settemezzo

leggi qui:

https://terraeliberazione.wordpress.com/2017/09/10/a-palermo-riscoprendo-la-rivoluzione-del-settembre-1866-la-comune-del-sette-e-mezzo/

 

manifesto settemezzo

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analizzatore

Istituto TerraeLiberAzione.
In Difesa dei GRANI ORIGINALI (sani, sovrani e fertili).
CI METTIAMO IN PROPRIO? – con due semplici analizzatori le ANALISI le facciamo “a controspionaggio”!. Due macchinette, forse una sola. E vediamo chi capisce il Partito-CoScienza TerraeLiberAzione.
Terraeliberazione – Der Neue Sizilianer – The New Sicilian

http://www.agriexpo.online/it/fabbricante-agricolo/analizzatore-cereali-1233.html

testata-agosto2016terraeliberazione-agosto2016

 

NON CI FERMERETE! @TERRAELIBERAZIONE.

EDIZIONI TERRAELIBERAZIONE 
siamo lieti di comunicare la ripubblicazione del primo numero tipografico di TERRAELIBERAZIONE- PRIMAVERA 1987.

E’ passato tanto Tempo, alcune intuizioni sono state sviluppate e superate, anche dalla Realtà del Mondo, ma sull’essenziale è come se fosse stato scritto stamattina.

1987-Leggitillu, pari scrittu stamatina!

Stiamo lavorando alla raccolta completa -che includerà, in appendice, documenti e lettere (preziose le LETTERE MANOSCRITTE di ZITARA alla sua “cara Terraeliberazione”: un centinaio di pagine fitte).
La sintesi è fatta: circa 1200 PAGINE.
Pani, Pacenzia e Tempu!.

Terra e Lib pag1ZEROTIPOGRAFICO- 1987 TERRAELIBERAZIONE-LEGGILO!

saracinu

L’OPRA DEI PUPI

di MARIO DI MAURO (@2002)

Quando la Rai, nel 1972, s’accorse dell’Opra dei Pupi e ne riprese tre rappresentazioni, la prima era su Orlando, la seconda su Don Chisciotte e la terza su Garibaldi. Le prime due vennero mandate in onda, con ottimo successo di pubblico e risalto sui giornali. La terza venne bloccata dalla censura. Come mai?.

Il “Grande Puparo” muove i fili, inscena la sua Opra, produce il suo Spettacolo coloniale: la Sicilia ne costituisce un Teatro di prestigio, in cui inscenare la Realtà capovolta di una Terra povera e bisognosa di caritatevoli “aiuti comunitari”, abitata da un Popolo da sempre dominato e incapace di intendere e di volere alcunchè.

Oggi che la guerra si chiama pace, l’oppressione è venduta come libertà, il Mondo diventa tutto un’Opra dei Pupi e il linguaggio un’arma di distruzione di massa…Se la Sicilia può essere metafora del Mondo, la storia sconosciuta dell’Opra dei Pupi ha qualcosa da raccontarci. In origine, nella prima metà dell’Ottocento, l’Opra siciliana dei pupi inscenava l’intera storia del Mondo, “da Achille a Mosè all’ultimo bandito”. Attingendo alla tragedia classica e al teatro spagnolo d’armi e d’amore, ma anche a Shakespeare, essa esprimeva “un’idea drammatica della storia a livello di cultura popolare, dove affioravano aspirazioni e conflitti che il core paladino della gente sollevava nei confronti del potere…” (F.Pasqualino).

Dopo l’invasione anglo-piemontese e l’annessione catastrofica dell’Isola al Piemonte (1860), anche l’Opra venne colonizzata. Cominciarono col falsificarne l’atto di nascita: infatti, nella storiografia colonialista, essa -malgrado avesse già mezzo secolo!- ha “nascita garibaldina”. Mentre, insieme al filone “tricolore”, prende il sopravvento quello della Chanson de Roland.

Anche questo filone è figlio d’una manipolazione pacchiana della Storia, della quale, però, i pupari siciliani non sapevano nulla. Andiamo in Francia.

La Chanson de Roland venne composta all’inizio del secolo XII e narra eventi dell’anno 778. E’ come se leggessimo sul giornale di stamattina, in cronaca, d’un fatto accaduto nel 1700!.

Qual era l’ideologia dominante nella Francia del tempo?. Cosa avevano in testa?. E’ così che si ricostruisce la Verità della Cose. C’erano le Crociate ed era iniziata la “Reconquista” di Al Andalus, la Spagna islamica. L’impero islamico, come tutti gli imperi, aveva imboccato la fase calante della sua lunga parabola: in Siqillya, per esempio, i conflitti interni tra i vari kaid locali avevano aperto la via all’inserimento politico d’alcune centinaia di cavalieri normanni, che “vi giunsero a piedi” dalla Puglia, dove avevano lasciato la loro religione per abbracciare, in cambio di riconoscimento politico, quella “romana”. In Siqillya, come si sa, assimilarono arte, scienza, cultura amministrativa…e fondarono un Regnum indipendente, “uno stato islamico con un re cristiano” (H.Bresc). Questo innesto, nella storia siciliana, fu “provvidenziale”.

L’idea della Crociata nasce in un determinato clima politico, ed ha radici esclusivamente economiche. Si radicò invece in quella Francia il cui potere temporale fu artefice, sotto la maschera della lotta alle eresie, della irrimediabile secolarizzazione del cattolicesimo. E l’ideologia dominante, com’è ovvio, contribuisce ad alimentare questo clima.

Si inventano “i saraceni”, sintesi di tutto il male possibile: sanguinari, infidi, stupratori, pedofili, terroristi…vi ricorda qualcosa?.

La celebre battaglia di Roncisvalle in cui i prodi cavalieri cristiani sbaragliarono le soverchianti truppe “saracene” accadde veramente: peccato che non fu combattuta contro “i saraceni” bensì contro guerriglieri baschi “cristiani” per il controllo dei Pirenei. Di islamici non c’era manco l’ombra!.

Mentre la battaglia di Poitiers (732) “mirava a piegare Tours e le ricchezze dell’Abbazia di Saint Martin” (A.Ruscio).

Scrive, riferendosi a quei secoli, Henri Pirenne: “sulle rive del Mediterraneo si estendono ormai due civiltà diverse ed ostili”. E’ a questa ostilità, vera bestemmia contro il Dio Unico che il Deserto ha donato al Mediterraneo, alimentata per secoli dalla Chiesa romana e corrisposta in misura assai minore nelle città di Barberìa, che attinge l’ideologia della Chanson de Roland.

L’epos medievale, che trova sintesi nella Chanson de Roland, si definisce attraverso la netta contrapposizione tra spazio proprio e spazio altrui, dove il “campo pagano”, che assedia incombente la “cristianità”, appare un precipitato delirante e caotico simboleggiato nel sogno di Carlo da “una accozzaglia informe di animali e demoni adoranti Maometto, Macone e Apollo” (C.Acutis, La leggenda degli infanti di Lara). Una caricatura ideologica senza capo nè coda.

In verità v’è un filo oscuro che collega il genocidio dei Catari in Provenza, ai roghi delle ostetriche siciliane accusate di stregoneria, alle Crociate in Palestina, alla Reconquista castigliana, alla battaglia di Lepanto, “a quel complotto riuscito che fu la “scoperta” dell’America”…

Ad ogni modo ha ragione il grande storico spagnolo Americo Castro: l’aggressione “cattolica” contro Al Andalus, la Spagna islamica, che si prolunga fino alla cacciata degli Ebrei nel 1492 ad opera dei Re “cattolicissimi” non configura alcun ritorno alla “radici cristiane” della penisola iberica, quanto l’imposizione di un modello franco-germanico feudale e genocida.

