi consegnò un rapporto scritto sulle sofferenze dei suoi compatrioti. L’ultimo giorno del bombardamento egli aveva visitato personalmente i conventi in fiamme e s’era trattenuto ad osservare le devastazioni finché il puzzo pestilenziale dei cadaveri insepolti non l’aveva scacciato dalla scena di quegli orrori».

(continua)
@Istituto TerraeLiberAzione (a cura di A. Lattanzio- S. Fiamingo)

leggi e studia anche:

https://terraeliberazione.files.wordpress.com/2015/12/2c2b0-interferenze-v4xx.pdf

2° INTERFERENZE-V2-001 (1)

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Dai nostri “amici storici” -40 anni!- che animano il giornale “SICILIA LIBERTARIA”, riceviamo e pubblichiamo. E’ un buon contributo -altra Simenza- alla Riflessione in corso anche nella Comunità TerraeLiberAzione. Grazie!.

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Diventerà bruttissima

Meno del 50% degli elettori siciliani ha designato l’ex fascista Nello Musumeci a nuovo presidente della Regione Siciliana; l’unità degli spezzoni destrorsi (salviniani, fratellitalioti, berlusconiani, gli ex di AN rinominatisi “Diventerà Bellissima”, più l’udc, frange democristiane e i forconi) hanno permesso il vantaggio necessario sul Movimento 5 Stelle. Il PD, ormai in mano ai transfughi del centro destra, crolla al 19%, e la sinistra di Fava si attesta al solito 5+ appena sufficiente a superare la soglia di sbarramento.

Ed eccoci quindi alla solita alternanza, che vede chi ha governato penalizzato e costretto a cedere la poltrona all’opposizione. Toccherà anche a Musumeci fra 5 anni. I 5 Stelle hanno avuto la fortuna di non vincere, pur confermandosi il primo partito; potranno così continuare a fare il lavoro di scaldabanchi a Palazzo dei Normanni, miscelando legalitarismo e populismo, puritanesimo e avventurismo, antagonismo e conformismo, razzismo e buonismo, senza bruciarsi nell’impossibile tentativo di modificare le cose governando l’Isola.

E’ stata una campagna elettorale scarna, giocata tutta dietro le quinte, pigra e noiosa, che poco ha interessato i siciliani, dei quali il 53,24%, per essere precisi, non si è recato a farsi tosare in un seggio elettorale. Uno scollamento dalla politica che, come abbiamo più volte scritto, non va letto come una predisposizione al cambiamento, ma piuttosto come una rassegnata indifferenza, che non mette in discussione la delega e la fiducia verso le autorità. E però è anche un segnale che il sistema politico è sempre più delegittimato, il meccanismo democratico del consenso fa acqua da tutte le parti, ed il consenso – quello vero – lo costruiscono i tradizionali e più occulti metodi delle promesse, del ricatto, della corruzione, della paura anche.

Se questo è vero, vuol dire che vanno attenzionati questi livelli della delega, questo collante che mantiene ancora appiccicato il popolo delegante ad un sistema screditato e irrecuperabile, però forte della violenza che a vari livelli riesce ad esercitare.

La destra torna tra gli scranni del governo, e già assistiamo al ritorno dei vari Totò Cuffaro, sponsor di Musumeci, e di personaggi felici di aver cavalcato il destriero giusto, una volta comprese le difficoltà del PD e di Crocetta di bissare il successo del 2012. Molti di questi figuri vengono dal governo uscente, alcuni hanno cambiato casacca all’ultimo momento, nella sostanza si tratta di una compagine che assicura continuità ai poteri forti dell’isola, quelli che non hanno mai smesso di governare i processi economici e sociali; tra i vincitori i candidati definiti “impresentabili” erano tanti, ma il loro curriculum criminale non può che arricchire la nuova coalizione. La regione che esce da queste elezioni non sarà di certo ostacolo alla militarizzazione, all’emigrazione dei nostri giovani, alla devastazione del territorio e dell’ambiente, all’impoverimento della popolazione e così via, anzi, più probabilmente ne sarà protagonista, come è stato per Crocetta, come fu per i predecessori. L’autonomia siciliana continuerà ad essere lo strumento per garantire i record negativi conseguiti: reddito al 50% di quello della Lombardia, disoccupazione il doppio, disoccupazione giovanile sopra il 40%, e per continuare a svendere alla meglio gli interessi dei siciliani.

Il laboratorio siciliano sarà replicato a livello nazionale il prossimo marzo? Forse si; ad ogni modo poco cambierà anche lì: la cosiddetta sinistra centrista ha lavorato bene per ossequiare gli interessi delle banche, di Confindustria, delle multinazionali, della NATO e degli USA; il popolo che soffre sicuramente la penalizzerà per mettersi in mano degli omologhi della destra centrista, difficilmente dei pentastellati. Tutto procederà come prima. Se variazioni bisogna attendersi, esse potranno venire solo dall’interruzione di questo gioco. Una prospettiva, per adesso, molto lontana.

Pippo Gurrieri – editoriale del mensile “Sicilia Libertaria” (novembre 2017)

http://www.sicilialibertaria.it/

->LEGGI ANCHE: https://terraeliberazione.wordpress.com/2017/10/31/alta-marea-sullisola-contesa-vaccinazione-contro-le-illusioni-elettorali/

LA “BESTIA” VA SEPPELLITA IN TERRA SCONSACRATA. Se vuole ci pensa Dio a “benedirlo”!. Non siamo nessuno per “condannare all’Inferno”, ma non siamo nessuno per “assolvere la Bestia”. E le Bestie sono tante, troppe.
Che la MADONNA dell’ITRIA ci protegga!

@La Comunità Siciliana “TerraeLiberAzione”

https://terraeliberazione.wordpress.com/2017/11/16/sicilia-italienata-nuove-elezioni-in-vista/

madonna terraeliberazione

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leggi >terraeliberazione-agosto2016

san pinoE’ morto il signor Salvatore Riina. E’ rimasto -sebbene al 41bis per un quarto di secolo- il Capo della vecchia “Cosa Nostra”. La sede vacante prefigura nuove e imminenti elezioni. Speriamo solo che non votino a mitragliate: la “guerra di successione”. Punto.

Quanto al “funerale cattolico”, la Chiesa decida una buona volta per tutte da quale parte vuole stare!. Noi stiamo da sempre con padre PINO PUGLISI, santo martire. Punto.

Nè perdòno, nè vendetta. Ma i VALORI hanno un peso.

Quanto a MAF&ANTIMAF: sono due facce della stessa medaglia neocoloniale – Per averlo capito sul campo e denunciato regolarmente la stiamo pagando cara dal 1984. Ma la VERITA’ SICILIANA ha un suo prezzo.

La RAI e tutto il circo, da “Repubblica” in giù -animato da “giornalisti psicopatici”- amplificano il falso mito di Riina. E’ un clichè sofisticato, tanti scribacchini neanche se ne rendono conto.
La cosa non ci sorprende. Campano di AntiMaf Antisiciliana, che nulla ha a che vedere con la “Questione Mafia”, che non capiscono o fanno finta di non capire.

@TERRAELIBERAZIONE.

 

LEGGI ANCHE QUI: http://timesicilia.it/strage-via-damelio-si-indaghi-gladio-sulloperazione-britannia/

E QUI: https://terraeliberazione.wordpress.com/2015/12/10/luomo-degli-specchi/

E QUI: https://terraeliberazione.wordpress.com/2017/02/02/la-democrazia-mafiosa-il-signor-toto-riina-avvisa-gli-zombi-di-romafia-capitale-ma-parla-ai-suoi/

 

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CHI E’ TOTO’ RIINA?. Eccone una sopravalutata microstoria. Ma la SICILIA è ben Altro!*

L’infanzia contadina

Nato in una famiglia di contadini, il giovane Totò si ritrovò orfano di padre all’età di 13 anni, mentre questi tentava di estrarre della polvere da sparo da una bomba americana inesplosa trovata nelle campagna della Venere del Poggio, l’11 settembre 1943. Nell’esplosione morì anche il fratellino di 7 anni Francesco, mentre il fratello Gaetano rimase gravemente ferito. L’unico uscito incolume dall’incidente fu il giovane Totò, che si ritrovò ad essere il capofamiglia.

Il 13 settembre si svolsero i funerali del padre e del fratello, nella chiesa di Santa Rosalia, a Corleone: dai racconti dell’epoca fu l’unica volta in cui Totò Riina venne visto piangere in pubblico. Da quel momento si sarebbe occupato lui delle terre di famiglia, ma non ci volle molto perché la vita contadina gli andasse stretta.

La nuova vita: mafioso nel clan dei Corleonesi

Nei campi, Totò Riina conobbe un altro ragazzo come lui, figlio di contadini: Bernardo Provenzano, detto Binnu. A differenza dei Riina, che avevano degli appezzamenti di terreno, i Provenzano erano braccianti e lavoravano alla giornata: ogni giorno si mettevano in marcia, alla ricerca di un campiere che gli facesse “la cortesia” di farli lavorare 12 ore con la zappa in mano.

La nuova vita di Totò Riina iniziò quando il dottor Michele Navarra divenne il nuovo capo mafia di Corleone, prendendo il posto del vecchio campiere del bosco Ficuzza, Vicenzo Catanzaro, detto il Borbone. Da quel momento, il giovane Riina non avrebbe più passato le proprie giornate nei campi, ma nelle vie di Corleone, in particolare al Caffè Alaimo, in compagnia del protetto del dottore, Luciano “Lucianeddu” Leggio. Era oramai un masculiddu, reclutato assieme ad un’altra ventina di giovani da Navarra tra piazza Garibaldi e corso Bentivegna. Totò, con Calogero Bagarella, Bernardo Provenzano e gli altri, sotto la guida di Lucianeddu, erano diventati l’elite criminale del capomafia corleonese, dedita a furti di bestiame, viti tagliate, macellazione clandestina, nonché all’incendio di masserie.

L’omicidio di Placido Rizzotto

Nella notte tra il 10 e l’11 marzo 1948 venne ucciso Placido Rizzotto, sindacalista e segretario della Camera del Lavoro di Corleone. Per tre volte fu accusato dell’omicidio Luciano Leggio, ma per tre volte fu assolto per insufficienza di prove. Il nome del giovane Totò sarebbe comparso parecchie volte nelle migliaia di pagine del processo, ma non venne mai formalmente accusato di nulla. Fu in un rapporto dei servizi segreti che si sosteneva come: “Il primo delitto eclatante che vede coinvolto il giovane Riin risale al 1948 quando viene ucciso Placido Rizzotto […] l’azione è compiuta da Luciano Liggio con la collaborazione del giovane Riina…

La prima condanna

Le porte del carcere dell’Ucciardone, a Palermo, si aprirono però per Riina a causa di un altro delitto, quello di Domenico Di Matteo, un contadino del paese che venne ucciso alla costa di San Giovanni per futili motivi, il 13 maggio 1949. All’età di 19 anni, Salvatore Riina veniva condannato a 12 anni di carcere, ma ne avrebbe scontati appena la metà, uscendo in libertà provvisoria il 19 settembre 1955.

La presa del potere a Corleone

Carta di identità di Salvatore Riina, 1955

I rapporti tra Navarra e i suoi scagnozzi erano nel frattempo peggiorati: alle elezioni politiche del 1958, i Corleonesi di Leggio puntarono tutto sul candidato numero 1 del PLI, il principe di Giardinelli, già presidente del Consorzio di bonifica del medio e alto Belice che prometteva la costruzione di un’immensa diga con i 37 miliardi e 854 milioni di finanziamenti già assicurati dalla Società Generale Elettrica. Leggio e i suoi avevano fiutato l’affare e non volevano farselo sfuggire. Ma Navarra era contrario alla costruzione della diga e usò tutto il suo peso politico per far eleggere tre candidati democristiani: Bernardo Mattarella, Franco Restivo e Calogero Volpe. La DC a quella tornata raddoppiò i suoi voti e i primi due candidati di Navarra diventarono ministri, mentre il terzo sottosegretario.