La “cacciata degli ebrei” venne attuata, con effetti devastanti, anche nella Sicilia ormai inspagnolata: Siciliani sefarditi, di religione ebraica e di lingua siqilly, siculo-araba, molti dei quali si rifugiarono a Thessalonika (Salonicco), dove, percependosi sempre come Siciliani in Esilio, svilupparono l’industria tessile e vestirono i giannizzeri ottomani…Non meno che orafi a Marrakesh…E alcune migliaia scamparono addirittura a Roma: piazza delle Cinque Scole, nel cuore del ghetto, sta ancora là…Una delle Cinque Scole era quella siciliana.

A noi rimase l’ ispanica cultura doloristica, di morte e di rassegnazione, che ha prodotto in Sicilia più danni della petrolchimica colonialista e della mafia messe insieme, trovando sintesi, grandiosamente tragica, nel martirio di un Cristo nudo e sanguinante, trafitto di spine perfino nella Lingua…Una scultura lignea di Fra Umile da Petralia -si trova a Malta, credo: ma non l’ho trovata- è straordinaria icona della crocifissione del Popolo Siciliano. Un Popolo che r/esiste senzatempo nella Notte dei Beati Paoli e nelle oceaniche processioni barocche del Venerdì Santo.

Ecco, dietro la Chanson de Roland, al di là della sua bellezza estetica, c’è una ideologia imperialista che ha alimentato, nella lunga durata, le “guerre costituenti” dell’Europa e il suo espansionismo coloniale, predatorio e genocida nel Mondo intero, che trova sintesi in quelle forze mentali, doppiogiochiste, che oggi raccontano l’Altro come l’inventato “Paladino di Francia” vedeva l’inesistente terribile “Saraceno”.

Torniamo ai nostri pupi. Sei secoli dopo, al sovra descritto prodotto ideologico attingeranno, ignari, anche i pupari siciliani.

Quando la Rai, nel 1972, s’accorse dell’Opra dei Pupi e ne riprese tre rappresentazioni, la prima era su Orlando, la seconda su Don Chisciotte e la terza su Garibaldi. Le prime due vennero mandate in onda, con ottimo successo di pubblico e risalto sui giornali. La terza venne bloccata dalla censura. Come mai?.

Era su Garibaldi, ma non ne cantava le lodi fasulle. L’annessione truffaldina del 1860 veniva presentata in chiave ironica e veritiera attraverso gli occhi di un pescatore di Marsala realmente esistito, il quale fu l’unico marsalese a seguire il falso “Eroe” nella conquista dell’Isola, resa possibile, come si sa, grazie al sostegno della massoneria e della marina inglesi, all’invasione d’un corpo di spedizione di 22.000 piemontesi e mercenari ungheresi e zuavi, alle promesse-vasellina di “terra ai contadini”, “autonomia bancaria”, “assemblea costituente”, ben presto “plebiscitate” nella truffaldina annessione all’italietta delle massomafie tosco-padane.

La Sicilia venne saccheggiata e rapinata: neanche la Chiesa venne risparmiata. La terza flotta commerciale del Mondo, quella delle Due Sicilie, venne demolita prima dell’apertura del Canale di Suez: un concorrente in meno. Gli zolfi e il salnitro = polvere da sparo made in Sicily servirono a fare l’Impero: quello di Sua Maestà Britannica.

Il povero Ninuzzo Strazzera, pescatore in Marsala, divenne lo zimbello del paese!. E questo kuntava l’Opra censurata e mai più trasmessa dalla Rai. La voce di Garibaldi era quella di Arnoldo Foà, la regia di Paolo Gazzara. L’unico Spettacolo autorizzato è quello coloniale. Non saranno effimere “campagne elettorali” animate da volenterosi partitini sicilianisti a liberare il Cammino del Sicilianu Novu verso l’Isola-Giardino. Viviamo dentro una Grande Bugia e ci hanno convinti che senza “tutela esterna” siamo persi. Roba da etnopsichiatria, e guai a dire tantikkia di Verità: che noi Siciliani non siamo migliori nè peggiori di altri Popoli, ma che come tutti gli altri popoli abbiamo diritto ad essere liberi e indipendenti!. Apriti cielo!. E nuatri u dicemu u stissu, pikki’ semu tinti!.

Pani, Pacenzia e Tempu.

@Etna 2002. Mario Di Mauro -estratti da uno studio inedito (Archivio di TerraeLiberAzione)

Cerchiamo questo libro IN BUONE CONDIZIONI. Niente copie sottolineate, schifiate e danneggiate. Il suo contenuto -nell’essenziale- lo conosciamo già.

@Biblioteca dell’Istituto TerraeLiberAzione.
 per contatti: edizioniterraeliberazione@gmail.com

libri perduti

 

Il problema principale che abbiamo dovuto affrontare sul terreno decisivo della RICERCA STORICA, nel cammino trentennale di TerraeLiberAzione, è stato indubbiamente costituito dalla FALSIFICAZIONE coloniale della REALTA’ siciliana e dei suoi CONTESTI, del suo presente e del suo passato, della sua stessa GEOGRAFIA!. Il nostro “PASSATO che NON PASSA”, la nostra periferica “Isola REMOTA”, manco fossero le Galapagos!.

Del tutto secondaria, ma non irrilevante, è la problematica connessa all’attendibilità delle fonti orali o scritte dei “Testimoni” -prodotte spesso dopo silenzi decennali- che abbiamo avuto modo di acquisire. Non discutiamo dunque di “falsificazione”, ma di meccanismi di funzionamento del cervello e non solo di quello…

La metodologia scientifica della ricerca storica si misura fin dal suo sorgere col tema delle False MEMORIE  prodotte da protagonisti o testimoni di FATTI storici: ingigantire o sminuire, ma anche decontestualizzare, è tipico del “cervello individuale”.

In breve, con False MEMORIE va intesa la creazione, sostanzialmente inconscia, di ricordi  più o meno inventati o distorti, come nel caso della ricombinazione irreale di frammenti reali di memoria. Una corrente di studi psicoteraputici specializzata nella ricerca sugli abusi sessuali infantili ha definito la «sindrome della falsa memoria» (FMS), ma non è il nostro caso!.

Nel corso del nostro lavoro trentennale -specie sugli ANNI QUARANTA del NOVECENTO siciliano di cui abbiamo avuto modo di conoscere diversi testimoni e protagonisti- il problema si è presentato diverse volte, ed è stato sempre affrontato con METODO e discernimento rigorosi. E con PAZIENZA, sempre affettuosa. Grazie a questo METODO praticato nella PAZIENZA abbiamo avuto modo di acquisire informazioni preziose, spesso verificate ed utilizzate nei nostri lavori, a volte lasciate nella plausibilità e dunque semplicemente tenute in qualche conto. In qualche caso del tutto scartati in quanto False MEMORIE.

Va da sé che la RICERCA STORICA, tanto più nella nostra SCUOLA secolare del REALISMO DIALETTICO, situa i FATTI in CONTESTI e DINAMICHE che quasi sempre sfuggivano alla COSCIENZA dei loro stessi “attori e spettatori”. Le False MEMORIE  prodotte da protagonisti o testimoni di FATTI storici costituiscono una ulteriore complicazione del LAVORO scientifico. Il METODO critico, in genere, con umiltà e rigore, sa come affrontarle.