Ad avvelenare il clima furono anche i ripetuti furti e danneggiamenti di Leggio e i suoi ad un possidente terriero protetto di Navarra, Angelo Vintaloro, le cui terre confinavano con quelle di Leggio e di Giacomo Riina, zio di Salvatore. Navarra decise così di far eliminare Leggio proprio durante una delle sue scorribande nelle terre del Vintaloro, ma l’attentato fallì. Nessuno seppe della sparatoria nel feudo di Piano della Scala, se non molto tempo dopo, in piena guerra tra la cosca di Navarra (soprannominata la vecchia mafia) e quella di Leggio (detta la mafia delle nuove leve). Approssimativamente, lo scontro a fuoco fu tra il 20 e il 30 giugno 1958.

L’uccisione di Navarra

La risposta di Leggio e degli altri non si fece attendere: il 2 agosto 1958, verso le tre del pomeriggio, nella contrada Portella Imbriaca, agro di Palazzo Adriano, al quindicesimo chilometro della Provinciale Prizzi-Corleone sette killer armati di un fucile mitragliatore americano Thompson, un mitra italiano Breda calibro 6.35 e tre pistole automatiche crivellarono con 124 colpi la Fiat 1100 sulla quale viaggiava Navarra con il medico Giovanni Russo. Novantadue dei colpi sparati furono ritrovati nel corpo del Navarra: Giovanni Russo, colpevole solo di aver offerto un passaggio al potente capomafia, fu ucciso perché aveva visto in faccia gli assassini. Ai funerali, svoltisi due giorni dopo nella parrocchia di San Martino, partecipò tutta Corleone.

La Strage del bastione San Rocco

Fingendo di voler siglare un armistizio con gli uomini di Navarra, rimasti senza capo, Riina diede appuntamento a Pietro Mauri e ai fratelli Giovanni e Marco Marino, con l’unico obiettivo di eliminarli. Al tramonto del 6 settembre 1958, presso il bastione San Rocco di Corleone, mentre Totò intratteneva i navarriani, Bernardo Provenzano e Calogero Bagarella erano appostati in attesa di tendergli un agguato. Fu l’inizio dell’epurazione da Corleone di tutti quelli che erano stati fedeli a Michele Navarra, nonché dei cosiddetti neutrali, che non avevano intenzione di prendere parte alla disputa (fu il caso di Carmelo Lo Bue, anziano mafioso i cui figli erano emigrati negli USA, che proprio poco prima della partenza fu ucciso per non aver voluto fare da intermediatore tra Leggio e i resti della cosca navarriana). Quelli che venivano considerati spie, infami o traditori furono vittime della lupara bianca.

Ascesa in Cosa Nostra

Riina, Leggio, Provenzano e Bagarella si diedero alla latitanza e sbarcarono a Palermo, per presentarsi ai capimafia della città. Il primo ad accogliere i viddani (così erano chiamati i mafiosi di provincia) fu Salvatore La Barbera, rappresentante della famiglia Palermo-centro. La Barbera e il fratello Angelo erano mafiosi imprenditori, dediti all’edilizia: sfruttando i legami con Salvo Lima, sindaco di Palermo dal 1958 e figlio di Don Vincenzo, uomo d’onore della cosca Palermo-centro, e Vito Ciancimino, figlio del barbiere di Corleone e assessore ai lavori pubblici, i fratelli La Barbera prosperavano grazie al cemento. Mentre Leggio girava il mondo e si buttava nel traffico di droga con il siculo-americano Frank “Tre Dita”, i viddani di Corleone Riina, Provenzano e Bagarella eseguivano per conto dei La Barbera piccole cose, in cambio della copertura per la latitanza.

La prima guerra di mafia

Nel febbraio 1962 i fratelli La Barbera e i Greco erano membri di un consorzio che finanziò la spedizione di un carico di eroina dall’Egitto diretta sulla costa meridionale della Sicilia; a sovrintendere le operazioni di carico della merce sul transatlantico Saturnia diretto a New York fu inviato Calcedonio Di Pisa. I boss americani che ricevettero la droga oltreoceano si accorsero che il quantitativo di eroina era inferiore a quello pattuito. Il cameriere a cui Di Pisa aveva consegnato l’eroina fu torturato ma non parlò; quindi i La Barbera cominciarono a sospettare dello stesso Di Pisa, ma la Commissione, chiamata a decidere sul caso, lo assolsero da ogni accusa, nonostante le rimostranze del capo di Palermo Centro.

Il primo atto della “La prima guerra di mafia” andò in scena il 26 dicembre 1962: Calcedonio Di Pisa fu ammazzato in piazza Principe di Camporeale, a Palermo, da due killer che gli spararono addosso con una Trentotto e una doppietta a canne mozze[1]. Poco dopo furono attaccati altri membri della Famiglia di Di Pisa. La reazione non si fece attendere: il 17 gennaio 1963 Salvatore La Barbera sparì improvvisamente a Palermo: la sua Giulietta color ghiaccio fu ritrovata sei giorni dopo nelle campagne della provincia di Agrigento, con le chiavi nel cruscotto, le portiere aperte e la carrozzeria senza un graffio. Si trattava di lupara bianca. Da lì fu un’escalation di omicidi. Anni dopo si seppe che a mettere l’una contro l’altra le famiglie palermitane era stato Michele Cavataio. I Corleonesi di Totò Riina restarono prudentemente fuori dallo scontro, ma alla fine anche il futuro Capo dei Capi fu tra gli 855 sospetti mafiosi arrestati nelle quattro province della Sicilia occidentale, in risposta alla Strage di Ciaculli.

Il 15 dicembre 1963 fu arrestato per un caso fortuito dai poliziotti del commissariato di pubblica sicurezza di Corleone, terza pattuglia di servizio esterno, alle 21:15, lungo la statale Palermo-Agrigento, in località San Michele Arcangelo. Le forze dell’ordine avevano ricevuto una soffiata, ma si aspettavano di cogliere di sorpresa una banda di rapinatori, non certo un sicario ricercato per cinque omicidi “consumati dal settembre del 1958 al luglio del 1962 in concorso con Bernardo Provenzano, Calogero Bagarella e altri ignoti…“. Benché si fosse dichiarato all’arresto come Giovanni Grande, contadino di San Giuseppe Jato, come da carta di identità falsa, Riina fu riconosciuto al commissariato di Corleone dal brigadiere Biagio Melita, nell’ufficio del commissario Angelo Mangano. Il giorno successivo fu interrogato per sei ore di fila dal commissario e poi fu rinchiuso all’Ucciardone di Palermo.

Detenuto all’Ucciardone

Foto segnaletica di Salvatore Riina

Il carcere di Palermo scoppiava di uomini d’onore. La repressione dello Stato aveva funzionato e tra i detenuti eccellenti cominciò a circolare anche l’idea di sciogliere Cosa Nostra. A Corleone il 14 maggio 1964 venne arrestato dal commissario Mangano anche Luciano Leggio, nella camera da letto di Leoluchina Sorisi, la ex-fidanzata di Placido Rizzotto, che aveva giurato di mangiare il cuore degli assassini del suo amato. Lo sbandamento in Cosa Nostra durò poco: il processo per la Strage di Ciaculli, rinominato “Processo dei 114” (in realtà gli imputati erano 113), celebrato a Catanzaro, in Calabria, per legittima suspicione, si risolse con una raffica di assoluzioni e anche le uniche condanne inferte (27 anni per Pietro Torretta; 22 ad Angelo La Barbera; 10 anni per Salvatore Greco e Tommaso Buscetta, condannati in contumacia) non ebbero effetti, in quanto tutti già in libertà per decorrenza dei termini di carcerazione preventiva.

L’Ucciardone si svuotò in tre settimane e nel settimo e nell’ottavo braccio restarono pochi mafiosi, quelli non imputati a Catanzaro, tra cui Totò Riina. Nella sua cella un giorno entrò un picciotto della borgata di Pallavicino, Gaspare Mutolo, che il futuro capo dei capi prese in simpatia. Fu in questo periodo che Totò si conquistò il rispetto degli altri detenuti, distribuendo consigli e diventando il confessore del carcere: durante l’ora d’aria i detenuti si mettevano uno dietro l’altro e in silenzio aspettavano il proprio turno per parlare con lui, che aveva sempre una parola per tutti. Il viddano di Corleone divenne celebre per il proprio carisma ed era temuto per le sue gesta fuori dal carcere. Sapeva tutto degli affari di Cosa Nostra palermitana, tanto da consigliare al suo compagno di cella di stare accanto a Saro Riccobono, una volta uscito di prigione, perché “tutti gli altri saliranno presto in cielo“.

Fu il monopolio dell’informazione, anche dal carcere, lo strumento con cui Totò Riina costruì in quegli anni la sua leggenda, spianando la strada al suo grandioso futuro di Capo dei Capi.

Il 12 gennaio 1966 il mafioso Luciano Raia decise di pentirsi e rivelare al nuovo vicequestore Angelo Mangano e al giudice Cesare Terranova tutto quello che sapeva sugli omicidi di Corleone, accusando esplicitamente Leggio, Provenzano, Riina e gli altri. Terranova verificò una ad una le dichiarazioni del pentito ed era pronto a interrogare Riina, ma quando il 24 marzo 1966 il futuro Capo dei Capi vide nella sala colloqui il vicequestore Mangano con il giudice, si rifiutò di parlare, sostenendo di essere perseguitato come un ebreo.

L’assoluzione: né un mafioso né un assassino

Gli imputati al processo di Bari erano 64, tutti di Corleone. Le udienze furono 47, a tutte partecipò Totò Riina. Il processo finì all’inizio dell’estate del 1969: il sostituto procuratore della Repubblica Domenico Zaccaria chiese 3 ergastoli e 300 anni di carcere per i Corleonesi, nonostante le intimidazioni, tra cui il furto del revolver che il magistrato teneva chiuso a chiave in un cassetto della sua scrivania. Le prove erano schiaccianti. Eppure, la mattina dell’ultima udienza, in aula arrivò una lettera non firmata da Palermo indirizzata a Vincenzo Stea, presidente della prima sezione della Corte d’assise di Bari. Il testo non lasciava spazio a dubbi:

Voi baresi non avete capito o, per meglio dire, non volete capire cosa significa Corleone. Voi state giudicando degli onesti galantuomini, che i carabinieri e la polizia hanno denunciato per capriccio. Noi vi vogliamo avvertire che se un galantuomo di Corleone sarà condannato, voi salterete in aria, sarete distrutti, sarete scannati come pure i vostri familiari. A voi ora non resta che essere giudiziosi.