Molti anni fa ci è stato detto: “ma come, sta cosa l’ha scritta Tizio, quest’altra l’ha detta Caio…che erano lì in quel momento…”. La dissero e la scrissero dopo 30 anni. E “in quel momento” capivano ben poco di quel che certamente stavano facendo o vedendo!. Cosa capivano le masse di ragazzi siciliani e meridionali mandati subito in primalinea, al macello, nelle NEBBIE della prima Guerra Mondiale, per tricolorare le “Terre Irredente”?. E cosa capirono dopo?. E così via.

Sia chiaro, c’è tutta una casistica e il rischio delle False MEMORIE non risparmia nessuno. Se la STORIA è Maestra di Vita, anche le sue False Memorie possono insegnarci qualcosa. Una almeno: vigilare su sé stessi con spietatezza. E’ un anticorpo, un vaccino, una risorsa per la Vita e per la Lotta. Ai nuovi compagni e compagne che stanno aderendo al Cammino di TerraeLiberAzione: tenetelo bene in MEMORIA. Quella vera.

La CoScienza ri-evoluzionaria del SICILIANU NOVU  vincerà sicuramente sulle pianificate falsificazioni storiche che alimentano lo SPETTACOLO coloniale, ma deve riguardarsi anche dalle falsificazioni più subdole, quelle prodotte in buonafede dagli Abissi dell’Inconscio. La CoScienza ri-evoluzionaria deve vaccinarsi da tutte le illusioni, da tutte le ideologie, da tutti i fideismi ciechi…che, su scala più vasta, risultano costruiti su Memorie FALSIFICATE e su False MEMORIE.

Mario Di Mauro

TerraeLiberazione marzo-aprileTerraeLiberazione marzo-aprile 2017

In Sicilia -1947.
La banda Ferreri-Giuliano serviva a questo: ne conoscevano con precisione anche il campo-base. La “Repressione del Banditismo” – falsa flag coloniale- fu LEGITTIMAZIONE e NEBBIA PERFETTA per REPRIMERE E TERRORIZZARE UN POPOLO INTERO. E la nota Banda –di modello Gladio- che lo capissero o meno, nulla ha a che vedere con l’EVIS, partito-strategia / armato, di prospettiva socialista, che nasce e muore con CANEPA E ROSANO. Punto.
Fermo restando che i morti vanno rispettati: TUTTI e che lavoriamo per la VERITA’: qualunque essa sia.

Ancora a proposito di Salvatore Giuliano (Montelepre 1922 – Castelvetrano 1950).
E’ passato tanto tempo da quando il reporter Micheal Stern inventava il “King of the Bandits” sulla più prestigiosa rivista di quel mondo-> Life Magazine (23 Febbraio 1948). E’ passato tanto tempo da quel 5 luglio del 1950 in cui ufficialmente Turiddu Giulianu venne tolto di mezzo, sebbene “l’unica cosa sicura è che è morto”. Ce ne siamo occupati diverse volte negli ultimi decenni, siamo vecchi amici della famiglia Giuliano-Sciortino…se ritorniamo sull’argomento è perché in questo anno 2016 dovrebbe scadere il SEGRETO di STATO sulla vita e sulla morte di Salvatore Giuliano. Si sa di due voluminosi faldoni custoditi al Ministero dell’Interno e di molti altri documenti custoditi al Ministero della Difesa. Cosa ci sia ancora da nascondere facciamo finta di non saperlo…
Le prove, per esempio, che nella primavera del 1948 il leader della Democrazia Cristiana palermitana incontra Salvatore Giuliano offrendogli la grazia (o una via di uscita, forse in Brasile, nelle vaste tenute di un principe siciliano). Della “trattativa” era informato il Ministro degli Interni, un altro siciliano.
Il politico si chiamava Bernardo Mattarella. Il ministro era Mario Scelba. Il principe era Alliata. E’ solo una delle pagine del “romanzo criminale” di una Tragedia greca avvolta nelle nebbie dello Spettacolo coloniale che tutto ammuccia e mascaria.
Chiediamo al Presidente della Repubblica e al Ministro degli Interni la pubblicazione integrale di quanto segretato. Nulla di più.
Allo stesso tempo invitiamo pubblicamente il direttore dell’Enciclopedia Treccani a riaprire la voce “Giuliano” su almeno un punto: “EVIS -Esercito Volontario per l’Indipendenza Siciliana, formazione militare clandestina aderente al MIS (Movimento per l’indipendenza della Sicilia), attiva dal 1944 al 1946. Fra i suoi massimi esponenti furono il giurista A. Canepa (1908-45) e il bandito S. Giuliano”.
L’EVIS nasce e muore col professore CANEPA (il 17 GIUGNO 1945) e non ha mai avuto alcun rapporto di alcun genere con la “Banda di Montelepre”. Il resto non ci interessa, in realtà lo sappiamo. Invieremo ufficialmente un dossier all’amico Massimo Bray –direttore dell’Istituto Treccani. In verità la figura del professore Canepa –capo partigiano e raffinatissimo intellettuale europeo- è oggetto del più spaventoso depistaggio dell’intera storia siciliana del Novecento.
Per quanto riguarda la nostra posizione storica sulla “Banda Ferreri-Giuliano”, allo stato dell’arte, in attesa di poter accedere ai miserabili Segreti di Stato, è la seguente…

LEGGI: https://terraeliberazione.files.wordpress.com/…/terraeliber…
@mdm

da antudo.info
->Pubblichiamo un testo tratto da “Il separatismo Siciliano, dalle carte del servizio informazioni militare” di Antonello Battaglia:
anno 1947
[…]Con l’arrivo del nuovo contingente, l’11 febbraio iniziarono 8 cicli di operazioni in grande stile in Sicilia occidentale.
– Primo ciclo: Lo Zucco-Sagana;
– Secondo ciclo: Camporeale-Corleone;
– Terzo ciclo: M. Mirto-Pina degli Albanesi;
– Quarto ciclo: M. Scuro-Prizzi;
– Quinto ciclo: Alcamo-Gibellina;
– Sesto ciclo: detto “Occidentale A”;
– Settimo ciclo: dintorni di Palermo;
– Ottavo ciclo: Rocca Busambra.
Alle prime luci dell’alba i paesi venivano circondati e si procedeva alla perquisizione sistematica di tutte le abitazioni con il sequestro delle armi e l’arresto dei possessori.
Lo scopo dei rastrellamenti era di:
«[…] Dimostrare ai banditi che la montagna non era un rifugio sicuro ed inaccessibile alle forze dell’ordine;
di scompaginare e disorientare la loro organizzazione; di metterli in stato di crisi, soprattutto logistica;
di dimostrare alle popolazioni che con il loro favoreggiamento attiravano frequenti azioni di rastrellamento e perquisizioni con i conseguenti disagi per le popolazioni stesse;
di fermare molti traviati che già erano sulla via di darsi al banditismo».
Primo ciclo Lo Zucco-Sagana. La necessità dell’operazione derivava, più che da precise informazioni contingenti, dalla opportunità di battere e poi presidiare la zona base della banda Giuliano in modo da impedire – nell’ipotesi di minore riuscita – l’utilizzazione di una zona sicura e favorevole per popolazione amica e ambiente ben conosciuto.
Furono organizzati 13 posti di blocco della forza di 25-50 soldati e 5-10 carabinieri ciascuno – con riserva di 100 fanti del I/139° a Partinico – con il compito di isolare e sorvegliare tutta la
area da rastrellare. Oltre a Lo Zucco e Sagana, fu previsto uno sbarramento a Passo Scifo e un servizio di nuclei di protezioni nella zona di Montelepre. La forza complessiva era di 1200 fanti e 250 carabinieri.
[…]
Con l’ottavo ciclo di operazioni terminavano le azioni in grande stile nella Sicilia occidentale, erano stati fermati 2083 individui sospetti e sequestrati: 3 cannoni da 47/32,96 fucili da guerra, 3 fucili mitragliatori, 2 mitragliatrici, 2 mitra, 46 pistole, 153 fucili da caccia e 248 bombe a mano. Anche se la banda Giuliano non era stata sgominata, era stato dato un forte segnale. Entro la fine dell’anno sarebbero state scoperte 200 associazioni a delinquere, 1176 fuorilegge arrestati e 19 uccisi.