Risultato: il 10 giugno 1969 la corte lasciò la camera di consiglio e, nonostante le prove schiaccianti, pronunciò 64 sentenze di assoluzione, cancellando le accuse di associazione a delinquere e di omicidio. Nelle 307 pagine di motivazione alla sentenza la corte non arrivò a non riconoscere l’esistenza della mafia “perché non può che prenderne atto“, ma mise nero su bianco che “l’equazione mafia uguale associazione a delinquere, sulla quale hanno così a lungo insistito gli inquirenti e sulla quale si è esercitata la capacità dialettica del magistrato istruttore è priva di apprezzabili conseguenze sul piano processuale“. Il pentito Luciano Raia fu giudicato “un malato di mente”, a seguito di svariate perizie psichiatriche, tanto che i giudici della Corte conclusero che: “Per quanto sopra esposto si può ragionevolmente affermare che non del tutto ingiustificate appaiono le perplessità che insorgono sull’attendibilità del Raia, tali perplessità si aggravano però allorché si passa a valutare la personalità del teste sotto l’aspetto morale.” Da Corleone, infatti, era stato fatto arrivare un testimone, Arcangelo Li Causi, il quale sosteneva di essere certo della depravazione sessuale e dell’omosessualità di Raia. Questo bastò per far dire alla corte nelle motivazioni che “l’intero contenuto delle deposizioni del Raia al quale del tutto immeritatamente è stata attribuita la qualifica di supertestimone” era inattendibile.

Totò Riina fu riconosciuto colpevole solo del furto di una patente, quella che gli ritrovarono in tasca il giorno del suo arresto a Corleone, che gli costò 1 anno e sei mesi di reclusione più 80mila lire di multa. Per il resto, il “viddano” di Corleone, per la legge italiana, non era né un assassino né un mafioso.

La latitanza

Dopo l’assoluzione, Riina e Leggio decisero di restare a Bitonto, in Puglia. Il corleonese richiese anche la residenza, sostenendo di aver trovato un lavoro come commesso nello studio del suo legale di fiducia, Donato Mitolo, ma il 17 giugno vennero notificati a lui e a Leggio fogli di via obbligatori, emessi dal questore di Bari Girolamo Lacquaniti: considerati “socialmente pericolosi”, i due mafiosi di Corleone avevano il divieto di soggiornare in Puglia per 3 anni. Mentre Leggio fu trasferito in una clinica, Riina fu fatto tornare a Corleone. Là fu nuovamente arrestato, per ordine del Tribunale di Palermo, che ne dispose il soggiorno obbligato nella cittadina di San Giovanni in Persiceto, in provincia di Bologna. Ottenuto però un permesso di 3 giorni per sistemare gli interessi della madre vedova e delle sorelle nubili a suo carico, Riina si diede alla latitanza. Era il 18 luglio 1969. Il futuro Capo dei Capi sarebbe rimasto latitante per 24 anni, fino al giorno del suo arresto.

La strage di viale Lazio

Da latitante, Totò Riina decise di prendere ordine solo da Gaetano Badalamenti, il boss di Cinisi. Il quale, conoscendo le doti da sicario del corleonese, di comune accordo con le altre famiglie palermitane, decise di affidargli un incarico di tutto prestigio: eliminare Michele Cavataio, il responsabile della prima guerra di mafia. Il 10 dicembre 1969 sei killer, tra cui Riina, Provenzano e Bagarella, entrarono negli uffici dell’impresa edile Moncada di viale Lazio. Uno di loro, Damiano Caruso, sparò senza aspettare l’ordine di Riina, uccidendo due uomini seduti dietro una scrivania. A quel punto si scatenò l’inferno. Cavataio, soprannominato “la belva” per la sua ferocia (titolo che poi avrebbe finito per ereditare proprio Riina), afferrò una lupara e la scaricò nel petto di Calogero Bagarella. Di risposta, Riina lo uccise con un colpo in fronte. Il cadavere di Bagarella fu seppellito di nascosto e nessuno seppe mai della sua morte: anche quando i resti trovarono posto al cimitero di Corleone, sulla lapide di marmo venne scritto un altro nome. L’unico segno del lutto che aveva colpito la famiglia Bagarella fu la cravatta nera al collo di Riina: Calogero non era infatti solo il fratello della sua fidanzata, Antonina, ma anche il promesso sposo di sua sorella Arcangela, rimasta vedova ancora prima del matrimonio. La strage di viale Lazio rappresentò uno spartiacque dentro Cosa Nostra, segnando per sempre la vita di Palermo.

La morte di Pietro Scaglione, il primo attacco alla Repubblica

Alle undici del mattino del 5 maggio 1971, in via dei Cipressi, il Procuratore capo Pietro Scaglione veniva ucciso da un commando di Corleonesi, capitanati da Totò Riina. Fu il primo omicidio volontario di un esponente dello Stato, il primo attacco diretto al cuore delle istituzioni. La mattina del 7 maggio, nella chiesa di Casa Professa a Palermo, non si svolse alcun funerale di Stato. Non furono presenti né il presidente del Consiglio Emilio Colombo (in Sicilia per un comizio elettorale e ministro di grazia e giustizia ad interim), né il ministro degli Interni, il siciliano Franco Restivo.

 

La conquista di Cosa Nostra

Nel suo piano di conquista di Cosa Nostra, Totò Riina riuscì a conquistarsi due preziosi alleati a Catania e nella provincia di Caltanissetta, rispettivamente Benedetto “Nitto” Santapaola e Francesco Madonia. Il primo insidiava la roccaforte di Pippo Calderone, l’altro quella di Peppe Di Cristina di Riesi. La strategia del futuro Capo dei Capi era semplice: apparentemente sembrava non volere né chiedere mai nulla, nei fatti seminava odio e al tempo stesso guadagnava amici fedeli per la futura guerra nelle varie famiglie, che lo tenevano aggiornato sugli affari e i movimenti dei capifamiglia.

Così facendo, i Corleonesi erano riusciti a mettere la mani sulla totalità degli appalti e dei subappalti per la ricostruzione del Belice, ai danni delle altre famiglie. Se questo mandava su tutte le furie Di Cristina e Calderone, le famiglie palermitane, impegnate nella delicata transizione dal contrabbando di sigarette al traffico di droga, non se ne curavano affatto del potere che U curtu stava guadagnando alle loro spalle.

Il fallito attentato a Di Cristina e l’uccisione di Madonia

Riina si fece un altro potente alleato: Michele Greco, detto il Papa. Fu grazie a lui che il boss di Corleone seppe della proposta di Giuseppe Di Cristina, durante l’abituale riunione delle famiglie alla Favarella, di far fuori lui e Provenzano, considerati schegge impazzite che procuravano solo guai a Cosa Nostra. Il 21 novembre 1977 fu organizzato l’omicidio del capomafia di Riesi, ma i sicari di Riina mancarono il colpo, uccidendo la guardia del corpo. La reazione di Di Cristina fu duplice: da un lato passò diverse informazioni alla polizia sui Corleonesi, dall’altra progettò con Calderone un complotto ai danni di Riina, cercando di scatenare l’ira di Bontate contro Madonia. Il piano fallì, così l’8 aprile 1978 i due boss fecero di testa loro, uccidendo lo storico alleato dei Corleonesi.

La vendetta e il preludio

Giuseppe Di Cristina avrebbe trovato la morte il 30 maggio 1978, a Palermo, per mano di due killer di Riina, con sei pallottole in testa. La sera del delitto fu convocata da Stefano Bontate una riunione nel baglio di fondo Magliocco: c’erano gli Inzerillo, sul territorio dei quali era stato consumato l’omicidio, e altri capimafia, tra cui Michele Greco, che alla fine placò i sentimenti di vendetta dei presenti. Ciononostante, l’8 settembre i Corleonesi uccisero Pippo Calderone. A tenere l’elogio funebre in commissione regionale fu proprio Totò Riina, che aveva ordinato l’omicidio. L’eliminazione dei due capimafia di Cosa Nostra fu il preludio della cosiddetta Seconda Guerra di Mafia. I Corleonesi erano pronti a prendersi Cosa Nostra. (…)

La Seconda guerra di mafia

U curtu, mentre le famiglie palermitane erano letteralmente impazzite per i “piccioli” del narcotraffico, si era nel frattempo creato un gruppo di uomini che rispondeva solo a lui, presenti nelle varie famiglie: furono messi a disposizione per proteggere la sua latitanza, li usò per eliminare i suoi avversari. Della famiglia Pantanna-Mondello aveva l’ex-compagno di cella Gaspare Mutolo e Salvatore Micalizzi; della famiglia Bontate reclutò Pietro Vernengo e Ignazio Pullarà; da San Lorenzo i figli di Francesco Madonia, Giuseppe e Nino; Franco Di Carlo di Altofonte; Giuseppe Giacomo Gambino di Resuttana; Raffaele Ganci della Noce e molti altri. Erano tutti a sua disposizione, nessuno muoveva un dito se non era Totò a chiederglielo.

Il primo a cadere fu Stefano Bontate, il giorno del suo quarantaduesimo compleanno, il 23 aprile 1981: aveva progettato di eliminare Riina, ma era impossibile che il Corleonese non venisse a saperlo. Venne ucciso con tre colpi di kalashnikov AK47, mentre si trovava sulla sua Giulietta 2000 super fermo ad un semaforo in Via Aloi, a Palermo. Ad organizzare l’omicidio ci fu anche il fratello minore di Bontate, Giovanni, che si era messo d’accordo con Riina per prenderne il posto come capofamiglia. Fu l’inizio ufficiale della seconda guerra di mafia.

Poi venne l’ora di Salvatore Inzerillo: convinto di essere al riparo dalle ritorsioni dei Corleonesi per via dei suoi legami con Cosa Nostra americana per il narcotraffico, fu freddato l’11 maggio 1981 a colpi di Kalashnikov, mentre usciva dalla casa della sua amante in via Brunelleschi.

Nel 1981 i morti furono quasi cinquecento. E altri cinquecento vennero sterminati nel 1982 e nei primi 4 mesi del 1983: venivano sterminati anche quelli che non c’entravano coi traffici, non si faceva distinzione. Venivano inseguiti per mezza Europa, catturati, interrogati, torturati e infine fatti a pezzi. Particolarmente efferato fu l’omicidio di Giuseppe Inzerillo, figlio di Salvatore, di soli quindici anni, che aveva giurato di vendicare il padre: Pino Greco gli tagliò il braccio destro con un coltello da pescatore di ricci. Il giovane morì per il dolore e la paura, ma ciononostante il suo cadavere venne mutilato e infine Greco gli sparò un colpo in testa, benché fosse morto.

Gli omicidi eccellenti

Durante la seconda guerra di mafia, morirono anche uomini dello Stato ritenuti pericolosi per gli interessi dei Corleonesi. Il primo politico a cadere fu Michele Reina, segretario provinciale a Palermo della Democrazia Cristiana, il 9 marzo 1979. Poi toccò a Boris Giuliano, allora capo della squadra mobile di Palermo: il 21 luglio 1979, mentre pagava il caffè in una caffetteria di via Di Blasi, a Palermo, Leoluca Bagarella lo uccise con sette colpi di pistola alle spalle.

Dopo Boris Giuliano, morì Cesare Terranova: era il 25 settembre 1979. Tornato a Palermo dopo due legislature da deputato, aveva ottenuto dal Csm il posto di giudice istruttore, posizione da cui poteva portare fino in fondo le proprie indagini, quindi era un pericolo per i futuri interessi di Totò Riina.

Poi venne il turno di Piersanti Mattarella, presidente DC della regione, ucciso il 6 gennaio 1980, seguito dal capitano dei carabinieri Emanuele Basile, il 4 maggio 1980. Il 6 agosto dello stesso anno invece fu ucciso Gaetano Costa, procuratore capo di Palermo, su ordine però di Salvatore Inzerillo, che voleva dimostrare ai Corleonesi che anche i palermitani erano in grado di uccidere uomini dello Stato.