L'immagine può contenere: 4 persone, persone in piedi e spazio all'aperto

settemezzo

LEGGI in pdf -> https://terraeliberazione.files.wordpress.com/2016/09/di-mauro-vol-palermo.pdf

“In politica avviene come in poesia. Le rivoluzioni non sono mai fatte su ordinazione”. (Marx)

Il “Sette e Mezzo” siciliano –dalla durata dei suoi giorni, “non si inscrive nel lungo elenco delle revolutions improvisées, come le chiamano i francesi…”. (Marx)

***

Tra l’altro…Mercoledì 20 settembre
Palazzo delle Aquile -Palermo / ore 17:00
Presentazione del volume di Rino Messina ->
“La repressione postuma. Palermo 1866: una rivolta breve e il suo epilogo giudiziario” -contestualizzano M.Di Mauro (TerraeLiberAzione) e G.Vitale (centro sociale ex-Carcere).

Programma :
Sabato 16 Settembre dalle ore 16:00
inaugurazione mostra documentaria sulla rivolta del sette e mezzo a Palermo presso la Residenza Universitaria San Saverio all’Albergheria a cura del Centro studi Zabùt

domenica 17 settembre 
esposizione prodotti tipici “biodiversità siciliane”
a cura di Simenza – cumpagnìa siciliana sementi contadine

ore 17.00 Centro Sociale ExKarcere via san basilio 17
laboratorio pasta di grani antichi siciliani
a cura di Simenza – cumpagnìa siciliana sementi contadine
cena sociale

Lunedì 18 settembre ore 18:00
Quattro Canti
“Sette e Mienzu” azione teatrale

Martedì 19 settembre ore 16:00
Museo internazionale delle marionette Antonio Pasqualino
Spettacolo dei pupi per i bambini dei quartieri di Palermo

Mercoledì 20 settembre
Palazzo delle Aquile ore 17:00
Presentazione volume Rino Messina
“La repressione postuma. Palermo 1866: una rivolta breve e il suo epilogo giudiziario” -introducono Di Mauro (TerraeLiberAzione) e Vitale (centro sociale ex-Carcere).

Giovedì 21 settembre ore 22:00
Piazza Bologni
Musiche e danze popolari Siciliane
con-
– Sara Romano
– Angelo Daddelli & I Picciotti & guest Aristocrasti duo
– Rosa, la Cantatrice del Sud ( tributo a Rosa Balistreri) – Debora Troía é Tobia Vaccaro
Danze Popolari a cura di Palermo Anima Folk PAF
Durante il concerto sarà visitabile una mostra documentaria sulla rivolta del 7 e mezzo a Palermo realizzata dal Centro studi Zabùt
INGRESSO LIBERO

Venerdì 22 settembre
ore 17:00 Corteo Popolare dal Borgo Vecchio all’Ucciardone

sizilianer-copertina

leggi -> in tedesco/setteemezzo

Nel 150° della “Comune di Palermo”

Lezioni attuali dalla Rivoluzione siciliana del “Sette e Mezzo”.

“Viva la Sicilia! Viva la Repubblica! Viva Santa Rosalia!”

di MARIO DI MAURO (@2016)

bandiere rosse pulite

SETTEMBRE NERO 1866. La Rivoluzione ANTICOLONIALE e proletaria del “Sette e Mezzo” per l’Indipendenza OPERAIA del Popolo Siciliano venne massacrata dall’Italia risorgimentata e dalla sua aristo-borghesia isolana.

La sollevazione popolare del Settembre 1866, non fu una semplice rivolta come hanno voluto farci credere,  ma molto di più. Una rivoluzione anticoloniale e proletaria che anticipa, per molti aspetti, e certo anche nella malasorte, la Comune di Parigi del 1871. Resta la pagina più importante della Storia del Popolo lavoratore siciliano degli ultimi 150 anni. Non vedremo folla nel ricordarlo, ma ci siamo abituati…

@settembre 2016. TerraeLiberAzione.

La Rivoluzione ANTICOLONIALE e proletaria del “Sette e Mezzo” per l’Indipendenza OPERAIA del Popolo Siciliano venne massacrata dall’Italia risorgimentata e dalla sua aristo-borghesia isolana.

Il “Sette e Mezzo” –dalla durata dei suoi giorni, “non si inscrive nel lungo elenco delle revolutions improvisées, come le chiamano i francesi…”. (Marx)

Fu piuttosto una Rivoluzione POLITICA che anticipa, per molti aspetti e certo anche nella malasorte, la Comune di Parigi del 1871. Non fu dunque una “RIVOLTA”. E’ una “RIVOLUZIONE” che determina, come vedremo, una situazione di DOPPIO POTERE. La RIVOLUZIONE siciliana del Settembre 1866 -detta del “Sette e Mezzo” per la durata dei suoi giorni- fu ANTICOLONIALE e proletaria.

Nella pluralità delle sue componenti e nella forma che tentò di darsi si configura come la COMUNE di PALERMO.

Solo i suoi giorni vennero infine contati. L’unica cosa sicura è la cifra: 7 e mezzo. Non vennero contati i morti. In migliaia non hanno nome. Fosse comuni nelle macerie dei bombardamenti con cui la Marina italiana demolì interi quartieri di Palermo. E’ probabile che ne camuffarono centinaia tra i 65.000 morti causati dall’epidemia di COLERA scoppiata proprio in seguito alla rioccupazione coloniale dell’Isola da parte delle truppe tricolorate rientrate dall’aggressione al Veneto insieme al MORBO. Nulla ci fecero mancare. Anche gli UNTORI!.

Eroi e Martiri senza nome, migliaia di Siciliani caddero combattendo per Terra e Libertà, anche sotto i bombardamenti scatenati dalla flotta militare tricolorata che rientrava dalla disfatta di Lissa nella guerra antiaustriaca, che ci viene spacciata come Terza Guerra per l’Indipendenza -> delle massomafie tosco-padane.

Tutte le Fonti storiche sono state inquinate. Ancora oggi le sole tracce ufficiali si trovano sui siti dell’Arma dei Carabinieri etc. Inutile dire cosa riportino. Si illuda chi vuole, ma questo è il nostro “PASSATO che NON PASSA”. Quel che a tanti appare solo “ricerca storica” sul PASSATO, più o meno “inutile”, per la nostra Scuola del REALISMO DIALETTICO, è AZIONE POLITICA nel PRESENTE.

IL CONTESTO-

“Nel 1859 i sudditi sabaudi si ritrovavano uno Stato piegato dai debiti , senza che le industrie liguri e piemontesi fossero in condizione di varare un piroscafo o di costruire più di due locomotive all’anno. Ma pare che la fortuna aiuti gli audaci, e anche i giocatori che bluffano. Difatti, il conto, lo pagheranno le regioni annesse”. (N.ZITARA)

Va detto che l’obiettivo iniziale del cosiddetto “Risorgimento” non è l’espansionismo piemontese, né l’annessione coloniale delle Due Sicilie, ma l’emancipazione della borghesia toscopadana degli affari, che il predominio austriaco tagliava fuori dal moto borghese promosso dall’Inghilterra e dalla Francia. Il suo miglior “involucro politico” è lo Stato-Nazione nella formula costituzionale e parlamentare.

Casa Savoja, indebitata fino al collo coi banchieri di mezza Europa per le sue “imprese militari” al rimorchio di Parigi e della Prussia contro l’Austria, agganciò in corsa le Forze mentali dell’imperialismo britannico lanciandosi all’assalto del Tesoro delle Due Sicilie.

Solo “vittorie straniere” determinarono le fortune del Piemonte nelle celebrate “guerre d’indipendenza” che riempiono di glorie inesistenti il romanzo dell’italietta risorgimentata.

Da Sebastopoli (Crimea 1855: vittoria pirrica contro la Russia da parte di anglo-francesi e Ottomani col piccolo Piemonte all’incasso di credito diplomatico). A Solferino (1859: vittoria francese sull’Austria, col piccolo Piemonte che riscuote la Lombardia). Da Sadowa (Boemia,1866: vittoria prussiana sull’Austria, che devasta però nella battaglia navale di Lissa, in Adriatico, la flotta neoitaliana che virerà su Palermo INSORTA bombardandola senza se e senza ma, anche per mandare un “segnale forte” alle cancellerie europee!). Fino a Sedan (1870-vittoria prussiana sulla Francia, che apre la…breccia di Porta Pia, ma anche la via al massacro della Comune di Parigi). Le 4 “S” straniere che fecero del piccolo Piemonte l’unificatore truffaldino di un paesaggio geo-politico avviato a ben più vasti e positivi sviluppi. Altro che “stato-nazione” creatore illuminato di equilibrati mercati patriottici e vettore “uno e fatto” di “magnifiche sorti e progressive”!.

Quella del 1860-66 fu una guerra coloniale che ci lascia legati mani e piedi non solo a un Re savojardo che puzzava di stalla e alle fameliche massomafie tosco-padane, coi loro Banchieri alla Bombrini e i loro generali alla Cialdini, ma soprattutto a una BORGHESIA COLONIALE siciliana, mercenaria e incapace di conquiste spettacolari (Fanon). E’ IL NEMICO A CASA NOSTRA.

“La colonia assicurava alle manifatture che sbocciavano il mercato di sbocco di un’accumulazione potenziata dal monopolio del mercato. Il tesoro catturato fuori d’Europa direttamente con il saccheggio coloniale, l’asservimento, la rapina e l’assassinio rifluiva nella madre patria e qui si trasformava in capitale…”. (Karl Marx-Das Kapital-Cap.24)

Il meccanismo “accumulazione originaria-colonialismo” si ripropone nel processo di formazione dello Stato-Nazione italiano. Per quante sofisticherie e fumi spettacolari possano annebbiarne la Realtà: “dualismo”, “questione”, “mezzogiornismo” e altre cavolate – è un Fatto che il ciclo del debito tosco-padano e delle sue millantate “guerre di indipendenza” viene colmato col saccheggio delle Due Sicilie e rilanciato in un modello di accumulazione parassitaria e intrallazzista a trazione massomafiosa tosco-padana. E’ così, oggi. Né può essere altrimenti senza una Rivoluzione politica indipendentista.

La Tempesta perfetta del 1860-

Nel 1860, nella dialettica combinata delle correnti imperialiste francesi e inglesi, in corsa verso l’apertura del Canale di Suez, si scatena la Tempesta perfetta sul Regno delle Due Sicilie. L’inettitudine di Napoli e il secolare e irrisolto conflitto con l’Isola-Nazione dei Siciliani fecero il resto. Una Catastrofe. Il Canale di Suez accorciava Spazio e Tempo, ci si doveva attrezzare. Quella visione sansimoniana delle magnifiche sorti e progressive, che Cobden mise coi piedi per terra, imponeva, in nome del liberoscambismo oligopolistico, la liquidazione di ogni resistenza protezionista. Il grande Stato delle Due Sicilie ne fu “vittima predestinata”.

L’operazione di false flag dei garibaldeschi venne finanziata dalla massoneria inglese con una cassa di piastre d’oro turche (moneta franca nel Mediterraneo del tempo) pari a molti milioni degli attuali dollari. Ma nella primavera colorata del 1860, dietro i “Mille”, avanzava nell’ombra un corpo di spedizione di 22.000 militari, sostenuto dall’imperialismo britannico e costituito da vere e proprie “legioni straniere” di ungheresi, indiani e… zuavi, già mercenari di Parigi nell’esportazione della civiltà nei villaggi dell’Algeria e sui monti della Kabilya; nonchè da soldati e carabinieri piemontesi, momentaneamente posti in ‘congedo’, e riarruolati come ‘volontari’ nella missione d’invasione. Anche allora v’era un certo “affollamento militare” nei mari del Mediterraneo!.

Gli obiettivi di Londra erano chiari.

L’imperialismo britannico è una talassocrazia, un SEA POWER che vive sul MARE e si nutre di insularità strategiche:

1-distruggere, peraltro illegalmente, lo Stato sovrano delle Due Sicilie, a partire dalla sua grande flotta commerciale, in vista dell’apertura del Canale di Suez.

2-controllare “zolfi + salnitro = polvere da sparo”, che facevano della Sicilia la Miniera di quel Mondo. La Sicilia –oltre al suo millenario SEA POWER strategico- produce polvere da sparo e forza motrice per l’Impero in espansione di Sua Maestà britannica.

I piccoli Savoia e la loro borghesia aristocratoide di tipo terriero-militare si ritrovano in regalo un Regno millenario di cui forse non comprendevano nulla. Per sei anni la loro “Italia Una e Fatta” scatenò –con 120.000 militari ben addestrati- una guerra coloniale che assunse forme di vera e propria “pulizia etnica” e viene tutt’oggi presentata come “guerra di civiltà contro il brigantaggio e alla reazione” (da Scalfari a Galli della Loggia: e chi dovrebbe “rispondere”? Non c’è un solo quotidiano, né una Tv…che non siano sotto il controllo mentale delle massomafie toscopadane; per non dire delle università e delle grandi case editrici, mentre la nicchia terronica dello Spettacolo democratico e colorato è stata riservata a fenomeni da circo come Pino Aprile: copia&incolla, ma l’Italia riparte da Sud: si, per emigrare a Nord!).

Lo Stato d’assedio 1863-

Nell’agosto 1863 un proclama del Re Vittorio Emanuele, affisso in tutte le città del Sud continentale, annuncia l’instaurazione dello stato d’assedio interno. Era la legge Pica contro la RESISTENZA PARTIGIANA delle DUE SICILIE, che dall’Italia truffaldina già Una e Fatta venne definita “brigantaggio”. La legge Pica del 1863 è la licenza di uccidere i terroni che non si arrendono ai piemontesi civilizzatori. La giurisdizione dei Tribunali Militari e le procedure del Codice Penale Militare rimangono in vigore fino al 31 dicembre 1865.