Il 30 aprile 1982 toccò a Pio La Torre, deputato del PCI e relatore in parlamento della proposta di legge per istituire il reato di associazione a delinquere di stampo mafioso. Fu ucciso assieme al suo autista, Rosario Di Salvo. Pochi mesi dopo, toccò al generale Carlo Alberto dalla Chiesa, nominato Prefetto a Palermo, il 3 settembre. Infine, il 29 luglio 1983 morì Rocco Chinnici, reo di aver istituito il coordinamento delle indagini di mafia e di non aver tenuto a freno Giovanni Falcone, che il 9 luglio aveva spiccato 14 ordini di cattura per il delitto dalla Chiesa contro Riina e i Corleonesi.

Capo dei Capi, Buscetta e il Maxiprocesso

Tommaso Buscetta nell’aula bunker del Maxiprocesso

Totò Riina era finalmente il leader indiscusso di Cosa Nostra. Il Capo dei Capi. Aveva riorganizzato le famiglie delle province, si era impadronito del business del narcotraffico dal quale era stato tagliato fuori anni prima dalle famiglie di Palermo, aveva eliminato i suoi avversari più pericolosi fuori e dentro Cosa Nostra. Non aveva calcolato Tommaso Buscetta, il boss dei due mondi, contro il quale u Curtu aveva scatenato una vera e propria caccia all’uomo, benché fosse un esponente della famiglia di Pippo Calò, un vincente quindi: pagò l’amicizia con Bontate e Inzerillo, benché si fosse mantenuto neutrale nella seconda guerra di mafia, ad un prezzo altissimo, con familiari e figli ammazzati. Decise così di collaborare con la giustizia, il 16 luglio 1984. O meglio, decise di collaborare con Giovanni Falcone. E da lì fu un effetto domino e il pentitismo divenne la principale arma della magistratura contro Cosa Nostra e i Corleonesi, permettendo di imbastire il Maxiprocesso di Palermo.

Il 2 dicembre 1984 Riina fece uccidere Leonardo Vitale, il primo pentito che undici anni prima aveva messo nero su bianco la struttura interna di Cosa Nostra, con i nomi degli affiliati. Giudicato infermo di mente da varie perizie psichiatriche e rinchiuso in un manicomio criminale, Vitale fu ucciso mentre tornava dalla messa con la madre. Ad ammonimento di Buscetta e di tutti quelli che avrebbero seguito il suo esempio. Ma non servì. Così come non servì nemmeno l’ordine di uccidere i familiari dei collaboratori di giustizia fino al 20° grado, compresi donne e bambini[2].

La sentenza in primo grado del Maxiprocesso arrivò il 16 dicembre 1987 come una doccia fredda per il Capo dei Capi, ma i suoi referenti politici e gli avvocati lo rassicurarono che anche quel processo si sarebbe perso per strada, com’era stato per Catanzaro e Bari. Così non sarebbe stato. Nel frattempo, Riina fece uccidere Pino Greco, giudicato troppo pericoloso per il futuro della leadership del boss di Corleone, e Vincenzo Puccio, che tentò di organizzare un complotto ai danni del Capo dei Capi.

L’attacco frontale allo Stato

Il Maxiprocesso non si aggiustò come voleva Riina, tutte le promesse fatte dai suoi referenti politici, a partire da Salvo Lima, furono disattese: il 30 gennaio 1992 alle 16.50 la Cassazione confermò tutte le condanne, con una sentenza che avrebbe fatto storia. Il Capo dei Capi andò su tutte le furie e in un summit tenutosi a Valguarnera Caropepe agli inizi di marzo (a cui parteciparono Provenzano, Benedetto Santapaola, Giuseppe Madonia e Michelangelo La Barbera) decise di dichiarare guerra totale allo Stato italiano.

Il primo a morire fu Salvo Lima, il 12 marzo 1992, come avvertimento a Giulio Andreotti, che aveva firmato un decreto che allungava i tempi per la carcerazione preventiva e vietava i domiciliari ai detenuti al 41bis. Per trentacinque anni Lima era stato con le sue 300mila preferenze l’incarnazione del potere andreottiano in Sicilia.

Poi il 23 maggio toccò a Giovanni Falcone, che morì con la moglie Francesca Morvillo e gli uomini della scorta nella Strage di Capaci. Cinquantasette giorni dopo, il 19 luglio, morì anche Paolo Borsellino, che stava indagando sulla morte di Falcone, nella strage di Via d’Amelio.

La reazione dello Stato non si fece attendere: il 26 agosto 47 capimafia e 81 picciotti furono trasferiti con un’operazione top secret dall’Ucciardone alle super-carceri di Pianosa e dell’Asinara. Nel frattempo, due esponenti molto vicini al Capo dei Capi si pentirono: si trattava di Gaspare Mutolo, il suo ex-compagno di cella, e di Giuseppe Marchese, cognato di suo cognato. Poi venne il turno di Baldassarre Di Maggio, l’autista che per anni aveva portato Riina in giro per la Sicilia. Nel frattempo, il 17 settembre c’era stata un’altra esecuzione: quella di Ignazio Salvo, colpevole della stessa colpa di Salvo Lima, non aver fatto abbastanza per disinnescare la sentenza definitiva del Maxiprocesso e come ennesimo avvertimento a Giulio Andreotti[3].

Il Papello e la trattativa

Tra giugno e ottobre del 1992 fu avviata una trattativa tra uomini dello Stato e Cosa Nostra, per porre fine all’escalation di sangue e violenza che aveva dilaniato Palermo. Sulla questione è in corso un processo e la faccenda è tutt’ora oscura. L’esistenza della trattativa è stata 12 marzo [[2012] comunque confermata nelle motivazioni della sentenza del processo a Francesco Tagliavia per la Strage di Via dei Georgofili a Firenze: i giudici della Corte d’Assise di Firenze hanno stabilito che la trattativa “ci fu e venne quantomeno inizialmente impostata su un do ut des […] L’iniziativa fu assunta da rappresentanti dello Stato e non dagli uomini di mafia“.[4]

Secondo varie ricostruzioni, Totò Riina rispose alla richiesta degli uomini dello Stato con il famoso “Papello”, una lista di richieste da soddisfare in cambio della fine delle stragi[5]:

  1. Revisione della sentenza del maxi-processo;
  2. Annullamento del decreto legge 41 bis;
  3. Revisione della legge Rognoni-La Torre;
  4. Riforma della legge sui pentiti;
  5. Riconoscimento dei benefici dissociati per i condannati per mafia (come per le Brigate Rosse);
  6. Arresti domiciliari dopo i 70 anni di età;
  7. Chiusura delle super-carceri;
  8. Carcerazione vicino alle case dei familiari;
  9. Nessuna censura sulla posta dei familiari;
  10. Misure di prevenzione e rapporto con i familiari;
  11. Arresto solo in flagranza di reato;
  12. Defiscalizzazione della benzina in Sicilia (come per Aosta);

L’arresto

La villa in via Bernini

Il 15 gennaio 1993 Totò Riina fu arrestato[6] al primo incrocio davanti alla sua villa in via Bernini 54 a Palermo, insieme al suo autista Salvatore Biondino, grazie alle dichiarazioni rese dal pentito Baldassarre Di Maggio al generale dei carabinieri Francesco Delfino. L’arresto fu eseguito dal Crimor, la squadra speciale dei ROS guidata dal Capitano Ultimo. Con l’arresto del Capo dei Capi, Cosa Nostra si divise in due, tra quelli che erano contrari a nuove stragi, guidati da Bernardo Provenzano, e quelli che invece erano favorevoli alla prosecuzione della strategia stragista, guidati da Leoluca Bagarella. Alla fine, la spuntò quest’ultimo e gli attentati continuarono.

Il primo fu escogitato il 14 maggio 1993 ai danni di Maurizio Costanzo: un’autobomba imbottita di 90 Kg di tritolo esplose in via Ruggero Fauro a Roma, ma senza causare vittime. Il 27 maggio ci fu la Strage di Via dei Georgofili a Firenze e il 27 luglio quella di Via Palestro a Milano. Due autobombe esplosero invece nella notte tra il 27 e il 28 luglio fuori le basiliche di San Giovanni in Laterano e San Giorgio al Velabro a Roma. Il 15 settembre, infine, fu ucciso Don Pino Puglisi, parroco impegnato nel contrasto ai clan nel quartiere Brancaccio di Palermo. Venne sequestrato anche il piccolo Giuseppe Di Matteo, figlio del pentito Santino, allo scopo di indurlo a ritrattare le proprie dichiarazioni. Il 31 ottobre, infine, vi fu un fallito attentato allo stadio Olimpico di Roma.

*PER QUANTO ANCORA MAL CONTESTUALIZZATA E’ LA BIOGRAFIA PIU’ ONESTA IN CIRCOLAZIONE. Va integrata. (da wikimafia)

 

 

M5S: Cancelleri, abbiamo bisogno di maggioranza solida Ars

Solo per Adulti

Nel caos torbido che segna questo dopo-elezioni nella sicilietta italienata pare che al peggio non ci sia fine. La cosa non ci sorprende. Il nuovo presidente della Regione -eletto con appena il 17% reale- appare ostaggio dei suoi “alleati” (sia ufficiali che informali): è un problema suo. Se la caverà.

L’ARS -il sedicente “parlamento più antico del Mondo”- è una PALUDE che fotografa la condizione coloniale (e il vuoto demografico-generazionale) dell’Isola Contesa. Kista è a zita.

La resistenza istituzionale (provvidenziale) è espressa dalla deputazione del M5S alla quale ci pare logico debba essere affidata la carica di presidenza dell’ARS.

GIANCARLO CANCELLERI -M5S- che (gli) piaccia o meno -è il candidato naturale alla presidenza del PARLAMENTO SICILIANO, a garanzia di TUTTI!. Ad maiora.

A prescindere: la Regione fallita è una bomba a orologeria. E il timer non è in Sicilia.

Mario Di Mauro – https://terraeliberazione.wordpress.com/2017/10/31/alta-marea-sullisola-contesa-vaccinazione-contro-le-illusioni-elettorali/

Più chiaro di così!
Buonanotte!
->possiamo provare a “limitare i danni”: nulla di più.

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https://terraeliberazione.wordpress.com/2017/10/31/alta-marea-sullisola-contesa-vaccinazione-contro-le-illusioni-elettorali/

Correva l’anno 2008… In Sicilia, gli indipendentisti di TerraeLiberAzione, insieme al neonato MPA- stavamo sfidando il PET COKE assassinio prodotto e riciclato dalla tricolorata multinazionale vel-ENI a GELA, anche cercando di porre la questione delle “accise miliardarie” che ROMAFIA CAPITALE ci rubava. Apriti Cielo! (…)

Intanto l’ENI –nella logica delle sue TANGENTI MEDIATICHE LEGALIZZATE- si inventava il tabloid ”Oil”, dedicato ai problemi del petrolio. A Lucia Annunziata –tra gli altri “arruolati”- veniva assegnato un compenso di 150mila euro annui. Per soli quattro numeri in 365 giorni. Dubitiamo che Lucia Annunziata abbia mai sudato un solo euro di quei “30 DANARI”!.

Cara Lucia da Sarno, che Lei sia per tanti una “MERCENARIA-EMBEDDED” è evidente, ma che si possa permettere di INSULTARE in RAI il nostro Fratello ROBERTO LA ROSA –Siciliano Libero e candidato presidente della Regione Fallita- è solo “colpa” di un “Popolo” sprofondato nella MISERIA culturale e nell’IMPOTENZA geopolitica.

Si faccia però una domanda e si dia una risposta:

I SICILIANI LIBERI e CONSAPEVOLI siamo “piccola cosa”, è vero. Ma quella “grande” è Lei?. Ne è sicura?.

Ad maiora!.

@La comunità siciliana “TerraeLiberAzione”

LEGGI -> https://terraeliberazione.wordpress.com/veleni/

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