Anche in Sicilia –laddove più sofisticate furono le promesse garibaldine (TERRA ai contadini, AUTONOMIA bancaria, ASSEMBLEA Costituente)- giunse, con l’estensione all’Isola della logica coloniale di STATO d’ASSEDIO, anche il Tempo della CoScienza: svanite le nebbie tricolorate, come i mesi e gli anni dal calendario cadevano una dopo l’altra tutte le promesse e le illusioni create dallo “Sbarco dei Mille”. Sono gli anni del disincanto, che cambiarono il quadro e anche la visione perfino di protagonisti di rilievo del cosiddetto “moto risorgimentale”. La crisi di Aspromonte fu un punto di svolta. Il 29 agosto 1862: scontro a fuoco dei garibaldini in “Marcia su Roma” sconfitti dalle truppe di occupazione italiane del generale Cialdini.

Settembre Nero 1866-

La leva obbligatoria agiva come un micidiale prelievo fiscale sulle famiglie proletarie, a decine di migliaia i giovani proletari siciliani si diedero alla macchia, spesso armandosi per sopravvivere: “banditi e traditori” della patria tricolorata, rischiavano la fucilazione senza tanti complimenti, pur di non andare a crepare per uno Stato percepito correttamente come NEMICO. Sul piano delle FORZE che permettono l’INSURREZIONE il fenomeno della diserzione di massa è un fatto determinante.

In breve, dopo l’annessione coloniale –violenta e truffaldina- dello Stato sovrano delle Due Sicilie, le nascenti massomafie tosco-padane colsero una occasione imprevista, da molti perfino non-voluta, ma furono veloci a sviluppare banche, falsare moneta e titoli, intrallazzare ferrovie, cooptare aristo-borghesie terrone…e la cosiddetta “Impresa di Aspromonte” (1863) fece venire allo scoperto i reali rapporti di forze, sanciti nel massacro della Comune di Palermo (Settembre 1866).

E venne Settembre del 1866. Il “Sette e Mezzo” –dalla durata dei suoi giorni, “non si inscrive nel lungo elenco delle revolutions improvisées, come le chiamano i francesi…”. (Marx)

“Nel pomeriggio del 15 settembre 1866… a Monreale si registrava un clima di sommossa e un certo numero di BANDIERE ROSSE erano state viste sventolare in città”. Lo scriveva un cronista, peraltro un denigratore: V. Maggiorani (“Il sollevamento della plebe di Palermo e del circondario nel settembre 1866” -Palermo 1867).

“In politica avviene come in poesia. Le rivoluzioni non sono mai fatte su ordinazione”. (Marx)

La mattina del 16 settembre la Città di Palermo è svegliata da decine di migliaia di INSORTI che giungono dal circondario–con seguito di rifornimenti, ben organizzati e disciplinati. Furono alzate barricate, le comunicazioni telegrafiche con l’Italia vennero interrotte, uffici governativi furono occupati con ordine.

Il Procuratore Generale della Corte d’Appello stimò in 40.000 il numero degli INSORTI, che sconfissero ripetutamente le truppe dell’esercito italiano: per sette giorni e mezzo in città (e per dodici giorni nelle campagne e nei paesi dell’entroterra palermitano).

L’insurrezione è fulminante e vittoriosa. Il Regime italiano è subito travolto. Scortati dalla guarnigione piemontese, il prefetto Luigi Torelli e il sindaco Antonio di Rudinì, si rifugiano a Palazzo Reale: “non verranno toccati”.

Il 18 settembre, a Palermo, si costituisce il Comitato rivoluzionario al quale aderiscono con grande coraggio anche alcuni Siciliani che avevano tutto da perdere: guidati dal principe di Linguaglossa, ricordiamo anche il barone Pignatelli, il barone Riso, il principe di Ramacca, il principe di Galati, il barone Sutera, il principe di Niscemi, il principe di San Vincenzo e monsignor d’Acquisto.

Lo stesso giorno a Torino il primo ministro Bettino Ricasoli nomina il generale Cadorna, il Macellaio, commissario straordinario di Palermo, con pieni poteri civili e militari.

La mobilitazione italiana contro la COMUNE di PALERMO si configura come una vera e propria spedizione militare coloniale, sostenuta da una campagna di criminalizzazione “a mezzo stampa” contro i siciliani ”barbari e maffiosi”, sostenuta dall’aristoborghesia siciliana che trova il suo precoce campione nel giovane marchese Antonio di Rudinì, sindaco di Palermo e futuro primo ministro italiano: “il popolo palermitano ha una congenita predisposizione alla corruzione e all’insubordinazione”.

Nel 1861 la Sicilia è una potenza demografica mediterranea, coi suoi 2.392.000 abitanti. Nella visione delle sue “classi alte” è indubbiamente costituita da “plebaglia corrotta, ladra e sempre pronta a rispondere all’appello dei malfattori”, nella sintesi che il senatore siciliano Torremuzza fornì al primo ministro Ricasoli nel corso dei festeggiamenti per lo “scampato pericolo” seguiti al massacro della Comune di Palermo dei Sette Giorni e Mezzo.

La “CLASSE PERICOLOSA”

Vediamo alla sbarra dei PROCESSI –davanti alla CORTE MARZIALE e sotto la mannaia del Codice Penale Militare- alcune centinaia di questi “plebei maffiosi, ladri e nullafacenti”, definiti: “la CLASSE PERICOLOSA”.

Una grande mole di atti processuali è probabilmente andata distrutta sotto i bombardamenti “alleati” del 1943 (cfr. Alatri, “Lotte politiche in Sicilia”).

Se ne conosce comunque quanto basta al nostro ragionamento. Dei 124 imputati dichiarati colpevoli dai tribunali militari quasi tutti avevano un’occupazione nel settore artigianale o commerciale o nei servizi: osti, carrettieri, facchini, garzoni, fruttivendoli, panettieri, macellai e barbieri. Nella lista dei condannati c’erano anche commercianti, agricoltori, falegnami, sarti, conciatori, fabbri, cordai, carpentieri e muratori… ma anche “sette poliziotti o soldati, una guardia campestre e altri sette ufficiali di basso rango”. (Ryall 1996)

Peraltro tutti i condannati di cui sappiamo erano incensurati, tranne uno…il povero Luciano Coniglio che aveva disertato l’esercito tricolorato nel 1863!. Un “pericoloso criminale”!. Nelle liste degli inquisiti figuravano anche decine di studenti e professionisti…

In breve, la tipologia degli imputati del MAXI PROCESSO “Sette e Mezzo” è quella delle “rivoluzioni urbane” animate dalle vere “classi pericolose” dell’Ottocento europeo: i vagabondi e manigoldi non fanno Rivoluzioni!. Mentre ci è noto che la REPRESSIONE si accanisce contro gli “agenti sociali di collegamento”: osti, sarti e barbieri, nei quartieri popolari…non meno del retrobottega di tanti farmacisti, hanno avuto un ruolo di rilievo nella R/esistenza siciliana sconosciuta.

Nel Settembre del 1866, una Rivoluzione anticoloniale e proletaria, in soli Sette Giorni e Mezzo, mette a nudo la Realtà. Questo è un potere immenso che solo le Rivoluzioni autentiche riescono a dispiegare.

In Sicilia precipitano del tutto caratteri politici e processi sociali profondi già visibili nel Quarantotto, in cui solo il popolo lavoratore difese l’indipendenza: non sorprende l’adesione subalterna dei ceti borghesi urbani all’annessione tricolorata del 1860.

Lo storico Rosario Romeo -nel suo fondamentale “Il Risorgimento in Sicilia”- sottolinea che la Rivoluzione siciliana del 1866 “…non divenne insurrezione generale dell’isola e potè essere facilmente domata solo per la mancata collaborazione dei ceti dirigenti…”.

Il 23 settembre 1866 venne dichiarato lo “STATO d’ASSEDIO”: l’Italia risorgimentata gettava ufficialmente la maschera. Da quel giorno uno STATO COLONIALISTA occupa l’Arcipelago dei Siciliani. Per mesi le processioni di giovani incatenati attraversano terrorizzanti le vie di città e paesi dell’Isola. Dei processi tenuti davanti alle Corti marziali armate di Codice penale militare diremo in seguito.

***

La RIVOLUZIONE siciliana del Settembre 1866 -detta del “Sette e Mezzo” per la durata dei suoi giorni- fu ANTICOLONIALE e tendenzialmente SOCIALISTA. Non è una “RIVOLTA”. E’ una “RIVOLUZIONE”. La differenza è immensa.

Le cause profonde della “crisi siciliana” –che è tanto crisi di rigetto quanto verifica di integrazione in relazione allo Stato risorgimentato- non vanno cercate nei materiali vaganti psico-ideologici prodotti dal disfacimento delle illusioni risorgimentali, tra mazziniani arrabbiati ed ex-garibaldini reduci dall’umiliazione d’Aspromonte, che costruiscono barricate insieme agli indipendentisti e ai duosiciliani fedeli al perduto Regno… Sebbene di un qualche interesse storiografico siano le biografie di alcuni protagonisti del “Sette e Mezzo”, come i “cospiratori professionali” Badia e Bonafede. Il ruolo degli individui e le loro stesse ideologie si configurano regolarmente come fattori secondari.

E’ un lavoro di ricerca da sviluppare, sulla Lotta tra le Classi nella Sicilia dell’Ottocento, le cui forze storico-sociali fondamentali si riducono al secolare “movimento comunista” per la fruizione del Demanio statale e l’accesso ai più vasti USI CIVICI (si pensi alla legna per cucinare e riscaldarsi!) e al “partito borghese” della privatizzazione del Feudo senza Feudatario, in un’Isola che è “formazione capitalistica” da secoli, altro che “immobile e arretrata”!. La nuova Questione della Terra era posta da almeno un secolo, fu oggetto di conflitti dall’alto e dal basso, ma non aveva trovato una vera sistemazione. Una indecisione che venne pagata a caro prezzo non solo dalla casa regnante, che tentò senza riuscirci soluzioni “illuminate”, ma dallo stesso STATO SOVRANO delle DUE SICILIE che finì per implodervi, in particolare nell’Isola irrequieta, che produceva più “Rivoluzioni” della stessa Francia!.

Intanto vediamo chi erano gli INSORTI del “Sette e Mezzo”.

Indubbiamente vi parteciparono centinaia di legittimisti delle Due Sicilie, autonomisti e indipendentisti, radicali e azionisti, garibaldini pentiti e cattolici tradizionalisti. E migliaia di giovani latitanti sfuggiti alla leva obbligatoria (che peraltro agiva come un micidiale “prelievo fiscale in natura” sulle famiglie PROLETARIE).

Per quasi un secolo nessuno racconta nulla di serio sulla COMUNE di PALERMO del SETTEMBRE 1866. Il primo studio appena onesto è quello di Brancato (che poi ritratterà!) seguito un paio di anni dopo, nel 1954, dall’opera fondamentale dello “storico marxista” Paolo Alatri il quale –peraltro- intuisce che la documentazione dei tribunali militari era stata probabilmente distrutta dai bombardamenti di Palermo durante la seconda guerra mondiale. (P. Alatri, Lotte politiche in Sicilia sotto il governo della destra, 1866-1874, Torino 1954. Mai più ristampato! Lo fotocopiamo da 30 anni!).

Rilevava Alatri: “I funzionari, per lo più settentrionali… consideravano spesso le popolazioni affidate alle loro cure come non ancora pervenute al loro stesso grado di civiltà, come barbari o semibarbari… Questo estremo disprezzo, intollerabile per un popolo d’antica civiltà come quello siciliano, unitamente a molte altre cause tra cui, non secondarie, la crescente miseria, l’introduzione di misure poliziesche inutilmente vessatorie e di nuovi e gravosi balzelli, provocava l’impossibile: l’alleanza tattica dei gruppi filoborbonici con i circoli del radicalismo democratico, cioè l’ala oltranzista del vecchio partito filo-garibaldino, e di questi due con gli autonomisti e gli indipendentisti, componenti politiche quest’ultime perennemente presenti nella storia dell’isola”.

Un “laboratorio politico di prim’ordine”: altro che “caos ideologico”!. Fu la massacrata, denigrata e tuttora incompresa COMUNE di PALERMO, che precede di cinque anni la giustamente celebrata e non meno “caotica” e altrettanto massacrata COMUNE di PARIGI.

Se sul piano politico è DOPPIO POTERE…sul piano delle determinazioni storico-materiali a INSORGERE è il COMUNISMO degli usi civici del Demanio e non solo… –si pensi per dirne una alla legna per cucinare e riscaldarsi che tutti potevano procurarsi in periodi stabiliti!- e si rifletta sul welfare prodotto dalla rete assistenziale della Chiesa i cui Beni minacciati dall’italietta massonica risorgimentata sono –sia chiaro- un patrimonio sociale frutto dei donativi delle famiglie siciliane ai figli che prendevano i voti dedicandosi alla vita monastica (in tutti i sensi assai più produttiva di quanto non si creda!).

Il movimento storico dei COMUNISTI era veramente “lo spettro che si aggirava per l’Europa”. Che lo “spettro comunista” indossasse perfino il saio del monaco inneggiando “Viva Santa Rosalia!” con la bandiera rossa in mano e un fucile nell’altra può sorprendere solo chi della Sicilia non ha capito nulla.

Ci sarebbe voluto un Marx a Palermo, ci siamo ritrovati invece con 150 anni di accademici tricolorati devoti ai vari Crispi e Di Rudinì. Nelle serre accademiche si sono riprodotti i frutti marci e i semi avvelenati dell’IDEOLOGIA ITALIANA, spettacolo di un Imperialismo straccione a trazione massomafiosa toscopadana, al quale ormai “in automatico” aderisce la borghesia coloniale della Sicilia italienata –il nostro NEMICO di CLASSE- che ha una storia breve e miserabile: la sua gestazione è avviata nel tradimento politico e militare della Rivoluzione indipendentista del 1848.

Sul piano sociale, poi, il cosiddetto Assolutismo Illuminato dei Borbone, cioè dello Stato delle Due Sicilie, nella sua indecisione purtroppo poco “assolutista” che gli fu fatale, era comunque più avanzato del caos mentale che suicidò il giovane Stato siciliano. In Sicilia quasi tutto si giocava sulla Questione della TERRA –del modo di produzione, ancor prima che delle sue forme di proprietà e possesso- come leva strategica di mobilità sociale e di sovranità.

La formazione di una borghesia coloniale nella Sicilia italienata può essere indagata materialisticamente fin dalla metà dell’Ottocento. E’ una borghesia urbana che si ri-formava tricolorata sfilando per censo nei suoi Teatri, confabulando nei suoi Circoli professionali e “di alienazione”, esibendo talora erudizione sui suoi tantissimi giornali più che nei Salotti che cominciava appena ad arredare con gusto kitsch vieppiù stupefacente e perfino esotizzante. Non erano in sé cattivi, né buoni: la borghesia coloniale è trasformista nelle forme, coerente negli interessi, a-morale, incolore, inodore, insapore. Non ha prodotto nulla che non fosse inutile o devastante, ma… “u sapiti com’è!”, direbbe Martoglio.

La borghesia coloniale della Sicilia italianata è un capolavoro sofisticato di socio-ingegneria prodotto nel tempo dall’Ascensore sociale che venne imposto dalle Massomafie tosco-padane nel 1860. Vi accede solo chi spaccia le balle spaziali dell’italietta risorgimentata, sradicando l’Albero di Trinakria, con pianificata violenza sbiancatrice e desertificante. Il 1860 è il suo anno di nascita. Il 1866 è l’anno di battesimo.

La COMUNE DI PALERMO venne massacrata dall’Esercito e dalla Marina militare italiana che bombardò la città dal mare. Ma a seppellirla viva furono le classi tricolorate della neonata Sicilia italienata.

L’Italia risorgimentata nasce REAZIONARIA e “controrivoluzionaria” anche sul piano del più classico processo di formazione degli Stati-Nazione borghesi. Le guerre, vinte e perse, di Napoleone III, fecero del piccolo Piemonte una parodia intrallazzista e truffaldina della potenza prussiana che afferrava invece le forze dinamiche delle borghesie urbane dei cento staterelli tedeschi, combinando lo Zollwerein, l’unione doganale avviata intorno al 1830, e la potenza di quella vera tradizione militare che ricostituì il Reich nel 1870.

Non fu il sostegno degli inesistenti “feudatari” al “moto risorgimentale”, ma l’adesione convinta della borghesia urbana catanese e palermitana oltre che paesanazza, a consegnare la Sicilia allo Stato-Nazione delle massomafie toscopadane. Le “classi pericolose” ne vennero emarginate e tormentate per decenni. Per inventarsi una Sicilia italiana a livello popolare ci misero 50 anni, fino alla prima Guerra Mondiale. E non risparmiarono nulla in tema di altri “stati d’assedio”, massacri e deportazioni. Ma la repressione della Comune di Palermo aveva stroncato sul nascere ogni possibilità di diversa evoluzione delle cose.

La SICILIA ITalienata prende Forma popolare -carambolando dal Porto di Catania sulla Quarta Sponda- tra il 1911 e il 1915, già nelle mobilitazioni studentesche e infine di massa a sostegno della ““IMPRESA di LIBIA” animate dal massone social imperialista e protofascista onorevole De Felice, che dopo aver cavalcato i “Fasci dei Lavoratori”, fece carriera sventolando il tricolore colonialista in parlamento e la bandiera rossa sulle piazze. Un altro mito da sfatare, una buona volta per tutte.

La Sicilia popolare viene del tutto italienata nella GRANDE GUERRA -> per quanto recalcitrante in profondità venne infine addomesticata nel Ventennio della “nazionalizzazione delle masse” che portò a termine il Risorgimento truffaldino avviato nel 1860 dall’imperialismo inglese, in vista dell’apertura del Canale di Suez.

Il “Sette e Mezzo” resta la pagina più importante della Storia del Popolo lavoratore siciliano degli ultimi 150 anni. Non vedremo folla nel ricordarlo, ma ci siamo abituati.

@Mario Di Mauro.

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SEMENCE HORS-LA-LOI

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“Noi siamo afflitti sia dallo sviluppo della produzione capitalistica, che, ancor più, dalla mancanza di questo sviluppo”.

Karl Marx

La Sicilia è una colonia. La sua popolazione è del tutto priva di una qualsiasi identità autentica, dinamica, distinta e plurale, elaborata nell’insularità mediterranea nel corso di una Storia millenaria. Se, nella lunga durata, è la Sicilia a FARE i Siciliani, nell’ immediato è chi ne controlla la Memoria, nonchè le acque territoriali e lo spazio aereo, a farsene quel che vuole: questa Sicilia Ostaggio è come Giona nel ventre della Bestia. La nostra liberazione è un impresa titanica, non una operazione contabile nella partita doppia della relazione malata tra uno STATO imperialista e una sua REGIONE fallita.

IL POPOLO SICILIANO NON HA “ISTITUZIONI”: de jure e de facto. -intanto salviamo il salvabile, e cu n-appi, n-appi. ad maiora.

La storia siciliana degli ultimi due secoli è segnata da eroiche rivoluzioni e rivolte per la “Libertà”, ma anche da generosi tentativi istituzionali per affermarla. In comune –senza alcuna eccezione- hanno il loro esito: il FALLIMENTO.

La storia siciliana degli ultimi due secoli è quella di una nazione abortita. Girare questa pagina è possibile?. SI!. Con la FORZA d’URTO di 10.000 SICILIANI ben organizzati in un Sindacato Politico, 10.000 SICILIANI VERI che camminano ADDHITTA: altro che “deleghe elettorali”!. Una CIVILTA’ millenaria li sospingerà, legittimandoli agli occhi del Mondo.

Facendo CHIAREZZA sulla REALTA’ siciliana nel Mondo del SECOLO XXI, che è la nostra “Patria che abitiamo nel Tempo”, la Questione Siciliana è il problema irrisolto e incompreso della SOVRANITA’ dei SICILIANI sul proprio Terramare e, oggi, anche sul proprio SPAZIO AEREO.

Non vogliamo “cambiare”, “riformare”, “redimere”… nessuno. Ma CAPIRE e SPIEGARE sul Cammino del Sicilianu Novu. Un Cammino di LiberAzione organizzato nella CoScienza -> che vede oltre le NEBBIE e le ILLUSIONI della DEMOCRAZIA COLONIALE, del suo CARNEVALE ELETTORALE, del suo ASCENSORE SOCIALE manovrato dall’ACCADEMIA cattomassonica della SICILIA ITalienata e separata dal Mondo e perfino da sé stessa.

La Sicilia, che per la Flotta Corsara delI’Imperialismo NORDICO è l’Isola del Tesoro, per milioni di PROLETARI SICILIANI è l’Isola dei Poveri. Questo è l’anello da afferrare nella CoScienza della BATTAGLIA politica indipendentista.

Il controllo sociale è MACCHINA INFERNALE di sradicamento culturale, ma anche fisico: la C.E.M. –Coercive Engineered Migration- svuota l’Isola “regolarmente”, devastandone il metabolismo sociale: la GENERAZIONE perduta, che è peggio della stessa repressione spudorata che ha sempre colpito la “protesta siciliana”, una deportazione sofisticata segna il mutamento sociale nell’Isola del Tesoro che diviene l’Isola dei Poveri e dei Vecchi. (…)

Quanto alle “elezioni”, se servissero a liberare il popolo siciliano le avrebbero già abolite.

IL POPOLO SICILIANO NON HA “ISTITUZIONI”: de jure e de facto. -intanto salviamo il salvabile, e cu n-appi, n-appi. ad maiora.

@TERRAELIBERAZIONE.

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